IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

Donne in rivolta - America Latina

di Nazaret CASTRO

Il 3 giugno è tornato in piazza Ni Una Menos in Argentina.

Cosa significa internazionalismo femminista e popolare? Come arriva il femminismo nei quartieri popolari? Perchè la lotta delle donne diventa centrale in questa fase di violenta offensiva neoliberale?

Desendeudadas nos queremos: verso il 3 giugno, le donne argentine contro il ricatto del debito

Il 3 giugno Ni Una Menos è tornata in piazza in Argentina: per l’occasione pubblichiamo qui un approfondimento da Equal Times sul movimento femminista latinoamericano.

l risveglio è arrivato da un giorno all’altro, con estrema urgenza, ma si preparava sottotraccia da decenni.

Il 3 giugno del 2015, giorno del primo corteo Ni Una Menos, le donne argentine hanno assunto la leadership di un movimento tellurico che si è poi esteso a decine di altri paesi, con delle parole d’ordine inequivocabili che nascevano dal rifiuto della brutalità del femminicidio: “Smettete di ucciderci”.

L’anno successivo, il 3 giugno, Ni Una Menos si consoliderà come simbolo di un movimento delle donne rinnovato, che si internazionalizza straripando e tessendo reti che creano sorellanza e uniscono le donne di tutto il continente latinoamericano, fino a sentir risuonare nelle sempre più frequenti manifestazioni il celebre slogan:

Alerta, alerta, alerta que camina: mujeres feministas por América Latina. Y tiemblan, y tiemblan, y tiemblan los machistas: América Latina va a ser toda feminista”.

Questo tremore si è sentito in tutto il mondo, e con particolare intensità negli Stati Uniti lo scorso 21 gennaio quando le donne hanno risposto con forza all’atteggiamento misogino del loro presidente, Donald Trump.

Il successo del primo Ni Una Menos ha sorpreso tutti, comprese le organizzatrici: è stato però possibile grazie ad un lento processo di accumulo di attivismo decennale, tra cui occorre ricordare l’Incontro Nazionale delle Donne ormai giunto alla trentunesima edizione, che ad ottobre a Rosario ha riunito 90.000 donne.

Così come avvenuto alla fine dell’immensa manifestazione di questo 8 marzo a Buenos Aires, si presentano spesso al termine delle manifestazioni dell’Incontro momenti di tensione davanti alla cattedrale (lo scorso 8 di marzo la fine della manifestazione è stata teatro di una pesante repressione della polizia, con diversi arresti “arbitrari” e una vera e propria “caccia alle donne” come denunciato dai collettivi di donne).

Nella foto qui sotto, tratta da Lavaca.org, una immagine dell’azione poetico-politica #FemicidioEsGenocidio, da parte di diversi collettivi di donne contro i femminicidi e le responsabilità dello Stato, tenutasi il 30 maggio 2017 a Buenos Aires.

Feminicido es Genocidio

Rompere il silenzio

Ni Una Menos è stato, prima di tutto uno strumento comunicativo, organizzato da giornaliste femministe, che è riuscito a rendere visibile una realtà tanto mostruosa quanto naturalizzata: ogni 30 ore una donna muore in Argentina, solo per il fatto di essere donna. Questo è stato allo stesso tempo un tentativo di mettere in luce la catena di continuità che va dall’abuso per strada, il divario retributivo o i micro-machismi quotidiani, fino alla violenza sessuale ed il femminicidio. Le cifre ballano, perché ora negli stati latinoamericani, nessuno si è occupato di elaborare le statistiche della guerra silenziosa che l’antropologa Rita Segato chiama “femi-genocidio”.

In Argentina, ci sono organizzazioni femministe come MuMaLa che pubblicano le cifre dei femminicidi: nel 2016 sono state 322 le donne assassinate; nel 66% dei casi, per mano del proprio compagno o ex compagno. Nel resto del continente la situazione non è più promettente. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne uccise, nel 2013 sono state assassinate 4.762 donne o, detta in altro modo, 13 donne al giorno. In Honduras, nonostante la sua piccola dimensione, nel 2014 ci sono stati 531 femminicidi; El Salvador ne conta 230. Uno stillicidio silenzioso e mortale.

