DIRIGENTE SCOLASTICO, IL RE DI TUTTI I RE!

DIRIGENTE SCOLASTICO, IL RE DI TUTTI I RE!

 

di Laura BASSANETTIComitato Scuola Pubblica di Paderno Dugnano

Bonus valorizzazione, ricatti e iniquità e lui, il DIRIGENTE SCOLASTICO, il re di tutti i re!

L’hanno strillato i titoli di qualche giornale: gli insegnanti che definiscono il proprio Preside “sceriffo” e che sostengono che in Italia si viene “deportati” in altre regioni per lavorare a Scuola non sono educatori, non sono degni della professione di docente!
Parola di Valeria Fedeli, Ministro forse animata solamente dal valido (?) intento di ristabilire un po’ di decoro e di disciplina in queste disorganizzate Scuole, in questi Plessi democratici, in questi Istituti sindacalizzati, orrore.
Che poi forse purtroppo non lo sono neanche tutti!

Il re é il re, ma gli insegnanti italiani non sono stupidi: il Re é nudo !
Conosciamo la retorica del rispetto e delle regole e la sua apparente inattaccabilità, anzi, si tratta di un concetto rassicurante: tutti sentendolo citare pensano a Tata Lucia e al suo sorriso Durbans, alla sua divisa che ci fa ripensare all’abito naftalinato di nostra nonna, all’infanzia come porto sicuro (e “stretto”) tra confini e ruoli definitissimi.

Dall’indottrinamento sul “rispetto delle regole” al dare valore all’obbedienza acritica e alla gerarchia il passo, ci chiediamo, quanto é breve?
Ed é così strana la sensazione di sospetto nei confronti dell’insistenza o la quasi ossessione della vulgata attuale per l’obbedienza e il legalismo?

Ci sono (crediamo non molti) insegnanti che in alcuni casi ritengono di dover richiamare all’ordine i loro colleghi: “non si parla male del Ministro, noi siamo docenti!”
In questa frase si intravede la volontà di mantenere attuale la cultura dell’autoritarismo, secondo la quale il maestro é funzionario dello Stato e tutore dell’ordine, e se qualcosa di questa idea é corretto il rischio di questa tendenza é variabile e riguarda forse i docenti più che i discenti.

Siamo docenti, cioè dobbiamo trasmettere la compostezza, che non si delegittima l’autorità e che non ci si arrabbia con coloro che ci impongono un certo modo di vivere.

Un’estremizzazione dell’idea di “ruolo”, infatti, implica che ce ne sia sempre uno gerarchicamente superiore non discutibile a prescindere dalla correttezza delle sue scelte e azioni e, mi chiedo, come questa si pone nel momento in cui la società modernizzandosi propone o ricerca ruoli più fluidi?

Donne con ruoli diversi da quelli tradizionali, per esempio, padri con ruoli di madri, nonni con ruolo di genitori?
Il tarlo del dubbio insiste: entro i confini delle “regole”, come insinuare che l’obbedienza non é più una virtù, forse, invece, qui é più facile sponsorizzare il principio dell’azione-controreazione: infatti, chi l’ha detto, uno dei più grandi educatori della storia italiana, é finito al confino!

Come solleticare la dignità delle persone per cui: quando l’ingiustizia diventa legge, la disobbedienza diventa dovere?

L’educazione massiva non tanto al “rispetto delle regole” che dovrebbe essere visto come un concetto naturale e che si può insegnare banalmente attraverso un approccio anarchico e libertario, ma alla stigmatizzazione continua del ruolo di “capo” viene da pensare che non sia diretta solo a studenti, ma anche AI LAVORATORI e che si voglia far normare il rapporto tra dirigente e scolastico e sottoposti secondo alcune idee applicate rigidamente.

Se non si può contestare e discutere il Dirigente Scolastico – ora molti diranno che lo si può fare secondo gli strumenti predisposti dalla Democrazia e dal diritto: esempio, mozioni al Collegio docenti, modifiche ai regolamenti eccetera, peccato che il ricatto del PRECARIATO renda tutte queste formule totalmente vane, e le leggi che sostengono il lavoro a termine non saranno mai modificabili secondo una semplice mozione d’ordine – si lascia libertà all’esercizio dell’arbitrio.

Sembra, per dire, che siano molte le Scuole (anche a Paderno ce ne sono) dove é stato presentato senza discuterlo prima (guarda caso, durante le ferie estive) il regolamento dell’attività del Collegio Docenti.

