L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

Cecchino, Canada

di Turi COMITO

Il linguaggio esprime una cultura, che sia individuale o collettiva.

È la forma, non sempre ma assai spesso, che prende la sostanza.

I giornali, i media, hanno responsabilità maggiori di altri soggetti nell’orientare l’opinione pubblica anche dal punto di vista delle parole usate per descrivere un evento, una notizia.

Lo scadimento verso il basso – verso il linguaggio della barbarie, dell’inciviltà dell’aberrazione – sembrava fosse una prerogativa di fogli buoni, al massimo, per accendere la carbonella tipo Libero o il Giornale.

Invece dobbiamo constatare che anche quella che dovrebbe essere una agenzia compassata ed equilibrata come l’Ansa fa ormai sempre più spesso uso di espressioni titolistiche da pezzente culturale.

È il caso di questo titolo di oggi sul sito internet dell’agenzia.

La “notizia” è che un combattente dell’Isis è stato ucciso da un cecchino della coalizione a guida americana da una distanza di oltre tre chilometri e mezzo segnando un nuovo “record”.

La notizia, cioè, è che nel tiro al bersaglio umano c’é un nuovo campione mondiale (cui magari dedicheranno qualche film).

La riduzione a campionato di tiro al bersaglio umano di una guerra atroce da parte di una testata giornalistica che dovrebbe misurare persino le virgole, io credo, è il segno più evidente che Stefano Rodotà aveva fin troppa ragione quando diceva che “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, [e che] la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”.

Perché il giornalismo è una delle forme della politica, la più vicina alle masse, la più accessibile.

E un giornalismo che, attraverso il linguaggio che usa, fa passare per record sportivo la morte di un nemico è il segno che è svanito definitivamente il confine tra informazione e intrattenimento. Tra notizia e spazzatura mediatica. Il segno che siamo nelle mani di piccoli scarti culturali che si fanno passare per giornalisti.

RICCARDO LOMBARDI, TRAVAGLIO E IL PLI

RICCARDO LOMBARDI, TRAVAGLIO E IL PLI

Riccardo Lombardi

(PLI – il Partito dei livorosi italiani)

 

di Turi COMITO

Tocca, ogni tanto e con dispiacere, tornare ad occuparsi di quel grande partito che è il PLI. Il Partito dei livorosi italiani.

Soprattutto del suo principe incontrastato. Un tale dalla penna veloce, la vocina stridula, lo sguardo perennemente terreo con su scolpita una smorfia che vorrebbe essere un sorrisino di disprezzo per il genere umano tutto e che si crede la reincarnazione del suo maestro.

Un tale che ondeggia sempre tra il sarcasmo più ovvio e la pedanteria virgolettara tipica di chi spacca un capello in quattro per non cavare un ragno dal buco.

Un tale che si sente sempre tradito da personaggi in cui ha riposto fiducia e che, tenendo perennemente altissima la bandiera dell’indipendenza del giornalismo, non fa passare giorno che dio manda in terra senza bacchettare, correggere, denunciare, stigmatizzare tutti nel nome del dio del qualunquismo destrorso per eccellenza: l’onestà/legalità.

Che, come i più avvertiti sanno, in politica non è una categoria eternamente praticabile.

E’ semplicemente il rispetto delle leggi.

Che non sempre sono, come ovvio che sia, né giuste né ragionevoli né serie.

Tanto per dire: era onesto e legale commerciare gli schiavi e disonesto e illegale ribellarsi ai negrieri. Era onesto e legale tenere fuori dal voto le donne e disonesto e illegale manifestare per ottenere questo diritto.

Era onesto e legale il latifondo e disonesto e illegale occupare le terre dei latifondisti. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

Ma sto allontanandomi dall’oggetto della riflessione che volevo fare.

Dicevo che tocca occuparsi del Pli e del suo principe.
Perché?

Perché qualche giorno fa mi è capitato di leggere uno dei puntutissimi editoriali del principe del Pli, cioè a dire l’inesausto Marco Travaglio.

Il quale col solito livore giallognolo che gli piglia ogniqualvolta le cose non gli vanno come lui desidera se la prende col capro espiatorio di turno.

