“ESILE, GIOVANISSIMA, OCCHI DI MIELE, VENDUTA PER 1.500 DOLLARI”. IL CONTRATTO PER LA SCHIAVITÙ SESSUALE USATO DALL’ISIS

“ESILE, GIOVANISSIMA, OCCHI DI MIELE, VENDUTA PER 1.500 DOLLARI”. IL CONTRATTO PER LA SCHIAVITÙ SESSUALE USATO DALL’ISIS

Contratto schiave Isis

Il contratto di compravendita di una ventenne trovato a Mosul. A destra, il viso di Lamiya Aji Bashar, 19 anni, scappata ai suoi carcerieri dell’Isis

di Cristiano Sanna 

Il pianto di Nadia Murad scampata al massacro della sua famiglia e alla prigionia degli esaltati omicidi dell’Isis, le sue parole di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite, si perdono tra le sabbie e le rovine della piana di Ninive.

Colpirono il mondo ed ebbero grande risonanza i racconti di questa ragazza che svelava gli orrori dello Stato islamico, gli eccidi di massa e il particolare accanimento contro le donne, meglio se giovanissime. Ma a tre anni esatti dal massacro di Sinjar (3 agosto 2014) c’è un intero popolo che vaga in una terra di nessuno al confine tra Iraq, Siria e Turchia. Con Mosul alle spalle.

Qui si pratica lo schiavismo.

Vuoi una ragazzina che da quel momento è carne da macello al servizio delle tue perversioni?

Bastano 1500 dollari, lo stipendio di un senior o un responsabile italiano di call center. Il documento recuperato a Mosul l’anno scorso, pubblicato dal reporter di Huffington Post Steven Nabil e di recente ripreso da Avvenire, mostra la burocrazia dell’orrore.

La firma con le impronte digitali

Nel contratto di schiavitù si parla della cessione dei diritti di proprietà di una ragazza di 20 anni, “sottile e con gli occhi color miele”, venduta ai suoi carnefici con tanto di scrittura tra le parti, firme autografe, timbri del Califfato e sigilli apposti sul foglio con due impronte digitali. A garanzia della transazione. E’ la fine che fanno troppe donne cadute nelle mani del Califfato, inferocito dalla progressiva sconfitta sul terreno. Sono oltre seimila le donne e i bambini rapiti dagli esaltati dell’Isis durante il massacro di Sinjar, che ha fatto in poche ore 3000 morti. Nadia Murad parlò di questi orrori, tra le lacrime. Tre anni dopo la situazione è cambiata solo in minima parte. Restano più di tremila schiave da liberare, e decine di migliaia di persone in fuga da un Paese nel caos, schiacciate alla frontiera curdo-siriana.

Meglio morire in battaglia

Fecero altrettanto scalpore le immagini del viso devastato di Lamiya Aji Bashar, la giovanissima donna curda yazida rimasta per mesi nelle mani degli schiavisti stupratori dell’Isis. Ripresa più volte dopo i suoi tentativi di fuga, e ogni volta sottoposta a punizioni disumane. Chi sopravvive alla prigionia torna dai suoi parenti, quando riesce, in condizioni fisiche e soprattutto psicologiche critiche: mutismo, catatonia, sdoppiamento della personalità per reagire all’orrore, convulsioni, attacchi di panico, assenza di sonno.

Gli yazidi sono disprezzati dall’Isis e guardati con sospetto da altre genti arabe.

Perseguono la parità tra sessi propugnata da Ochalan, venerano un dio che ha creato sette spiriti prima di fare il mondo come lo conosciamo, tra questi dei è compreso il Male, l’equivalente del nostro Satana, che però nella loro visione mistico esoterica ha spento l’inferno e va a redimersi. Ma tant’é, nelle approssimazioni dei media occidentali spesso gli yazidi sono stati frettolosamente ed erronemente chiamati satanisti. E’ un popolo senza stato e senza terra abituato a fuggire da persecuzioni e massacri, ma anche a battersi. Come a battersi sono proprio le donne che rifiutano il loro ruolo di carne da macello per gli uomini di al-Baghdadi. Meglio morire in battaglia, e ammazzarne il più possibile di quei posseduti dalla sharia.

Nadia Murad

Nadia Murad, il suo racconto degli orrori della tratta di donne da parte del Califfato ha colpito il mondo. Oggi è ambasciatrice presso le Nazioni Unite e attivista per le donne prigioniere dell’Isis

Così sono nate le unità militari tutte al femminile, come l’YPJ (Women Protection Units, cioè Unità di protezione delle donne) impegnate a cacciare via l’Isis dalle terre da cui sono state strappate.

