IL MECCANISMO PERFETTO DEL CAPITALE FINANZIARIO

IL MECCANISMO PERFETTO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Buco nero finanziario

di Jean DE MILLE

Un meccanismo perverso e criminale, che permette al capitale finanziario di perseguire i propri interessi, di realizzare enormi profitti, di piegare alle proprie esigenze l’intera economia nazionale e con essa l’esistenza di milioni di persone.

Le banche speculano, privatizzano i guadagni, li rendono invisibili, e continuano in questo modo la loro attività, sistematicamente, finchè le dinamiche stesse della speculazione finanziaria e dell’occultamento di capitale producono una perdita, con conseguente erosione dei risparmi degli azionisti e dei correntisti.

Il fallimento di una banca non è un incidente di percorso, è parte integrante di una strategia a costo zero: quando una banca fallisce lo Stato è costretto a intervenire, a trasferire risorse pubbliche in favore degli istituti privati per evitare il tracollo complessivo dell’economia, legata in maniera ormai indissolubile al destino della finanza.

E il gioco si ripete, immutabile, e tornerà a ripetersi in una spirale devastante.

Recentemente il governo Gentiloni ha regalato la parte sana delle banche venete a Intesa San Paolo: la quale è stata “risarcita” del dono ricevuto con 5 miliardi di euro, prima tranche di quei 20 miliardi messi a disposizione per il salvataggio.
Sono cifre significative, anche per il bilancio di una nazione.

Sono risorse sottratte alla sanità, all’istruzione, alla previdenza sociale.

Sono letti in meno negli ospedali, sono cure negate, sono farmaci non rimborsabili: sono morti in più, una trascurabile variazione statistica di cui non si occuperanno gli economisti, e che non turberà il sonno degli squali della finanza e dei loro valletti seduti al governo e in parlamento.

Sono incentivi per l’occupazione che spariscono, sussidi per i poveri che vanno a farsi fottere, magari insieme agli stessi poveri, materiale di scarto delle nostre società fondate sulla disuguaglianza.

Ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio a partire dal fallimento della Lehman Brothers nel 2008, considerato da molti analisti come la causa principale della successiva recessione mondiale, mostra con chiarezza e con abbondanza di riscontri fattuali che il sistema non è riformabile.

Un sistema fondato sul dominio del capitale finanziario non potrà imporre vincoli a quello stesso capitale, sottoporlo a controlli ed a regolamentazioni: non ne ha la convenienza, né i mezzi, né l’opportunità.

I provvedimenti presi in favore delle banche, se ancora ci fosse bisogno di dimostrazioni, indicano la totale inutilità dei piccoli aggiustamenti di rotta, delle riforme di facciata che monopolizzano con la loro vacuità il dibattito quotidiano.

Ciò che occorre è una trasformazione radicale della struttura economica e della sua rappresentanza politica: tutto il resto, gli accordi elettorali, le alchimie di governo, non è che chiacchiera da bar ed elemento ingombrante di distrazione.

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

Alberto Bagnai

Il presente estratto è contenuto nell’articolo del Professor Alberto BAGNAI “Project Fear. Media e democrazia al tempo dell’euro“, pubblicato su MicroMega n.4/2017, pp.136-138

di Alberto BAGNAI

Premessa: la ripartizione fra redditi da lavoro (salari, stipendi) e da capitale (profitti, interessi, rendite) è un tema cruciale del dibattito politico.
Al capitale interessa aumentare la quota dei profitti sul reddito nazionale, al lavoro quella dei salari.
Questi interessi confliggono: chi vuole aumentare la quota dei profitti, in re ipsa vuole diminuire quella dei salari.

Il capitalismo funziona così.

La politica dovrebbe mediare democraticamente questo conflitto.
Non è un caso se la nostra Costituzione esordisce parlando di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”: una dichiarazione di metodo (democratico) e una presa di posizione (a tutela degli interessi dei più deboli, i lavoratori, ché i più forti a tutelarsi ci pensano da sé).
Perché parlare di queste ovvietà?
Perché prima di entrare nella “illogica” degli scenari a apocalittici di cui mi è stato chiesto di occuparmi, desidero riflettiate su chi ve la propone: i grandi media.
Oggi più di ieri questi sono espressioni di grandi concentrazioni di potere economico e finanziario.
In quanto tali, legittimamente difendono gli interessi di chi li finanzia.
Non c’è nulla di male, purché non lo si dimentichi.
Quando un giornale una televisione vi prospettano scenari nefasti, dovreste chiedermi se i vostri interessi coincidano con quelli dei loro proprietari.

