OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

Olivetti, negozio

da Pandorarivista.it

Il 4 agosto 1932 Adriano Olivetti trasforma la “Ing. C. Olivetti & C.” di Ivrea, nella società Olivetti di cui diviene prima direttore generale e poi presidente.

L’azienda, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, era stata fondata nel 1908 dal padre Camillo, imprenditore di idee socialiste ed oppositore del fascismo (Nel ’26 era stato, insieme a Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e al giovane Adriano, tra gli organizzatori dell’espatrio clandestino di Turati).

Durante la direzione di Adriano, la Olivetti divenne una delle più importanti eccellenze del capitalismo italiano, arrivando a produrre il primo calcolatore completamente a transistor, l’Elea 9003, nonché il primo calcolatore personale, progenitore dei personal computer.

Ma la Olivetti fu anche un luogo in cui venivano sperimentate filosofie di gestione aziendale nuove e innovative per l’epoca, nel tentativo di coniugare profitto, benessere dei lavoratori e utilità sociale dell’impresa.

I dipendenti ricevevano salari più alti della media e godevano di servizi ulteriori. L’azienda assumeva anche artisti, filosofi, scrittori, disegnatori e poeti e prestò sempre grande attenzione alle discipline architettoniche, urbanistiche e sociologiche, divenendo anche un importante centro di elaborazione intellettuale.

Vennero sperimentate nuove forme di contrattazione aziendale.

Fra le imprese private (l’unico altro caso è quello delle partecipate statali) fu infatti solo l’Olivetti che si interessò alle funzioni specifiche per ciascun dipendente e ai problemi posti dai rappresentanti dei lavoratori, nei cui confronti vigeva, da parte dei dirigenti, un profondo rispetto, poiché questi vedevano nella conflittualità un elemento fisiologico.

A tale riguardo si può ricordare come l’azienda difese i posti di lavoro nel 1964, applicando una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, in modo da non perdere nessun dipendente, accompagnata da un’integrazione tramite la Cassa Integrazione Guadagni ordinaria.

Purtroppo con la prematura morte di Adriano Olivetti, avvenuta nel 1960 e seguita un anno dopo da quella di Mario Tchou, geniale ingegnere alla guida della pionieristica Divisione Elettronica, emersero le difficoltà dell’azienda, soprattutto per via di un capitalismo privato non in grado di poter gestire un colosso che si collocava sulla frontiera dell’innovazione, cosa che implicava tutta una serie di rischi.

Poco dopo la morte di Olivetti, infatti, entrarono nel capitale dell’azienda nuovi soci, Fiat, banca IMI, Centrale, Mediobanca e Pirelli, che non credevano nella nuova scommessa.

Come ebbe a dire Vittorio Valletta “ Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”, ad indicare gli enormi limiti del capitalismo privato italiano ad assumersi i rischi dell’innovazione.

Anche da parte del pubblico mancò sempre la consapevolezza di quanto i nuovi settori fossero strategici e dunque della necessità di sostenerne lo sviluppo con ingenti commesse pubbliche, come avveniva negli Stati Uniti e in altri paesi. Nel 1964 la Divisione Elettronica sarà venduta a General Electric.

Con la morte di Adriano Olivetti cessa la “fase eroica” di Olivetti, che cercherà di reinserirsi successivamente nel settore informatico e si dedicherà in seguito anche alla telefonia mobile.

Attualmente fa parte del gruppo Telecom Italia.

Resta però la memoria di un periodo incredibilmente innovativo, da cui bisognerebbe recuperare diverse lezioni e innumerevoli intuizioni su un modo innovativo di guardare ai rapporti tra impresa, lavoratori, territorio e società.

I CINESI E L’ISLAM

I CINESI E L’ISLAM

Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi

di Maria MORIGI

Non è uno scherzo, cari Radicali italiani, affrontare il tema degli Uyguri dell’ex-Turkestan sovietico, oggi Regione Autonoma dello Xinjang-Uyghur (RPC).

