IL RUOLO DELL’INSEGNANTE

IL RUOLO DELL’INSEGNANTE

Hannah Arendt

L’insegnante si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità.

Di fronte al fanciullo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo.

Hannah Arendt

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ


di Giuseppe FIRINU
Quando daremo il nostro addio alla Scuola, non varranno niente i corsi che avremo messo su, e non conterà quanti libri avremo adottato, né sarà un merito aggiunto aver fatto il collaboratore del DS.
Non ricorderemo quante note avremo messo, né quanti studenti avremo rimandato a settembre, e non conterà neanche se qualche volta avremo bocciato.

Rimarrà anche poco, negli studenti, della materia che avremo insegnato, eppure gli studenti ci ricorderanno con piacere o dispiacere a prescindere da questo.
Rimarrà forse il metodo di lavorare in classe, e la passione con cui avremo insegnato, ma soprattutto il nostro amore per questo lavoro così difficile e poco considerato, eppure così bello e così elevato.

Conteranno i nostri sorrisi, e quelli che avremo ricevuto, conteranno le parole belle che avremo detto, per incoraggiare o rincuorare, e ricorderemo le cose belle che ci avranno detto i nostri studenti.
Alla fine conterà solo l’umanità che saremo stati capaci di trasmettere, e l’umanità che avremo ottenuto da ogni singolo studente, e conterà se saremo stati giusti, e mai vendicativi.

Ci ricorderanno con simpatia se avremo fatto di tutto per alleviare il peso delle nostre lezioni, se avremo capito le loro esigenze di staccare, di andare al bagno, se avremo accettato il loro invito a prenderci una pausa.
Conterà lo spirito con cui avremo messo un voto, non se il voto era basso o alto, perché gli studenti ricorderanno solo quello. Conterà solo come ci saremo posti nei confronti della classe, se dall’altra parte della barricata, oppure seduti lì con loro, nella stessa aula, condividendo la magia della cultura.

Conterà il nostro affetto, e quello che riceveremo, e se avremo detto la cosa giusta al momento giusto, e fatto la cosa giusta in quel momento.
Non conterà se avremo strillato e rimproverato, ma solo se l’avremo fatto per il bene della classe o del singolo, perché gli studenti lo capiscono bene, statene certi.

Ricorderanno se cercavamo di ottenere il massimo da ognuno di loro, felici dei loro progressi e rattristati dei loro insuccessi. E ogni studente ci ricorderà con affetto se saremo stati capaci di fargli capire che gli volevamo bene e che tenevamo a lui.

I nostri studenti ricorderanno se entravamo in classe con un sorriso, se scherzavamo con loro, se trovavamo un momento per ridere di gusto insieme.
Ricorderanno quando capimmo il loro dramma, piccolo o grande che fosse, e la mano posata sulla loro spalla, per far capire loro la nostra vicinanza.
E ricorderanno i nostri occhi lucidi, per qualcosa di triste accaduta a qualcuno della classe. Ricorderanno gli abbracci che abbattevano ogni barriera, e la complicità, quella volta, quando ci sentimmo tutti fratelli.

Alla fine, conterà solo se amavamo entrare in aula e incontrare la loro classe, conterà solo questo.

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

 

di Jean DE MILLE

Mi è difficile, in questi giorni, non abusare del sarcasmo: quasi che la ragione, il discorso argomentato e razionale, rifiuti di piegarsi alla tristezza circostante, a un paese svuotato di umanità e di senso, dove salvare un migrante rappresenta un crimine, dove l’egoismo meschino conquista quotidianamente nuove fette del mercato politico, dove la miopia e la stupidità regnano incontrastate.

Oggi è la volta della sperimentazione di un percorso breve per i licei: una riduzione del ciclo di studi a quattro anni, che si affianca al degrado dell’alternanza scuola-lavoro.

La nostra deprecabile classe dirigente rimarca in questo modo quanto sia inutile la cultura in questo paese.

