THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

 

 

Sono passati DIECI ANNI da quella notte spaventosa in cui Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Rosario Rodinò, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni persero orrendamente la vita per una VOLUTA mancanza di sicurezza dell’azienda ThyssenKrupp di Torino.
Giovani vite spezzate dalla mano feroce del neoliberismo che usa gli esseri umani come fossero carta straccia. Morti anch’essi senza giustizia.
Da allora nulla è cambiato se non in peggio.
Li vogliamo ricordare con il testo di qualche tempo fa, scritto da un loro collega, ma non per deporre un fiore su chi è stato immolato come un agnello sacrificale sull’altare del sistema ma per non dimenticare MAI, che questo sistema di potere e di dominio va SPAZZATO VIA al più presto per ridare dignità e sicurezza a tutti i lavoratori.
Perchè nessun essere umano sia più costretto a perdere la vita in nome del massimo profitto per guadagnarsi da vivere.

Il Coordinamento Nazionale del MovES

 

 

di UN OPERAIO della ThyssenKrupp di Torino

Il profitto, i soldi, capitale, volume d’affari, budget, target, aumenti, tagli, ottimizzazioni, flessibilità, deroga, libero mercato, liberismo, merce.
Ecco, io vorrei raccontarvi, una storia, con parole mie, molti la conoscono, superficialmente, altri la eludono, altri pensano che sia frutto del caso e che sia un caso, altri credono nella sfortuna, certuni credono in Babbo Natale.
La strage della ThyssenKrupp di Torino.

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante azienda d’Europa nel settore siderurgico. Tra le molte aziende che controlla c’è pure l’acciaieria di Terni.
Ma qui siamo a Torino, la fabbrica oramai obsoleta, improduttiva e che continua a produrre acciaio anziché oro, deve essere smembrata e trasferita a Terni. I dirigenti decidono e impongono il trasferimento, senza però smettere di produrre. L’acciaio va fatto fino all’ultimo giorno, senza se e senza ma.
E la sicurezza? Inutile. Il gioco non vale la candela.

La fabbrica non è a norma. Ma non rispetto al D.Lgs 81/2008 e successive modifiche, non rispetta nemmeno i dettami dell’abrogato D.P.R. 547 del 1955.

I nastri trasportatori, non sono MANUTENUTI, nemmeno registrati, lo sfregamento dei fogli d’acciaio causa scintille, che almeno una o due volte per turno causano piccoli INCENDI.
Sempre domati dagli operai con i presidi antincendio presenti e disponibili.

I nastri non hanno cordelle di blocco, i pulsanti di emergenza sono stati DISATTIVATI, (potrebbero nuocere alla produzione).

I “funghi” di emergenza, (non funzionanti), furono progettati, per sezionare parti delle linee di produzione, ma NON tutte. Omicidio progettuale.

I bacini di contenimento degli oli lubrificanti, posti sotto ai nastri sono stracolmi di liquido infiammabile, per la mancata manutenzione. Non ha senso manutenere una linea da ELIMINARE.

I fogli di carta che separano i fogli di lamiera, per SCELTA direttiva, non vengono eliminati, ma sono bruciati nel processo, per RISPARMIARE.

Carta, olio in pozze su tutte linee, ma tanto fra poco si dismette.
Gli estintori, idonei, per spegnere gli incendi da idrocarburi sono quelli a polvere, mentre quelli a CO2 si utilizzano sui quadri elettrici. Ed infatti per scelta aziendale, TUTTI gli estintori a polvere vengono sostituiti con quelli a CO2, meno efficaci, certo, ma almeno non “sporcano” l’acciaio.
Mica abbiamo tempo di pulire. Dobbiamo produrre. Fino alla fine. Fino alla fine.

La ditta che effettua la manutenzione e revisione semestrale OBBLIGATORIA dei presidi antincendio, non riesce a tenere il passo degli estintori vuotati e consumati.
Certo, con due principi di incendio a turno, se non di più non è facile ricaricare TUTTI gli estintori.
Il getto di CO2 è poco efficace sugli olii, ha però l’AGGRAVANTE di spostare ed ACCUMULARE i liquidi all’interno dei bacini di contenimento, creando così grossi accumuli di materiale infiammabile.
Una BOMBA.

