LUPO SOLITARIO: DI UN BRANCO FINANZIATO E ORGANIZZATO

LUPO SOLITARIO: DI UN BRANCO FINANZIATO E ORGANIZZATO

 

di Nia GUAITA

 

New York, Poche ore dopo l’attacco, Trump ha descritto il terrorista come “lupo solitario” e “disturbato mentale” e la sua affermazione è stata rapidamente ripresa dai media mondiali.

È ora di finirla, però, con queste definizioni e vi spiego perché.
Anzitutto, per i servizi di sicurezza l’analisi immediata è difficile e ci vogliono mesi per svelare la verità dietro una grande, o anche piccola, operazione terroristica.

Ma andiamo con ordine: all’inizio del 2017, nel secondo decennio della più intensa ondata di terrorismo internazionale dagli anni ’70, il lupo solitario ha rappresentato, per molti analisti, la più pressante minaccia alla sicurezza.

Il termine, che descrive un singolo terrorista che colpisce da solo e non è affiliato ad un gruppo più ampio, è oggi ampiamente utilizzato da tutti, anche perché il terrorismo è cambiato drasticamente negli ultimi anni.

Gli attacchi da parte di gruppi con catene di comando definite, sono diventati più rari, in quanto la prevalenza delle reti terroristiche, delle cellule autonome e degli individui, è cresciuta.
Questa evoluzione ha spinto a cercare un nuovo vocabolo, che è stato trovato in “lupo solitario”.

Eppure, usare questo termine è un errore. Le etichette definiscono il modo in cui vediamo il mondo e influenzano così le attitudini e, infine, le politiche. Usare le parole sbagliate per descrivere i problemi che dobbiamo capire, distorce le percezioni del pubblico e la denominazione “lupi solitari” oscura la vera natura della minaccia contro di noi.

Attribuire inoltre la continua ondata di violenza ad un solo gruppo come il Califfato, non solo ha oscurato le radici profonde, complesse e inquietanti della militanza islamista, ma ha anche suggerito che la minaccia sarebbe finita con le sconfitte dell’Isis.
Niente di più sbagliato.

Trovo illuminante lo scritto del jihadista siriano Mustafa Setmariam Nasar, meglio conosciuto come Abu Musab al-Suri. Ancora nel 2004, in una serie di scritti apparsi su un sito estremista, Nasar aveva presentato una nuova strategia: “Princìpi, non organizzazioni”. Cioè singoli aggressori e cellule, guidati da testi pubblicati online, per colpire obiettivi in tutto il mondo.

Da non dimenticare inoltre, che la maggior parte degli attacchi attribuiti a qualche lupo solitario, si sono rivelati, in in secondo tempo, di matrice molto più ampia.

Molto spesso questi terroristi hanno in realtà legami attivi con gruppi consolidati come l’Isis o al-Qaida o gruppi di “simpatizzanti” o sostenitori”.

A conferma di questo, c’è anche una ricerca della Pennsylvania State University che ha esaminato le schede di 119 terroristi classificati come lupi solitari e provenienti da un’ampia gamma di ideologie, ed hanno scoperto che, anche se i terroristi avevano lanciato i loro attacchi singolarmente, nel 79% dei casi, altri erano a conoscenza dell’ideologia estrema dell’individuo e nel 64% dei casi, la famiglia e gli amici erano a conoscenza dell’intento dell’individuo di intraprendere azioni legate al terrorismo.

Non solo, l’anno scorso, un team dell’Università di Miami ha studiato 196 gruppi pro-Isis che operano sui social media, rilevando che hanno un totale complessivo di più di 100.000 membri.

Una cosa è certa e cioè che (tranne rarissimi casi), ogni terrorista, anche se socialmente o fisicamente isolato, è comunque parte di un movimento più ampio.

I militanti islamisti, che emergono dal mondo fertile del jihadismo in linea – con i suoi video di esecuzioni, la storia mitologizzata, che leggono selettivamente i testi religiosi e le foto scattate di presunte atrocità contro i musulmani, fanno parte di gruppi organizzati.

Gli obiettivi degli attacchi non sono selezionati a caso, né i terroristi eseguono il loro atto in totale isolamento, come prodotto di una mente malata e irrazionale e la violenza terroristica, di tutti i tipi, è diretta contro obiettivi specifici.

