GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

Angela Merkel

di Pasquale CICALESE e Filippo VIOLI

Con l’idea di trasformare l’UE in un blocco di potere indipendente sulla scena politica mondiale, la Cancelliera Angela Markel non ha raccolto solo gli applausi dell’establishment politico interno, rafforzando la sua posizione in vista delle prossime elezioni, ma ha ricompattato le fila interne degli Stati membri: partiti e schieramenti politici aggrovigliati tra loro, chiamati a recitare la parte dei falsi antagonismi politici sul piede di guerra.

Anche gli stessi rigurgiti nazional-sciovinisti sembrano essere stati messi tutt’ un tratto a tacere. Chi pensava che dopo il vertice G7 di Taormina la Germania potesse abdicare in favore di Trump forse si sbagliava di grosso.

A nulla sono valse le forti strida e i frequenti richiami del Presidente Americano che, dopo aver sistemato direttamente gli affari in Medioriente, avvicinando gli alleati storici (Sauditi e Israeliani) ad ipotetici accordi con i rivali di sempre (Russia, Cina), ha attaccato con fermezza i tedeschi servendosi del megafono europeo: “Abbiamo un enorme deficit commerciale con la Germania, per di più loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le spese militari. Ciò è molto negativo per gli Stati Uniti. Tutto questo cambierà”.

Rientrando dal G7 di Taormina, la Merkel, vedendosi spiazzata e messa all’angolo come un pugile suonato sul ring, non si è arresa anzi, nel ruolo che le compete da settanta anni, quale gendarme europeo, ha dovuto mostrare i muscoli al mondo intero, entrando ufficialmente in rotta di collisione con l’America di Donald Trump, affermando, a chiare lettere, che con quest’ultimo non vuole averci niente a che fare.

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni”, ha spiegato la Cancelliera in un discorso tenuto in occasione di una manifestazione politica organizzata dal partito cristiano (Csu) in un tendone-birreria a Monaco di Baviera.

“E questo – ha aggiunto – è il motivo per cui posso solo dire che noi europei dobbiamo davvero portare il nostro destino nelle nostri mani”.

Il riferimento, senza mai nominarlo, è al presidente americano che prima a Bruxelles, al vertice Nato, e poi a Taormina ha criticato i principali alleati dell’Alleanza atlantica e ha rifiutato di approvare l’impegno all’accordo globale sul cambiamento climatico e non solo.

Lo scontro in atto, certificato direttamente sulle pagine del Washington post (testata molto vicina e arma puntata dell’opposizione interna contro Trump), non è di poco conto, se si pensa che nel gioco-forza dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Germania a farne le spese in futuro potrebbero essere soprattutto i paesi Europei, in primis l’Italia, dipendente oramai dalla manifattura tedesca, per la sua forte attività di export specie nel settore della componentistica auto.

L’ultima cosa di cui ha bisogno la nostra fragile economia è proprio una guerra commerciale tra Stati Uniti e Germania.

Sta di fatto che la direzione indicata dal ristrutturato “asse franco-tedesco”, chiamato Fremania, è quella dell’irrobustimento di un polo imperialistico europeo a guida tedesca che dovrà andarsi a ritagliare un proprio spazio nelle relazioni internazionali, naturalmente a scapito del proletariato europeo.

Come dire il mondo cambia rotta, l’America first incontra la Via della Seta, ma questa Europa a trazione germanica guai ad essere messa in discussione.

Il super ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Shauble, con pieni poteri da duce, continuerà a gestire le finanze Ue con le stesse modalità di sempre: austerità degli investimenti pubblici, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture viarie, deflazione salariale quale unica forma consentita per la competitività europea.

Lo sforzo per una relazione alla pari con gli Stati Uniti fa parte dei progetti più vecchi della politica estera espansionista tedesca.

Già a partire degli anni ‘40 del diciannovesimo secolo, molto prima della fondazione dell’impero tedesco, il padre dell’economia nazionale tedesca, Friedrich List, prevedeva per il futuro una dura rivalità fra un’alleanza continentale europea e gli Stati Uniti, attraverso una “unione doganale nella Mitteleuropa”.

Mentre, negli anni ’30 del ventesimo secolo, gli industriali tedeschi parlavano di “un blocco chiuso da Bordeaux fino a Sofia” che avrebbe potuto dare “all’Europa la struttura economica necessaria di cui ha bisogno per imporre la sua importanza nel mondo”.

Negli anni ’40, in piena campagna nazista, gli economisti nazionalsocialisti scrivevano che solo “un grande spazio economico continentale” potrebbe mettere la Germania nelle condizioni di sfidare con successo gli enormi blocchi del Nord e Sud-America, il blocco dello Yen, e quello che resta del blocco della Sterlina.

Se si pensa al quadro politico internazionale di oggi sembra che tutta la partita si stia giocando a favore della Germania, anche i media mainstream occidentali sembrano oramai spingere fortemente verso questa direzione: consegnare nelle mani della cancelliera tedesca il destino dell’Europa. D’altronde, l’influenza della Russia è stata marginalizzata ed il paese è stato trasformato in una minaccia comune contro la quale soprattutto i paesi dell’Europa dell’est hanno bisogno di un protettore. L’Europa del sud, per via del debito estero ben strutturato, è già nelle mani della Germania. La Gran Bretagna si è congedata da sola, mentre la Francia – sotto una feroce spinta eurocentrista – ha eletto come nuovo presidente un replicante del governo Hollande, l’ex ministro del lavoro Macron, il padre putativo del “Loi Travail”, che fa affidamento sulla Germania e che senza alcun dubbio ha un’affinità con la base ideologica neoliberista tedesca.