Fino a quando non si è rotto il silenzio. A pochi giorni dopo il ritorno dall’ultimo Incontro, le donne argentine hanno saputo che, mentre manifestavano per le strade di Rosario, Lucia, 16 anni, era stata torturata, violentata ed assassinata a Mar del Plata.

È morta di dolore, impalata, lacerata.

Le donne argentine nel giro di poche ore hanno convocato la manifestazione del 19 ottobre, il mercoledì nero. Ed hanno continuato a tessere: hanno convocato un inedito sciopero il 25 di novembre, che ha avuto risonanza in decine di paesi. In Ecuador, il 26 novembre scorso c’è stata la prima manifestazione nazionale contro i femminicidi.

Le donne colombiane si sono date appuntamento, con l’hashtag #rompeelsilencio, per una gigantesca donazione di scarpe che rappresentasse il vuoto che lasciano le donne quando spariscono. Si trattava di “mostrare che solo per il fatto di essere donne abbiamo davanti una enorme possibilità di morire e che questo, che è grave ed inconcepibile, lo assumiamo come qualcosa di normale”, ” nelle parole di una delle ispiratrici del movimento, María Isabel Covaleda.

Ni la tierra

Internazionalismo femminista e popolare

“E’ stata impressionante l’espansione del movimento, ma è stato possibile solo perché c’era una costruzione a fuoco lento nei territori” afferma la ricercatrice Veronica Gago.

Nuove alleanze vengono tessute fuori e dentro il paese, e prendono forma in modalità che spesso gli esperti di relazioni internazionali non riescono a rinchiudere nelle loro categorie. “Comincia a crearsi una specie di internazionalismo che si intreccia con il popolare in un modo molto potente, articolandosi in una forma non-verticale” sostiene Gago.

E parafrasando Emma Goldman, possiamo dire che la rivoluzione che interessa alle donne latinoamericane è a ritmo di danza. Le esperienze sono differenti e combinano rivendicazione politica con arte e divertimento.

Come la rapper cilena Anita Tijoux che nella canzone Antipatriarca ci ricorda che “Non sarò quella che obbedisce / perchè il mio corpo mi appartiene”. O i differenti femminismi periferici o delle donne nere, che dopo anni passati a rendere lisci i propri capelli perché gli avevano fatto credere che i loro crespi fossero brutti, scoprono nei ricci indomabili il miglior simbolo della loro forza e libertà. O i graffiti provocatori e le performance delle boliviane “Donne creando”.

E’ il caso delle centinaia di donne afrodiscendenti che da dodici anni scendono in piazza a San Paolo in Brasile con uno spettacolare spezzone carnevalesco Ilù Obà de Min, che nella lingua africana yoruba significa “donne che suonano i tamburi per il dio Xangò”. “Molte donne dicono che il tamburo rende più forti. Ognuna ha i suoi motivi per dirlo. Unite, facciamo camminare Ilù Obà per il mondo” racconta una delle donne del gruppo che ogni anno rende omaggio ad una donna nera.

Tra tamburi, graffiti e canzoni, scoprono quanto di speciale accade ogni volta che si incontrano le donne, quello che l’attivista messicana Raquel Gutierrez chiama “entre mujeres” (“tra donne”) “Costituire spazi per riunirsi, per parlare, per sostenersi l’un l’altra… la lotta si intinge di nuovi colori che cominciano a vedersi e ad attaccare problemi sociali molto pesanti come la violenza intrafamiliare.

Il “tra donne” prolifera in tutte le lotte e nei molteplici angoli del paesaggio sociale dell’America Latina”.

Queste reti, informali però molto reali, hanno preso forma con il lancio dello sciopero dello scorso 8 marzo che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Concretamente in Paraguay è diventato uno “sciopero contro il patriarcato e il capitalismo che ci sfrutta. La forza e la resistenza delle donne si vedono e sono in movimento” dice a Pagina12 l’attivista paraguaiana Alicia Amarilla Leiva, leader del Coordinamento nazionale delle donne lavoratrici indigene (Conamuri).

