LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Incidenti sul lavoro, un altro morto. L’ultimo è quello di un operaio marocchino di 54 anni in provincia di Vercelli ed è il 592 esimo dall’inizio dell’anno; oltre 1000 lavoratori morti l’anno, 30 in più rispetto al 2016 e oltre 380.000 infortuni in poco meno di 9 mesi, dei quali una percentuale considerevole seri o gravi da lasciare invalidità permanenti sui lavoratori: i dati sono dell’INAIL.

Per non parlare di quanti infortuni non vengono denunciati perché riguardano lavoratori “in nero“ o semplicemente perché altrimenti aumenta il premio assicurativo alla ditta per la quale si lavora.

È una strage, una guerra non convenzionale dichiarata ai lavoratori, a chi lavora e produce facendo arricchire gli imprenditori prima ancora del Paese stesso, soprattutto per imprenditori incapaci o disonesti che, loro si, si avvalgono di tutele permesse dai governi come i voucher, come i contratti a progetto, come con le categorie speciali e altro ancora, dove si vedono sgravati dei contributi poi a carico della collettività in vece loro e che tutt’al più non versandoli si vedono “graziati” quando vengono scoperti.

Un’altra piaga che colpisce i lavoratori che può capitare come è successo a me, che dopo una denuncia di omessa contribuzione all’Ispettorato del lavoro ci si vede riconosciuti i soli contributi figurativi: una presa in giro.

Ma intanto che io venivo sfruttato e gabbato, il mio datore di lavoro apriva altre società, si comprava villini, automobili da diverse decine di migliaia di euro e non si faceva mancare numerosi viaggi all’estero alla faccia nostra e dello Stato. Quello Stato che poi lo tutelava a suon di corruzione nei suoi organi di controllo: altra piaga per i lavoratori.

La sicurezza sul lavoro…mi viene in mente com’era e come è ancora nel mondo della logistica.
Anni fa subii un incidente che a tutt’oggi ha lasciato i suoi segni sulle mie caviglie cambiando anche quello che ero solito fare e cioè andarmi a fare una partitella tra amici nel fine settimana a calcetto.

Ma ho visto di peggio. Un mio collega è rimasto zoppo perché ha visto – e ho visto – scoppiargli un piede sotto il peso di un carrello elevatore. Sangue dappertutto e io con un collega (nessuna cassetta di pronto soccorso dulcis in fundo) fermargli col mio maglione l’emorragia e bruciare carta igienica da poterlo coprire nelle parti scoperte.

Vedevo le sue ossa del piede ma non vedevo invece i responsabili e nemmeno il datore di lavoro.

Fui persino redarguito perché chiamai il 118 e molto peggio andò al mio collega infortunato: fu messo a riposo e, siccome dipendente di una cooperativa, di conseguenza non stipendiato.

Iil responsabile della sicurezza sul lavoro (parente del titolare, ovviamente) fece sì che risultasse che il lavoratore non avesse con sè le scarpe antinfortunistiche.
Questo è quello che succede nel mondo di certi lavori dove tu che produci a ritmi forsennati, sei solo un “accessorio” e quando non sei competitivo come vuole il sistema allora vieni scartato, eliminato come si fece con quel collega e con molti altri ancora per via del lavoro usurante.

Vedevo giovani non reggersi più in piedi perché per il datore di lavoro era costoso far fare un corso sulla legge 81 e sul sistema lavorativo e, di conseguenza siccome non più competitivi, messi nelle condizioni di lasciare quel lavoro.

Questa è una guerra non convenzionale, silente ma dichiarata ai lavoratori.

Essi sono solo un prolungamento delle macchine da produzione, sono solo un numero che non deve avere una anima.
La guerra del capitalismo neoliberista, una volta eliminato lo Statuto dei lavoratori, è anche questa.

GUERRINO, L’ANTIFASCISMO E LE MELE COTTE

GUERRINO, L’ANTIFASCISMO E LE MELE COTTE

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Il legame con l’antifascismo iniziò per me in tenera età, ancor prima che precocemente imparassi a leggere: ascoltavo estasiato i racconti dei nonni, di papà e di zio Guerrino.

Scorrevano nella mia mente le immagini e le scenografie che nel frattempo mi creavo come se fossero film, come vivessi in quei film, in quell’epoca che per me era lontana e per loro vivida anche nei sentimenti.