C’è anche il loro contributo nella controffensiva partita nell’inverno di tre anni fa, un’avanzata progressiva mentre le bandiere del Califfato si ritirano, in rotta.

Così è tornata libera Sinjar nel 2015, così è stata liberata neanche un mese fa Mosul.

Sul campo di battaglia, ragazzine e donne soldato, con in testa le immagini delle loro mamme, figlie e sorelle straziate dallo Stato islamico.

Adalet, eşitlik ve ekmek: GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA E PANE. POPULISMO ANCHE IN TURCHIA?

Adalet, eşitlik ve ekmek: GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA E PANE. POPULISMO ANCHE IN TURCHIA?

Kemal Kılıçdaroğlu

di Maria MORIGI 

«Questo 9 luglio è un primo passo e una rinascita per la Turchia». Accolto a Istanbul da centinaia di migliaia di sostenitori, in un tripudio di vessilli turchi e bandiere con il volto di Ataturk, Kemal Kılıçdaroğlu apre così la più grande manifestazione dell’opposizione turca degli ultimi anni. Una distesa umana si staglia lungo il mar di Marmara, nella grande piazza di Maltepe, ultima tappa dei 430 km della ‘marcia per la giustizia’ iniziata 25 giorni fa ad Ankara.

Kemal Kılıçdaroğlu è nato a Nazimiye nel 1948.

Laureato all’Accademia delle Scienze Economiche e Commerciali di Ankara, entra nel Ministero delle Finanze come vice direttore alla Direzione Generale dei Redditi. Nel 1991 è direttore generale dell’Organizzazione per la sicurezza sociale degli artigiani e dei lavoratori autonomi (SSK), quindi diventa vice-segretario del Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale e poi presiede la Commissione per i lavori dell’ottavo piano di sviluppo quinquennale.

Nel 2002 viene eletto deputato del Partito Popolare Repubblicano, CHP, Cumhuriyet Halk Partisi (oggi principale partito di opposizione) nel seggio di Istanbul. Le sue attività ispettive e le sue denunce contro finanziamenti illeciti, malversazioni, corruzione di membri del partito al governo, hanno dato seri problemi di immagine alla Turchia allontanando la prospettiva di entrare nell’UE.

Dal 2010 è leader del Partito Popolare Repubblicano, portandolo dal 21% al 25% in un quinquennio.

Nel 2012 viene eletto vicepresidente dell’Internazionale Socialista.

Dai suoi seguaci è detto “Gandhi indiano”, mentre i suoi nemici lo considerano un fiacco e “oscuro buracrate” che ha già rotto abbastanza…Kemal non è un leader carismatico, anzi appare come una persona fragile, troppo cedevole, poco “politica”.
La sua ideologia è considerata confusa e ambivalente, poiché si destreggia tra i valori laici dello Stato repubblicano indipendente di Ataturk (che per i Turchi sono ‘conservazione di princìpi’), i valori socialisti (difficili da definire nel marasma odierno), le necessità di traguardi economici e la forma particolare che ha il Nazionalismo in Turchia (I Curdi devono essere integrati o spazzati via?).
“Ambivalenza” significa che nel CHP coabitano – non senza frizioni – tutte queste anime del Popolo Turco.
Sappiamo che al presunto colpo di stato di luglio 2016, seguì una feroce repressione: 50mila turchi arrestati, 140mila persone licenziate per presunti legami con la cerchia di Fethullah Gulen, accusato da Erdogan di essere l’artefice del tentato colpo di Stato.
Sappiamo che il 14 giugno viene arrestato Enis Berberoglu, noto giornalista e numero due del CHP condannato a 25 anni di carcere per “rivelazione di segreto di Stato” (aveva fornito nel 2014 al quotidiano Cumhuriyet un video che mostra un tir carico di armi – destinate ai ribelli siriani – oltrepassare il confine con la Siria scortato dai servizi segreti turchi. Per quel video ancora oggi sono dietro le sbarre undici dipendenti del giornale).
Kemal Kılıçdaroğlu, l’oscuro burocrate, decide quindi di fare opposizione fuori dal Parlamento e si rivolge direttamente al Popolo.

Nel giugno 2017 proclama e guida una marcia pacifica da Ankara ad Istanbul.