Si tratta quindi di un’occasione storica, sotto i nostri occhi sembra prendere forma una Germania first, partendo dalla gestione dei rifugiati, passando ad una piu’ stretta cooperazione degli eserciti dell’Europa continentale, fino ad un modello di finanziamento che prevede di utilizzare il denaro proveniente dall’IVA per aiutare quei paesi che faranno le cosiddette “riforme”, senza escludere la spoil system in seno alla BCE da parte dell’uomo più fidato di Merkel, il freddo presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Tutte combinazioni che potrebbero suggellare e consolidare le suggestive ambizioni egemoniche tedesche nell’Europa continentale.

Ma la partita politica, economica e militare che si sta giocando sullo scacchiere mondiale è tutt’altra che semplice cosa e, di sicuro, non così delineata come si vuole far credere.

La forza d’urto con la quale la Cina sta entrando prepotentemente nello scenario internazionale, quale potenza egemone della manifattura mondiale, mettendo sul tavolo da gioco ingenti risorse e progetti per la costruzione di filiere infrastrutturali, lungo il millenario percorso della via della seta marittima e terrestre, sta ridisegnando il nuovo ordine mondiale.

A niente sono valse i tentativi iniziali di screditare il nuovo “Piano Marshall” mondiale made in China, facendolo passare come un tentativo di penetrazione economica e, quindi, come il proseguimento della guerra per l’egemonia con altri mezzi.

La Belt on the Road iniziative, ossia la costruzione di un sistema di infrastrutture che leghi la Cina con il resto del mondo, presentata ufficialmente da Xi Jinping al forum di Pechino, coinvolgerà nei prossimi 5 anni 112 Paesi e porterà un budget di 650 miliardi di dollari in dotazione, a zonzo per il mondo.

E la Germania farebbe bene a non sottovalutare la portata di questo enorme evento storico, soprattutto alla luce degli accordi raggiunti a Mar-a–Lago in Florida tra Donald Trump e Xi Jinping. Dalle bio-tecnologie, all’alimentare, ai servizi finanziari, fino all’accordo storico sulle forniture di gas (pari a 46 miliardi di dollari all’anno per 35 anni); le concessioni fatte dal leader cinese al presidente americano sembrano in un certo senso aver voluto riconoscere la posizione di vantaggio, assunta nel corso dell’ultimo decennio, che ha portato gli Usa ad avere un enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. Di una cosa sembrano entrambi essersi convinti: nessuno dei due raggiungerà i suoi scopi se sono in conflitto.

D’altronde Trump sa perfettamente che le esportazioni cinesi, tra il 2006 e il 2016, sono calate dal 35% al 19% del prodotto interno lordo, quindi l’invincibile macchina da export è storia del passato.

La Cina può contribuire a dare a Trump quel che vuole: investimenti industriali in nuove attività in quelle aree che hanno subito gli effetti della deindustrializzazione, con imprese cinesi che sarebbero pronti a investire negli Usa.

La Germania dovrebbe rendersi conto del rischio di isolamento che andrebbe incontro, girando le spalle a questo nuovo corso della storia.

Continuando spedita la sua incontrastata marcia mercantilistica, rastrellando risorse, deflazionando la domanda interna e sottraendola ad altri parti del mondo, arriverà in un vicolo cieco senza via di ritorno, col risultato che, l’aver alzato il livello di scontro, l’aver distrutto lo stato sociale europeo e generato ancor di più miseria e risentimento nazionalistico, prima o poi sarà chiamata a pagare un conto salatissimo.

In questo scontro pare che la classe dirigente italiana si avvii verso un suicidio annunciato.

L’appoggio di stampa, politica e mondo industriale italiano alla Germania occulta i veri interessi nazionali dei prossimi decenni, vale a dire giocare di sponda con i tre attori globali, Usa, Cina, Russia.

Oltretutto dalla Fremania l’Italia prende solo sberle: dal probabile bail in delle popolari venete, al rastrellamento di imprese italiane, ultima la Telecom in mano ai francesi di Vivendi.

Senza che vi sia reciprocità, tant’è che Macron ha contestato l’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx.

Lasceranno un po’ di respiro quest’estate per far vincere l’obamiano Renzi, ma nel 2018 con Weidmann e il piano europeo da parte della Germania l’Italia si avvia, se non cambia prospettiva, al collasso economico, senza questa volta avere l’aiuto degli Usa.

Il fine della Germania è impedire la saldatura tra la Via della Seta marittima e i porti italiani per favorire i porti della Lega Anseatica, vale a dire Rotterdam, Bremenhaven e Amburgo.

I tedeschi sanno che se gli italiani entrano nel circuito cinese, e con buone relazioni con Usa e Russia, possono far saltare il banco europeo.

Al momento siamo in mano dei collaborazionisti.

La partita si gioca a Washington.

Lì c’è una feroce guerra civile.

Se la spunta Trump, controllando tutti gli apparati, a quel punto il gioco passa a lui, in Italia e in Europa.

Nel frattempo sistema, con il programma dei cento giorni, i negoziati commerciali con la Cina ed in seguito la nuova Yalta con la Russia.

Se ci riuscirà, perderanno i collaborazionisti italiani, che dovranno dar spazio ad altri gruppi più consoni della partita in corso.

Tempi interessanti, se non fosse per la miseria dettata dall’austerità europea che ci circonda.

 

 

La costruzione del partito

La costruzione del partito

il Che

Discorso pronunciato all’Assemblea Generale degli operai della Fabbrica Tessile Ariaguanabo per presentare i lavoratori di questo centro idonei alla candidatura di membri del PURSC

24 marzo 1963

 

Compagni, avevamo deciso, con i responsabili dell’organizzazione in questa provincia e di tutto il partito, di presenziare a questa assemblea, data l’importanza che riveste per la produzione del paese la fabbrica tessile Ariguanabo, che in questo momento è l’unità che occupa più lavoratori, vale a dire è il nostro più grande centro industriale.