In questo caso il duo CasalGrillo padrone del partitello di neo qualunquisti tutti onestà e scontrini che va sotto il nome di Movimento grand hotel cinque stelle cum laude.

La reprimenda (si veda qui) è lunghissima e il nocciolo della questione è il dolore intensissimo che ha provato nel sapere che il suo movimento preferito non solo non ha eletto manco un sindaco ma neppure è andato al ballottaggio in una miserabile circoscrizione di un paesello di montagna addebitando la colpa dell’insuccesso storico alla scarsezza politica del duo.

Non gli passa manco per l’anticamera del cervello pensare che, per esempio, la “colpa” potrebbe essere degli elettori che sono identici al gruppo dirigente: cioè inconsistenti, ondivaghi, volubili e modaioli.

Ma, insomma, sono cazzi suoi, del suo movimento di riferimento e dei lettori del suo giornale.

La cosa in sé non sarebbe manco degna di commento se non fosse per un particolare.

E cioè che nell’articolessa, l’inquisitore di Torino, cita il suo maestro, Indro Montanelli, che fa il ritratto del socialista Riccardo Lombardi accostando quest’ultimo a quella cosa inutile di Grillo.

Il ritratto che fa il vate del giornalismo anarco-individualista-conservatore-democristiano-col-naso-turato per la paura ossessiva dei “comunisti” che vedeva pure sotto il letto scambiando gli acari per agenti del Kgb, cioè Montanelli, è il seguente:

“Più che il potere, amava la catastrofe, per la quale sembrava che madre natura lo avesse confezionato… con un volto che il Carducci avrebbe definito ‘piovorno’, e di cui nessun pittore sarebbe riuscito a riprodurre le notturne fattezze senza ritrarlo su uno sfondo di cielo livido, solcato da voli di corvi e stormi di procellarie: questo era Lombardi, e così sempre mi apparve. In cosa consistesse il suo alto pensiero politico, non so. Ma non credo che sia la cosa, di lui, più importante”.

Un accostamento degno di un cretino. Anzi di due cretini.

Perché il non conoscere il pensiero, e soprattutto l’azione politica di Riccardo Lombardi, non è da ignoranti se si sta a dirigere un giornale: è da cretini.

Perché a differenza di Montanelli – il cui pensiero politico era sconosciuto a lui prima ancora che agli altri e la cui azione politica era quella di scrivere di tutto su tutto con la sola ossessione del “mamma arrivano i comunisti” – Riccardo Lombardi un pensiero politico ce l’aveva.

E a questo è seguita una azione politica esemplare.

Quella che ha portato al primo centro sinistra che ha significato portare un minimo di progresso umano di e diritti sociali in questo paese. Ovvero:
– nazionalizzazione delle imprese di energia elettrica (capito? na-zio-na-liz-za-zio-ne) nel 1962
– aumento delle pensioni per i morti di fame;
– piano delle case popolari
– obbligo scolastico fino a 14 anni
– statuto dei lavoratori
– divorzio
– aborto

Di ciascuna di queste battaglie di civiltà (e di mille altre) Lombardi è stato protagonista tra i maggiori, di quella sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica è stato instancabile ideatore e artefice.

L’eredità di Lombardi è questa.

Quella di Montanelli, non duole dirlo, è Travaglio.
E il Partito dei livorosi italiani.

PREFERIRE LE PREFERENZE

PREFERIRE LE PREFERENZE

Previti dorme in aula

di Turi COMITO

Ogni volta che, a proposito delle leggi elettorali parlamentari, sento parlare in tv o altrove qualcuno che dice: “Eh, voti per il sindaco che conosci, per il consigliere che conosci, per il presidente di regione che conosci e per il deputato/senatore voti qualcuno che non conosci. Eh, non va bene” mi appare in automatico in mente questa scenetta.