Ma forse, la spiegazione più inquietante per l’uso dei termini “lupo solitario” e “disturbato mentale”, è che ci dice qualcosa nel quale vogliamo credere, ovvero: l’idea che i terroristi operino da soli, ci permette di rompere il legame tra un atto di violenza e il suo entroterra ideologico e ci spinge a credere che la responsabilità dell’estremismo violento di un individuo, risieda esclusivamente nell’individuo stesso.
Niente di più sbagliato e pericoloso.

COSA STA SUCCEDENDO NEL GOLFO PERSICO?

COSA STA SUCCEDENDO NEL GOLFO PERSICO?

Holding Qatar

di Francesco MAZZUCOTELLI

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain hanno interrotto le relazioni diplomatiche col Qatar e bloccato le frontiere di terra.

Non è chiaro se lo spazio aereo verrà chiuso, ma il paese è di fatto sotto assedio.

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca.

La ragione addotta da parte saudita è che il Qatar sosterrebbe il terrorismo jihadista transnazionale.

Come molte voci hanno sottolineato, pare di vedere il classico bue che dà del cornuto all’asino.

La situazione è tuttavia troppo preoccupante per poter essere volta solo sotto il registro sarcastico.

Il Qatar è governato da una famiglia regnante (gli Āl Thānī) wahhabita tanto quanto la famiglia regnante in Arabia Saudita (gli Āl Sa‘ūd).

Il conflitto non è dunque precipuamente “religioso” (sunniti contro sciiti, cosidetti fondamentalisti contro cosiddetti “moderati”), bensì politico.

Il Qatar, pur essendosi posto sotto l’ombrello difensivo americano, ha cercato di mantenere una politica estera a trecentosessanta gradi, tenendo aperti i canali di comunicazione con tutti gli attori regionali.

In particolare:

1. Ha sostenuto i colloqui di pace tra Hamas e Fatah per favorire l’accordo per la creazione di un governo di unità nazionale palestinese dopo quasi dieci anni di dissidi. Allo stesso tempo, il Qatar ha facilitato alcuni colloqui informali tra Hamas e Israele nel 2015, e ha intrattenuto relazioni commerciali con Israele tra il 1996 e il 2000.

2. Ha sempre sostenuto convintamente i Fratelli musulmani, che sono radicali islamici, ma “modernizzatori” (in un’accezione tutta loro, nel senso di superamento delle élites tribali e postcoloniali) e soprattutto repubblicani, e per questo invisi alla monarchia saudita, basata su un compromesso tra famiglia regnante, ʿulamā’ wahhabiti e clan tribali.

3. Ha da più di dieci anni asserito che la stabilità regionale può derivare solo da un equilibrio di potenza tra l’Arabia Saudita e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, da una parte, e l’Iran, dall’altra, e che solo una normalizzazione dei rapporti arabo-iraniani potrà stabilizzare il Medio Oriente.

Tutti questi tre punti sono visti come il fumo negli occhi da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, che già in passato (ad esempio nel 2014) avevano alzato la voce col piccolo e troppo spregiudicato Qatar.

La domanda è: perché un rialzo della tensione proprio adesso?

È difficile non collegare quello che sta accadendo in questi giorni, e persino gli attentati di oggi in Iran, con la recente visita del presidente americano Donald Trump.

Da questo punto di vista, quella foto coi tre capi di stato e la sfera di vetro, troppo rapidamente consegnata anch’essa al registro del sarcasmo, acquisisce oggi una connotazione assai tetra.

Due parole, infine, per le idiozie e le cretinate all’italiana.

La prima è rivolta a chi pensa che in fondo sono questioni lontane che non ci riguardano. Suggerisco di guardare il grafico, e di non fermarsi solo al FC Barcelona o allo skyline di Milano che tanto entusiasma la sinistra arancione, ma di considerare il ruolo dei fondi sovrani nell’economia mondiale ed europea.

La seconda è rivolta a chi, più o meno segretamente, gongola se “gli islamici si ammazzano tra di loro”.

È una posizione riprovevole dal punto di vista etico e sciocca dal punto di vista cinico.

Non c’è alcunché di buono da attendersi dai venti di tempesta che sembrano addensarsi.

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