La risposta è spesso negativa.

Quando un organo di stampa dei padroni (masters come li chiamava Adam Smith), deplora le conseguenze che un’uscita dall’euro avrebbe per i lavoratori, i casi sono due: o chi scrive non sa fare gli interessi della proprietà, e quindi è inattendibile perché incompetente; oppure li sa fare troppo bene, e quindi è inattendibile perché fornisce una rappresentazione della realtà tendenzialmente distorta.

La scienza economica scioglie questo dilemma.

Nel 1996 Rudiger Dornbusch metteva in guardia contro il populismo indicava nella moneta unica una panacea per i mali europei (1).
Era chiaro al liberista Dornbusch quanto è chiaro al progressista Streeck: l’euro non è solo una moneta.
Nessuna moneta è solo una moneta: ogni moneta è un’istituzione figlia dei rapporti di forza prevalenti e funzionale a una certa distribuzione del reddito.

La moneta unica altera gli equilibri fra capitale e lavoro in vari modi.

Il più immediato è che, in caso di crisi mondiale, il calo delle esportazioni non viene ammortizzato dal normale meccanismo della flessibilità del cambio.
Se il cambio è rigido, quelli che devono flettersi, per rendere più convenienti beni nazionali, rianimando i fatturati delle imprese, sono i salari.
Nessuno accetta volentieri tagli di stipendio: il lavoratore quindi va reso più ricattabile, mandandolo a spasso (l’austerità a questo serve: ad aumentare la disoccupazione) e indebolendo le sue tutele (a questo serve il job act).
Disoccupazione, precarietà e bassi redditi diventano così strutturale al sistema, con buona pace di chi, a sinistra, ripete la favola liberista secondo cui la moneta sarebbe solo un intermediario neutrale degli scambi, privo di effetti reali.
Pensate alla Grecia: l’euro ha permesso al potere centrale europeo, egemonizzato dai nostri fratelli tedeschi, di ricattare un paese chiudendo le sue banche.
Solo una moneta?
Ai bassi redditi di molti corrispondono i crescenti redditi di pochi, di quelli ai quali il gioco conviene, che poi sono quelli che controllano i media.
Il nostro mondo è una loro rappresentazione.
Questo, una volta agli intellettuali era chiaro.
Antonio Gramsci, il cervello al quale nel 1928 il regime “volle impedire di funzionare”, così si era espresso nel 1916 a proposito del giornalismo:
tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice“. (3) Il 1916 non è poi così distante…
1. R. Dornbusch, “Euro Fantasies: Common Currency as Panacea”, Foreign Affairs, vol. 75, n.5, settembre-ottobre 1996.
2. W. Streeck, “Why the Euro divides Europe“, New Left Review, n. 95, settembre-ottobre 2015.
3. A. Gramsci, “Discorsi di stagione”, Avanti!, edizione piemontese, 22/12/1916 (citato da F. Maimone in L. Barra Caracciolo, “Capitalismo e fascismo: tra la marcia su Roma, il Sudamerica e la globalizzazione irenica“.
Micromega, Almanacco di Economia, 4/2017
Padoan avvelena anche te. Digli di smettere

Padoan avvelena anche te. Digli di smettere

Pier Carlo Padoan

di Massimo RIBAUDO

Ci ricordiamo quale era l’UNICO obiettivo dichiarato del Governo Gentiloni al momento del suo insediamento?
Ma certo che ce lo ricordiamo.

Approvare in Parlamento una legge elettorale ed eliminare finalmente la situazione paradossale di rappresentanti del Popolo eletti con legge incostituzionale, come da sentenza 1/2014 della Suprema Corte, che approvano – contro la stessa sentenza –  norme che sconvolgono l’intero ordinamento statale, assoggettandolo sempre più alle imposizioni del modello ordoliberista europeo guidato dalla Germania e dai suoi stati-satellite.

Viviamo in un regime giuridicamente illegittimo. Va sempre ricordato.

Ma non si parla mai, seriamente, di legge elettorale (se non con spot degni dei promo dell’Isola dei Famosi).

Si continua invece a voler smembrare lo Stato e renderlo totalmente preda della finanza europea e internazionale, promettendo una ripresa economica che sono ormai nove anni che non arriva e non arriverà mai.