La notizia del fermo di Polizia a Roma di Dolkum Isa, Segretario generale del Congresso mondiale uyguro, la state usando come una clava, cioè come se fosse un atto di subalternità alle richieste cinesi… quando invece dovunque si controllano i sospetti di terrorismo internazionale (ed è proprio questo di cui stiamo parlando).

Il fermo è durato 3 ore e si è concluso con un semplice controllo: Dolkum Isa aveva tutte le carte a posto. Peccato che ha dovuto essere spostata la conferenza stampa.

Ma a me pare un po’ esagerato ipotizzare violenze ai diritti umani, complicità poliziesche e di nuovo innescare una serie di bufale sull’ abbietto ‘regime’ di Pechino verso le minoranze etniche e religiose.

Adesso, siccome sono pigra, qui vi incollo una riduzione del paragrafo “La normalizzazione difficile, le rivolte e la non interferenza” estrapolato per voi dal mio prossimo libro che si occupa del rapporto tra Religione e Stato in Cina:

“I Cinesi musulmani sono considerati una pedina importante nel migliorare i rapporti e gli scambi con i paesi arabi, dal momento che la crescente instabilità in Medio Oriente mette a repentaglio la politica energetica di Pechino e destabilizza alcuni dei principali mercati.

Dopo gli eccessi della Rivoluzione culturale, si riscontrano primi segni di ritorno ad una maggiore libertà religiosa, nel momento in cui ci si preoccupa di non compromettere le buone relazioni con i paesi islamici stranieri. Con la politica di liberalizzazione avviata da Deng Xiaoping nel terzo Plenum del Comitato Centrale del PCC nel dicembre del 1978 si apre una nuova epoca per i musulmani cinesi. Vengono immediatamente intrapresi importanti passi: riapertura moschee, ripristino di tutti i diritti dei leader musulmani condannati prima e durante la Rivoluzione culturale, ripresa ufficiale dei pellegrinaggi alla Mecca, sostegno alla ricerca islamica e ai programmi di studio, partecipazione di alcuni rappresentanti musulmani alla Terza Conferenza Mondiale sulla pace e le religioni.

I segni di rispetto si moltiplicano: sono promosse tradizioni alimentari con l’apertura di negozi e ristoranti specializzati in piatti halal, anche in treni, aerei, mense aziendali; i lavoratori musulmani hanno bonus speciali; ispettori vengono inviati ai macelli per verificare che le leggi islamiche siano rispettate nella macellazione degli animali; ai lavoratori è concesso il congedo per la celebrazione delle feste più importanti; l’elezione dei delegati musulmani è promosso a tutti i livelli.

Nell’ aprile 1980, l’Assemblea Nazionale islamica cinese (AIC) spiega gli obiettivi: creare un ponte tra il governo e membri della comunità islamica per l’attuazione di una politica religiosa aperta e tollerante. Sforzi che sfociano nella V Assemblea Nazionale di AIC.

Ma da agosto 1980 nello Xinjiang, si verificano movimenti di protesta contro la maggioranza Han, nuove organizzazioni anti-governative predicano la guerra santa per l’indipendenza in unione con i musulmani turchi. Nella primavera del 1988 le proteste esplodono in conflitti a favore dell’ autonomia e contro la nuova legislazione statale sul controllo delle nascite (che consente un massimo di tre figli agli impiegati statali delle minoranze, mentre per i non-statali non c’è alcun limite). Nonostante i discorsi delle autorità e la difesa proclamata del ‘principio di non interferenza’ negli affari interni della regione, movimenti di protesta e disordini continuano nel 1988-89 in varie città dello Xinjiang contro i test nucleari e le installazioni missilistiche nel Lop Nor (bacino del Tarim). Hanno il sostegno palese di agitatori sovvenzionati dai servizi segreti russi che ancora credono di poter rivendicare il controllo del ‘vecchio’ Turkestan orientale appartenuto ai Sovietici (estromessi dalla Rivoluzione maoista nel 1949).