Pian piano prendevo consapevolezza di quello che mi raccontavano ed ero avido dei loro ricordi, volevo che loro ne parlassero.
Divenni così in giovanissima età antifascista passando attraverso i loro racconti vissuti in prima persona: se io ero lì lo dovevo a loro e solo a loro, alle loro storie delle quali ci si poteva fare un libro.

Infatti il libro si fece dove si racconta la storia di Zio Guerrino che partì fascista ma tornò, come diceva lui, bolscevico.

Il libro “Le mele cotte” è un racconto di narrativa che parla di lui: di come egli partì con l’Armir, l’esercito Regio, alla volta del fiume Don, in Ucraina. Un paese, che grazie ai fascisti collaborazionisti Ustascia doveva far da ponte nell’aggressione militare alla grande Russia e che invece si trasformò in una gigantesca tomba per i 300.000 italiani lì impiegati.

Arrivarono, lui e il suo battaglione, in un giorno tranquillo e assolato in un villaggio di quel paese.
Presero il comando della vita di quegli abitanti mostrando loro, per lo più contadini, il moschetto dei loro fucili; presero il comando di ogni cosa, delle loro case, dei loro averi, dei loro terreni, del loro bestiame ma la vita continuava a scorrere tutto sommato tranquilla.

Si stavano instaurando anche dei rapporti con la popolazione locale che, seppur da occupanti erano comunque più “umani” di quelli che sarebbero arrivati più tardi. Infatti fu l’arrivo dei “veri” fascisti e di qualche nazista di grado che fece precipitare in modo repentino la situazione.

Il comando di ogni cosa divenne razzia e rappresaglia contro coloro che si opponevano a tale situazione.
Le donne venivano stuprate, i giovani uccisi, le loro case se non servivano al loro scopo, bruciate.

Mio zio si trovò così uno di quei giorni a prendere coscienza di quello che accadeva e rischiò la vita nella difesa di una giovane donna, schiaffeggiando il tedesco che approfittava del suo corpo sotto il ghigno di qualche fascista partecipante.

Inspiegabilmente i presenti allo stupro si fecero indietro e nulla successe a mio zio ma lui riuscì però a leggere  negli occhi della giovane la gratitudine, mentre piangente gli si rivolgeva in una lingua per lui incomprensibile.

C’erano degli italiani che erano “diversi” e zio Guerrino veniva rispettato come colui che era più forte dei nazisti e dei fascisti stessi agli occhi dei suoi commilitoni e degli abitanti della zona. Nessuno aveva osato così tanto.

Faceva il panettiere per servire l’esercito di stanza lì e di tanto in tanto trafugava un po’ del suo lavoro per offrirlo a qualcuno di quelle genti che furono derubate di ogni cosa.

Proprio lì prese coscienza di come erano i fascisti e di cosa fosse il fascismo.

Me lo ricordo che zoppicava. Fu l’unico della sua tenda a sopravvivere ad una incursione aerea russa: fu salvato da due mele cotte dategli da un tenente durante la ritirata ostacolata dal disgelo e dai razzi Katiusha dove lui si ricorda morente su una lettiga.
Quelle solo due mele cotte che furono poi il titolo di un libro di narrativa.

WALTER ROSSI UCCISO DAI FASCISTI E DALLO STATO

WALTER ROSSI UCCISO DAI FASCISTI E DALLO STATO

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Il 29 settembre 1977 a Roma venne ferita a colpi di arma da fuoco una ragazza di 19 anni, Elena Pacinelli, che si trovava in compagnia di aderenti al Movimento Studentesco.

In seguito a tale fatto, fu organizzato per il giorno successivo dal movimento stesso un volantinaggio di protesta nel quartiere capitolino, storicamente fascista, della Balduina, fino ad arrivare all’altezza di una sezione del Movimento Sociale Italiano in Via delle Medaglie D’Oro.

Dalla sede dell’MSI uscirono alcuni suoi militanti che iniziarono una sassaiola contro gli studenti, i quali ripiegarono di qualche centinaio di metri nei pressi di una pompa di benzina; i fascisti, nascosti dietro un autoblindo della polizia e da essi protetti percorsero la via verso i ragazzi di sinistra finché li raggiunsero e spararono loro alcuni colpi di pistola.