Inoltre ha un ruolo determinante all’interno di uno dei settori industriali più importanti per il benessere del nostro popolo, perché ne garantisce il vestiario, una delle cose fondamentali che la nostra rivoluzione deve dare al popolo, quali che siano le condizioni, qualunque siano le difficoltà nelle quali ci venissimo a trovare.

Siamo qui anche per analizzare questo nuovo processo, che vede mutati una serie di concetti sull’organizzazione del partito e un ritorno alle masse.

Come avete potuto constatare, meglio ancora, come voi avete riportato, i membri del PURSC (Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba) eletti da questo centro di lavoro, sono uomini che possono contare sull’appoggio unanime dei loro compagni.

Le cellule che si stanno formando in questo momento, le organizzazioni del partito, hanno da ora in poi tutto il sostegno necessario, e abbandonano il lavoro quasi sotterraneo, quasi cospirativo, che per un periodo abbastanza lungo ha caratterizzato il nostro partito.

Da quella penombra in cui si viveva, da quelle cellule clandestine elette in modo meccanico senza un’analisi sufficiente della qualità dei compagni, si passa a una nuova struttura, nella quale sono le masse che decidono a un primo livello quali devono essere gli operai esemplari proposti come membri del partito.

Di qui l’enorme differenza rispetto a prima. Di qui anche l’enorme forza che deve acquistare il partito dirigente, in rapporto alle modifiche apportate nella struttura e nell’organizzazione, nello schema generale della concezione del partito, esso deve porsi con fermezza alla testa dello stato proletario, e guidare con la sua azione, con il suo esempio, con il suo sacrificio, con la profondità del suo pensiero e l’audacia delle sue azioni ogni momento della nostra rivoluzione. Nonostante questo è ben lontano dall’essere perfetto, anzi, sono molte le cose da correggere.

Senza andare tanto lontano, facevamo prima una piccola statistica: 197 compagni sono stati riconosciuti in possesso di tutte le qualità necessarie per far parte del PURSC in questo centro di lavoro, in cui ci sono più di tremila operai. Qual è la cifra esatta? (risponde il pubblico…) D’accordo, quattromila: ai fini statistici è lo stesso. Tra questi sono stati eletti 197 compagni, ma tra questi 197 compagni ci sono solo cinque donne. Senza dubbio la percentuale di donne che lavorano qui ad Ariguanabo č molto superiore a quel 2% che risulta dalla statistica. Questo indica che c’è una carenza nell’inserimento della donna, a parità di diritti e a parità di condizioni, nel lavoro attivo della costruzione del socialismo. E sarebbe una buona cosa che tutti ci mettessimo ad analizzare il perché.

A prima vista due sono le cause che emergono più chiare e determinanti. Una di queste è che effettivamente la donna non si è ancora liberata da una serie di legami che la vincolano alla tradizione di un passato che è morto.

E per questa ragione essa non riesce a vivere la vita attiva del lavoratore rivoluzionario. L’altra causa può essere il fatto che la massa dei lavoratori, il cosiddetto sesso forte, ritiene che le donne non abbiano ancora sufficiente coscienza, e quindi fa valere la maggioranza di cui dispone; in posti come questo si notano di più gli uomini, il loro lavoro č più evidente, e per questa realtà oggettiva si finisce con lo scordare che sul ruolo della donna si stanno dando giudizi soggettivi.

Proprio pochi mesi fa abbiamo dovuto sostituire una funzionaria del ministero dell’Industria, una funzionaria capace. Perché? Perché il suo lavoro la obbligava a viaggiare per le province, spesso con degli ispettori o con il direttore generale. E questa compagna, che era sposata – credo con un membro dell’Esercito Ribelle – per imposizione del marito non poteva viaggiare da sola, e doveva subordinare tutti i suoi viaggi al fatto che il marito lasciasse il proprio lavoro e l’accompagnasse ovunque lei dovesse andare.

Questa è un’ottusa manifestazione di discriminazione della donna.

Forse che la moglie deve accompagnare il marito ogni volta che questi deve fare un viaggio per le province o in qualsiasi altro luogo, per vigilarlo, perché non cada in tentazione, o qualcosa del genere?

Che cosa significa questo? Semplicemente che il passato continua a pesare su di noi, che l’emancipazione della donna deve consistere nella conquista della sua libertà totale, della sua libertā interiore, poiché non si tratta tanto di costrizioni fisiche imposte alle donne perché rinuncino a determinate attività: č anche il peso di una tradizione anteriore.

Nella nuova fase in cui viviamo, nella fase della costruzione del socialismo, si spazzano via tutte le discriminazioni e rimane solamente, come unica e caratterizzante dittatura, la dittatura della classe operaia, come classe organizzata sulle altre classi che sono state sconfitte. Si prepara un lungo cammino che sarà ancora costellato di lotte e di delusioni, il cammino verso la società perfetta, la società senza classi, la società in cui spariranno tutte le differenze, in questo momento non si può permettere un diverso tipo di dittatura se non la dittatura del proletariato come classe.

E il proletariato non ha sesso: è l’insieme di tutti gli uomini e tutte le donne che in ogni posto di lavoro del paese lottano coerentemente per raggiungere un fine comune.

Questo è un esempio di tutto quello che c’è da fare, però, naturalmente, è solo un esempio e non esaurisce tutti i casi. Sono molte le cose che rimangono da fare, più precisamente, senza stare a rifarci alle tradizioni del periodo anteriore al trionfo della rivoluzione, permangono una serie di tradizioni del passato postrivoluzionario, vale a dire del passato che appartiene alla nostra storia prerivoluzionaria.

