SCIOPERO DEI DOCENTI DELL’UNIVERSITÀ, IL COMUNICATO DEL SINDACATO GENERALE DI BASE

SCIOPERO DEI DOCENTI DELL’UNIVERSITÀ, IL COMUNICATO DEL SINDACATO GENERALE DI BASE

 

da SGB – Sindacato Generale di Base

Dal 28 Agosto fino al 31 Ottobre almeno 5.444 docenti e ricercatori di 79 università italiane sciopereranno e non si presenteranno al primo degli appelli della sessione di autunnale dell’anno accademico 2016-2017.

Si tratta di una forma di protesta promossa dal Movimento per la dignità della docenza universitaria e per il riconoscimento degli scatti di stipendio bloccati dal 2011.

Lo sciopero da parte dei docenti universitari è una delle spie più evidenti delle politiche di attacco al sapere e alla formazione messe in atto in Italia negli ultimi 25 anni.

Precariato massiccio, scarsi finanziamenti alla ricerca, assunzioni praticamente assenti sono il risultato delle politiche dei governi che si sono avvicendati in questi ultimi due decenni; a fronte invece dell’innalzamento continuo delle tasse universitarie, che di fatto stanno riportando la cultura universitaria ad una opzione elitaria nuovamente classista.

Queste politiche testimoniano al tempo stesso la matrice di classe delle politiche dell’Unione Europea, che fa si che in Italia come in Grecia gli stipendi siano anche più bassi della media europea per non parlare delle differenze di trattamento per gli studenti.

A tutto questo, i docenti universitari dicono No e il Sindacato Generale di Base sostiene le loro rivendicazioni:

NO al lavoro gratuito negli atenei che nasconde una realtà di sfruttamento insostenibile,

NO ad una burocrazia sempre più soverchiante e che sottrae tempo prezioso per la didattica e la ricerca,

No a metodi di valutazione fortemente discutibili,

NO alla negazione del diritto allo studio.
Diciamo invece

– ad assunzioni programmate (turn over calcolato rispetto agli ultimi 15 anni)

– all’adeguamento dei salari alle medie europee e allo sblocco degli scatti

– a meccanismi di finanziamento automatico della ricerca, che allinei la quota di PIL da destinarvi almeno quella dei principali Paesi dell’Unione Europea;

– agli interventi statali per aumentare il numero dei laureati e delle immatricolazioni (in picchiata soprattutto per i figli degli operai)

Contemporaneamente ricordiamo che l’attacco alla costruzione del sapere è generalizzato, parte dalla Scuola dell’Infanzia per arrivare all’Università, dunque il fronte delle lotte dev’essere il più ampio possibile e necessita della condivisione e del sostegno di tutti.

 

fonte: SGB, articolo del 1* settembre 2017: Università: I DOCENTI UNIVERSITARI DICONO “BASTA E SCIOPERANO

CHI LOTTA PUO’ PERDERE, CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO…

CHI LOTTA PUO’ PERDERE, CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO…

di Antonio CAPUANO

Sui gruppi universitari, io sono a Scienze Politiche a Napoli, comincia a circolare la notizia che, causa sciopero, potrebbe saltare la sessione autunnale.

I commenti e le reazioni di tanti miei colleghi studenti, mi lasciano sbigottito e rappresentano l’emblema del perché l’Italia sta morendo.

Zero argomenti e un egoismo sconcertante: “Stiamo scherzando?”; “Non c’è rispetto per gli studenti!”; “Si vergogni chi aderisce…”, etc.

Ma davvero?

Sappiamo per cosa si sciopera, di grazia? Ce lo siamo chiesti? Bontà vostra?

Oppure siamo davvero giunti ad un punto in cui, in questo Paese, mentre lo Stato demolisce il settore pubblico , il sociale, le fasce deboli, i diritti e la democrazia, non solo non si alza più un dito, ma addirittura ci si arrabbia a priori per il diritto ad uno sciopero e alla rivendicazione dei diritti?

Ho capito che il ’68 è finito e che purtroppo in molti avete drammaticamente deciso che la politica non vi riguarda e ognuno pensa solo a se stesso, ma non è che possiamo adeguarci tutti.

Stiamo scherzando?

Noi fortunatamente no e andremo avanti in questa giusta battaglia.

Spero vivamente che invece lo stia facendo chi commenta arrabbiandosi…

IL SENSO TRADITO DELLA STORIA

IL SENSO TRADITO DELLA STORIA

Angelo D'Orsi

di Angelo d’ORSI

Angelo d’Orsi, storico e docente dell’Università di Torino, prende commiato dall’attività accademica con una lettera sconsolata: “Oggi, 7 giugno 2017, alle ore 18, circa, ho chiuso la mia attività didattica come professore ordinario di Storia delle dottrine politiche.

La denominazione del corso era Storia delle idee politiche e sociali ed era dedicato ad “Antonio Gramsci: vita opera pensiero”. L’ultima lezione ha avuto ben sette (7) studenti come pubblico.

Quasi un record; in altre lezioni il corpo discente è stato di 3-4 persone.

Un finale inglorioso di una ingloriosa carriera, forse.

Ma anche un segnale del precipizio in cui il sistema accademico italiano è finito, nella complicità dei molti, nell’acquiescenza dei più, in non pochi casi nella complicità di studenti e docenti, nell’indifferenza del mondo esterno.

Le “riforme” che si sono succedute nel corso dell’ultimo quarto di secolo hanno devastato l’università italiana, nel tentativo di renderla “adeguata” al mercato, di aziendalizzarla, di “modernizzarla”, di “internazionalizzarla”.

Il risultato è stato un generale scadimento del livello di discenti e docenti, uno spaventoso impoverimento culturale, la perdita di quella “funzione civile dell’insegnamento universitario” che il mio maestro Norberto Bobbio rivendicava come cifra peculiare del suo docente, il dimenticato (ingiustamente) Gioele Solari, di cui fu erede accademico.

Mi sono collocato, indegnamente, in quel solco, ma preferendo la storia alla filosofia, anche se ho optato per una materia, la Storia delle idee, che in qualche modo è un ponte tra i due ambiti, quello della riflessione teorica e quello della ricostruzione storica.

Ho sempre cercato di dare un senso “politico” al mio lavoro, perché concepisco la figura docente come quella di un intellettuale, ossia di qualcuno che “abbraccia interamente la sua epoca” (Sartre), e che osserva il mondo, “grande terribile e terribilmente complicato” (Gramsci), provando a dare il suo contributo per cambiarlo, in meglio.

E oggi non è difficile accorgersi che il mondo in cui viviamo è orribile, e lo diviene sempre di più.

Chi studia per mestiere, chi è pagato per insegnare, per fare ricerca, non può disdegnare la società e i suoi problemi, non può chiudersi in quella che un tempo si chiamava torre d’avorio; ma d’altro canto non può neppure ridurre il proprio lavoro a tecnica.

Perciò Antonio Gramsci è diventato il “mio” autore.

Anche grazie al bagaglio gramsciano, ho cercato di trasmettere agli studenti nel corso dei tanti anni di insegnamento la mia passione (ricordando loro il significato della parola “studium”, passione, appunto), parlando di temi, autori, problemi, spaziando dall’antichità ai nostri giorni, anche se mi sono dedicato soprattutto all’età contemporanea.

I miei 7 studenti, che ringrazio, sono la prova che forse ho fallito.

Ma lascio anche con sollievo un mondo al quale ormai mi sento profondamente estraneo.

 

(Però non rallegratevi troppo, non smetterò di studiare, scrivere e tentare di suscitare cultura…)”

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