Uno di quei colpì alla nuca Walter Rossi, militante di Lotta Continua, il quale morì prima dell’arrivo in ospedale e un altro ferì in modo lieve il benzinaio.

Nei giorni successivi ci furono in tutta Italia manifestazioni di solidarietà e protesta.
Nessun provvedimento venne preso a carico dei poliziotti presenti sul luogo: dieci di essi erano a bordo del furgone blindato, tre in una volante e due in borghese; su di essi gravarono comunque le accuse di complicità con gli aggressori.

Tutti i testimoni presenti asserirono che non venne fatto niente per fermare i neofascisti e che, viceversa, le forze dell’ordine per diversi minuti impedirono i soccorsi a Walter Rossi sia colpendo chi cercava di avvicinare il giovane agonizzante sia evitando di chiamare un’ambulanza.

Diciassette persone vennero arrestate da li a poco, tra questi Flavia Perina, futura deputata di AN, Insabato che nel 2000 compì un attentato contro la sede del quotidiano comunista Il Manifesto e Bragaglia il quale risultò positivo al test del guanto di paraffina ma che venne in seguito prosciolto.

Dopo un lungo processo i diciassette verranno via via prosciolti dalle accuse iniziali di omicidio, tentato omicidio, adunata sediziosa, porto abusivo d’arma da fuoco calibro e la pistola con la quale fu ucciso Walter Rossi non fu mai trovata e ricostituzione del partito nazionale fascista; per alcuni di essi resterà solo l’accusa di rissa aggravata e senza alcun testimone.

Nel 1982 alcuni pentiti indicarono Alibrandi e Fioravanti come assassini confermando così le tesi dei giovani di sinistra. Fioravanti, arrestato successivamente con l’accusa di appartenenza ai NAR ammise che lui e Alibrandi erano armati, attribuendo ad Alibrandi l’uccisione di Rossi in quanto la sua arma si sarebbe inceppata; le sue affermazioni furono poi confutate dalle testimonianze rese dai compagni di Walter Rossi, i quali sostennero che tale colpo fu invece esploso da Fioravanti.

A seguito della morte di Alibrandi, avvenuta in uno scontro a fuoco con la polizia, il procedimento penale fu archiviato; Fioravanti venne condannato ad una pena di nove mesi e 200.000 lire di ammenda solo per i reati concernenti il possesso di arma da fuoco.

La vicenda giudiziaria si è definitivamente chiusa nel 2001 beffardamente con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza ed il non luogo a procedere, per non aver commesso il fatto, nei confronti di Fioravanti, che ora vive libero, sotto altro nome, protetto dallo stato.

Questi sopra (ricostruzione storica in parte dalla rete), furono i fatti accaduti in quei maledetti giorni dove ancora una volta lo Stato e le Istituzioni protessero i loro “servitori fedeli” lasciandoli impuniti e privilegiandoli ribaltando la verità.

Un altro pezzo oscuro della pseudo-democrazia italiana; democrazia incompiuta e oggi involuta con l’aggiunta di nuovi metodi non convenzionali che attaccano la nostra Costituzione e con lo stravolgimento delle leggi a tutela dei lavoratori, pensionati, studenti e cittadini con la colpevole e partecipata complicità di governi, magistratura, borghesia imprenditoriale, finanziaria e organizzazioni massoniche sempre presenti nella vita della nostra Res-publica.

Quale sarò il prossimo passo oltre ai trattati CETA e UE?
Quale brandello di democrazia ci rimarrà?

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Sbattere lo stupro in prima pagina, farlo diventare volutamente un tassello delle tante paure che formano un mosaico, meglio se commesso dallo “straniero” per renderlo più utile all’opera.

Un mosaico che una volta completo servirà allo scopo: quello di arrivare insieme a tanti altri di essi ad ingenerare nella popolazione quel senso di precarietà, di incertezze e di timori al fine di barattare le paure con una presunta sicurezza imposta da una entità tramite, in questo caso, la formazione di una opinione pubblica all’uopo.

In questo è necessario l’apporto di un pensiero che sia anche xenofobo e comunque limitato, superficiale, colpevolmente complice, salvo poi nascondere o minimizzare – perché di “sistema” – reati quali la pedofilia quando toccano il Vaticano in alcuni suoi componenti o politici (caso Ruby), prostituzione, prostituzione minorile e turismo sessuale (e noi italiani abbiamo un record tristemente notorio al riguardo) e che sono gli aspetti più estremi.