Un paese condannato dalle scelte politiche ed imprenditoriali ad occupare un posto di retroguardia nel mercato globale, a competere coi paesi emergenti contraendo salari e diritti sociali, a difendere la nicchia decrescente del proprio benessere con la più spietata guerra di classe condotta contro i poveri, non importa se indigeni o di altra provenienza.

La riduzione del percorso di studi, la decapitazione della scuola pubblica, segna ancora una volta il regresso complessivo del paese, e la sua consapevole rinuncia a investimenti culturali che nessuna politica indirizzata allo sviluppo economico sarebbe in grado di valorizzare. Siamo, e saremo sempre più, una nazione di analfabeti.

Con un lavoro da analfabeti, un futuro da analfabeti, e la prospettiva quasi certa di vivere una vita di merda!

2 GIUGNO. UN’ALTRA PARATA, UN’ALTRA REPUBBLICA, UN ALTRO FUTURO

2 GIUGNO. UN’ALTRA PARATA, UN’ALTRA REPUBBLICA, UN ALTRO FUTURO

Forze Disarmate

di autori vari

“Il 2 giugno è la festa della Repubblica. La festa delle forze armate è il 4 novembre”, ricordava Donatella Donati il 2 giugno 2016.

Rosaria Gasparro ha scritto: “La Repubblica siamo noi. Persone comuni. Che non sfilano. Cosa c’entrano i carri armati, le parate, le esibizioni muscolari con questa benedetta cosa pubblica? Che se vuol dire di tutti, vuol dire innanzitutto “civili” prima che militari.

I due milioni di euro per questa parata “sottotono” potevano essere investiti nella scuola, nella sanità.

Serve un nuovo e diverso 2 giugno. Una festa dove sfilano – ognuno con i propri strumenti di vita e di lavoro – i bambini di scuole impoverite, i genitori che non sanno come arrivare alla fine del mese, i giovani senza futuro, gli esodati ignorati, quelli che hanno perso il lavoro, gli anziani soli.

Il mio panettiere, la badante di mia madre, l’operaio, il falegname, la maestra, il contadino, la commessa, l’infermiere, il disabile, l’immigrato, il commerciante e l’artigiano, il prete e il gay, il militare e l’obiettore, il cuoco e il filosofo, la bidella e il poeta.

Insomma tutte le arti e tutti i mestieri, le fragilità e le durezze. Tutti quelli che insieme costituiscono la vera potenza.

Che ogni giorno s’impegnano per costruire pace, giustizia e bellezza nel nostro Paese. Dei loro diritti e dei loro doveri. Una festa della Costituzione senza divisa, quella che ripudia la guerra, che deve ancora svuotare gli arsenali e che i granai non li sa ancora riempire.
Una festa della Repubblica – patrimonio di tutti – che deve ancora venire”.
2 giugno 2013.

E anche Cecilia Strada commentava sognando: “che emozione guardare la parata per la Festa della Repubblica!

in prima fila gli insegnanti, con in mano le matite: sono quelli che educano i cittadini di domani, sono i custodi del futuro della Repubblica.

Subito dopo arrivano gli infermieri, simbolo di tutte le professioni sanitarie, alcuni smontano direttamente dalla notte; poi ci saranno le altre categorie, in testa allo spezzone degli operai ci saranno probabilmente quelli della Lucchini…Chiuderanno il corteo i volontari e i ragazzi del servizio civile.

No, eh? Dite che sto guardando un’altra parata? Sì, forse. un’altra parata, un’altra Repubblica, un altro futuro”
2 giugno 2014

(grazie a Gius Maggi per la segnalazione e la raccolta di queste bellissime testimonianze.
Illustrazione di Mauro Biani).

MI EMOZIONO NEL RACCONTARE AGLI STUDENTI LA NASCITA DELLA REPUBBLICA

MI EMOZIONO NEL RACCONTARE AGLI STUDENTI LA NASCITA DELLA REPUBBLICA

Repubblica Italiana

di Claudia TORCHIA

Nonostante ormai da diversi anni si parli nelle scuole del tema di Cittadinanza e Costituzione, rimango sempre un po’ perplessa quando i miei studenti si illuminano al racconto della nascita della nostra carta costituzionale e comprendono che la data scelta per il festeggiamento coincide con la commemorazione di una lontana giornata di giugno di ben 71 anni fa, in cui gli italiani, tutti gli italiani, vennero chiamati a scegliere tra la monarchia e la Repubblica.

