ELEZIONI PER FINTA DI UNA TIRANNIDE VERA

ELEZIONI PER FINTA DI UNA TIRANNIDE VERA

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di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del MovES

 

Considerando che da queste elezioni verrà fuori un nulla di fatto – anche in virtù della legge elettorale – riporre tante speranze nel loro esito, dannarsi a discutere della tal formazione o dell’altra, insultare l’avversario politico o il leader che non vorremmo mai vedere a Palazzo Chigi, non serve a nulla.

Questa, ormai, è una democrazia di facciata, quel prodotto finito da vendere alla massa per farle credere di poter contare ancora qualcosa esprimendo un voto per un partito o per l’altro.

Questa, ormai, è l’Italia neoliberista.
Il sistema ha vinto, inutile nasconderselo.
Ha vinto applicando tecniche collaudate da anni e perfette nel distruggere la Politica, lo Stato e quindi anche la Democrazia.

Le decisioni si prendono a Bruxelles – le elezioni sono solo un atto formale – e i governi nazionali devono solo metterle in atto al meglio della perversa creatività di cui sono dotati.

Pensare che un voto espresso oggi, anche per creare una probabile opposizione di sinistra, possa determinare un cambiamento, è illusione.
Illusione anche per la qualità dei programmi che sono stati proposti che altro non sono che materiale per rappresentare solo la parte della sinistra politicizzata del paese e nulla altro di più.

Come si possa, poi, credere che basti una tornata elettorale partendo da ZERO consenso popolare (quello che si ottiene nelle strade costruendo una risposta ai bisogni) organizzato in due mesi a fronte di una distruzione durata TRENT’ANNI, davvero, non è dato sapersi.

Delegare tanta speranza, quindi, non solo è inefficace ma produrrà ulteriori delusioni e in più impedisce l’individuazione del vero nemico.

Soluzione? Andiamo pure a votare ma non aspettiamoci NIENTE di buono o di risolutivo dalle elezioni e cominciamo invece ad alzare lo sguardo oltre il confine, sia di questo sistema partitico sia di potere.

Ma soprattutto cominciamo ad organizzarci seriamente per costruire un’alternativa antisistema che riunisca tutte le forze che davvero vogliono cambiare e non solo amministrare un po’ più decentemente l’esistente con qualche rappezzo qui e là.

Anzi, questo è l’altro vero pericolo per tutti noi.
Chi mette in atto questo processo illusorio, altro non fa che creare la valvola di sfogo di una pressione interna che invece dovrebbe proprio essere gestita in modo tale che esploda e cominci a produrre danni ingenti al sistema che sta strangolando milioni di persone.

MOSCOVICI E LA DITTATURA NEOLIBERISTA EUROPEA

MOSCOVICI E LA DITTATURA NEOLIBERISTA EUROPEA

 

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

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Pierre Moscovici, il commissario europeo all’economia si fa notare sempre quando c’è da imporre le scelte del super governo dittatoriale europeo, o meglio del consiglio di amministrazione della multinazionale UE, a qualche paese che non svolge proprio alla precisione i famosi compiti a casa.
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Così, per svariate ragioni, un discreto numero dei 27 paesi dell’Unione vengono segnalati dall’amministratore delegato della multinazionale UE come aziende in crisi che potrebbero diventare, come già la Grecia, dei rami secchi.
Così, il nostro paese – al pari di Austria e della stessa Germania – vengono richiamati per il pericolo instabilità politica che potrebbe mettere a rischio l’economia.
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Perciò, cari connazionali, siete avvisati, se non volete rischiare subito il commissariamento della Troika ma rimandarlo magari di qualche mese, dovete votare bene, ovvero come dice Moscovici.
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Ma non finisce qui, da buon padrone dei tempi nostri, il buon Moscovici, presentandosi in audizione alla commissione esteri dell’Assemblea Nazionale Francese – segnala in un post su Facebook Jean-Luc Mélenchon leader di France Insoumise – dichiara che se anche un paese europeo dovesse bocciare il CETA l’accordo commerciale tra Europa e Canada, lo stesso continuerebbe ad essere applicato come avviene tuttora nella sua modalità “provvisoria” in vigore dallo scorso settembre.
“Questa affermazione di totale violenza politica dimostra quanto il liberalismo economico sia sempre meno libertà, possibilità di decisione per il popolo e sempre più autoritarismo” prosegue Mélanchon che ribadisce la volontà del suo partito di indire un referendum sul CETA.
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Questa Europa è un vero incubo orwelliano, di cui Moscovici è solo una delle tante parti oscure.
Prepariamoci a resistere e a convincerci, cari italiani, che l’unico modo per continuare a vivere dignitosamente e in libertà è tornare ad autogestire il nostro paese.
Uscire dall’euro e dalla UE, sembra difficile ma è l’unica soluzione!