Oppure registrare e archiviare velocemente, a volte quasi in sordina, fatti di cronaca anch’essi estremi come il femminicidio e le violenze sulle donne che scaturiscono dalle paure di alcuni uomini che le combattono con differenti modi e mezzi perchè temono la loro forza e la loro indipendenza, non rivestendole della dovuta importanza e gravità quando i fatti non concorrono a creare un mostro comodo al sistema.

Partono dall’interno delle nostre mura domestiche (i panni sporchi vanno lavati in casa) trovando poi riscontro e terreno fertile in una società maschilista, aggressiva e arrogante, volta all’annientamento, al non rispetto, alla cultura del nemico, alla mercificazione dei corpi (non solo mediante la pubblicità) togliendo dignità all’essere, e il più delle volte la donna non riesce a sottrarsi essendone vittima più o meno inconsapevole.

Lo stupro sbattuto in prima pagina serve allo scopo, data la sua gravità, e quindi sono più evidenti gli effetti che sortisce nel volerli vedere risolti ai fini della sicurezza senza analizzarne però mai, sia la causa dalla quale scaturisce e sia le concause per le quali viene favorita nel manifestarsi.

Lo stupro è una malattia sociale ma anche mentale sia come forma di dominio sia come forma di depravazione e come tale deve essere considerata e trattata, ma qualcosa non quadra: sbattere lo stupro in prima pagina e mai le concause, il continuo sottrarre risorse da parte del governo e delle istituzioni per effetto domino alla salute dell’individuo negandogli il diritto all’accesso anche in chiave preventiva è volto al perseguimento di questo obiettivo ed è lo stesso modus operandi utilizzato in tutti i settori del sociale che concorrono allo stato di fatto.

Il tutto viene intenzionalmente ignorato, i mass media asserviti lo devono ignorare, l’opinione pubblica non deve rendersi conto che anche lo stupro viene usato, violentando due volte la donna, per alimentare paure e fra sì che si punti ad uno stato repressivo ma che non sa fare prevenzione, anzi, non vuole farme.

Il maschilismo invece è storico ed ha una sua origine storica che coincide con la scoperta della pratica dell’agricoltura facendo essa da spartiacque nel passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale e rafforzato poi dalle posizioni ideologiche delle religioni monoteiste: per questo il maschilismo è sempre attuale ma fa meno paura dello stupro proprio perché strutturato e portato alla normalizzazione all’interno della società.

Di certo non è meno grave, anzi, visto che millenarmente ha mietuto molte più vittime e ne miete ancora.

Bisogna rifondare la società ripartendo dalle famiglie, dalla scuola, dal lavoro, dalla società intera ma vivere una condizione politica che sottrae volutamente le risorse all’educare e dove possibile, rieducare al rispetto e al riconoscimento dei diritti delle donne – che logica vorrebbe invece essere destinate in quanto naturali ad un adeguato sviluppo sociale a 360 gradi – impedisce di prendere la via di questo processo di presa di coscienza.

Il pesce puzza dalla testa e si continuerà a fare i conti invece con donne stuprate, donne ammazzate, donne abusate, si continuerà a sbattere lo stupro in prima pagina utilizzandolo come notizia del giorno per orientare la massa e al tempo stesso per nascondere impunemente i reati del sistema.
CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale MovES

Quello di cercare un’occupazione a 51 anni, sul web, nella giungla di siti “specializzati“ come portali, siti delle società o di agenzie interinali è un vero e proprio lavoro; capirne le modalità con le quali esse operano e ciò che offrono è un vero e proprio lavoro, ma non vieni pagato e come un lavoratore qualsiasi non vieni rispettato nel tuo valore e nella tua dignità.

Il loro modus operandi è differente a seconda di chi ti trovi davanti: alcune funzionano ne più ne meno come un portale, come anche alcune interinali quindi ti iscrivi, invii il c.v. e poi sei tu a cercarti il lavoro consultandolo.