Per esempio, la tradizione per cui certi membri del partito, dei sindacati, delle diverse organizzazioni di massa, dirigono, orientano, danno giudizi, ma molto spesso non lavorano. E questo è un elemento del tutto negativo.

Chi aspira a diventare dirigente deve essere in grado di affrontare, o meglio di sottoporsi al giudizio delle masse, e avere la certezza di essere stato eletto dirigente, o proposto per l’elezione, perché è il migliore tra i buoni, per il suo lavoro, il suo spirito di sacrificio, il suo costante atteggiamento di avanguardia in tutte le lotte che il proletariato deve condurre quotidianamente per la costruzione del socialismo.

Quanto dicevamo pesa ancora su di noi. Le nostre organizzazioni non sono ancora totalmente esenti da quel peccato, che si inserì nella rivoluzione fra le nostre giovani tradizioni con conseguenze deleterie.
Bisogna anche bandire completamente la convinzione che l’elezione a membro di una organizzazione di massa o del partito dirigente della rivoluzione – a qualsiasi livello di dirigenza – consenta a questi compagni una qualche opportunità di ottenere qualcosa in più rispetto al resto del popolo.

Mi riferisco alla politica di premiare il buono con beni materiali, di premiare con beni materiali chi ha dimostrato di possedere maggiore coscienza e maggiore spirito di sacrificio.

Ci sono due elementi che vanno a scontrarsi costantemente e a integrarsi dialetticamente nel processo di costruzione del socialismo. Č vero infatti che gli incentivi materiali sono necessari, perché usciamo da una societā che non pensava ad altro che agli incentivi materiali e costruiamo una societā nuova sulla base di quella vecchia societā, con tutta una serie di residui nella coscienza della gente, e perché non abbiamo ancora quanto č sufficiente per dare a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Per queste ragioni l’interesse materiale sarà ancora presente per un certo periodo nel processo di costruzione del socialismo.

Però è compito del partito d’avanguardia tenere alta la bandiera opposta, quella dell’interesse morale, quella dell’incentivo morale, quella degli uomini che lottano e si sacrificano senza desiderare altro che l’approvazione dei loro compagni, senza desiderare altro che il riconoscimento che voi avete dato oggi ai compagni eleggendoli membri del PURSC.

L’incentivo materiale č una remora del passato, č qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, ma bisogna togliergli il carattere di incentivo prevalente nella coscienza della gente, man mano che il processo avanza. Il primo č in netta ascesa, il secondo deve scomparire progressivamente. L’incentivo materiale non avrà posto nella società nuova che stiamo creando, si estinguerà lungo il cammino e bisogna preparare le condizioni perché questo tipo di mobilitazione che oggi č reale, vada sempre pių perdendo la sua importanza e sia sostituito con l’incentivo morale, il senso del dovere, la nuova coscienza rivoluzionaria.

Compagni, oggi abbiamo fatto il primo passo, si può dire che in questo centro di lavoro esiste ormai ufficialmente il PURSC composto almeno per ora da 197 compagni. Quali sono le qualità che si sono cercate in essi’? Voi sapete quali sono, perché voi stessi li avete eletti. Voi conoscete lo spirito di sacrificio, il cameratismo, l’amore per la patria, la volontà di essere avanguardia in ogni momento della lotta, la volontà di essere guida attraverso l’esempio (guida modesta, di guida senza stridori) che devono caratterizzare un membro del partito.

Ma un membro del nuovo partito deve anche essere un uomo che sente interiormente, con tutto se stesso, le nuove verità: ma deve sentirle con naturalezza, di modo che quanto per la gente comune rappresenta un sacrificio, per lui è semplicemente azione quotidiana, quello che si deve fare e che è naturale fare.

Voglio dire che si deve mutare completamente atteggiamento di fronte a determinati obblighi dell’uomo nella sua vita quotidiana, e a determinati obblighi di un rivoluzionario in un processo di sviluppo come il nostro, che sta affrontando l’accerchiamento imperialista.

Pochi giorni fa, in una delle tante riunioni che purtroppo teniamo e che non siamo ancora riusciti a bandire, un compagno racconto l’ultima barzelletta – o almeno l’ultima che è arrivata alle mie orecchie – che si riferisce alla costituzione del partito.

Si tratta di un uomo che sta per entrare nel partito e i membri delle sezione gli elencano i suoi doveri: dovrà lavorare delle ore extra, guidare con l’esempio, utilizzare le ore del giorno per migliorare la sua preparazione culturale, andare tutte le domeniche al lavoro volontario, lavorare volontariamente tutti i giorni, scordarsi tutto ciò che è vanità, limitarsi a lavorare tutto il tempo e a essere attivo in tutti gli organismi di massa esistenti. Alla fine gli dicono: “Inoltre, come membro del partito, devi essere sempre pronto a dare la tua vita per la rivoluzione: sei disposto?”. Allora l’uomo risponde: “Certo, se devo fare la vita che dite voi, che me ne faccio? Sarò lieto di darla”.

Perché queste cose? E’ la vecchia concezione quella espressa in questa barzelletta non so se controrivoluzionaria o rivoluzionaria, certo è che ha un profondo contenuto controrivoluzionario. Per quale ragione? Proprio perché un lavoratore d’avanguardia, un quadro del partito dirigente della rivoluzione, tutti questi lavori che vengono considerati un sacrificio li sente con un interesse nuovo, come una parte del proprio dovere, però non come un dovere che gli viene imposto ma un suo dovere interiore, e lo compie con passione.