Di questi tempi la burocratizzazione dell’organismo di base della democrazia scolastica può trasformarsi in un arma impropria per zittire i dissidenti rispetto alle idee del Preside-Manager (ops…), se il tutto avviene in un ambiente che coltiva coscienziosamente la “cultura dell’assenso assoluto” chi lotta nel suo posto di lavoro per una Scuola diversa non ha vita facile, non si sa se per caso o perché da fastidio (meditate gente…)

Come Comitato per la Scuola pubblica, a fianco dei lavoratori che non temono di dichiararlo apertamente, esprimiamo la nostra ferma contrarietà altresì all’introduzione del dispositivo premiale nelle scuole, altro strumento antidemocratico di sfruttamento dei dipendenti e di delegittimazione della rappresentanza sindacale che introduce tra i docenti una dinamica di competizione, sul modello del premio aziendale di produttività, totalmente inadeguata al contesto della scuola e alle sue finalità.

Anche il tentativo di condivisione di criteri di valutazione volti a valorizzare il lavoro quotidiano di cooperazione tra colleghi viene sempre nei fatti vanificato dalla compilazione di una graduatoria che quantifica e differenzia il contributo di ciascuna e ciascuno in base al giudizio del/della dirigente.

Crediamo si possa riscontrare l’effetto di disgregazione che inizia a prodursi nelle comunità scolastiche a seguito di ciò, in contrasto con il principio della collaborazione e della collegialità che dovrebbe regolarne le attività.

L’opposizione all’utilizzo del bonus è al tempo stesso la denuncia dell’utilizzo ideologico e propagandistico di queste risorse economiche (a cui va aggiunto il bonus dei 500 euro) che andrebbero immediatamente destinate al rinnovo contrattuale, come parziale risarcimento del blocco pluriennale degli stipendi.

Non vogliamo insegnanti asserviti, acritici e “meritevoli” e non vogliamo presidi-manager che distribuiscano premi, né la degradante concorrenza tra docenti per una misera integrazione salariale

Vogliamo un aumento della paga base per tutte e tutti, che ponga fine alla progressiva erosione delle retribuzioni e restituisca dignità al lavoro degli e delle insegnanti della scuola pubblica.

E ALLORA TAGLIAMO LA SCUOLA

E ALLORA TAGLIAMO LA SCUOLA

 

di Claudia PEPE

Questa è l’estate torrida della Scuola Italiana. Siamo passati in poco tempo dal liceo breve all’innalzamento dell’obbligatorietà scolastica, dall’abolizione di un anno delle medie e, a pochi giorni dall’inizio delle attività scolastiche, si conclude in bellezza con questo editto: “Bocciature “abolite” per decreto alle elementari e medie, nuovi esami e test Invalsi rivoluzionati in terza media.”

Il nostro governo evidentemente pensa che per affrontare il grave problema della dispersione scolastica basterà non bocciare più, accorciare i tempi di studio e rimettere gli insegnanti in un angolo senza possibilità decisionale. Praticamente, i docenti non conteranno più nulla.

Un gran colpo di coda del Ministero all’Istruzione (?) per farci capire che di tutte le nostre conoscenze, del nostro sapere, della nostra professione, rimarranno solo moduli da formulare, corsi di aggiornamento, registri elettronici e soprattutto dovremo chinare il capo.

Repubblica cita: “Nei casi di promozione “agevolata”, le scuole dovranno attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento”.

Da quando insegno, strategie per il miglioramento le ho sempre attivate e non solo in procinto di una bocciatura, ma in itinere, quando incominci a capire i disagi, le problematiche, quando vedi dei ragazzini che incespicano. Noi tutti insegnanti usiamo il recupero come strumento di insegnamento, ma non solo quello. Ci sono moltissimi metodi che viviamo in classe. Ma questo forse non interessa a chi nella Scuola non vive, ma manovra nelle stanze del potere il nostro lavoro.

Naturalmente in questa torrida estate per la Scuola pubblica, non si è parlato del rinnovo del contratto, di un aumento salariale che non fosse il costo di un caffè, e soprattutto non hanno fatto caso, dell’annullamento di principi costituzionali che sono tra i fondamentali della nostra società.
Parlo dell’art.33 che recita: ”L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”

Leggiamo le parole del sottosegretario all’Istruzione dott.ssa Angela D’Onghia: “La sperimentazione del diploma delle scuole superiori in 4 anni può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato. Ma perché non esaminare l’intero percorso scolastico degli otto anni rimodulandolo nella sua interezza e semmai modificando il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni?”