Un mondo surreale che, studiandolo, scopri che nasconde le insidie del mondo del lavoro prima ancora che te lo offrano; impari a capire che la ripresa c’è si ma quella per il culo però: meno del 20% delle già poche offerte di lavoro è a tempo indeterminato, il restante precario nelle più varie “sfumature”.

E allora mi vengono anche in mente le parole della figlia di una amica che ha lavorato a Cinecittà World, “lavoravamo anche 10 ore al giorno per 36 euro con ritmi forsennati sotto il sole di agosto e sia l’acqua che il cibo dovevamo comprarceli”; oppure quelle di mia nipote che lavorava in pizzeria per 3,25 euro l’ora con i cosiddetti voucher. Eccolo qui, il mondo che ho scoperto quando è toccato a me. Questo è stato il mondo che si è presentato ai miei occhi “navigando in internet”, senza contare il fatto che mi son visto scartare anche i part-time di qualsiasi genere contrattuale per motivi logici di distanza.

Poi cominci a pensare che qualcosa è andato storto strada facendo: cosa è cambiato e come, dai tempi felici ad oggi nel mondo del lavoro?
Mi viene in mente la teoria della rana bollita di Chomsky: a poco a poco il lavoratore è stato esautorato di quasi tutto non solo dei diritti ma anche della sua dignità e del rispetto per la sua vita, rendendolo schiavo, sia mai che in un prossimo futuro si voglia aver diritto di vita o di morte su di esso senza nemmeno chiedergli il permesso di prendersela.

Penso ad un amico coetaneo che ha perso la sua occupazione da poco: non pagato degli ultimi tre stipendi e di quasi 30 anni di liquidazione, ferie, permessi e tutti gli istituti compresi anni di contributi; la sua crisi coniugale è conseguenziale: oggi è un uomo distrutto.

Mi ritrovo a pensare che no, non è solo colpa del neoliberismo, del capitalismo ma anche della società che noi abbiamo accettato che ci creassero su misura allo scopo. Lo hanno creato e voluto tutto questo e noi non ci siamo mai chiesti chi dovesse tutelarlo quel bel mondo che vivevamo. Chi doveva controllare? E perché non lo ha fatto?

Perché il datore di lavoro, per i contributi non versati, se la cava con la sola ammenda di 100 euro l’anno e il mio amico dovrà invece vedersi riconoscere i soli contributi figurativi che nulla valgono per il computo della pensione?
Perché tutto questo?

Qualcuno ha di sicuro fatto in modo che arrivassimo, con l’occupazione.

Ma tutti ti dicono che è normale, che oggi è così, che c’è la ripresa e prima o poi qualcosa cambierà perchè a fini meramente propagandistici il premier sostiene che è calata la disoccupazione e c’è la ripresa (Renzi ma davvero pensi che abbiamo l’anello al naso?), come se ci fosse invece una spiegazione logica senza darne una lettura comprensibile.

Drammatico sentirti dire da altre vittime come me e tanti di noi, che “se non lo accetti, questo stato di cose, che fai?”
Non so dire come e quanto mi cadano le braccia davanti alla rassegnazione e quando rispondo che si lotta, alla fine so già che rimarrò solo nelle mie convinzioni.

Naturalmente poi senti i datori di lavoro dirti che “noi non abbiamo problemi, lì fuori c’è la fila” e che è anche la componente che è nel più basso istinto razzista conseguenziale del teorema “tutta colpa degli immigratilo straniero ruba il lavoro”.

E no miei cari, se lo straniero ruba il lavoro è perché qualcuno glielo dà e quel qualcuno è italiano: molto semplicemente  l’immigrato soddisfa il bisogno dei padroni di sfruttare e fare il massimo profitto. Ma non soddisfa il mio però, perchè se sono sfruttati gli immigrati, è vero che siamo sfruttati tutti.

Le sorprese però non finiscono: pochi giorni fa mi sono imbattuto in un’offerta di lavoro di una nota azienda di Bari, presso la loro filiale di Ostia-Roma, che secondo il sito produce e commercializza apparecchiature elettromedicali legate alle depurazioni delle acque e che cercava un magazziniere e una segretaria da inserire e far crescere nell’organico in espansione.

Mando il curriculum e dopo un paio di giorni mi chiamano per un colloquio che poi risulterà essere con la responsabile risorse umane solo a titolo conoscitivo.