Nel novembre 1988 sono chiamati a Pechino tutti i segretari generali AIC delle province e regioni autonome, insieme ai direttori dei seminari islamici, nel tentativo di sedare gli animi. Le parole d’ordine sono: rendere trasparente l’amministrazione democratica delle moschee, aumentare qualitativamente il livello dei seminari di formazione, facilitare ed incrementare l’autonomia finanziaria dell’AIC. Nel luglio del 1989, dopo l’intervento militare in piazza Tiananmen, l’intera dirigenza AIC si riunisce per ribadire il proprio sostegno alle posizioni di Deng Xiaoping: il sostegno è ideologico-politico e riguarda una migliore educazione patriottica dei giovani, cioè “distinguere giusto e sbagliato, mantenere la pace e l’unità del Paese per continuare ad aiutare il governo ad attuare la sua politica nei confronti delle minoranze e delle religioni”. Nel rafforzare l’unità tra il popolo e coscienziosamente adempiere agli obblighi dei credenti, l’AIC infatti segue le indicazioni del Partito per l’organizzazione delle professioni religiose e delle masse musulmane.

Nel marzo 1990 una campagna governativa supportata dai circoli religiosi musulmani viene lanciata contro il fondamentalismo islamico e contro le ‘forze ostili straniere’ che cercano di fare proseliti e di creare tensioni. La campagna contro il fanatismo islamico regionale ha il fine di mantenere l’ordine e la stabilità, sugli obiettivi di “amare la patria, osservare le leggi, contrastare il separatismo e salvaguardare l’unità nazionale, prevenire i tentativi di infiltrazione di nemici della patria che mettono a rischio l’unità nazionale e violano la legge e la disciplina”.

Ma sempre nel 1990 un gruppo di musulmani organizzati in Turkestan Islamic Party of East proclama la guerra santa per una repubblica indipendente. L’intervento della polizia nei pressi di Kashgar fa un centinaio di morti. Poi verranno gli arresti (6.000 secondo le cifre esagerate di Amnesty International), interrogatori ed esecuzioni, moschee e scuole chiuse. Una campagna è lanciata per convincere leader religiosi e fedeli musulmani ad opporsi al separatismo e tuttavia la regione dello Xinjiang e le altre implicate sono chiuse al turismo, generando a valanga una serie di ipotesi (da parte della stampa occidentale) sulla gravità dell’intervento repressivo governativo. Ma è da registrare quanto riportato dalla stampa cinese (1991) per cui nella regione autonoma del Xinjiang Uygur il sentimento religioso musulmano si sarebbe sempre più rafforzato nelle masse.

Una ‘febbre religiosa’ che si è manifestata nella rapida costruzione o negli ingrandimenti spettacolari di moschee e nella moltiplicazione delle scuole coraniche, tutte attività con ricadute positive su amministrazione, magistratura, educazione, famiglia e agricoltura (la famosa uva) sempre meglio meccanizzata.

Fino all’eccezionale allestimento del Xinjiang Regional Museum (Qu Bowuguan) di Urumqi che raccoglie ampie testimonianze e reperti provenienti da sepolture dell’area del Tarim: le famose mummie dal DNA caucasico (utilizzate impropriamente per la propaganda del separatismo uyguro) e documenti commerciali e religiosi, scritti in varie lingue di comunità non cinesi, che testimoniano il fertile scambio tra culture centroasiatiche e cultura cinese fin dagli albori degli scambi linguistici, culturali e di merci della Via della Seta, nel primi secoli d.C..

Al Museo di Urumqi le didascalie sono plurilingue: Cinese, Uyguro, Inglese, Arabo e Russo… tanto per essere precisi!

 

 

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

di Fulvio SCAGLIONE

La scorsa settimana (fine giugno, ndr) il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione.

Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere.

Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar.

Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare.

Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.

Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto.

Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

 

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Fonte: GLI OCCHI DELLA GUERRA

YEMEN: UN GENOCIDIO DI BOMBE E COLERA, CANCELLATO

YEMEN: UN GENOCIDIO DI BOMBE E COLERA, CANCELLATO

Yemen colera

di Ivana FABRIS

Quello che appare sempre più evidente è che le famose Primavere Arabe sono state il mezzo per destabilizzare i paesi del Medio Oriente che sono stati interessati per poterli infiltrare dall’ISIS e permettere all’Arabia Saudita e agli USA di assumerne il controllo anche a costo di guerre mostruose.

