INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ


di Giuseppe FIRINU
Quando daremo il nostro addio alla Scuola, non varranno niente i corsi che avremo messo su, e non conterà quanti libri avremo adottato, né sarà un merito aggiunto aver fatto il collaboratore del DS.
Non ricorderemo quante note avremo messo, né quanti studenti avremo rimandato a settembre, e non conterà neanche se qualche volta avremo bocciato.

Rimarrà anche poco, negli studenti, della materia che avremo insegnato, eppure gli studenti ci ricorderanno con piacere o dispiacere a prescindere da questo.
Rimarrà forse il metodo di lavorare in classe, e la passione con cui avremo insegnato, ma soprattutto il nostro amore per questo lavoro così difficile e poco considerato, eppure così bello e così elevato.

Conteranno i nostri sorrisi, e quelli che avremo ricevuto, conteranno le parole belle che avremo detto, per incoraggiare o rincuorare, e ricorderemo le cose belle che ci avranno detto i nostri studenti.
Alla fine conterà solo l’umanità che saremo stati capaci di trasmettere, e l’umanità che avremo ottenuto da ogni singolo studente, e conterà se saremo stati giusti, e mai vendicativi.

Ci ricorderanno con simpatia se avremo fatto di tutto per alleviare il peso delle nostre lezioni, se avremo capito le loro esigenze di staccare, di andare al bagno, se avremo accettato il loro invito a prenderci una pausa.
Conterà lo spirito con cui avremo messo un voto, non se il voto era basso o alto, perché gli studenti ricorderanno solo quello. Conterà solo come ci saremo posti nei confronti della classe, se dall’altra parte della barricata, oppure seduti lì con loro, nella stessa aula, condividendo la magia della cultura.

Conterà il nostro affetto, e quello che riceveremo, e se avremo detto la cosa giusta al momento giusto, e fatto la cosa giusta in quel momento.
Non conterà se avremo strillato e rimproverato, ma solo se l’avremo fatto per il bene della classe o del singolo, perché gli studenti lo capiscono bene, statene certi.

Ricorderanno se cercavamo di ottenere il massimo da ognuno di loro, felici dei loro progressi e rattristati dei loro insuccessi. E ogni studente ci ricorderà con affetto se saremo stati capaci di fargli capire che gli volevamo bene e che tenevamo a lui.

I nostri studenti ricorderanno se entravamo in classe con un sorriso, se scherzavamo con loro, se trovavamo un momento per ridere di gusto insieme.
Ricorderanno quando capimmo il loro dramma, piccolo o grande che fosse, e la mano posata sulla loro spalla, per far capire loro la nostra vicinanza.
E ricorderanno i nostri occhi lucidi, per qualcosa di triste accaduta a qualcuno della classe. Ricorderanno gli abbracci che abbattevano ogni barriera, e la complicità, quella volta, quando ci sentimmo tutti fratelli.

Alla fine, conterà solo se amavamo entrare in aula e incontrare la loro classe, conterà solo questo.

G20: COSA PENSIAMO DI VOI, GRANDI DELLA TERRA

G20: COSA PENSIAMO DI VOI, GRANDI DELLA TERRA

Zombie protesta Amburgo

di Maria MORIGI

Il G20 rappresenta i due terzi del commercio e della popolazione mondiale, oltre all’80% del PIL mondiale (Wikipedia).

Vabbè e chi se ne frega?

Il G20 rappresenta in realtà una percentuale molto parziale e selezionata di commercio mondiale (per l’Africa c’è solo il Sudafrica) e una percentuale assolutamente trascurabile di popolazione mondiale (alzi la mano chi si sente rappresentato).

Quanto al PIL sarebbe bene cambiare musica, visto che la confusione e l’approssimazione nella sua determinazione è ormai cosa conclamata.

E poi non interessa altro che a quelli che fanno indagini di mercato e di banche.

Se proprio volete riunirvi, voi Potenti della Terra, per sentirvi protagonisti di una comunità previlegiata, sappiate che esistono le video-conferenze e altri mezzi per togliersi le caccole dal naso.

Già così ogni giorno rompete su Twitter e avete una visibilità che la vostra statura etica non merita.

Si potrebbero anche evitare delusioni alla povera Melania che non ha potuto andare a fare lo shopping per colpa di quei fanatici scassatori.

Se poi volete discutere di cose serie, cioè che interessino l’Umanità e non la Finanza, potete comunque farlo con meno grancassa e un po’ più di discrezione e intelligenza.

Al di là di quello che rappresentate, quindi, mi fate davvero schifo, voi Grandi della Terra.

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

Cecchino, Canada

di Turi COMITO

Il linguaggio esprime una cultura, che sia individuale o collettiva.

È la forma, non sempre ma assai spesso, che prende la sostanza.

I giornali, i media, hanno responsabilità maggiori di altri soggetti nell’orientare l’opinione pubblica anche dal punto di vista delle parole usate per descrivere un evento, una notizia.

Lo scadimento verso il basso – verso il linguaggio della barbarie, dell’inciviltà dell’aberrazione – sembrava fosse una prerogativa di fogli buoni, al massimo, per accendere la carbonella tipo Libero o il Giornale.

Invece dobbiamo constatare che anche quella che dovrebbe essere una agenzia compassata ed equilibrata come l’Ansa fa ormai sempre più spesso uso di espressioni titolistiche da pezzente culturale.