Vedo il mio salumaio che la domenica mattina, alle sette, si presenta sotto il portone del deputato che ha eletto e comincia a suonare il citofono fino a che il deputato, assonnato, non risponde al che lui gli urla:

– Scendi curnuto! Scendi se hai coraggio!
– Che c’è? Chi è lei? Che vuole?
– Bastardo sdisonorato! Come hai potuto?
– Eh?
– Come hai potuto, miserabile manciapane a tradimento, votare in Commissione Attività produttive la Proposta emendativa in sede referente riferita al C. 101 pubblicata nel Bollettino delle Giunte e Commissioni del 12.02.2016 che all’art. 12 bis comma due dice “Alle imprese commerciali che partecipano alle progettualità di cui al comma 1 è riconosciuto dalla Camera di commercio competente un logo «no slot» valido anche per l’accesso ad ulteriori incentivi ed agevolazioni anche di carattere fiscale.”????????
Come cazzo hai potuto? Scendi bastardo!
Scendi o, per quant’è vero che mi chiamo Jachino Struppiatu detto ‘u pecorino di Modica, salgo io e ti butto dalla finestra!

In effetti conoscere e scegliere il deputato che si vota, allo stesso modo di come si vota il rappresentate dei genitori in consiglio d’Istituto, il sindaco, il consigliere ecc., è fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia avanzata dove ogni cittadino, compreso Jachino Struppiatu, è perfettamente consapevole di ogni atto che il suo deputato svolge in Parlamento e non vuole correre il rischio, mai e poi mai, di avere un rappresentante parlamentare che non conosce e a cui non può chiedere, la domenica mattina, conto e ragione del suo operato.

Preferire le preferenze, senza sa e senza ma.

MODE FASCISTOIDI E PESTE NERE

MODE FASCISTOIDI E PESTE NERE

Nostra storia

di Turi COMITO

C’é questa moda, da qualche anno in qua, per cui si fanno battute sul primo maggio del tipo: “festa del lavoro? Ma quale lavoro che il lavoro non c’è?”, “Sindacati? Parassiti che per difendere pochi privilegiati affamano una generazione di giovani” e via ironizzando/insultando.

Come quell’altra moda per cui la festa della Liberazione è invece la fine dell’indipendenza, della sovranità, italiana.

È una pratica, molto diffusa anche in certi ambienti di sinistra, fascistoide.

Non importa quanto consapevole o meno. Perché per essere fascisti non c’é bisogno di avere in tasca la tessera del PNF.

È sufficiente avere una subcultura politica e storica raffazzonata, qualunquista, autoritaria, fondata sul nulla di concetti nulli come “sacralità nazionale”, “sono tutti uguali e tutti ladri” e poche altre scemenze del genere.

Vale forse la pena, vista la deriva cui si assiste, segnalare qualche elemento per un minimo di chiarezza.

La festa del primo maggio non è una festa nata ieri mattina per prendere per il culo disoccupati e inoccupati giovani o vecchi che siano.

È una festa laica in cui invece che ricordare santi improbabili o vittorie di guerra di stati su altri stati (fatte, come noto da carne da macello di poveri cristi), si celebra il riscatto del lavoro salariato dalla condizione di schiavitù in uso fino a poco tempo fa in Occidente (e ancora oggi in consistenti parti del mondo) e il passaggio alla condizione di attività umana coperta da diritti e da tutele.

Prima del riscatto, avvenuto quasi tutto e quasi ovunque tra il secondo dopoguerra e gli anni settanta, la festa del lavoro era il luogo morale in cui i partiti di sinistra e il movimento sindacale si ritrovavano per dare forza alle battaglie di emancipazione degli schiavi salariati (operai o braccianti che fossero).

Con il 25 aprile non si festeggia l’arrivo della truppe americane sul “sacro e inviolabile suolo patrio”, ma la fine dell’incubo totalitario nazifascista.

Ora, che la destra nazi-fascio-nazionalista – comunque denominata e comunque camuffata da partiti sovranisti (anche nella loro dimensione localistica/indipendentista) – la pensi in maniera diversa è del tutto comprensibile e ragionevole.

Che tale, insalubre, maniera di considerare queste cose venga presa pari pari da certi sedicenti rivoluzionari di sinistra pur di dare addosso alle orde liberiste finto democratiche è la prova provata che siamo davanti al collasso intellettuale di questi “rivoluzionari” e che costoro pur di dimostrare al mondo la loro minuscola (in tutti i sensi) esistenza, non esitano ad andare a rimorchio di ideologie che dovrebbero considerare alla stessa maniera della peste.
Nera, nella fattispecie.