È il caso dello Yemen, un paese devastato da una guerra che sta falcidiando centinaia di migliaia di persone proprio causata dall’Arabia e che nessuno ricorda. Non c’è media ufficiale che dia visibilità a questa immane tragedia.

A differenza della Siria, la cui risonanza mediatica presumibilmente servirà a creare il consenso dell’opinione pubblica mondiale rispetto ai futuri sviluppi bellici relativi ad un intervento militare da parte delle forze NATO, lo Yemen è terra di nessuno, i suoi abitanti sono già fantasmi che popolano il pianeta e i suoi bambini neanche meritano di essere nominati.

I suoi bambini possono essere spazzati via come polvere grazie all’obnubilamento delle coscienze dei popoli del mondo a mezzo di un’informazione corrotta e prona ai signori della guerra.

Ci siamo in mezzo anche noi italiani a tutto questo, per l’appoggio che diamo all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti in questa guerra vergognosa mediante le bombe che fabbrichiamo e inviamo al fine di massacrare la popolazione inerme.

In tutto questo sconvolgente scenario, come logico che accada, proliferano anche le epidemie.

Le condizioni igienico-sanitarie sono spaventose e l’aggressione del colera, con un’epidemia definita la più grave nel mondo, sta portandosi via migliaia di vite di cui un terzo sono bambini.

La conta dei morti è impressionante e il colera ha la meglio su un popolo stremato e impotente a causa della follia imperialista di paesi per i quali le vite umane sono carta straccia.

Si parla tanto di pace, di costruire la pace ma resta sempre lettera morta, oggi più che mai prima nella storia proprio grazie alla crisi di ideali e di ribellione che il neoliberismo ha generato nel mondo occidentale.

Si parla tanto di invasione dei migranti ma anch’essi appartengono a quella pace e a quelle politiche di NON AGGRESSIONE e di NON SFRUTTAMENTO di terre e popoli che non verrà mai realizzata perchè le risorse dei paesi africani così come l’interesse geopolitico ed economico del Medio Oriente, sono troppo appetibili per un Occidente che deve il suo sviluppo e il suo benessere proprio all’impoverimento di altri popoli e altri territori.

È proprio da questo che dobbiamo partire per chiedere la Pace.

È dal volere che l’Italia non si sporchi più le mani del sangue degli innocenti uscendo dalla NATO che dobbiamo iniziare per avviare un percorso che ci veda protagonisti della costruzione di una Pace che non riguarda solo il Medio Oriente e l’Africa ma anche tutti noi.

ESSERE DI SINISTRA

ESSERE DI SINISTRA

Sinistra

di Giuseppe FIRINU

Cosa vuol dire essere di Sinistra?

Di questi tempi sembra difficile dirsi di sinistra, semplicemente perché la Sinistra ha smesso di fare la Sinistra svariati decenni fa, quando al rispetto dei principi fondamentali e tradizionali di Sinistra, al rimanerne fedeli, si preferì intraprendere la strada della scalata al potere, e si credette che per poter vincere le elezioni si dovesse obbligatoriamente inseguire l’elettorato di centro.

Per far ciò fu d’obbligo abbandonare via via i principi da sempre cari alla Sinistra, per ingraziarsi le simpatie degli elettori che non gradivano né parole come comunismo o socialismo, e neppure l’egualitarismo che rappresentava il fulcro delle Sinistre.

Fu Berlinguer il primo a concepire un distacco sempre più deciso dall’Unione Sovietica, e trasformare il suo PCI in un partito che fosse gradito in occidente, e con la scusa di mettere al riparo la democrazia italiana, sia da svolte autoritarie, sia dalla strategia della tensione, pilotata dai servizi segreti occidentali, si inventò il Compromesso Storico, svendendo il sicuro superamento del suo PCI ai danni della DC di Aldo Moro.