‘Tagliamo’ sembra la parola d’ordine del nostro Ministero: tagliamo tutto, tagliamo il tempo della maturazione, dell’elaborazione, della sperimentazione.
Tagliamo il tempo a questi ragazzi, tanto chi se ne frega di loro, a chi importa se i nostri ragazzi arriveranno a sfidare il mondo senza saper leggere un contratto di lavoro se la vita sarà benevola con loro.
Tagliamo classi, insegnanti.
Tagliamo e aggiungiamo ignoranza.

Queste sono prove di regime, perché se non si educa un popolo, sappiamo che le conseguenze saranno gravissime. Ma sembra che questo, per le poltrone del MIUR, non rappresenti un problema.

La Scuola pubblica la stanno frantumando in mille pezzi di tessere di partito, in una negligenza intellettuale che mieterà vittime che porteranno il nome della non cultura. E saremo noi insegnanti a dover spiegare ai nostri ragazzi che studiare è giusto, anche quando vedranno ragazzi che l’impegno lo hanno regalato ad una vita già buttata nel cestino.

Dovremo noi insegnanti spiegare l’importanza del fallimento, dei no, delle cadute e quanto sono utili per rialzarsi con più slancio. Saremo noi insegnanti a dover spiegare l’importanza del sacrificio, il senso della responsabilità, il senso della vita.

Come possiamo pensare a tagliare il tempo a ragazzi disabili che devono trovare nel tempo e con cura la loro possibilità di crescere e di migliorare?

Abbiamo bisogno di tenere i ragazzi a scuola di più, sostenere il tempo pieno, l’autonomia scolastica, il sostegno per le disabilità, aumentare le attività e gli approfondimenti, aver i docenti il primo giorno di scuola, gli edifici sicuri e mille altre cose.

Così facendo, creeremo una generazione che verrà stritolata dalla realtà della vita.

Sarà la fine della Scuola come luogo di formazione culturale, e con un piccolo sforzo riformatore, alla fine dell’anno si riuniranno gli studenti per bocciare i professori.

Siamo un paese alla frutta per quanto riguarda l’istruzione, e con questa buffonata stanno dichiarando che andare a scuola è una perdita di tempo.

Povera Italia un tempo fucina di scienze e cultura.
Povera Italia in mano all’ignoranza.
Povera Italia che ammazza la Scuola pubblica.
Povera Italia e poveri ragazzi a cui stanno negando la possibilità di crescere e di diventare cittadini con una consapevolezza civile e sociale.

ALLA NOSTRA MINISTRA ALL’ISTRUZIONE

ALLA NOSTRA MINISTRA ALL’ISTRUZIONE

di Ermanna MASIA

Cara Signora Fedeli, sono un’insegnante, ha presente?
Una di quelli che vengono massacrati dall’opinione pubblica, una di quelli che sono antipatici a tutti, una di quelli che secondo alcuni sono responsabili: dell’impreparazione degli studenti, della dispersione scolastica, dell’incapacità ad affrontare le sfide del mondo contemporaneo, dell’inadeguatezza dei ragazzi, della crisi del mondo del lavoro e… del buco nell’ozono, e della crisi economica mondiale…

Sono una di quella platea di poveri cristi martoriati ogni giorno, soprattutto sul web (vede? Qualcuno di noi sa cosa sia…), da genitori, giornalisti, pseudo psicologi, opinionisti, politici dell’ultim’ora, e anche della prima…

Io glielo confesso, con franchezza, cara Signora, comincio davvero a non poterne più…
Sarà anche vero che questa è stata l’estate più calda da decenni ma, è altrettanto vero che si è diffuso come non mai il virus dell’insulta/insegnante (ha per caso un vaccino anche per questo?)

Lei, però, ci dovrebbe difendere, dovrebbe rappresentarci tutti, dovrebbe aver sposato le nostre istanze, dovrebbe conoscere le peculiarità del nostro lavoro, lei era una sindacalista, possibile che gli unici a sostenerci, almeno a parole, siano soltanto quelli che fanno le assemblee nella mia scuola?
Io mi aspettavo che lo facesse anche lei, invece…

Ogni giorno, soprattutto in questi ultimi, ci regala staffilate mortali, come fa a non rendersene conto?
Non siamo impermeabili a tutto…

Abbiamo dovuto sopportare la “Buona scuola”, che ha provocato soltanto danni incredibili.
Poi a bocce ferme, e scuole chiuse: prima i vaccini, poi l’abbreviazione del corso di studi, infine questa elemosina che ci vorreste dare, spacciandola come aumento dopo quasi nove anni.

Come fa a non rendersi conto che sia una miseria, che per di più non vuole dare neanche tutti, me compresa poiché … non albergo tra i docenti “meritevoli”.