La sfida che lancia Rita Segato al movimento rende l’idea della dimensione dell’opportunità che hanno davanti le donne latinoamericane: “Credo che questo 8 marzo ha come obiettivo ricostruire lo stile di far politica delle donne. Se negli anni sessanta il femminismo ha detto “il personale è politico”, il cammino che propongo non è la traduzione del domestico in termini pubblici, ma l’opposto: domesticizzare la politica, de-burocratizzarla, umanizzarla in chiave domestica”.

 

Donne in lotta

Il femminismo arriva nei quartieri popolari

Le donne latinoamericane ballano, manifestano, si sciolgono i capelli, tessono assieme una internazionale femminista delle donne indigene, afrodiscendenti e dei settori popolari, che si espande con sempre maggiore protagonismo nei quartieri popolari. Sembra essere questo uno dei tratti caratteristici di questo movimento rinnovato: “Il femminismo era rifiutato nei quartieri, era percepito come una ideologia delle elites, legato alla classe media e all’accademia.

Adesso sembra che il discorso della violenza sui corpi sia diventata una questione abbastanza importante nei quartieri; e questa sensibilità attraversa trasversamente le classi sociali “afferma Veronica Gago. Cosi lo spiega Gabriela Olguin della Confederazione dei lavoratori dell’economia popolare e dirigente della cooperativa El Adoquin, composta da 400 lavoratori ambulanti: “L’incontro tra settori popolari e femminismo si è dato molto lentamente. Il discorso femminista è stato nelle mani delle progressiste colte, ed inoltre il femminismo è stato antiperonista.

Fino ad ora si è imposta una visione classista, ma per essere un movimento di massa realmente capace di apportare trasformazioni il femminismo deve andare avanti con tutte noi”.

Dall’altra parte della frontiera, nella periferia di San Paolo in Brasile, Helena Silvestre, leader del movimento di base Lotta popolare, afferma: “Il mondo capitalista ci sfrutta, ci opprime, ci impacchetta, ci etichetta e ci vende”.

Il capitalismo trasforma le donne in colpevoli delle violenze che soffrono sul proprio corpo.

Le povere, le negre, le indigene, le LGTBI, sono, da secoli, quelle che più di tutte muoiono assassinate, quelle che vengono violentata, quelle che muoiono a causa di un aborto illegale mentre le bianche possono abortire nel confort delle cliniche speciali”.

Ma adesso, continua, “le donne povere, doppiamente sfruttate, si ribellano alla situazione in cui si trovano. Le donne nere incontrano nella propria storia la forza di cui hanno bisogno per prendersi carico dei propri capelli ricci e del proprio posto in battaglia”.

“Se il capitalismo cresce frammentando, per lottare contro il capitalismo dobbiamo fare l’esatto opposto: stare unite. La violenza machista è profondamente strutturata” commenta Olguin.

Per dirlo con le parole di Helena “Il mondo ci uccide quando ci trasforma in culo e tette, quando ci nega il diritto alla pensione, quando non abbiamo una casa dovre crescere i nostri figli, quando ci fa credere che è più bello avere il naso fine e le labbra rosa”.

“Sono tanti i dolori che soffriamo, che possiamo diventare forti assieme solo se ci uniamo, noi donne lavoratrici”.

 

Nazaret Castro è una giornalista e ricercatrice spagnola. Vive da anni in America Latina e collabora con diverse testate giornalistiche oltre ad essere co-fondatrice del progetto Carro De Combate che si occupa di inchieste su consumi alimentari e grande distribuzione.
fonte: http://www.dinamopress.it/news/il-tempo-della-rivolta-delle-donne-in-america-latina

Nel socialismo non c’è sfruttamento dei lavoratori

Nel socialismo non c’è sfruttamento dei lavoratori

liberazione cuba

Ernesto Che Guevara

Non vi è altra definizione del socialismo, valida per noi, che l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

Fintanto che ciò non avvenga, si sta nel periodo di costruzione della società socialista e, se invece di verificarsi un tale fenomeno, il compito della soppressione dello sfruttamento ristagna o addirittura si fanno dei passi indietro, non è giusto nemmeno parlare della costruzione del socialismo.

Il socialismo si basa sulla fabbrica, il socialismo poggia su di una società sviluppata tecnicamente; non può esistere in condizioni feudali, in condizioni pastorali: si sviluppa sulla tecnica.