Adalet - Marcia in Turchia

Il loro cammino simbolico – 430 km in tutto – terminerà domenica 9 luglio sotto la prigione di Maltepe dove è detenuto Berberoglu.
Tutto è iniziato con qualche decina di manifestanti, poi il fiume si è ingrossato e adesso sono decine di migliaia. Il corteo ha il timore costante di attacchi e provocazioni. Ogni tanto le macchine che li incrociano, lungo la strada D-100, rallentano per scaricare insulti. Qualche giorno fa, accanto al campeggio dove dormivano i marciatori, un furgone ha riversato qualche chilo di letame. Ma Kılıçdaroğlu invita i suoi a rispondere sorridendo, ha anche distribuito un manuale in 12 punti che raccomanda di non cedere alle provocazioni. .. Il presidente Erdogan li accusa di fiancheggiare i terroristi … La polizia ha arrestato due giorni fa 6 militanti dell’Isis che sarebbero stati pronti a fare una strage alla marcia… la parola ADALET, GIUSTIZIA, campeggia su migliaia di magliette e cappellini bianchi.
“Per un sistema giudiziario in cui la legge non venga utilizzata come strumento di oppressione“… “dobbiamo unire questo Paese così lacerato attorno al diritto alla giustizia e a valori democratici”“i militanti marciano sotto 37 gradi di temperatura con un solo slogan: “diritti, legge, giustizia”… “questa marcia ha suscitato consapevolezza nella società. Ora le persone possono facilmente parlare dei loro guai. In questo contesto che abbiamo creato è emerso il problema che chi subisce ingiustizia non ha accesso al sistema giudiziario. La loro via è bloccata. Questa marcia ha l’obiettivo di iniziare un processo per il superamento di questo blocco”.
Domenica saremo un milione”, si augurano i marciatori, “In questa marcia non c’entrano i partiti, ma solo la giustizia. Se vuole, può venire anche il presidente Erdogan”.
Un anziano se ne va in giro con un cartello al collo: “Un giorno anche tu avrai bisogno di questa giustizia”.
Per concludere: è mai possibile che l’Europa non capisca assolutamente da che parte stare?
Chi va aiutato e chi no? Che dietro i pessimi governi e le pessime politiche, le alleanze e le strategie, gli interessi delle imprese e delle banche… dietro, ma anche sopra, c’è un POPOLO con il bisogno di Giustizia.
RESISTENZA VISIONARIA E CREATIVA

RESISTENZA VISIONARIA E CREATIVA

Latin american women

 

(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

Madre Eva

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporto sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti.

Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

Lolita Chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/05/10/resistenza-visionaria-e-creativa/

I CONDIVISORI

I CONDIVISORI

Damasco

di Jacob FOGGIA

 

storia triste di vittime sentimentali

“Con la coscienza sporca per legittima difesa” (Kaos, Coupe de grace)

Il 24 marzo del 1999 i caccia dell’Occidente si alzarono in volo per sorvolare l’Adriatico e aggredire la Federazione Jugoslava, stato sovrano.

Andavano a prendersi il Kosovo.

L’Italia, paese vassallo con D’Alema al timone, era parte in causa.
Offriva basi militari, aeroplani, uomini. Per mesi i media di casa nostra parlarono di quella regione misconosciuta, del Kosovo, come uno stregone può parlare ai bambini di un bosco incantato. Del resto, che ne sapevamo noialtri dei progetti di “Grande Albania”, dell’epica di Piana dei Merli, dei monasteri bruciati, degli scontri tra albanesi e serbi? A stento riuscivamo ad individuare il Kosovo sulla cartina d’Europa.
E, da spugne, ci siamo ingrossati di propaganda.

All’epoca, persino molti tra i compagni – per non parlare dei pacifisti – avviavano le loro analisi dal punto, ritenuto fermo, della “pulizia etnica” in corso.

I cattivi erano i serbi. Il fatto che fossero anche gli unici a poter infastidire i progetti imperiali di allargamento ad Est di capitalisti straccioni e organizzazioni militari desuete quali la NATO, era – agli occhi di tanti – una semplice coincidenza.

L’informazione di Stato, per mesi, ci ha parlato di stupri, linciaggi, violenze. E, soprattutto, fosse comuni. Le fosse comuni, nell’immaginario collettivo, sono la quintessenza del male. Le vittime, orribilmente smembrate, mutilate, in anonima decomposizione – del resto – spaventano i nostri cuori identitari dai tempi di Foscolo. Ci appaiono in sogno col tanfo della coscienza più nera.

Invisibili.