Perché sa, Signora, io faccio l’insegnante, vado in classe ogni giorno, tutti i giorni, lì trovo i “miei” ragazzi che mi aspettano, con i quali mi confronto costantemente, ai quali cerco di dare il massimo, sempre, ai quali insegno non solo le mie discipline ma anche a costruirsi un’autonomia di giudizio, capacità critiche, o linguistiche.
Insomma tutto ciò che posso per farli diventare domani cittadini consapevoli, indipendenti e liberi.

E lo faccio da tanti anni, senza scuse, quando sono stanca, o preoccupata, quando a casa le cose vanno bene e quando non vanno, quando mi sento poco bene, quando sono adirata, quando sono serena, sempre con il sorriso sulle labbra e disposta a prenderli per mano ed aiutarli a crescere.

Perché è questo, sa, che facciamo: li aiutiamo a diventare grandi, cerchiamo di fare in modo che tutti si sentano a loro agio, li aiutiamo sì ma non senza rigore quando serve, perché la vita sarà dura con loro ed è uno dei nostri compiti far sì che lo imparino presto.

E non solo…facciamo anche gli psicologi, ci rapportiamo con loro a seconda delle fragilità, delle loro esigenze, delle loro difficoltà. E la sa una cosa? E’ l’esperienza che ci guida in questo percorso, non c’è corso, non esiste aggiornamento che possa insegnarti come gestire le situazioni delicate, le personalità differenti, le crisi, i problemi. 

Ma lo facciamo sempre, in tanti, tantissimi, certo non tutti, questo glielo concedo, ma di sicuro non sono le indicazioni che vengono dal Ministero, utili ad individuare chi sia serio e chi no.
Anzi, mi spingo anche oltre, i criteri che voi (Ministero) avete individuati, paradossalmente sono riferiti a chi in classe entra poco, con una scusa o con l’altra, chi fa altro, chi segue l’aspetto progettuale collaterale al nostro lavoro, che NON significa certo, mi creda, essere un buon insegnante.

Oggi poi, come ciliegina sulla torta (ecco il perché di questo sfogo) ci dice che servono insegnanti “preparati”.  Eddai Signora, la prego…chi potrebbe prepararci, o chi potrebbe riconoscere quelli tra noi che lo sono?

Eppure glielo abbiamo detto in tutti i modi che non funzionavano i criteri sin qui adottati, le abbiamo spiegato, in tutti i modi, che era una sciocchezza il “comitato di valutazione”, ed anche che il nostro è sempre stato un sistema di istruzione eccellente, che ha forgiato menti brillantissim, premi Nobel in tutti i settori, sistema che tutti ci hanno invidiato e copiato.

Perché vuole distruggere anche quel po’ che resta di buono, direi di ottimo?
Perché, oltre a questo, anche fomentare divisioni e malumori, frammentazioni, e rivalità?
Perché non gratificare, come ha fatto in più occasioni, ma solo a parole, una professione così vitale per il futuro di questo paese?

Non chiediamo, certo, che di colpo adegui agli altri paesi europei i nostri stipendi, ma neppure che aumenti di 30.000€ medi quello dei dirigenti, questo alimenterebbe tensioni che già esistono.

E questo non fa bene alla scuola che lei rappresenta, non fa bene a noi che ci viviamo.
Tutto questo distrugge, è dannoso, tutto questo esaspera, alimenta il malumore che è già diffuso.

Mi creda signora, veda di cambiare rotta perché…noi siamo davvero stanchi, molto, troppo stanchi di sopportare, di tacere, di subire in silenzio…

CARA MINISTRA FEDELI, ANCHE CHI NON È CAPACE DI GOVERNARE DEVE ACCOMODARSI ALTROVE!

CARA MINISTRA FEDELI, ANCHE CHI NON È CAPACE DI GOVERNARE DEVE ACCOMODARSI ALTROVE!

di Claudia PEPE

La nostra Ministra dell’Istruzione, l’onorevole Valeria Fedeli, in un’intervista rilasciata a Sussidario.net, ha ribadito che: “L’inamovibilità dei docenti, non può più essere un alibi a fronte dell’incapacità”. “Chi non è in grado di insegnare, deve accomodarsi altrove.” “Una società in profonda trasformazione economica ha bisogno di docenti qualificati che si aggiornano costantemente, che utilizzano nuove tecnologie per costruire una scuola che include non solo quelli che già ce la fanno, ma anche chi rimane indietro, prima che questo avvenga. Servono docenti così preparati da venire incontro a tutti. Altrimenti – conclude il Ministro – non ce la facciamo”.