Fu così che il PCI del 1976, col 34,4% di voti alla Camera, iniziò il declino che portò nel 1990 il partito del lacrimoso Occhetto alla sua trasformazione in Partito Democratico della Sinistra, una nuova formazione politica riformista che apriva a componenti laiche e cattoliche, con un simbolo che riduceva la falce e martello in un tondino ai piedi di una grande quercia.

Più si rincorreva l’elettorato del centro, e più il Partito perdeva consensi, fino a giungere nel 1994 alla sconfitta elettorale col 20,4% di consensi.

Nel 1998 con la trasformazione in DS la falce e martello si trasformò in una bella rosa.

Nel 2001 i DS ottennero il 16,6% dei voti. Nel 2006 la coalizione denominata Ulivo, guidata da Prodi ottenne il 31,2% dei consensi e nel 2007 nacque il PD che nel 2013 sfiorò il 30%.

Il PD di Renzi ha finito di perdere ogni connotazione che poteva collocare questa forza a sinistra, col Jobs Act, che ha cancellato definitivamente l’Art. 18, la legge di stampo autoritario detta Buona Scuola, i forti tagli alla Sanità, la detassazione delle barche di lusso, i salvataggi delle Banche a lui vicine, la politica economica gradita a Confindustria, il tentativo di smantellamento del Senato, che avrebbe privato del voto il popolo per quel ramo del Parlamento, e gli innesti di interventi populistici, come i vari Bonus ai dipendenti pubblici, agli Insegnanti, ai Militari, ai giovani, a fronte di un rinnovo contrattuale disatteso da ben nove anni.

Renzi gode tuttora di grande fiducia popolare grazie a questa anomalia del suo partito che si colloca a Sinistra ma che attua una politica economico-sociale palesemente di destra perché neoliberista.

Quest’inganno operato nei confronti di un elettorato che si illude di votare a Sinistra votando PD, e che si sente appagato nel ritenersi rappresentato a livello governativo, sta producendo un vulnus gravissimo e difficile da sanare, perché si tramuta in una mancanza di fiducia nella parte dell’elettorato che si sente per contro orfana di un vero partito credibile e forte di Sinistra.

Sotto questo aspetto il Movimento 5Stelle, che sbandiera il suo essere oltre la Destra e la Sinistra, peggiora la situazione, facendo ritenere ad una grande fetta dell’elettorato che Destra e Sinistra siano due concezioni superate e svuotate di ogni significato.

In realtà l’egualitarismo della Sinistra non può conciliarsi con l’individualismo di Destra, né le politiche che intendono salvaguardare lo Stato Sociale possono essere confuse col laissez-faire, cioè uno sregolato libero mercato di Destra.

Come non si può essere equidistanti tra la solidarietà e la xenofobia o il razzismo, o la chiusura delle frontiere.

Il berlusconismo ha introdotto e radicato il convincimento che le ideologie dietro ai partiti non abbiano più ragione d’essere, e che non conti più l’idea di come debba essere disegnata la società italiana, quanto amministrare l’intero Paese come se fosse una sola grande azienda.

Questo ha condotto ad uno scadere dei valori che dovrebbero essere i principi fondamentali in politica, soppiantando etica e ideologia di fondo con affarismo e lotta per il potere finalizzato al conseguimento di interessi personali.

Tra i politici è prevalso il principio della governabilità a discapito della democratica rappresentatività, ma il sistema elettorale maggioritario, con premi di maggioranza e sbarramenti, ha ulteriormente aggravato la situazione politica, e spinto all’abbandono delle urne il 30% dell’elettorato, deluso a destra e a manca.

La confusione ingenerata a Sinistra da un PD con bandiere rosse e politiche di destra, la mancanza di una forza di vera Sinistra non frammentata, e uno sbarramento al 5% che escluderebbe diversi partiti di sinistra, fa sì che esiste un esercito potenzialmente importante di gente che si riconosce ancora nei valori tradizionali della Sinistra, ma che è orfana di una forza politica che possa rappresentarla.

In conclusione c’è molta gente di sinistra che vorrebbe essere rappresentata ma che non vede ancora alcun faro all’orizzonte.