GRECIA: UN INCUBO SENZA FINE

GRECIA: UN INCUBO SENZA FINE

Gli scontri in tribunale per l’asta sulle case

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

Nuovo incubo, nuovo pacchetto di provvedimenti lacrime e sangue approvate lunedì scorso dalla maggioranza parlamentare che sostiene il governo Tsipras, maggioranza che oltre ai parlamentari di Syriza e Anel si è allargata a una parlamentare liberale eletta con l’unione di centro trasferitasi – non succede solo da noi – dall’opposizione alle file governative.

Tra le misure di “austerity” imposte dalla Troika e dai creditori internazionali, gli stessi che Tsipras voleva buttare fuori dalla Grecia e che invece continuano a spadroneggiare ad Atene, ci sono misure che limitano fortemente il diritto di sciopero e nuove procedure per la vendita all’asta di abitazioni sequestrate per mancato pagamento del debito alle banche.

Uno sciopero potrà essere indetto solo se alle assemblee partecipi almeno il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria, finora bastava il 20% e in alcuni casi solo la decisione degli organismi dirigenti di un sindacato, una misura che rende quasi impossibile la protesta dei lavoratori.

Le vendite all’asta degli immobili pignorate da questo momento si svolgeranno via web per metterle al riparo dai blocchi e le contestazioni organizzati dai partiti e dai sindacati veramente antiliberisti e per l’uscita dalla UE.
A seguito di ciò, pochi giorni fa son seguiti violenti tafferugli di cui NESSUN media ha dato notizia.

Con questa legge inoltre anche la prima casa se supera una certa metratura potrà essere messa all’asta. Altro incubo ma di quelli spaventosi.

Mentre tutto questo succedeva e nel bel mezzo di uno sciopero concomitante dei trasporti e del sistema sanitario e con una manifestazione con scontri davanti al parlamento, il premier Tsipras annunciava, in tipico stile UE, che: “il Paese sta entrando in una nuova fase, che darà coraggio a milioni di cittadini. Cittadini che in tutti questi anni, hanno fatto grandi sacrifici“.

Da sempre il Governo Tsipras promette che i sacrifici che impone serviranno ad affrancare la Grecia dal commissariamento della Troika ma in cambio degli ultimi aiuti economici – dei quali ben poco andrà a beneficio dei cittadini e dei lavoratori ellenici ma andrà a ripagare i creditori stessi – l’Unione Europea pretende ancora una dura riforma delle pensioni peraltro già ampiamente tagliate negli scorsi anni, nuove leggi sul lavoro, l’aumento dell’IVA e l’innalzamento delle imposte indirette.

Distruggere le economie dei paesi europei più deboli, questo il volere della Troika e dei creditori internazionali, ma questo è anche il rischio che corre nei prossimi mesi anche il nostro paese!

È questa è l’altra Europa da incubo che ci promette Tsipras, vero onorevole Forenza?
IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questi giorni la stampa italiana – che ha tanti difetti, ma talvolta anche il pregio di non rendersi conto di cosa scrivere – ci ha fatto sapere che all’epoca dei “mille giorni” non c’era un governo, ma “quattro che comandavano”. Di questi quattro, tre apparivano ed uno suggeriva. L’ingegnere De Benedetti: se era stata la Bce a dettare il Jobs Act, è lui che teneva la penna in mano.