Intanto assistiamo al tragico rito della presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) del Governo che come al solito verrà approvato grazie alla fiducia. Esso rappresenta la formulazione di tutte le linee guida della futura Legge di Stabilità.

Questa parola non è scelta a caso. Da quando si nomina “la stabilità” il Paese, in ogni suo settore, sia economico, politico, culturale, civile, non si muove. E’ morto.

Al di là della solita propaganda governativa i numeri positivi rappresentano un’entità marginale del quadro macroeconomico reale: i cittadini lo sanno benissimo e lo vivono nel loro quotidiano, mentre il numero delle persone che vivono un grave disagio economico e sociale continuano ad aumentare di anno in anno.

Il governo fa finta di credere, e soprattutto di far credere agli italiani, che una minima crescita del Pil nominale rappresenti un successo della sua politica completamente prona al modello imposto dalla Commissione Europea e dalla BCE. Un modello che, come ricordato da Mario Monti, vuole distruggere la domanda interna, per creare disoccupazione e quindi abbassare i salari. Lo ha detto pubblicamente. E questo Governo continua a rispettare questo principio criminale.

Intanto si stanno realizzando le condizioni perché il Meccanismo Europeo di Stabilità (il Fondo Salva Stati che salva solo le banche) diventi il nostro Fondo Monetario Europeo e istituzionalizzi la Troika come unico ente sovrano sui bilanci degli Stati.

Perché ho parlato di rito, quasi senza alcun senso, di tragedia della democrazia e della sovranità costituzionale dello Stato italiano?

Ce lo dice il Ministro proprio nella premessa del suo documento: “l’obiettivo prioritario del Governo – e della politica di bilancio delineata nel DEF – resta quello di innalzare stabilmente, la crescita e l’occupazione, nel rispetto della sostenibilità delle finanze pubbliche”.

E’ ovvio che premessa e conclusione si escludono a vicenda.

Come vorrebbe realizzare l’impossibile, il nostro Ministro dell’Economia?

Vediamo il primo elemento.

“Una Pubblica Amministrazione più efficiente, semplice e digitale, parsimoniosa e trasparente”.

“Parsimoniosa”.

Il Governo continua ad adottare il dogma della cosiddetta “austerità espansiva” che ha causato la più grande crisi del debito privato dai primi del ‘900 al oggi.

Lo ripeto: la crisi è determinata dal debito privato (esempio semplice: se non puoi curarti gratis, dovrai spendere il tuo reddito per farlo), dalla mancanza di risorse nelle famiglie, dalla scarsità di domanda, dalla disoccupazione endemica alla quale si vuole far fronte con piccoli oboli elettorali.

Cosa vuol fare questa “parsimoniosa” amministrazione a fronte di quanto ha scritto Claudia Marin su Quotidiano.net?
Oltre un milione di dipendenti pubblici andrà in pensione nei prossimi 9-10 anni. E se spostiamo l’orizzonte a 15 anni le uscite supereranno il milione e 600mila. In pratica, in assenza di adeguato ricambio, di cui questo Governo chiaramente non parla mai, assisteremo a un vero dimezzamento degli attuali organici della Pubblica amministrazione, che sono già fortemente sottodimensionati (significa che i cittadini devono pagare privatamente più assistenza, più consulenti, più medici, più avvocati, più commercialisti, e non potersi fornire dei servizi pubblici).

E questo è un altro grave motivo di crisi.

Ma per carità, lo Stato deve sparire, e non se ne parli più.

Secondo l’assurda narrazione dei teorici della bontà delle politiche di austerity, le politiche di taglio della spesa pubblica alimenterebbero la crescita.

Meno lavoro, meno soldi, più crescita!

Siamo proprio nella neolingua di Orwell.

Per arrivare a queste conclusioni si effettuano una serie di ipotesi irrealistiche sul comportamento dei consumatori e degli imprenditori secondo le quali una riduzione della spesa pubblica genererebbe aspettative di calo della pressione fiscale e dei tassi di interesse (questi sono già al minimo, voglio ricordarvi); e ciò, a sua volta, porterebbe a una revisione dei piani di spesa delle famiglie e delle imprese tale da imprimere un incremento alla spesa per beni di consumo e investimenti produttivi. Da qui l’aumento del Pil.

Tranquilli: non è mai avvenuto.

È sulla base di simili congetture che molti economisti e numerosi istituti di ricerca hanno effettuato previsioni di crescita anche in Paesi in cui erano in atto severe politiche di austerità, decretandone la completa rovina. Così in Grecia, come in Portogallo, in Finlandia e in Italia, appunto.