Nelle fosse comuni che ci raccontavano – in un drammatico, orrorifico conteggio basato sugli aerei spia dei “buoni” – c’erano 30, forse 50, forse 100mila albanesi. Giovani donne, bambini, vegliardi, padri di famiglia, massaie. Che ci guardavano dai bulbi oculari vacanti.

Che chiedevano giustizia, se non vendetta. Alla Comunità Internazionale, imparziale e salomonica.

I bombardamenti durarono settantotto giorni. Ferirono Belgrado, Pristina, Podgorica.

Causarono più di diecimila morti. Disseminarono uranio impoverito per chilometri, uccidendo civili e militari dell’alleanza a distanza di anni.

Nessuno, dopo aver piantato la bandiera dei giusti sul terreno di quella terra ormai svuotata ma indipendente, fece più riferimento alle fosse comuni.

Nessuno parlò più dell’argomento.

O, meglio, in un paio di occasioni – tra il 2000 e il 2001 – eccezionali “scoop” giornalistici spiegarono agli italiani che erano state finalmente trovate, le fosse. Un paio.
Vicino Belgrado. Con 800-1000 persone dentro, presumibilmente. Soldati dell’Uck, più che civili.
Amen.

Funzionava così, ai tempi. Del resto, internet non era ancora il nostro abbeveratoio di menzogne, il nostro ripetitore di sciocchezze, il lavacro purificatore del nostro sopravvalutato ego.

Ai tempi c’era il martellamento televisivo, l’ossessività della carta stampata, per orientare una pubblica opinione non ancora resa falsamente “attiva” dalla presuntuosa interazione.

Ma, a prescindere dagli strumenti e dalla loro modernità o raffinatezza, il principio che lega la guerra di Siria alla prima guerra punica è lo stesso. La mostrificazione di un nemico esterno, tradotto agli occhi della brava gente come la sintesi di ciò che è inumano, ingestibile, terrificante.
Altro.

Il nemico fa paura per la sua bestialità.

La sua bestialità lo rende indegno di occupare un posto nel consorzio umano. Non merita pietà.

Gli ebrei bevevano il sangue dei bimbi cristiani, i selvaggi uccidevano gerarchi fascisti andati a costruirgli le strade, i nordvietnamiti attaccavano navi statunitensi nel Golfo del Tonchino, anche prima dell’era del virtuale, dell’iperconnessione, della ripetizione ennesima dell’immagine e del concetto.

Era falso, certo. Ma non aveva importanza. Come non ne ha adesso. Sebbene noialtri si abbia qualche strumento in più per constatarlo.

Torna in mente il Tognazzi cardinale che, dinanzi all’osservazione dell’Alberto Sordi frate secondo cui il sangue attirava la plebe ai tempi dei romani, ribatte: “In ogni tempo, fratello. In ogni tempo”.

 

Il popolo virtuale è buono e sensibile. E questo lo rende implacabile.

Affezionato a quella monumentalizzazione delle vittime di cui parlava Luzzatto.

Istintuale e perverso, mosso da una sottomarca d’umanitarismo che, di fatto, finisce per farsi strumento.

Finisce nel perdersi nella funzione.

Il limite, probabilmente, sta nel mito nella neutralità.

Nel ritenere imparziale qualsiasi informazione.
Si può capire ed emotivamente comprendere che in tanti si sentano scossi da certe immagini anziché da altre.

Il nostro cervello è selettivo. Ma dobbiamo renderci conto che non esistono immagini neutre. O versioni obiettive.

I bimbi di Idlib non fanno eccezione.

 

Siamo parte di una gigantesca indagine di mercato.

 

Cosa pensa di ottenere il popolo di internet reiterando la propria indignazione, il proprio orrore, mostrando quelle foto terribili?

Pensa di far valere la propria umanità ma, di fatto, sta sposando una parte della contesa.

E l’altra, forte del supporto sentimentale incassato, cosa farà, in risposta?

Una bella inchiesta internazionale per porre fine con una stretta di mano ad una guerra che la nostra indifferenza idiota ha scatenato? Sbagliato.

Bombarderà altre città, altri quartieri. E altri bambini moriranno.

 

Grazie anche al buon cuore dei condivisori.

 

Ma quelle immagini non le vedremo. E ci sentiremo tutti meglio. Tutti salvi. Come Netanyahu. Come Trump.

Certo, dinanzi ad un bambino che fatica a respirare, dinanzi ad un bambino che vomita sangue; dinanzi ad un bambino che muore – come diceva qualcuno – non si può far altro che sdraiarglisi accanto e giocare al morto.