E le cose più banali e più noiose, sotto la spinta dell’interesse, dello sforzo interiore dell’individuo e dell’approfondirsi della propria coscienza, si trasformano in cose importanti e sostanziali, in qualcosa che non si può tralasciare di fare senza sentirsi insoddisfatti: č questo ciò che chiamano sacrificio. Ma allora per un rivoluzionario il non sacrificarsi diventa il vero sacrificio; ciò vuoi dire che certi concetti e certe categorie mentali cominciano già a modificarsi.

Il vero rivoluzionario, il membro del partito dirigente della rivoluzione, dovrà lavorare tutte le ore, tutti i minuti della sua vita, in questi anni di dura lotta che ci aspettano, con un interesse sempre rinnovato, sempre crescente e sempre vivo: questa è una qualità fondamentale.

Ciò significa sentire la rivoluzione, ciò significa che l’uomo è rivoluzionario dentro di sé, che sente da rivoluzionario. E allora il concetto di sacrificio acquista un nuovo significato.

Il militante del PURSC è un marxista, deve conoscere il marxismo e deve applicare conseguentemente, nella sua analisi, il materialismo dialettico per poter interpretare correttamente il mondo.

Ma il mondo è grande; in esso ci sono strutture sociali molto differenti, si sono avvicendate varie civiltà, e addirittura in alcune regioni di questo mondo ci sono strati della società o popoli che vivono nelle condizioni pių primitive che si conoscano: la società del comunismo tribale. Ed esiste, purtroppo, anche lo schiavismo, e in America, per esempio, accanto a molti residui di feudalesimo c’č il capitalismo e la sua ultima fase: l’imperialismo. Inoltre ci sono popoli che iniziano la costruzione del socialismo, e quelli – come l’Unione Sovietica – che si accingono a realizzare il comunismo.

Ma anche quando certi paesi hanno lo stesso sistema sociale, siano a regime capitalista o invece impegnati nella costruzione del socialismo o di qualcos’altro, essi sono approdati alla loro fase storica percorrendo strade diverse e nelle condizioni peculiari di ciascuno.

Per queste ragioni il marxismo è solamente una guida per l’azione.

Si sono scoperte le grandi verità fondamentali, e partendo da esse, utilizzando il materialismo dialettico come arma, si va interpretando la realtà in ciascuna regione del mondo. Perciò nessuna costruzione sarà uguale, ognuna avrà caratteristiche peculiari inerenti alla propria formazione. E anche le caratteristiche della nostra rivoluzione sono peculiari. Queste caratteristiche non possono prescindere dalle grandi verità, non possono ignorare le verità assolute enunciate dal marxismo, verità non inventate, non date come dogmi, ma scoperte con l’analisi dello sviluppo della società. Perō si presenteranno condizioni particolari, per cui i membri del PURSC dovranno essere creativi, dovranno conoscere la teoria e creare una prassi in accordo con la teoria e con le condizioni proprie del paese in cui ci č dato di vivere e lottare.

Voglio dire che il compito della costruzione del socialismo a Cuba deve essere affrontato rifuggendo dal meccanicismo come dalla peste; il meccanicismo produce solo forme stereotipate, cellule clandestine, favoritismi, e tutta una serie di mali nell’organizzazione rivoluzionaria. Bisogna agire dialetticamente, fare affidamento sulle masse, esser sempre a contatto con esse, dirigerle attraverso l’esempio, utilizzare l’ideologia marxista, utilizzare il materialismo dialettico ed essere creativi in ogni momento.

Detto ciò, quali sono i compiti più importanti dei membri del PURSC? Ve ne sono due fondamentali, due che si ripetono costantemente e che costituiscono le fondamenta di tutto lo sviluppo della società: la produzione dei beni per il popolo, e l’approfondimento delle coscienze.

E’ superfluo starvi a spiegare perché č tanto importante la produzione, perché la produzione deve rappresentare sempre una delle maggiori preoccupazioni di un membro del partito.

Se il socialismo non è una società di beneficenza, non è neppure un regime utopistico, fondato sulla bontà dell’uomo in quanto tale. Il socialismo è un regime al quali si arriva storicamente, e che si fonda sulla socializzazione dei mezzi di produzione, e sulla equa ripartizione di tutte le ricchezze della società, in una realtà in cui ci sia produzione socializzata. Vale a dire ciò che il capitalismo ha realizzato: le grandi fabbriche, le grandi aziende agricole, luoghi in cui il lavoro, il lavoro dell’uomo, veniva svolto in comunità, in società, ma il frutto del lavoro collettivo veniva raccolto individualmente dai capitalisti, dalla classe sfruttatrice, dai proprietari, secondo il diritto dei beni di produzione.

Ora le cose sono cambiare, ma il dato fondamentale continua ad essere lo stesso: quello di una classe sociale, una struttura sociale, che arriva al potere e si basa necessariamente su quella anteriore. Il processo di costruzione del socialismo č il processo di sviluppo di tutta la nostra produzione.

E perché la coscienza? Bene, la coscienza, al limite, č ancora più importante, ed č tanto importante per le caratteristiche nuove prodotte dai processi di sviluppo delle società di questo secolo.

Quando Marx sviluppò la sua analisi dell’evoluzione della società, si conosceva ed esisteva una società primitiva e una società feudale, prima ancora una società schiavista, e si conosceva già la società capitalista. Marx analizzò il perché di ognuna, dimostrò che tutto dipendeva dalla produzione, che la coscienza dell’uomo era determinata dal contesto sociale in cui viveva, e questo contesto era dato dai rapporti di produzione. Però approfondendo l’analisi, Marx fece qualcosa di ancora più importante: dimostrò che storicamente il capitalismo doveva sparire e lasciare il campo a una nuova società, la società socialista. Più tardi Lenin, portando avanti l’analisi, arrivò a queste conclusioni: il passaggio da una società all’altra non č un passaggio meccanico, e le condizioni per questo passaggio possono essere accelerate al massimo attraverso alcuni catalizzatori, li potremmo chiamare così – non è una definizione di Lenin, ma mia però è sua l’idea centrale -.