E noi dobbiamo procedere lungo queste due vie dell’aumento della produzione e dell’approfondimento della coscienza.

E vogliate perdonarmi se insisto una volta di più su queste cose, ma il fatto è che bisogna fissarsele bene nella mente per poter giungere ad acquisire la nuova categoria di paese socialista in cui si cancelli ormai totalmente lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, in cui tutti i mezzi di produzione siano in potere dello Stato e dove si dia inizio al gran balzo, l’ultimo e definitivo balzo avvistato finora dall’umanità, che è quello della società comunista, società senza classi.

Già dobbiamo pensare – anche se è come un futuro lontano – al comunismo, che è la società perfetta, che è l’aspirazione basilare dei primi uomini che seppero vedere più in là del tempo presente e predire il destino dell’umanità.

Nella società socialista o nella costruzione del socialismo il lavoratore lavora perché questo è il suo dovere sociale, perché deve compiere il suo dovere sociale.

Questo dovere sociale consiste nel fare uno sforzo medio, conformemente alla sua qualifica e pertanto ricevere un salario individualizzato, conformemente a quella qualifica, in questa fase di costruzione, in questo periodo di transizione e, allo stesso tempo, tutti i benefici che la società gli concede.

Qualche volta vinciamo

Qualche volta vinciamo

Rio Lempa, El Salvador

(brano tratto da: “The women behind El Salvador’s historic environmental victory”, di Daniela Marin Platero e Laila Malik per Awid, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

In un’epoca in cui le corporazioni multinazionali portano in tribunale i governi in tutto il mondo, per avere il diritto di estrarre risorse naturali a spese della terra e dei popoli che la abitano, la prospettiva di vittoria sembra a volte fievole.

Ma questo mese, in Salvador, la marea è cambiata.

Prendendo una decisione che stabilisce un precedente a livello globale, il paese latino-americano ha bandito l’estrazione mineraria di metalli in tutta la nazione. Era il solo modo di fermare il progetto “El Dorado” di una compagnia canadese-australiana che intendeva cercare oro nella regione centrale del Salvador: la realizzazione del progetto – in un paese che ha risorse idriche scarse e inquinate – avrebbe messo a serio rischio di contaminazione il fiume Lempa, fonte d’acqua per il 77,5% della popolazione salvadoregna.

Il bando è il coronamento di undici anni di proteste da parte delle comunità locali, in cui le donne sono state le principali attiviste: organizzando marce e blocchi stradali e seminari informativi hanno difeso territori e diritti umani.

Carolina Amaya

Carolina Amaya (in immagine qui sopra), femminista ecologista e fondatrice del Tavolo Nazionale contro l’estrazione metallifera, dice che il bando chiuderà 25 progetti che si trovavano in fase esplorativa e annullerà i permessi di sfruttamento conferiti alla compagnia transnazionale “Commerce Group”.

Amaya, Antonia Recinos – Presidente dell’Associazione per lo sviluppo socioeconomico Santa Marta (prima immagine qui sotto) e Vidalina Morales (seconda immagine qui sotto) sono tre delle donne che hanno passato anni a lottare in prima linea, ispirando e motivando centinaia di altre. Alcune, durante questa lotta, sono cadute: la loro compagna Dora Alicia Sorto, membro del Comitato Ambientalista di Cabañas, è stata uccisa nel 2009, quando era incinta di otto mesi.

Antonia Recinos

Vidalina Morales

Amaya dice anche che la lista delle cose da fare rimane lunga, incluso l’assicurarsi il pagamento dei risarcimenti dalla compagnia mineraria Oceana Gold che ha distrutto ecosistemi e relative comunità, il lavorare su consultazioni popolari per stabilire comuni liberi dall’attività estrattiva, il rafforzare l’organizzazione della resistenza in vista di possibili cambi di governo e il premere per l’approvazione di protezioni legali quali la legge sull’acqua e la ratificazione di impegni presi per sostenere la protezione di assetti naturali.