Idlib è l’intestino crasso della guerra. La sua sostanza. La sua viscera marcescente.

In una parola, è la guerra. Perché la guerra eroica, quella di Omero o del Piave, è retaggio dell’età della non riproducibilità.

Invece, a questo popolo di cuore, oggi tutto viene pietosamente gettato in pasto.

Famelicamente. Senza filtri, se non qualche ipocrita avvertenza o l’auto-censura dei tg, che funge da volano alla morbosità della ricerca.

Il punto, dopo Idlib, è porsi due domande sulla nostra volubilità.

Giacché posto per assodato che la guerra è brutta, gli sbalzi umorali dell’utenza a noi non sembrano così diversi dagli sbalzi umorali di un gruppo d’acquisto o di un elettorato.

Non foss’altro per la concordanza esistente tra i soggetti.

In due parole: dopo l’attentato di Parigi la rete è diventata un ricettacolo di compassionevoli giustizieri in cerca d’autore. Si invocava, da più parti, il pugno di ferro contro Daesh come pendant del rispetto per le vittime. Lacrime e pioggia di fuoco.

Per la prima volta c’è stata gente “comune” che ha puntato il dito contro gli statunitensi, giudicati troppo morbidi nella loro strategia anti-Isis. Insospettabili hanno evocato la riscossa di Hollande.

O sono corsi tra le braccia di Putin. Perché, si sa, l’uomo forte ispira sempre i Bar dello Sport.

Quando l’aviazione francese ha colpito Raqqa, capitale del Califfato, rendendo reali le fiamme evocate, le immagini dello scempio sono corse di bacheca in bacheca, riprese da Youtube.

E le urla della gente sotto l’auspicato fuoco ha nuovamente spinto il popolo a mutare posizione. Tra chi ha espresso il dubbio complottista dell’attentato come pretesto e chi il proprio sdegno per il genere umano, il disprezzo ha nuovamente cambiato campo.

In meno di quarantotto ore, l’intero spettro del sentire virtuale ha stilato il suo manifesto. La vittima civile come autentico eroe del ventesimo secolo, per dirla ancora con Luzzatto. E il ventunesimo non è cominciato diversamente.

Insomma, siamo sempre lì. Abbiamo ancora nelle orecchie gli osanna alzati al cielo d’Occidente quando le eterodirette piazze delle capitali del Nord Africa cominciavano a riempirsi di manifestanti.

Noi – precarizzati, sfrattati, privati dei diritti, del welfare e, per chi ci crede, del voto di rappresentanza – sui balconi del mondo ad annuire sapientemente, come chi la sa lunga. A dire ai popoli arabi che così si fa.

Che finalmente, dopo la primavera di bellezza, anche loro avranno la democrazia.

Poi i tiranni sono caduti, esattamente come Saddam nel 2003. E a nessun festoso democratico è più interessata la pervicacia dell’intervento straniero su quei paesi che si dovevano riportare nel gregge. Un’euforia contagiosa e senza ritorno (o prospettiva) ha salutato il crollo di Ben Alì, di Mubarak, di Gheddafi. Un olè dietro l’altro.

Ignorando la sovranità violata di Algeria, Tunisia, Egitto, Libia.

Un voto val bene un’eliminazione dall’atlante politico.

I democratici – anche loro, più virtuali che reali – hanno detto di prendere esempio. Poco importa se gli islamisti radicali s’erano fatti sotto o se piazza Tahrir s’è trasformata in un bagno di sangue e Tripoli e Bengasi si sono spartite una guerra civile.

Importante era il principio, dicevano. Anche quando Assad fece timidamente presente alla comunità internazionale, che alla prima violazione dell’indipendenza siriana ci sarebbe stata una carneficina. Qualcuno non s’è fatto scrupolo ad utilizzare i guerriglieri di Daesh pur di rovesciare l’uomo forte di Damasco.

Qualcuno li ha etichettati come “ribelli”, dismettendo – in quelle zone – il termine “terrorista”.

Lo stesso qualcuno che Daesh l’aveva creato e finanziato, in Iraq.

Gli attentati in Europa hanno “costretto” l’ultimo Obama a cessare la guerra irregolare e non dichiarata con la Russia e, di fatto, a mettere da parte l’appoggio ai “ribelli”. Trump ha cambiato rotta, tornando all’origine.

Bisogna abbattere Assad e, come nel resto dell’Africa settentrionale “liberata” dalle primavere, sostituirlo con un governo compiacente, debole e poco propenso a rompere i coglioni.