 

 

 

Viadotto di Fossano. Crollano i ponti in provincia ma non il provincialismo

Viadotto di Fossano. Crollano i ponti in provincia ma non il provincialismo

Come approfittare della globalizzazione culturale ed evitare di essere autorazzisti e di sparare stupidaggini sull’Italia.

di Turi COMITO

Peggio della globalizzazione culturale c’è solo il provincialismo globalizzato. 

La globalizzazione culturale è l’irresistibile espansione di canoni culturali anglosassoni considerati automaticamente moderni e civilizzatori il cui effetto è l’omologazione culturale di tutto il pianeta. 

Lo si vede ovunque – dal polo nord al polo sud, da Hokkaido a Gibilterra – e in qualunque ambito: nell’abbigliamento globale (jeans e cappellini da baseball per tutti a tutte le età), nella musica (se non canti in inglese sei uno sfigato), nel cibo (Macdonalds), nella pubblicità (ormai gli slogan sono tutti in inglese), nel cinema (fateci caso, tanto per fare un esempio: grazie ai film americani conosciamo più la geografia statunitense e i nomi dei 50 stati dell’unione che quelli delle regioni d’Italia).

Per tacere dell’opprimente anglo-italiano del parlare comune, di quello economico, di quello informatico, di quello eurocratico.

E questo senza volere scomodare i precetti dogmatici dell’economia liberista ormai imperanti ovunque.

A fronte di questo blob dilagante e omologante – che teoricamente dovrebbe/potrebbe dare vita ad un “uomo nuovo” senza frontiere e di larghe vedute grazie a lingua e usi e costumi importati dai paesi più “avanzati” – resiste però, imperterrito, il provincialismo globale.

Quest’ultimo altro non è che l’elevazione del proprio piccolo, piccolissimo, punto di vista a generalissimo sistema di interpretazione dell’universo.
Non fa eccezione nessuno, ad occhio e croce, sul pianeta. E così i francesi continuano a credersi il sale della terra. Gli inglesi i padroni del mondo per interposta persona (i cugini americani). Gli americani i civilizzatori esportatori di democrazia. I tedeschi gli unici che sanno fare di conto.

Naturalmente, non sfuggono al provincialismo globale gli italiani. Che, essendo bipolari, passano dal considerarsi quelli che hanno inventato tutto (diritto, arti, gastronomia di qualità, ecc.) e quindi i migliori del mondo al considerarsi il rifiuto indifferenziato del pianeta, la feccia, il posto dove tutto fa schifo e va malissimo.

Una delle innumerevoli prove di cotanto provincialismo ci è dato in queste ore dal discorrere sul crollo del viadotto di Fossano. 

Sui media e sui social media è tutto un fiorire di frasi fatte del tipo “solo in Italia queste cose” con tutte le varianti possibili e immaginabili tarate sul versante “facciamo schifo”.

Eppure basterebbe poco per rendersi conto di quanto si è provinciali nell’affrontare queste cose.

Basterebbe servirsi del minimo sindacale di globalizzazione culturale tanto amata dai provinciali globali. Cioè del traduttore di Google e di Wikipedia.

Provate: scrivete nella paginetta di Google “bridge collapsed” e vi si schiuderanno davanti le immensità della conoscenza.

Il primo risultato che vi apparirà è il rinvio alla pagina di Wikipedia “List of bridge failures“.

Vedrete, per esempio, che dal 2000 ad oggi i ponti/viadotti crollati sono 91 e si sono verificati praticamente tutto il globo (con una certa prevalenza negli Stati Uniti) per le cause più oscene o più sconsiderate.

In Portogallo per esempio un ponte è crollato perché per anni dragavano sabbia da sotto i piloni.

In Giappone ne è crollato un altro semplicemente perché era andato in sovraccarico.

Provate questo semplice sistema ogni volta che state per scrivere un post sulla corruzione, o su qualunque altra stronzata vi sembri caratterizzare l’Italia. 

Vedrete, vi si schiuderanno orizzonti nuovi e, se non siete completamente col cervello in pappa, rinuncerete a scrivere dabbenaggini.
Siete in piena globalizzazione culturale. Questa ha anche qualche aspetto positivo.
Approfittatene.