Vidalina Morales aggiunge che il sentiero per andare avanti è molto chiaro: “Noi siamo le legittime proprietarie dei nostri territori e dei nostri corpi.
Non possiamo continuare a vivere senza proteggere e accudire i nostri beni comuni.
Dobbiamo intensificare gli impegni organizzativi a ogni livello e lavorare alla costruzione e alla difesa di progetti alternativi.”

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/04/12/qualche-volta-vinciamo/?wref=pil

Lettera di Fidel Castro a Nicolás Maduro

Lettera di Fidel Castro a Nicolás Maduro

Fidel-y-Maduro-3.5-580x4353

[ La traduzione della lettera del 10 dicembre 2015 di Fidel Castro a Nicolás Maduro per il suo discorso successivo alla sconfitta elettorale in Venezuela, come pubblicata su Violapost.it ]

Caro Nicolás, mi unisco all’opinione unanime di coloro che si sono congratulati per il tuo brillante e coraggioso discorso la notte del 6 dicembre, appena si è conosciuto il verdetto delle urne. Nella storia del mondo, il più alto livello di gloria politica che poteva raggiungere un rivoluzionario è spettato all’illustre combattente venezuelano e Libertador de América, Simón Bolívar, il cui nome non appartiene più solo a quel paese fratello, ma a tutti i popoli dell’America Latina.

Un altro ufficiale venezuelano di pura stirpe, Hugo Chávez, lo comprese, lo ammirò e lottò per le sue idee fino all’ultimo minuto della sua vita. Da bambino, quando frequentava la scuola primaria, nella patria dove gli eredi poveri di Bolivar dovevano anche lavorare per aiutare al sostentamento familiare, sviluppò lo spirito in cui si forgiò il Libertador de América.

I milioni di bambini e di giovani che oggi frequentano la più grande e più moderna catena di scuole pubbliche nel mondo sono quelli del Venezuela. Altrettanto si può dire della sua rete di centri di assistenza medica e di assistenza sanitaria di un popolo coraggioso, ma impoverito a causa di secoli di saccheggi da parte del colonialismo spagnolo, e più tardi delle grandi transnazionali che hanno estratto dalle sue viscere, per più di cento anni, il meglio dell’immenso patrimonio di petrolio di cui la natura ha dotato quel paese.

La storia deve anche registrare che i lavoratori esistono e sono quelli che rendono possibile la fruizione degli alimenti più nutritivi, delle medicine, dell’educazione, della sicurezza, dell’abitazione e della solidarietà del mondo. Possono anche, se lo desiderano, domandare all’oligarchia: sapete tutto questo?

I rivoluzionari cubani – a poche miglia dagli Stati Uniti che hanno sempre sognato di impadronirsi di Cuba per trasformarla in un ibrido di casinò e postribolo, come modo di vita per i figli di José Martí – non rinunceranno mai alla loro piena indipendenza e al totale rispetto della loro dignità.

Sono sicuro che solo con la pace per tutti i popoli della Terra e con il diritto a trasformare in proprietà comune le risorse naturali del pianeta, così come le scienze e le tecnologie create dall’essere umano per il beneficio di tutti i suoi abitanti, si potrà preservare la vita umana sulla Terra. Se l’umanità prosegue la sua strada per i sentieri dello sfruttamento e continua il saccheggio delle sue risorse da parte delle transnazionali e delle banche imperialiste, i rappresentanti degli Stati che si sono riuniti a Parigi, trarranno le conclusioni pertinenti.

La sicurezza oggi non esiste più per nessuno. Sono nove gli Stati che contano su armi nucleari, uno di essi, gli Stati Uniti, hanno lanciato due bombe che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone in soli tre giorni, e hanno causato danni fisici e psichici a milioni di persone indifese.

La Repubblica Popolare della Cina e la Russia conoscono molto meglio che gli Stati Uniti i problemi del mondo, perché hanno dovuto sopportare le terribili guerre che impose loro l’egoismo cieco del fascismo. Non ho dubbi che per la loro tradizione storica e la loro esperienza rivoluzionaria faranno il massimo sforzo per evitare una guerra e contribuire allo sviluppo pacifico del Venezuela, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa.

Fraternamente,
Fidel Castro Ruz

firma

 

 

.

(immagini dal web)

Dimensione carattere
Colors