Vale a dire che se c’è una avanguardia del proletariato capace di fare proprie le fondamentali rivendicazioni di questo, e di avere chiara la direzione in cui muoversi per prendere il potere, per instaurare la nuova società, si può allora avanzare bruciando le tappe. Inoltre, la società socialista si può affermare anche in un solo paese, anche nelle condizioni del pių accanito accerchiamento imperialista, come quello che ha dovuto affrontare I ‘Unione Sovietica. E proprio per questi motivi si capisce perché la coscienza abbia un’enorme importanza.

Noi stessi abbiamo verificato che lo sviluppo storico della società, in determinate condizioni, può essere accelerato e che il partito d’avanguardia č una delle armi fondamentali per accelerarlo. E sull’esempio che l’Unione Sovietica ci ha dato già quarantacinque anni fa, a Cuba abbiamo fatto lo stesso. Sotto la spinta del movimento d’avanguardia abbiamo potuto accelerare i tempi a bruciare tappe e definire il carattere socialista della nostra rivoluzione a due anni dal suo trionfo e perfino sancirlo istituzionalmente, quando di fatto, nella prassi, essa aveva già carattere socialista, perché ci eravamo impadroniti dei mezzi di produzione, perché stavamo andando verso il possesso totale di questi mezzi, perché stavamo eliminando progressivamente lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e impostavamo la pianificazione di tutto il processo produttivo per distribuire correttamente ed equamente i prodotti tra tutti. Però questo processo di accelerazione sta lasciando molta gente per strada; voglio dire che la vecchia società e i principi su cui si basava pesano costantemente sulla coscienza degli uomini. Ed è per questo che si ripropone il problema dell’approfondimento della coscienza socialista.

Nelle condizioni attuali del nostro paese e in quelle di molti altri paesi che hanno seguito esperienze analoghe, non si arriva al socialismo per l’esplosione delle strutture anteriori. Ossia, non si arriva al socialismo attraverso un cambiamento meccanico, perché si sono verificate tante condizioni oggettive per cui il passaggio al socialismo è ormai solo una questione formale.

A Cuba no, a Cuba è stata l’avanguardia che ha dato coscienza e ha guidato il popolo, è stata la tenace opera di Fidel che ha diretto il nostro popolo, additandogli in ogni momento i compiti prioritari, dando una lezione di dignità, di spirito di sacrificio, di coraggio, che noi tutti abbiamo dovuto dare al mondo intero in questi quattro anni di rivoluzione.

E così il popolo, a volte per un impulso emotivo, ha cominciato a partecipare al processo di costruzione del socialismo; però ci sono sempre quelli che sono rimasti indietro, e la nostra funzione non è quella di liquidare questi ritardatari, di schiacciarli e di obbligarli a seguire supinamente un’avanguardia armata, ma è quella di educarli, di portarli avanti, di far sé che ci seguano in virtù del nostro esempio, ciò che Fidel ha definito la coercizione morale. Chi non ha voglia di fare e non sente la necessità di fare, sarà trascinato dall’esempio dei suoi compagni migliori, che lavorano giorno per giorno con entusiasmo, con fervore, con allegria.

L’esempio, il buon esempio come il cattivo esempio, è molto contagioso, e noi dobbiamo contagiare con i buoni esempi, lavorare nella coscienza della gente, dimostrare che cosa siamo capaci di fare, dimostrare che cosa può un rivoluzionario quando č al potere, quando è sicuro del suo obiettivo finale, quando ha fede nella giustezza dei suoi scopi e della linea che ha seguito, e quando è disposto, come lo è stato tutto il popolo cubano, a non cedere di un solo passo su ciò che era il nostro sacrosanto diritto.

Dobbiamo amalgamare tutto ciò, spiegarlo e renderne intimamente convinto ognuno di quelli che non lo hanno capito, e anche quelli che ancora non lo sentono come una realtà interiore. Poco a poco dobbiamo riuscire a trasformarlo anche per questi in una necessità.

Sarà un processo lungo e molto duro, però č proprio su questo che dobbiamo battere. Noi siamo accerchiati quasi come lo era l’Unione Sovietica in quegli anni terribili e meravigliosi della storia dell’umanità.

Però l’Unione Sovietica esiste, esiste il campo dei paesi socialisti, un blocco immenso di forze che va sempre più coagulando nuove forze e nuovi popoli attorno all’idea del socialismo.

In America noi siamo isolati; da una parte ci sono le manovre dell’OSA (in spagnolo: OEA, Organizzazione degli Stati Americani – ndt.), dall’altra si danno da fare gli Stati Uniti, preparano provocazioni in Guatemala, preparano provocazioni in ogni paese d’America; aerei cubani cadono in modo sospetto in territori il cui governo è nostro nemico, e saltano fuori lettere e rapporti informativi. E tutto fa parte dello stesso volto della grande cospirazione dell’imperialismo contro il popolo cubano.

Per quale ragione? Perché, anche se il nostro regime ha dei difetti – e questo lo sappiamo – lungo il cammino percorso ci sono grandi vittorie ricche di insegnamenti per l’America, tanto che l’imperialismo ci teme, e forse teme più noi che altre importanti potenze mondiali.

Le fondamenta dell’imperialismo sono in America, l’imperialismo statunitense, che è il più forte, è in America.