Io sono nella Scuola pubblica da parecchi anni e devo dire che di insegnanti da rimuovere ce ne sono. Ma li posso contare sulle dita di una mano.
Tutti gli insegnanti che ho conosciuto sono dei professionisti ineccepibili, aggiornati, attenti all’inclusione, all’integrazione, in continuo aggiornamento e lavoratori irreprensibili.

Ma in questa intervista della nostra Ministra, scorgo l’ennesimo attacco a noi docenti proprio da chi dovrebbe difenderci dopo tutte le umiliazioni strumentali che abbiamo subito in questi anni.

La Ministra dovrebbe sapere che non solo abbiamo subito false accuse, ma anche riforme fatte proprio da chi adesso giudica il nostro mandato.

Noi insegnanti prima di diventare tali, abbiamo conseguito la Laurea, abbiamo ulteriormente studiato per affrontare Concorsi ed abilitarci.

Chi c’era ad approvare la nostra preparazione, chi c’era a darci l’idoneità per diventare docenti? Chi si è inventato tutte le abilitazioni targate da sigle impossibili: SISS, PAS, TFA, tutte a pagamento, per poi sottoporci alla denigrazione continua e raggiungere lo scopo della distruzione della Scuola?

Non vorrei apparire schizzinosa ma vorrei lo stesso vocabolario e minacce subliminali nei confronti dei DS, di tutti i governi al potere non per mandato popolare, e per i Ministri all’Istruzione.

Non si può più concepire la pontificazione di persone che fino all’altro ieri non si sono mai occupati di Scuola, non sono mai stati insegnanti e soprattutto, non sono mai stati precari in una lista d’attesa che dura tutta la vita. Sempre con una vita in salita.

Basta, rivolgete lo sguardo altrove. Rivolgetelo a tutti i parlamentari che hanno fatto della loro residenza una poltrona, a tutti quelli che negli anni hanno cambiato casacca e bandiera ad ogni folata di vento, a chi non capisce la responsabilità dei propri ministeri.

Questo infierire in continuazione puzza di regime, sa di repressione nei confronti di docenti che non accettano a capo chino gli insulti e il fango a cui ogni giorno siamo sottoposti.
Insegnanti che esercitano una professione tra mille difficoltà, mal pagati, e malgrado tutto questo, fanno il loro dovere e in molti casi completamente gratis.
Terreno adatto per la facilitazione dei licenziamenti come già realizzato con il Job’s Act.

In questi giorni la Ministra ha parlato in contemporanea di: accorciare il tempo scuola, innalzare l’obbligo scolastico fino a 18 anni e di raddoppiarci lo stipendio.
Ora: licenziare gli insegnanti abilitati dallo Stato è un ossimoro.

Penso ci sia della confusione, perlomeno da parte di una persona che è stata sindacalista della CGIL, che dovrebbe occuparsi dei lavoratori, e non demonizzarli senza avere un’adeguata preparazione.
I lavoratori tessili non sono insegnanti, cara Ministra, e lei dovrebbe studiare la Storia, la Costituzione, il nostro trascorso e, soprattutto entrare in una classe.

Basta convegni, basta interviste, faccia la nostra vita per una settimana non di più, e poi, capirà finalmente chi sono gli insegnanti.

Vanno “stanati” anche i politici che creano sono un “debito pubblico” e non migliorano la vita ai cittadini che continuano avere salassi da tutte le parte per la loro incapacità.

Più inamovibile dei politici non esiste nessuno in Italia e noi docenti subiamo come muli da addomesticare tutte le vostre incompetenze.

Sarebbe cosa buona e giusta, “stanare” anche politici e addetti ai ministeri che danno manforte e carta bianca a questa categoria. Non riesumiamo la Santa Inquisizione, ormai siamo ipnotizzati da tanta mediocrità.

Noi insegnanti della Scuola Pubblica Costituzionale vogliamo solo insegnare e insegnare bene.
Vogliamo che non si passi più il messaggio della nostra inadempienza e della nostra mancanza al lavoro che abbiamo scelto e non inganneremo mai.

Sigmund Freud diceva: ”I mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo.” Non ha parlato di Ministri e soprattutto di Ministri dell’Istruzione. E di lui ci si può fidare.

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

di Matteo SAUDINO

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico.

Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.

Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi.

Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona.
Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica.

La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.

La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.

Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8 paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).

In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento dei quell’idea di scuola democratica, ormai incompatibile, con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.

Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.

In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie.

La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale.

Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva.

E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo.

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e delle vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa.

Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.

Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente.

Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.

Un albero per crescere necessità di tempo.
L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo.
La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo.
Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo.
La bellezza necessita di tempo.
Per essere felici ci vuole tempo.

La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

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