A cosa ha portato questa favola, questo falso storico?

Alla più grave crisi occidentale, dalla quale non possiamo uscire.
E cosa fa il Governo per uscirne? Inietta ancora più veleno nel sistema. Perché questi sono gli ordini.

Pier Carlo Padoan è felice di iniettare questo veleno.

Ecco le sue parole nell’audizione del 19 aprile al Senato: “Una inversione della politica di consolidamento sarebbe controproducente”, sarebbe “una scelta rovinosa per il Paese di cui pagherebbero le conseguenze soprattutto i ceti più deboli”.

A questo punto si deve citare uno degli autori che meglio ha illustrato la dinamica dello Stato consolidato alle quali queste linee guida governative aderiscono in modo totale e servile.

Mi riferisco al fondamentale saggio di Wolfgang Streeck, “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”.

Il noto e autorevole sociologo e storico dell’economia, Presidente emerito dell’Istituto Max Planck per le Scienze sociali di Colonia, sottolinea il passaggio dallo “stato fiscale”, dipendente e responsabile di fronte ai cittadini per il proprio finanziamento, allo “stato indebitato”, dipendente e responsabile di fronte ai propri potentissimi creditori (le banche d’affari internazionali e le loro “società di recupero crediti”), e infine allo “stato consolidato”, caratterizzato dal deficit democratico delle decisioni prese solo dall’Unione Europea e da soluzioni autoritarie per la repressione dei conflitti sociali.

Il potere dei possessori del debito, banche e fondi finanziari risulta proprio confermato dalla gestione della crisi del 2008, che è stata affrontata trasferendo risorse dei contribuenti a istituzioni finanziarie che avevano versato relativamente poco in termini di tasse e che avevano estratto consistenti rendite dalla proprietà di titoli di stato: se quindi c’è un problema di eccessiva spesa pubblica, essa è dovuta a un difetto di democrazia, non a un suo eccesso.

I costi della crisi sono stati scaricati sulla gran parte dei cittadini, in modo da evitare le ire dei “mercati”, ovvero degli stessi possessori del debito degli stati.

Ecco perchè “privatizzare” significa di fatto continuare a finanziarizzare il sistema pubblico, e creare ancora più deficit.

Per Streeck, in questo quadro, nella “diplomazia finanziaria internazionale”, il sostegno internazionale a uno stato debitore diventa un “atto di solidarietà” ai suoi creditori e al ceto superiore dello stato debitore (i maggiordomi governativi delle istituzioni europee), che trae anch’esso benefici dalle politiche di austerità.

Altro che tutelare “i ceti più deboli”.

E arriviamo, quindi, alla seconda “soluzione”, che è il secondo potentissimo veleno, che il Governo vuole propinare alla nostra economia e al sistema Paese.

LE PRIVATIZZAZIONI.

Non sono ancora sicuri di nulla, non dicono ancora qualcosa di chiaro sul futuro riassetto della Cassa Depositi e Prestiti e di Poste Italiane (le sedi più importanti degli investimenti pubblici e del risparmio degli italiani), ma il Governo lancia continui segnali di “amorosi sensi” al “business environment”, gli investitori esteri che potranno entrare direttamente nelle stanze dei bottoni degli ultimi promotori di politica economica pubblica che ancora non sono loro prede.

Coloro che stanno arricchendosi con il modello che sta strangolando ogni giorno di più la Grecia dovrebbero essere quelli che salveranno l’Italia?

Svendere quote azionarie, e quindi finanziarizzare, e quindi far entrare capitale privato estero nel nostro principale motore di controllo dello sviluppo economico pubblico significa soltanto assoggettarci in modo completo al volere di quelle istituzioni finanziarie e politiche che compongono il modello ordoliberista europeo che è l’esecutore materiale di un processo continuo di colonizzazione degli Stati del Sud Europa.

Quindi il Def e la futura Legge di Stabilità andrebbero letti esclusivamente come Decreti di Protettorato sull’Italia.

Sempre più italiani stanno comprendendo questo, nonostante il maquillage che subdolamente il Governo fornisce in qualche legge di sussidio temporaneo e insufficiente a riconsegnare fiducia ai cittadini e un orizzonte futuro a famiglie, lavoratori, disoccupati e giovani.

Quindi, credo che questa continua iniezione di veleno finirà. Sempre che ci facciano votare, un giorno.

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