L’America parla spagnolo, l’America capisce noi, l’America ci ammira e vede in noi l’immagine di quale può essere il futuro di tutti i suoi popoli, e si prepara a questa vittoria.

Se ci sono guerriglie in America – e noi ne siamo a conoscenza e ne č a conoscenza il Pentagono – esse non sono affatto nostre creazioni, non possiamo farlo, non abbiamo forze disponibili, ma le salutiamo con autentica gioia. Partecipiamo con entusiasmo alle vittorie dei venezuelani, alla radicalizzazione della loro rivoluzione; ci riempiamo di entusiasmo quando veniamo a sapere che in Guatemala, in Colombia, in Perù, si sono accesi focolai rivoluzionari; ci rallegriamo quando le impalcature del potere imperialista cominciano a riportare crepe, ancora piccole, ma sistematiche, in ciascuno di questi punti.

E questo, compagni, è molto ben visibile in America. E’ qualcosa che parla loro in spagnolo, nella loro lingua, e che spiega in termini chiari ciò che si deve fare per raggiungere la felicità, si chiama rivoluzione cubana. Per questo hanno veramente paura di noi.

Non è una nostra stonatura, non è orgoglio infondato, né sono false pretese di un piccolo paese: è analisi obiettiva dei fatti. Tutti noi siamo responsabili del fatto che gli imperialisti ci temono e ci odiano. Questo deve essere il nostro motivo d’orgoglio: la paura e l’odio che hanno verso di noi! Deve essere un motivo d’orgoglio per noi che il signor Kennedy senta questa rivoluzione cubana come un terribile bubbone che non lo lascia dormire; o che tutti i fantocci d’America abbiano davanti agli occhi, come un’immagine del loro futuro, ciō che č accaduto ai fantocci di Cuba. Che capiscano la portata e il rigore della giustizia popolare quando conquista il potere libera da ostacoli.

Questa è la nostra opera irreversibile e la nostra e la grande responsabilità di fronte all’America intera, e anche di fronte a tutto il mondo.

Alla fine dell’anno scorso abbiamo dato una lezione di dignità che i nordamericani non avrebbero mai immaginato possibile, e con le nostre azioni continuiamo a darla.

Questo è ciō che conta in termini che superano il nostro piccolo ambito e questo è anche il nostro più grande motivo d’orgoglio: il fatto che un cubano in qualsiasi angolo del mondo sia rispettato, ammirato, amato, e a volte sia temuto e odiato per ciò che rappresenta la rivoluzione, per come è stata condotta a fondo, per le conquiste che ha ottenuto.

Voglio dire, compagni, che dobbiamo impegnarci a moltiplicare i nostri successi e a diminuire i nostri errori, ad approfondire la coscienza della masse e ad alimentare la produzione, a fare di più con le nostre forze, abituandoci al principio che anche nella produzione possiamo camminare da soli, come abbiamo già fatto in molti momenti difficili.

L’aiuto dei paesi amici – un aiuto generoso e fraterno che ci è stato dato molte volte – deve servire a consolidarci e a rendere più sicura la rivoluzione, ma le nostre forze non devono fondarsi su un altro paese per quanto possa essere amico e disinteressato, perché non c’è vera forza se non nasce dalla coscienza della propria forza. Quando un popolo prende coscienza della propria forza, allora sé che la sua decisione di lotta, la decisione di continuare ad avanzare, è forte, allora può affrontare e tenere testa a qualsiasi nemico.

L’abbiamo fatto, e in linea di massima possiamo essere orgogliosi dei risultati. Però, come voi avete analizzato e criticato l’operato dei vostri compagni, così anche noi dobbiamo analizzare con la massima severità e obiettività il nostro lavoro, ripeto: con la massima severità e obiettività, e criticarlo quando risulta povero, quando non risolve i problemi fondamentali, quando cade nel conformismo, nel meccanicismo, ogni volta che cessa di essere creativo e vivo.

Questo è quanto si pretende da voi membri del Partito Unito della Rivoluzione e anche da voi che non appartenete ancora al partito.

Noi pretendiamo che il popolo cubano marci tutto allo stesso passo, che la sua avanguardia lotti e cammini molto velocemente tra le difficoltà perché possa avanzare il reparto più forte, cioè tutto il popolo. Questo è l’obiettivo.

I compagni del partito hanno dunque l’obbligo di essere l’avanguardia. Ricordate quello che vi ha detto Fidel: ” .. ci saranno i migliori, i Camilo(1), gli uomini fidati, gli uomini pronti al sacrificio e dallo spirito forte..”. Però tutto il popolo deve diventare come quei guerriglieri che incominciarono disorganizzanti, che avevano paura degli aerei, dei carri armati, dei soldati nemici, e finirono con l’avanzare in tutta Cuba distruggendo un esercito molto più potente che possedeva tutti i mezzi di distruzione, ma non aveva forza morale.

E alla fine conquistammo la vittoria perché, anche se l’avanguardia poteva essere coraggiosa e decisa, un poco di più, era però l’intero Esercito Ribelle la vera forza del popolo.

E ogni volta che cresceva la sua forza, il suo coraggio e la sua decisione nella lotta, il nemico cedeva, doveva abbandonare posizioni, andava perdendo la fiducia, andava disgregandosi fino a dissolversi totalmente.

Questo è il nostro compito, può essere molto difficile o molto semplice, tutto dipende da come lo affronteremo, tutto dipende da come ci comporteremo di fronte alla realtà rivoluzionaria e da quello che saremo capaci di fare, liberi il più possibile dalle tare della società che è morta.