Sembra strano, direi quasi impossibile, tuttavia i ragazzi conoscono molto poco la nostra storia più recente a cominciare proprio dalla scelta democratica del due giugno del 1946.

E allora si impone, oltre al racconto degli avvenimenti storici, una inevitabile riflessione sul significato della parola Repubblica e sui valori che la stessa racchiude; sulla meravigliosa sensazione di appartenenza ad uno stato per scelta libera e consapevole; sull’esercizio della sovranità che appartiene al popolo e ci rende cittadini e non sudditi, ma soprattutto sulla consapevolezza della res publica come bene comune, bene di tutti nessuno escluso; bene che tutti siamo chiamati a tutelare in un percorso non sempre facile, fatto anche di tanti sacrifici, ma affrontato con l’intima condivisione di valori fondamentali e democratici sui quali si fonda il concetto stesso di Repubblica e le sue norme affinché nessuno resti indietro e tutti, ma proprio tutti, possano vivere una vita libera e dignitosa , giusta e solidale.

Mi emoziono ogni volta nel raccontare tutto questo ai miei studenti.

Mi emoziono quando parlo dei valori in cui si identifica la scelta degli italiani del 1946 ; Mi emoziono quando parlo dei principi fondamentali scolpiti in apertura della nostra Costituzione; e generalmente, a questo punto della lezione, c’è sempre qualcuno che mi guarda perplesso e mi domanda se veramente credo in quello che sto dicendo.

Che strano vedere volti giovani, giovanissimi, guardarti un po’ increduli e un po’ scettici e in attesa di una risposta che, trascorso un momento di stupore antico, ma sempre nuovo, a causa del loro smarrimento, non tarda ad arrivare.

Ma certo che ci credo. Certo che ci credo, ragazzi. Certo che continuo a crederci.

E non ci credo solo io. Prima di me ci hanno creduto coloro che hanno combattuto una guerra drammatica e cruenta per consegnarci un paese libero; ci hanno creduto tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita per i valori della Democrazia e della Giustizia; ci credono tante persone che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro onesto a far crescere il nostro paese.

E anche se ci sono state pagine buie nella nostra storia repubblicana, pagine in cui questi valori sono stati attaccati con violenza per minare le fondamenta della scelta di libertà dei nostri avi; anche se ci sono stati e ci sono tuttora piaghe aperte e sanguinanti come il terrorismo, la mafia, la corruzione; la Repubblica continua ad essere una scelta importante che ci rende protagonisti attivi della vita democratica e sociale.

Tutto questo, però, postula la consapevolezza del nostro status di cittadini, dei nostri diritti e dei nostri doveri e dell’impegno quotidiano che ognuno di noi deve metterci nell’espletare il ruolo che occupa in società, lavorando con passione, tenacia, coerenza ed onestà.

Ritengo, tuttavia, che questa opera di diffusione della cultura della legalità, non disgiunta da un excursus storico sia sulle vicende che hanno condotto gli italiani il due giugno del 1946 a scegliere la Repubblica, sia sulle vicende turbolente che hanno tentato ripetutamente di minarne i valori condivisi costituisca un patrimonio culturale che non può essere trascurato, ma che deve essere proposto ai giovani fin dalla più tenera età.

I giovani, infatti, dovrebbero prendere coscienza delle origini della nostra Repubblica e del sacrificio di tante persone in difesa dei valori democratici, per poterli spontaneamente sentire propri e, quindi, amarli, rispettarli, difenderli in maniera civile e pacifica ampliando i proprio orizzonti e aprendosi nel contempo, come la sfida del terzo millennio ci impone, a nuove forme di solidarietà e di accoglienza che solo grazie a un patrimonio culturale democratico abbraccino, trascendendo lo status di Cittadino, tutta l’Umanità.

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