Sette operai, stanno facendo il turno di notte sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino.
E’ l’una di notte del 6 Dicembre 2007, quando, il solito piccolo incendio ha inizio sulla linea.
L’addetto al nastro, scorge il solito, piccolo, ennesimo, principio d’incendio. Prova a domarlo con l’estintore più vicino, senza risultato. L’incendio aumenta.

L’operaio chiama gli altri sei colleghi in turno. Escono dalla piccola sala quadri che controlla la produzione.
Si precipitano agli estintori. La maggior parte sono scarichi.

I lavoratori cercano altri mezzi di estinzione, sulle colonne, dietro la linea, davanti alla linea.
Un operaio corre alla manichetta di un idrante. La srotola.
E’ tardi.

La linea in pressione, degli oli idraulici, non sezionata, non bloccata da nessun interruttore di emergenza, per il grande calore esplode.
La flangia viene ritrovata a circa 250 metri dalla zona del primo innesco.
Scoppia l’inferno. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, le ambulanze arrivano all’una e quindici minuti.

Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone.
Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.

Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Non è stato un incidente, non sono stati infortuni, non è stato il caso.
La strage della ThyssenKrupp di Torino è un emblema è la vittoria del profitto sulla vita, è la vittoria del capitale sugli uomini, è la vittoria di un sistema, di un modus operanti, di una inciviltà che mette i soldi davanti a tutto.

Gli omicidi della acciaieria ThyssenKrupp di Torino, sono la vittoria di un sistema malato sulla dignità.
In tuta blu. Quella notte, sulla linea 5 muore l’Umanità, schiacciata dal demone insanguinato del neoliberismo criminale e corrotto.
LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

Torino paura finale champions

di Patrizia GALLO

Una riflessione su quanto accaduto da semplici osservatori di processi che inevitabilmente sfociano in comportamenti collettivi devianti.

Una partita di calcio proiettata su maxischermo diventa motivo sufficiente per chiunque per evitare di recarsi verso il centro città.

Il cosiddetto tifo, in qualsiasi luogo e contesto si manifesti, mostra toni e atteggiamenti che è poco definire esaltati.

Ma basta un momento di panico, che la fragilità irriconosciuta scateni un cieco terrore, da mandria impazzita.

Eppure i numeri delle manifestazioni collettive sono direttamente proporzionali a figure e miti di denaro e competizione spinta: vuoti, di senso e di messaggio, totalmente acritici e non alternativi al sistema che li produce.

Lo so, sto dicendo cose dure e generalizzanti, soprattutto per gli affezionati.

Ma credo che il momento collettivo sia tra i più bassi e critici di quelli vissuti sino ad ora.

E che lo sport sarebbe meglio praticarlo, anche nei limiti della propria fisicità, per il puro gusto di praticarlo e non tanto per competere o schiacciare l’avversario.
Ciò che dovrebbe ispirare e costituire esempio, almeno nei comportamenti, anche per i miliardari giocatori delle squadre di calcio.

Cova in molti un rancore sordo, un senso di paura mista a rabbia e impotenza per sentirsi, i più anziani, privi di riconoscimento eppure schiacciati in un giovanilismo disperante e fasullo di necessità, perché mollare non si può; i più giovani, da un carico di aspettative cui non riescono a rispondere e una difficoltà a ripensarsi criticamente, secondo categorie di pensiero complesse e capaci di far loro intravvedere orizzonti di senso e alternative possibili.

Il mio timore, anche ascoltando vari commentatori – vista l’ormai serie infinita di fatti scatenanti, per motivi diversi tra cui anche il panico e lo spaventoso allarme sociale – è quello di assistere a una risposta di tipo coercitivo, a far propri schemi e sistemi appartenenti a realtà improponibili, qui, per contesto e motivazione e ad improbabili quanto inutili restrizioni.

E che, sino ad ora (ma si può e si deve cambiare), non si sappia come rispondere allo sfaldamento sociale con politiche miranti a ritrovare, a RAPPRESENTARE ciò che dia speranza e riorienti il sentire comune verso orizzonti di impegno, solidarietà, empatia e senso condivisi.

 

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