La legge regina della deflazione salariale (ultima nata di una lunga serie: dalla regolamentazione previdenziale dei contratti di collaborazione nel 1995, al Pacchetto Treu con relativo lavoro interinale e co.co.co. nel 1997, al Decreto n. 368 sui contratti a termine nel 2001, fino alla Legge Biagi nel 2003 e alla Riforma Fornero nel 2012): sia mediante pressione sulle retribuzioni di chi il lavoro, bene o male, riesce a tenerselo (abbiamo già parlato del demansionamento), sia rendendo più facile fare in modo che le persone, il lavoro, lo perdano. Tale risultato è raggiunto essenzialmente attraverso tre strade: la sostanziale abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (sulla materia si era già portata molto avanti la Legge Fornero); la surrettizia incentivazione del lavoro precario; la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato (il c.d. “contratto a tutele crescenti”).

C’era una volta l’articolo 18 (il contratto a tutele crescenti).

L’art. 18, nella sua versione originaria, prevedeva il reintegro del lavoratore, occupato in una azienda con oltre 15 dipendenti, in tutti i casi di licenziamento illegittimo.

Il licenziamento era “illegittimo” in due casi. Quando si riscontrava la mancanza di una giusta causa (integrata da un comportamento talmente grave da non permettere la continuazione del rapporto di lavoro neanche in via provvisoria) o un giustificato motivo soggettivo (comportamenti che costituiscono inadempimento degli obblighi contrattuali, come l’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, minacce e/o percosse, reiterate violazioni del codice disciplinare, ma anche lo “scarso rendimento”): era il “licenziamento disciplinare” il quale, peraltro, era altresì illegittimo laddove non fosse assicurato un effettivo diritto di difesa al dipendente.

Oppure quando mancava un giustificato motivo oggettivo (cioè ragioni attinenti ad una eventuale crisi aziendale, oppure motivi di natura economica e/o tecnica, quali una riorganizzazione del lavoro, ecc., ma anche – soprattutto nella più recente della Cassazione – il tentativo di efficientare l’azienda in vista di un maggior utile d’esercizio). A carico del datore di lavoro era posto l’onere della prova della sussistenza di tale “giustificato motivo” (sul merito del quale al giudice era però impedita in radice qualsiasi valutazione) nonché dell’impossibilità di procedere al c.d. “repêchage”.

Questa norma – prima di essere superata dal Jobs Act – era già stata completamente snaturata dalla L. 92 del 2012, che prevedeva quattro livello di protezione: (a) quello della tutela reale piena, per i casi di licenziamento discriminatorio o per i licenziamenti “orali”; (b) quello della tutela reale attenuata (nel caso di licenziamento disciplinare: ove sia provata l’insussistenza del fatto contestato, ovvero quando la legge o i CCNL prevedono, per quel fatto, una sanzione meno grave rispetto al licenziamento); (c) quello della tutela indennitaria forte (tra 12 e 24 mensilità, in caso di mancanza di un giustificato motivo oggettivo: laddove detto “motivo” sia “manifestamente insussistente”, eccezionalmente è previsto il reintegro); (d) quello della tutela indennitaria debole (da 6 e 12 mensilità, in caso di licenziamenti disciplinari con mancato rispetto del requisito formale di motivazione). La tutela indennitaria fa la parte del leone in questo sistema e, come di consueto, l’indennizzo è legato alla retribuzione: “a chi ha sarà dato, ed a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Vecchio come il mondo.

Il Jobs Act apporta alcune modifiche di dettaglio (una riscrittura imprecisa del concetto di “licenziamento discriminatorio”, la necessità – per la reintegra a seguito di licenziamento disciplinare – della radicale inesistenza del “fatto materiale” addebitato) e due invece sostanziali: la totale sparizione della tutela reale in caso di licenziamento economico; la commisurazione dell’indennità risarcitoria all’anzianità di servizio (1 o 2 mensilità per anno di lavoro, con i massimi uguali a quelli della Fornero). In sostanza, una specie di sistema LIFO da applicare al magazzino-lavoratori. Manca solo applichino, all’assunzione, la data di scadenza.

Contratti precari (il contratto a termine)

Il Jobs Act “perfeziona”, nel senso di una sempre maggiore appetibilità, le disposizioni relative ai contratti a termine.