La propaganda che giunge a noi, dopo un interregno di maggiore benevolenza (Assad è finito addirittura ai microfoni del tg1, con tanto di sorrisi dell’inviata e saluti), è tornata quella del pre-Bataclan. Perché noi siamo spugne, oggi come nel ’99, oggi come nel 264 a.C.

Spugne che si fregiano di sentimenti sovrastimati: l’odio, la compassione, l’indignazione, la rabbia.

Ci riteniamo autonomi, ma siamo mercato. Non abbiamo mai visto i curdi perseguitati dalla Turchia che faceva affari con l’Isis.

Ma riteniamo la Turchia di Erdogan un alleato. Non abbiamo mai visto le impiccagioni pubbliche degli omosessuali in Arabia Saudita. Perché l’Arabia è un alleato.

Non abbiamo mai visto i bambini palestinesi morti di fosforo bianco sionista. Perché Israele è un alleato.

Alleato non certo nostro, ma di coloro che pilotano le nostre emozioni come si spostano voti in un sondaggio. Del resto, il gioco è facile: se il popolo virtuale avesse saputo dei bimbi morti a Dresda, avrebbe cominciato a nutrire simpatie per il Nazionalsocialismo.

In Siria si combatte una guerra terribile come tutte le altre guerre.

Come in ogni guerra, il prezzo più alto lo pagano i civili.

Da una parte le forze lealiste, dall’altra i “ribelli”, per lo più islamisti.

In Europa si combatte una guerra. La medesima. Idem in Russia. In Turchia.

Una guerra che fa vittime tra i civili, a decine.

E non ci sono nostri governi, giacché nessun governo ci è amico.

Nessuno chiede a nessuno, in questo groviglio di interessi, di mettersi a fare il “tifo” per questa o quella parte in causa.

Ma forse è arrivato il momento di superare la monumentalizzazione delle vittime, di capire che cosa si vuole, dando per scontato che si voglia la pace e che la pace sia oggi impossibile. Schierarsi. Ma non con l’uno o con l’altro, come se fossimo ad X-Factor.

Ma contro. Contro il cinismo del denaro, che ha ridotto in polvere le istituzioni dei paesi laici trasformandoli in serragli dell’ottusità religiosa, che ha lasciato le popolazioni arabe allo sbaraglio, che ha coscientemente fomentato la guerra e il terrorismo, che non piange le vittime che genera.

Dateci retta: a nessun apparato politico, a nessuna struttura militare, di questo capitalismo infame, interessa un fico secco dei bambini di Idlib. Né della verità sull’uso del sarin. Men che meno della libertà di cui vanno ciarlando.

Sono loro i nostri nemici. E sono implacabili quanto la nostra vulnerabile volubilità.

Da cui sarebbe il caso di liberarci.

 

TURCHIA: DONNE E REPRESSIONE

TURCHIA: DONNE E REPRESSIONE

Donne oppresse in Turchia
 

di Nia GUAITA

Si fa sempre più strada l’allarme nei confronti di una nuova campagna, che vede le donne vittime in Turchia.

Il centro svedese Stockholm Freedom (SCF), in una recente relazione del 27 aprile, conferma che il governo turco ha “sistematicamente e deliberatamente attaccato le donne, come parte di una campagna di paura e di intimidazione dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio” e documenta i sempre più numerosi casi di donne imprigionate.

“La motivazione (per questa campagna), sembra essere quella di voler incrementare il fattore di intimidazione e paura nella società”, ed ha aggiunto che le donne di ogni categoria ed età sono diventate l’obiettivo di questa particolare campagna.

In diversi casi che la SCF ha identificato, le donne sono state arrestate in ospedale immediatamente dopo aver partorito.
Molte donne sono state arrestatate mentre stavano visitando il marito imprigionato, lasciando i figli senza entrambi i genitori.

Sempre la SDF, scrive nel rapporto di donne impazzite per le torture subite e tuttora detenute.

In molti casi, il governo ha imprigionato le mogli di uomini d’affari accusati di sostenere l’opposizione a Erdogan.

Negli ultimi anni, si sta assistendo ad un aumento esponenziale della violenza contro le donne, in tante forme che, come nello Stato islamico, ha portato agli stupri etnici nei confronti delle donne Jazidi, quali strumenti di genocidio.

Conflitti legati a differenze di etnie, religione, cultura, per opprimere la popolazione civile perché colpire le donne, vuole dire fratturare l’ordine familiare e sociale.

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