È il caso di questo titolo di oggi sul sito internet dell’agenzia.

La “notizia” è che un combattente dell’Isis è stato ucciso da un cecchino della coalizione a guida americana da una distanza di oltre tre chilometri e mezzo segnando un nuovo “record”.

La notizia, cioè, è che nel tiro al bersaglio umano c’é un nuovo campione mondiale (cui magari dedicheranno qualche film).

La riduzione a campionato di tiro al bersaglio umano di una guerra atroce da parte di una testata giornalistica che dovrebbe misurare persino le virgole, io credo, è il segno più evidente che Stefano Rodotà aveva fin troppa ragione quando diceva che “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, [e che] la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”.

Perché il giornalismo è una delle forme della politica, la più vicina alle masse, la più accessibile.

E un giornalismo che, attraverso il linguaggio che usa, fa passare per record sportivo la morte di un nemico è il segno che è svanito definitivamente il confine tra informazione e intrattenimento. Tra notizia e spazzatura mediatica. Il segno che siamo nelle mani di piccoli scarti culturali che si fanno passare per giornalisti.

APPARTENIAMO ALLA TERRA!

APPARTENIAMO ALLA TERRA!

Carlo Petrini

 

MovES – Coordinamento Nazionale
Nelle parole di Carlin Petrini, in questi pochi minuti di video, è condensato tutto il pensiero del MovES riguardo all’ambiente, alla natura, a tutti i viventi che la popolano, alla Terra madre e all’essenza di ciò che intendiamo quando diciamo che per noi Ambiente significa

Proteggere per Essere Protetti.

Ripartiamo da qui.

Dal rispetto, dal bisogno e dal comprendere che solo in armonia con l’Ambiente, l’essere umano ritrova se stesso.

Ripartiamo da una vita degna di chiamarsi tale che garantirà a noi e alle generazioni che verranno, il futuro.

PAPA’, COS’E’ IL PRIMO MAGGIO?

PAPA’, COS’E’ IL PRIMO MAGGIO?

Buon Primo maggio

di Antonio CAPUANO

Sono qui che come ogni anno mi accingo a guardare in TV il Concertone del 1° Maggio(lo so, lo so…ma sono un nostalgico e certe abitudini, anche televisive, restano) mi immagino tra qualche anno con mio figlio che comincia a diventare grande, mi si avvicina e chiede “cos’è il 1° Maggio?”.

“Lavorare per vivere, non vivere per lavorare”, è la prima frase che mi viene in mente.

Vedi figliolo, il 1° Maggio non è solo la festa dei lavoratori contro i padroni.

Questa dicotomia storica è solo una delle degenerazioni del fenomeno, figlia della cultura Capitalista.

Altrimenti in un periodo storico in cui il lavoro non esiste e la crisi e il mercato hanno nettamente sfumato i ruoli, le piazze sarebbero vuote e questa giornata non avrebbe ragione d’esistere, come dicono tutti coloro che non ne capiscono il valore.

Il 1° Maggio è una giornata in cui dobbiamo celebrare il diritto di vivere appieno la vita e non il lavoro, è ora che il lavoro torni ad essere una parentesi e smetta di rubarci la vita con orari assurdi e stipendi da fame.

È una domenica passata allo Stadio per tornare bambini e non dietro la cassa di un supermercato per sopravvivere a pochi euro all’ora.

È una serata in famiglia passata a tavola con i propri cari senza diversi addormentare dopo 12 ore di lavoro a condizioni massacranti.

È poter fare progetti e programmi sulla propria vita che non si limitino al dover sopravvivere da un mese all’altro.

È sapere che la vita non finisce con l’età pensionabile e che un anziano non è un morto o un peso.

È il diritto di sentirsi compiuti, felici, realizzati, indipendenti.

È il diritto ad avere più tempo possibile da dedicare alla vita e non al lavoro.

È il diritto a non dover rinunciare ad un viaggio, ad una casa, ad un matrimonio, ad un figlio e ad una famiglia perché “non hai tempo” o “non te lo puoi permettere”…

Insomma, il 1° Maggio non sarà mai una festa inutile ed anacronistica, almeno finché l’uomo non avrà smesso di amare la vita e vorrà continuare a viverla appieno.

Figliolo, non vedere mai il “nemico” o “l’inutile” in un uomo che festeggia o si batte con passione per i propri diritti, anche se quei diritti non sono i tuoi.

Altrimenti in una società fatta di singoli ti troverai da solo nel momento del bisogno e soprattutto non si potranno mai sovvertire le ingiustizie.

Ricorda che neanche il più forte degli uomini può cambiare il mondo da solo, ma il più forte dei popoli si…

Tutto questo è il 1° Maggio figliolo.

Ossia la coscienza che tutti hanno diritto ad essere felici e che fin quando anche un solo uomo sarà infelice, non potremo smettere di ricordare questo giorno e avremo sempre il dovere di lottare.

“Papà scusa ancora, ma è vero che non possiamo cantare Bella Ciao perché è anacronistica?”.

“Cosa dici, certo che possiamo figliolo. La storia va letta, analizzata ma mai cancellata perché senza radici qualsiasi albero muore…”.

Cantiamola insieme.

#PrimoMaggio

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