La Legge Fornero è stata la prima a prevedere la c.d. “a-causalità” di questi contratti, cioè la possibilità di stipula senza specificazione di una motivazione o comunque ragione (normativamente predefinita) che ne giustifichi l’instaurazione al posto del comune contratto a tempo indeterminato. La nuova opportunità era collegata comunque a determinati presupposti: (i) prima sottoscrizione del contratto; (ii) durata non superiore a dodici mesi. Il Jobs Act estende il contratto a-causale a tutti i contratti a termine fino a 36 mesi, ovvero a contratti più brevi prorogabili fino a 5 volte, entro il medesimo termine di 3 anni (4 anni, se l’ultima proroga è conclusa fra le parti in sede protetta). Non bastasse, i pur tenui limiti rimasti (limite triennale, massimale del 20% della forza lavoro) sono inapplicabili a specifiche fattispecie: (i) datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti; (ii) enti di ricerca che assumano ricercatori.

A dimostrazione dell’efficacia di queste innovazioni due semplici fatti: l’incapacità del PD, nel corso dell’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, di ridurre da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine; l’esplosione dei contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato negli ultimi anni.

 

Fassina descrive molto bene la fenomenologia, ma come spesso accade non indaga la causa del problema, cioè il sistema di cambi fissi soggiacente alla Moneta Unica. “Se non puoi svalutare il cambio, devi svalutare il lavoro”. E il lavoro lo svaluti così. Creando – creando – disoccupazione.

Contratti precari (collaborazione coordinate e continuative)

La sempre maggiore precarizzazione del lavoro è un portato anche della riviviscenza delle collaborazioni coordinate e continuative, farisaicamente travestite da abrogazione della disciplina del lavoro a progetto. Siamo tornati, pari pari, al 1995

In principio fu l’art. 409 c.p.c., disposizione eminentemente processuale, che devolveva al giudice del lavoro, fra gli altri, anche i “rapporti di collaborazione che si concretizzino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”. Prassi e giurisprudenza definirono, col tempo, la figura giuridica: requisiti tipici della collaborazione coordinata e continuativa erano (e sono) l’autonomia (il collaboratore decide autonomamente tempi e modalità di esecuzione della commessa, ma non impiega mezzi propri: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo professionale), la continuità (intesa come permanenza nel tempo del vincolo di parasubordinazione: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo occasionale), il potere di coordinamento con le esigenze dell’organizzazione aziendale esercitato dal committente, la prevalente personalità della prestazione.

Questa situazione diviene il paradiso della frode. Qualsiasi lavoro – anche il più routinario – trova la strada per trasformarsi in una co.co.co., che scontava aliquote contributive più basse e non era soggetta all’art. 18.

Su questo scandalo intervenne la Legge Biagi, che imponeva che le collaborazioni fossero collegate a “uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore”, avendo cura di specificare che “il progetto doveva essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non poteva consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”. Per maggior chiarezza, si sottolineava che “il progetto non poteva comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi”.

Cosa succede con il Jobs Act? L’art. 2, D. Lgs. n. 81 del 2015 spara subito la petizione di principio: “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ai sensi dell’art. 52, c. 1, poi, “le disposizioni… [sui contratti a progetto] sono abrogate…”. Così, semplicemente.

Tutto bene, allora. No, perché ai sensi del c. 2 dell’art. 52 “resta salvo quanto disposto dall’articolo 409 del codice di procedura civile”. In pratica: l’abrogazione del lavoro a progetto fa rivivere la precedente disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative, le quali si distinguono dal lavoro subordinato soltanto per non prevedere un orario e (oppure: o?) una sede di lavoro fissi. Gli abusi, come ognuno ben capisce, si sprecheranno, soprattutto nel caso in cui quella “e” sarà letta come una disgiuntiva (sì, effettivamente, lei fa la segretaria, ma viene un po’ quando le pare; è vero, guardi, lui mi timbra tutti i giorni il cartellino, ma mica ha una scrivania qui, davvero).

