GLI ANTIFASCISTI A CORRENTE ALTERNATA

GLI ANTIFASCISTI A CORRENTE ALTERNATA

Emmanuel Macron

di Mauro GEMMA
Qualcuno si rallegra, anche con manifestazioni di entusiasmo francamente ridicole, per la vittoria di Macron perché, a suo dire, avrebbe scongiurato il pericolo fascista in Francia e arriva al punto di attaccare persino Mélenchon, il suo movimento e il 37% di elettori francesi che si sono astenuti o hanno votato scheda bianca o nulla, per non essere caduti nella trappola del “voto utile” a favore di una delle due destre, entrambe al servizio dei padroni, che si contendevano la presidenza.

E, a dimostrazione della deriva culturale che caratterizza certa “sinistra” che ha dimenticato anche che cosa sono state le Brigate Garibaldi (qualcuno di questi sedicenti “antifascisti” forse si chiederà addirittura chi erano, in questa desertificazione della memoria storica), Mélenchon viene attaccato anche per avere reintrodotto la nobile parola “patriottismo” nel vocabolario della sinistra di classe, sottraendola alle strumentalizzazioni della destra sciovinista e reazionaria.

Ma questi ipocriti che lanciano accuse di connivenza con il fascismo a chi non ci sta a questo gioco che tanto è gradito a Renzi e al suo partito che fino all’altro giorno si apprestava ad affossare la Costituzione nata dalla Resistenza antifascista, di fronte a una situazione che vede il fascismo ormai al potere, un fascismo assassino e torturatore, scatenatore di guerre criminali di aggressione contro popolazioni civili, come quello che in Ucraina esalta i crimini dell’occupazione hitleriana, che cosa hanno da dire?

Che cosa fanno concretamente per porre fine a questa vergogna nel cuore dell’Europa?

Nascondono ormai da anni la testa nella sabbia.

E neppure se ne vergognano.

In attesa che Macron inasprisca le sanzioni alla Russia e rafforzi il “contributo” della Francia alla preparazione della guerra globale: che fa dire a Trump che “non vede l’ora di lavorare con il nuovo presidente”. Vedremo allora cosa avranno da dire questi antifascisti a corrente alternata..

 

Peacekeeping operation. Le chiamano così, le guerre, adesso

Peacekeeping operation. Le chiamano così, le guerre, adesso

Attacco alla Siria

 

di Antonio CAPUANO

Una guerra seppur con un altro nome, mantiene lo stesso profumo di sangue.

E così, gli Stati Uniti d’America ci sono ricascati, hanno nuovamente “esportato la democrazia” a suon di missili e in questi casi guai a parlare di morti, la nomenclatura ufficiale li definisce “effetti collaterali” (si, formalmente decine di morti siriani tra cui 4 bambini, equivalgono al prurito che ti lascia la maglia di lana nuova).

Mentre si fanno proclami retorici contro l’Isis, si attaccano duramente i due paesi che più la combattono e si presta così il fianco alla sua avanzata. La famosa pace all’americana, insomma.

Nel frattempo quei cattivoni di Assad e Putin “osano” reagire all’attacco e ovviamente i Paesi NATO corrono prontamente sotto il gonnellino di mamma Usa, lanciandosi in difese improponibili.

A forza di giocare con il fuoco e fin quando non smetteremo di distinguere tra “guerre giuste” e “guerre sbagliate”, dicendo senza mezzi termini che la guerra va condannata a prescindere dai soggetti e dalle motivazioni, non solo questo circolo vizioso non avrà mai fine ma prima o poi salterà il banco geopolitico Internazionale.

Intanto le navi da Guerra russe sono giunte nel Mediterraneo. Occhio perché per passare dalla visita turistica alla nuova guerra fredda, è un attimo.

Dopodiché a quel punto non vi basterebbero nemmeno la diplomazia e la fine nomenclatura internazionale per limitare i danni.

Statene certi…

Siria. Vi lascio alle vostre certezze e mi tengo le mie domande

Siria. Vi lascio alle vostre certezze e mi tengo le mie domande

Putin e TRump

L’indignazione rimane come al solito superficiale se non diventa prima analisi e poi critica dei meccanismi anche economici dei conflitti.

 

di Francesco MAZZUCOTELLI – Esperto di studi internazionali e politica mediorientale

Mi scuso in anticipo se quello che sto per dire potrà urtare la sensibilità di qualcuno.

Le immagini di Idlib mi hanno turbato, come penso abbiano turbato qualsiasi essere umano con un minimo di decenza. Eppure mi chiedo: le persone che in questi giorni hanno parlato di “fine dell’umanità” dove hanno vissuto finora? È stata forse più umana la carneficina occorsa per responsabilità di molte parti, e non di solo di una, da ormai cinque anni?

È atroce morire a causa delle armi chimiche (comunque siano andate le cose a Idlib), ma è forse più umano, più delicato morire sotto un bombardamento convenzionale o il tiro dei cecchini?

È davvero possibile accettare frasi come quelle che mi è toccato leggere oggi, secondo cui le vittime dei bombardamenti convenzionali sono solo “effetti collaterali” e quindi, par di capire, contano meno dei morti in condizioni atroci?

Siamo davvero così assuefatti, così mitridatizzati da scandalizzarci della guerra solo se ogni tanto avvengono episodi particolarmente efferati?

Le gare del dolore (chi è più vittima?) mi hanno sempre disgustato, ma penso alle centinaia di persone atrocemente massacrate in queste ore nella regione congolese del Kasaï; una regione di cui ignoreremo persino l’esistenza, i traffici e i signori della guerra fino a che non vedremo file di cadaverini allineati in uno scatto d’effetto.

Le immagini sono terribili, la prima risposta è emotiva, ciascuna persona ha il suo modo di declinare e di esprimere queste emozioni.

Poi però deve subentrare il momento dell’analisi e del discernimento etico e politico.

Altrimenti, come spesso accade, l’indignazione è solo dichiarativa e dura lo spazio di una giornata.

Il tempo che basta per mettere la scritta “Save Syria” sulla propria immagine di profilo prima di tornare a parlare degli aperitivi al Salone del mobile.

Le reti della pace e i gruppi per il disarmo spiegano meglio di come potrei fare io chi ci guadagna dal gigantesco affare della guerra. Non sarebbe il caso di indignarsi su questo punto con assidua costanza?

Cosa si intende quando si dice che “bisogna fare qualcosa”?
Un conto è dire che bisogna intervenire sui governi per limitare i traffici di armi e le transazioni finanziarie che foraggiano l’economia di guerra di tutte le fazioni coinvolte.

Tutt’altra cosa è fare il tifo per un’operazione militare, magari a guida americana. Sento gente difendere oggi la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, anche sapendo cosa è successo dopo.

Qual è il prezzo di starsene inerti, con le mani in mano, mentre accadono atrocità di vario genere?

Ha moralmente, politicamente, umanamente senso che alcuni bambini muoiano in un bombardamento convenzionale (su Damasco, su Baghdad, su Belgrado) per evitare che altri bambini muoiano (a Idlib, a Halabja)?

Sono domande da rimanerci svegli la notte.

Vedo invece gente sicurissima delle proprie convinzioni, che usa Facebook per spandere le proprie sicurezze, senza nemmeno rendersi conto di essere il più delle volte manipolata dalle varie bande in circolazione.

Che dire? Tenetevi le vostre certezze (del cazzo), io mi tengo i miei interrogativi.

 

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