NON C’È ALBA PER I RIFUGIATI A ROMA

NON C’È ALBA PER I RIFUGIATI A ROMA

di Roberto CICCARELLI*

Giovedì 24 agosto: un’altra giornata di vergogna per Roma, dove centinaia di rifugiati, in Italia da molto tempo, vengono aggrediti dalla forze dell’ordine. Un doppio prezioso racconto di Roberto Ciccarelli, il primo scritto alle ore 8, il secondo alle ore 13. Qui invece il messaggio diffuso da Medici per i diritti umani: La notte prima dello sgombero. In coda, infine, un reportage fotografico di Eliana Caramelli

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Giovedì 24 agosto, ore 6,45: nuovo sgombero del popolo dei rifugiati che resisteva da sabato a piazza indipendenza a Roma, dopo lo sgombero di un migliaio di persone dal palazzo dei rifugiati. Manganelli, idranti, drappelli armati hanno respinto le persone all’alba.

Un’occupazione scomoda quella di palazzo Curtatone, questo il nome comunemente attribuito all’immobile. Sul lato opposto di piazza Indipendenza (a due passi dalla Stazione Termini, ndr) sorge la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, a trecento metri c’è il consolato tedesco, a pochi passi la redazione romana del Sole 24 Ore e il Corriere dello Sport. Finché ha resistito in questa zona centrale della città, il palazzo dei rifugiati è stato la denuncia vivente del mancato rispetto della Convenzione di Ginevra, del regolamento di Dublino e del malfunzionamento del sistema dell’accoglienza.

Gran parte degli occupanti erano legalmente residenti in Italia, con attività lavorative nella Capitale, per anni hanno mandato i bambini nelle scuole del quartiere. Al riconoscimento dello status di rifugiati non è seguita l’accoglienza in strutture che potevano garantire condizioni di vita dignitose. Mai, fino allo sgombero del 19 agosto, è stata offerta una soluzione alternativa realistica. Queste persone erano state messe in mezzo alla strada perché l’Italia non prevede per tutti l’accompagnamento fino alla reale autonomia delle persone.

Ora ci sono tornate, in strada.

“Dopo dieci anni dobbiamo ricominciare la nostra vita in un centro di accoglienza? – aggiunge una donna Eritrea – Noi avevamo la nostra vita là dentro, non possiamo ricominciare da zero“.

Contro uno sgombero senza alternative si è espresso l’Onu: “A monte è mancata una soluzione alternativa. Il palazzo è occupato dal 2013, quasi tutti sono rifugiati, alcuni dei quali residenti nel comune di Roma, ci si doveva organizzare diversamente”.

Ancora una volta a Roma ci sono sgomberi senza preavviso e senza alternativa – sottolinea Tommaso Fabbri, capo-missione in Italia di Medici Senza Frontiere – Senza una soluzione concreta, le persone hanno continuato in questi giorni a dormire in strada. Tra loro, ci sono donne, persone vulnerabili, casi medici, rifugiati che hanno bisogno di una presa in carico. Ora, senza un’alternativa, le persone si stanno agitando e protestano, ma questa è una violenza che colpisce tutti”.

“Stiamo rivelando il vero volto delle nostre intenzioni: liberarci di qualcosa, o forse di… qualcuno. Ma è pura illusione: quelle persone esistono, sono vive, in carne e ossa, respirano, mangiano: sono come noi, come me come tutti… L’unica differenza è che sono nate nel posto sbagliato, sono cresciute nel posto sbagliato e, purtroppo, non vorrei dirlo, sono arrivati nel posto sbagliato” ha detto monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma (che in questo articolo definisce Roma senza troppi giri di parole, la città degli sgomberi, ndr).

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L’urlo

Una manciata di rifugiati eritrei cerca di resistere ancora all’ultimo sgombero della piazza avvenuto all’alba. Nel gruppetto che va avanti e indietro, davanti a un cordone di carabinieri e un altro di polizia ci sono diverse donne, un uomo con le stampelle, solidali, giornalisti, videomaker e fotografi. Gli idranti sparano potentissimi getti d’acqua, una donna fa un salto di un paio di metri. Poi i ranghi si serrano e una cinquantina di persone è spinta lentamente all’imbocco di via Goito. A un gruppo di giornalisti e solidali che osservava la scena da un’aiuola ricolma di sacchi a pelo e cartoni un agente ha detto: “Signori, per cortesia, allontanatevi. La piazza è chiusa”.

“Siamo stati svegliati con l’acqua degli idranti. Hanno preso alcune di noi per i capelli colpendole anche con i manganelli. È assurdo: siamo rifugiati politici, abbiamo i documenti in regola”. A parlare è una delle donne sgomberate all’alba da piazza Indipendenza. “Ci hanno preso per i capelli – racconta un’altra – quella donna con il braccio fasciato è stata colpita con un manganello e ora sta andando in ospedale. Anche io ho i segni sul fianco. Non è giusto. Abbiamo dormito per strada per cinque notti. Vogliamo solo una casa”. “Questo è uno stato accogliente? No è un paese fascista, disumano”, urla una donna con la voce spezzata dal pianto.

“Questa mattina all’alba in piazza Indipendenza è avvenuto lo sgombero dei rifugiati che vivevano nel palazzo occupato di via Curtatone, sotto gli occhi terrorizzati dei bambini che erano stati lasciati al primo piano insieme alle loro famiglie dopo lo sgombero di sabato scorso”, sostiene Andrea Iacomini, Portavoce dell’Unicef Italia, in un comunicato. “Questi bambini, dopo aver assistito a scene di guerriglia urbana, sono stati caricati sui pullman delle forze dell’ordine e portati in Questura alcuni testimoni ci hanno raccontato che continuavano a gridare e battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto, in preda al terrore. Sconvolti.

È una situazione molto triste: parliamo di ottocento persone con status di rifugiato, sopravvissute a guerre, persecuzioni o torture che in alcuni casi hanno anche ottenuto la cittadinanza italiana, buttate in strada in condizioni disumane senza una alternativa sostenibile (non il meno peggio) da parte del Comune di Roma che abbiamo invano atteso in piazza”. “Malgrado le soluzioni offerte dal Comune, 80 posti sparsi in due strutture diverse, e dal privato, alcune villette in provincia di Rieti, ci sembra che nessuno abbia riflettuto sul destino di queste persone.

I bimbi vanno a scuola a Roma e molti degli adulti lavorano, segno di un percorso di integrazione ed emancipazione dal sistema di accoglienza che verrebbero interrotti di netto e non valorizzati, in particolare gli 80 posti sprar di cui si parla verrebbero sottratti ai nuovi arrivati titolari di protezione o in attesa di riconoscimento. Per quanto riguarda la proposta del privato di mettere a disposizione per quattr mesi alcune villette presenti in provincia di Rieti la distanza territoriale non garantirebbe continuità a scuola e lavoro e sradicherebbe queste persone dal tessuto sociale. La verità va detta tutta: questa situazione non è legata alla cosiddetta emergenza migratoria, è una situazione storica di Roma, sintomo dell’assenza di politiche adeguate e lungimiranti. Si continua con interventi emergenziali quando sarebbe stato possibile valutare soluzioni strutturali”, conclude Iacomini.

* Giornalista del manifesto, con Giuseppe Allegri è autore Il Quinto Stato (Ponte alle Grazie), vive a Roma

fonte: comune-info.net

 

 

 

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