Prima puntata: l’autorizzazione al demansionamento. Seconda puntata: la precarizzazione del lavoro. Prossima puntata: i famigerati voucher. Questo è il Jobs Act. La legge manifesto dei quattro al comando. E della Bce.

 

fonte: IL FORMAT

L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA

L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La miseria continua a crescere nel nostro paese.
La Caritas denuncia che solo a Roma i nuovi poveri sono 16.000, ALTRE 16.000 persone finite in strada.

Tra questi, anziani e bambini e tanti bambini con disabilità e ad essere colpito è soprattutto quel ceto medio composto da diplomati che mai avrebbe pensato solo pochi anni fa di subire questa sorte.

Persone assolutamente inserite nel tessuto sociale che sono finite così, in particolar modo per la perdita dell’occupazione.
Gli anziani a rischio, sempre solo a Roma, sono 1 su 3.
Per non parlare del precariato che equivale a vivere sulla porta della miseria assoluta.

Il dato più agghiacciante è quello dell’emergenza abitativa, una piaga cancrenosa che ha colpito tutta Italia ma che particolarmente a Roma è drammatica.
Sono circa 30.000 le famiglie coinvolte.
A Roma gli sfratti sono di circa 7-8000 l’anno.
Le richieste di casa popolare, circa 10.000.
L’offerta circa 1000.

 

Ma la miseria di chi è diventato povero è unicamente riconducibile alla miseria di un sistema politico che, pur definendosi di sinistra anticapitalista e antiliberista, continua e continuerà a NON farsi carico del problema.

 
Anche questa è di fatto un’emergenza, viste le condizioni del paese.
La miseria della classe politica rappresenta perciò l’altra faccia della medagli dell’emergenza.

Nemmeno Potere al Popolo, anche qualora dovesse diventare il primo partito in Italia, potrà risolvere il problema e la ragione è molto semplice, la stessa del M5s: l’aver rinunciato a dire NO ad euro ed Unione Europea.

Poco conta se nel programma di PaP c’è scritto “rottura dei trattati” perchè senza uscire dall’Eurozona, quella frase vale MENO DI ZERO.
Le contraddizioni all’interno di Potere al Popolo, dove si sono unite forze in favore della UE e dell’euro a quelle No euro e No UE che hanno rinunciato pur di aderire alla lista, alla fine sono le stesse del M5s in cui tatticismi di Di Maio continuano a perseverare nel non creare coscienza politica e sociale tra la massa.

Si procede spediti a raccontare solo menzogne e a nutrire false speranze, a negare proprio a quel popolo che ha il potere di mandare a casa una classe politica dominante di asserviti ai criminali neoliberisti, la sola verità dei fatti, ovvero che finchè resteremo in questo sistema di potere non c’è scampo per nessuno.

Non si sa più fare politica, non si vuole fare politica.
Si vuole solo perseguire la strada di sempre: menzogne o ripiegamento per garantirsi voti.

Intanto il paese muore in miseria e di fame, ma nulla cambierà.

 

La UE non è TECNICAMENTE riformabile da dentro e chi afferma il contrario o non ha capito il meccanismo di impoverimento e di schiavitù che l’euro rappresenta e mette in atto sistematicamente o è in malafede.
Ma anche chi si adegua pur di mettere in piedi una lista elettorale, non è meno responsabile, visto il momento che viviamo.

La realtà dei fatti è che si continuano a privilegiare gli interessi elettoralistici e quelli dei partiti, ma del tanto acclamato popolo, non importa niente a nessuno.

Certo, fino a che si parla di popolo al chiuso di un stanza o di un teatro ma non si sta in mezzo a chi dorme in macchina o si ritrova a dover chiedere un pasto caldo ogni giorno alla Caritas, mai niente si modificherà.

Fino a che non si riprenderà l’azione politica a fianco di chi sta pagando la follia criminale ordoliberista, fino a che non si ricostituirà una coscienza di classe attraverso l’accoglimento dei bisogni e attraverso la lotta, nessuna sinistra troverà mai più il consenso POPOLARE necessario a rappresentare il vero nemico delle oligarchie finanziarie e bancarie globaliste.

Auguri a tutti noi, ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

 

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