L’indomani per un “feedback molto positivo nei suoi confronti” vengo convocato per un colloquio vero e proprio; solo che va delineandosi la beffa che coinvolge me e tanti altri, qualcuno venuto per di più da molto lontano: ci ritroviamo in 23, uomini e donne per un colloquio di gruppo.

Lì, si svela l’arcano. Il posto da segretaria o magazziniere era lo specchietto per le allodole per poter avvicinare un numero alto di “candidati” ad essere futuri venditori e lasciamo stare gli eufemismi e le parole per farti prendere una pillola dolce. La verità è che quella pillola si è rivelata essere una dolorosa supposta.

Lestofanti che creano l’illusione nelle persone di aver realmente per un attimo creduto di aver potuto trovare lavoro così da potersi riscattare da una vita davvero dura in cui ti tolgono la dignità e ti umiliano al punto che non sai nemmeno più chi sei.

E sì, per quanto riguarda l’occupazione, qualcosa in questi anni deve essere per forza andato storto.
PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, L’ABUSO DI POTERE CONTINUA

PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, L’ABUSO DI POTERE CONTINUA

di Massimiliano DE ANGELIS

Acea, Hera, Iren e A2a, tutte aziende quotate in borsa, i cui azionisti rispondono a nomi tutt’altro che rassicuranti (come ad esempio Francesco Gaetano Caltagirone e la multinazionale francese Suez) riforniscono quindici milioni di persone e continuano a concentrare il controllo dell’acqua in poche mani attraverso la privatizzazione dell’acqua.

Ma poco conta questo, quello che fa pensare è il fatto che malgrado la privatizzazione di un bene prezioso come l’acqua, non si fanno interventi per evitare sprechi e perdite nelle linee idriche gestite da queste società.
Come al solito la regola è sempre la stessa: massimo rendimento con la minima spesa.
Il dettato del sistema privato, del capitalismo, della privatizzazione, del cosiddetto libero mercato.

Il voto referendario si era palesemente dichiarato CONTRO la privatizzazione quasi plebiscitariamente ma ci ha pensato questo governo burattino del neoliberismo con uno dei decreti Madia (anche se parzialmente bloccato dalla Consulta) del Parlamento e infine del Consiglio di Stato, di fatto hanno azzerato l’esito del voto POPOLARE che ha detto NO alla privatizzazione generando così un sistema che privatizza di continuo, un sistema che sta diventando sempre più predominante.

Un sistema che si ritiene libero di sprecare una risorsa che non è infinita e di far ricadere sempre solo su di noi il costo di tutto questo spreco e abuso.
Non a caso, il Blue Book di Utilitalia, dichiara che su 100 litri di acqua distribuiti, ben 39 si perdono per strada.
Oltre 1/3 di quanto è indotto nelle reti idriche, si perde.

Quindi, a nulla è valsa – come prevedevamo in tanti – la privatizzazione, specialmente per aver un buon servizio e una gestione che preveda interventi a salvaguardia di un simile bene, ma è logicamente servita solo ad effettuare un intenso sfruttamento e a continuare a generare e concentrare l’arricchimento di sole poche mani.
Il dramma vero è che è un processo in espansione continua, nel silenzio generale.

Tutti tacciono perchè se l’informazione spiegasse la situazione ad un popolo che ha votato NO con convinzione al referendum, qualche fastidio si genererebbe a questo sistema di potere.
Anzi, non si deve proprio sapere perchè questo è un processo che il governo italiano vuol far apparire come “normale“ agli occhi di tutta la popolazione con azioni non solo a livello di legiferazione parlamentare che vanno in senso contrario alla volontà popolare espressa col referendum, ma soprattutto non creando e non applicando una politica ambientale a tutto campo nel preservare un diritto fondamentale alla vita come lo è l’acqua.

Il solo fatto che ogni anno si riparano solo 8,3 metri di tubature per chilometro dice tutto, tant’è che è stato stimato che per sostituirla interamente ci vorrebbero due secoli e mezzo.
Nessuna azienza che faccia profitto mediante la privatizzazione attraverso l’erogazione e con la gestione dell’acqua, può avere interesse a questi interventi.
La privatizzazione serve dunque solo allo sfruttamento intensivo ed estensivo delle risorse di una nazione.

Eppure si potrebbe fare moltissimo per evitare un’altra catastrofe da qui ai prossimi 20-30 anni ma anche evitare quanto sperimentiamo di continuo nel presente.
A partire dagli investimenti di impianto per riparare e per evitare gli sprechi e imponendo una politica dei consumi in agricoltura dove le nuove tecniche di irrigazione a goccia, ad esempio, abbasserebbero i consumi di svariate volte ma pure facendo in modo che ad esempio in Sicilia, dove ci sono molteplici invasi, l’acqua possa giungere alle case degli abitanti imponendosi alla mafia che ha tutto l’interesse affinché questo non avvenga.

Per non parlare del fatto che si dovrebbe limitare l’uso dei diserbanti in agricoltura responsabili della presenza dell’arsenico in falda in aggiunta ad una seria politica di gestione dei rifiuti in modo che non si debba più assistere alla drammatica realtà di discariche abusive a cielo aperto o, ancora peggio interrate, dove le falde acquifere ne escono completamente compromesse.

Altrettanto vale per quanto riguarda l’intervenire sulla miriade di scarichi illegali civili (pensiamo all’abusivismo edilizio in tal senso soprattutto al centro e al sud Italia) e industriali.

E non va trascurato nemmeno il problema della desertificazione che va invece affrontato quanto prima perchè già oggi, in Italia, una larga fetta di territorio ha subito la desertificazione anche a causa del continuo interrare i corsi d’acqua per costruire o come anche intervenire con una politica seria che impedisca i continui disboscamenti.

Non vale il discorso della eventuale scarsità di acqua nel nostro paese se pensiamo che a fronte di un consumo di circa 200 litri di essa per abitante ogni giorno, il solo fiume Po (per esempio) ha una portata media superiore di ben 8 volte, senza contare gli oltre 7000 km. quadrati di bacini lacustri, gli invasi e i laghi artificiali fino ad arrivare a tutti i corsi di acqua esistenti e ai ghiacciai alpini.

Il disegno dei governi in Italia, perfettamente in linea al modus operandi dei poteri neoliberisti, è come al solito quello di massimizzare i profitti ingenerando precarietà, incertezze e insicurezze profonde e quindi paure nella popolazione per arrivare a costringerla ad accettare come “normale” qualunque abuso e ricatto perciò anche prendere come normale dover pagare per un diritto fondamentale, inalienabile come l’acqua che dovrebbe essere GRATUITA per tutta la popolazione italiana.

A questo RICATTO non si sottraggono nel profitto tipico del sistema neoliberista, nemmeno i Comuni guidati da coloro che in Parlamento dovrebbero rappresentare l’opposizione.
Ad esempio a Pomezia, dove il sindaco del Movimento 5 stelle ha fatto installare in qualche piazza della città i distributori di acqua depurata che altro non è che l’acqua dell’acquedotto pometino e ci si ritrova al punto che non esiste più una fontanella pubblica GRATUITA. Infatti, l’acqua di questi distributori il sindaco la fa pagare 5 centesimi al litro più il costo di altri 5 euro per una scheda e sta a significare che si fanno affari d’oro sull’acqua, BENE COMUNE.
Ma questo sarebbe il nuovo, naturalmente.

Per ultimo, a questo discorso va aggiunto che l’interesse economico in Italia è anche quello di produrre ogni anno qualcosa come circa 7 miliardi di bottiglie di acqua mentre le società pagano cifre irrisorie per le concessioni e dove c’è tutto l’interesse delle società del packaging sche scaricano sulle spalle dell’ambiente e degli italiani, tutte le problematiche legate allo smaltimento dei rifiuti.

La posizione del MovES va in senso contrario allo status quo imposto, ribadendo il concetto che l’acqua è un bene comune, sociale, fondamentale, inalienabile e necessario per la vita stessa.
Respingiamo perciò il concetto di sfruttamento e controllo dell’acqua.
Respingiamo che si faccia profitto da un bene di primissima necessità quale è l’acqua per ogni essere vivente.

L’acqua è un diritto inalienabile ma che lo Stato sta cedendo ad aziende che via via si espandono nel controllo e quindi presto potranno imporre qualunque costo che ognuno di noi accetterà se vuole sopravvivere.

Un diritto che va garantito sempre e comunque a fronte di uno Stato che oltre a sapere di neoliberismo oggi sa anche di regime totalitario.

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