 

(1) Camilo Cienfuegos. Figura leggendaria della rivoluzione cubana. Dirigente del Movimento 26 luglio sulla Sierra Maestra, guidō insieme al Che la colonna guerrigliera che affrontò in campo aperto, alla fine del 1958, le truppe di Batista che vennero messe in fuga. Nell’ottobre del 1959, di ritorno da una missione per stroncare un tentativo di sedizione controrivoluzionaria capeggiato da Hubert Matos, scomparve sul suo aereo travolto da un fortunale. Vana ogni ricerca in mare.

Testo tratto dal libro “La costruzione del partito nel pensiero del Che” 
il Papiro Editrice 
via Monte Sabotino, 34 
20099 Sesto San Giovanni (MI)

fonte: http://web.tiscali.it/prc_corsichese/Biblioteca/Guevara%20-%20La%20costruzione%20del%20partito.htm

Ernesto Che Guevara

La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

Così pure ci vuole coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto. Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata. Per dire che i buoni sono stati vinti non perché buoni, ma perché erano deboli, ci vuole coraggio.

Bisogna avere il coraggio di dire la verità non solo riguardo ai potenti, ma anche riguardo ai deboli. I perseguitati spesso perdono la facoltà del giudizio. Peccano poi di superbia, pensando che la bontà sia premio a se stessa. Si accontentano di essere i buoni, contro i malvagi persecutori, ma in realtà sono colpevolmente incapaci di vincere. La bontà sconfitta non serve a niente, non testimonia niente. Bisogna avere il coraggio di dire la verità ai vinti, perché non continuino a essere vinti. La bontà debole (dell’indignazione, per esempio) è innocua e inoffensiva, non minaccia i potenti, non fa male. Tenersi per mano in un girotondo è un gesto inutile, buono da raccontare alla sera, durante la cena in famiglia. La lotta per sconfiggere i persecutori è sempre lunga e dura, richiede disciplina e rinuncia (non è una passeggiata in centro), quindi non è adatta per gli uomini buoni ma deboli.

Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata, ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos’altro, una menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.

C’è chi dice la verità e chi dice la menzogna. Non esiste il conflitto delle interpretazioni. Il dibattito è soltanto un vacuo spettacolo, orchestrato dai potenti e diretto dagli intellettuali, al soldo dei potenti. La verità è semplice e concreta, la menzogna è complessa e generica. Chi ha il coraggio di scrivere la verità è in lotta dichiarata contro quelli che diffondono la menzogna. Non parla mai in generale, senza entrare nello specifico; facendo sempre nomi e cognomi, indicando i responsabili dell’ingiustizia e della violenza, senza ambiguità e reticenze. La verità dell’intellettuale non è mai un discorso teorico (l’esegesi e la ricerca bibliografica le lasciamo nelle aule polverose dell’accademia), bensì qualcosa di pratico, che deve servire per abbattere i potenti e cambiare la sorte dei deboli.

Poco coraggio invece ci vuole per lamentarsi della malvagità del mondo e del trionfo della brutalità in genere e per agitare la minaccia che lo spirito finirà col trionfare, quando chi scrive si trovi in una parte del mondo in cui ciò è ancora permesso. Molti assumono l’atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro.

Bisogna poi diffidare di quegli intellettuali che, con toni melodrammatici, si lamentano della malvagità del mondo, gridando generiche rivendicazioni. Non sanno fare altro che scrivere lettere ai giornali, firmare petizioni, redigere manifesti, organizzare raduni, aderire a manifestazioni, lanciare appelli alla popolazione, partecipare a convegni e dibattiti televisivi. Chiedono a gran voce giustizia e libertà, genericamente, con l’indice puntato e la voce imperiosa; però loro non muovono un dito. Sono sempre in prima fila, ma a teatro, comodamente seduti, tra buoni amici, quasi tutti provenienti dalle fila dei potenti. Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Sono ferocemente indignati e assai istruiti, sempre educati, di modi gentili e garbati. Quanta nobiltà e professorale fascino nei loro discorsi. Tuttavia non bisogna farsi ingannare dalle loro facili prediche. Questi intellettuali, di bell’aspetto e belle parole, così vuoti e inconcludenti, solo esteriormente hanno l’atteggiamento di chi dice la verità. Con loro il guaio è che non conoscono la verità.

2. L’accortezza di riconoscere la verità

Poiché è difficile scrivere la verità, dato che ovunque essa viene soffocata, i più pensano che scrivere o non scrivere la verità sia una questione di carattere. Credono che basti il coraggio. E dimenticano la seconda difficoltà, cioè quella di trovare la verità. Nessuno potrà mai dire che trovare la verità sia cosa facile.

Avere il coraggio di scrivere la verità non basta. Ci sono tante verità (grandi e piccole, belle e brutte, superficiali e profonde, accessorie e necessarie, deboli e forti) che si contrappongono alla menzogna. Soprattutto nelle epoche di crisi il mercato delle verità è variegato. A volte la menzogna si traveste da mezza verità; oppure, più subdolamente, prende la forma di una verità tautologica (per esempio: la pioggia cade dall’alto verso il basso) che non serve a niente. Dunque non è affatto facile rendersi conto quale verità valgala pena di essere detta. Certi intellettuali scrivono verità di questo tipo (per esempio: le sedie servono per sedersi). Sostengono di osservare la realtà in modo oggettivo e imparziale. Sono i cosiddetti realisti: i depositari delle verità sulle sedie e sulla pioggia.

Molti poeti scrivono verità di questo tipo. Sono simili a pittori che ricoprono di nature morte le pareti di una nave che sta affondando. Per loro la nostra prima difficoltà non esiste, eppure si sentono la coscienza tranquilla. Senza lasciarsi turbare dai potenti, ma altrettanto imperturbabili alle grida delle vittime della violenza, essi continuano a ripassare il pennello sulle loro immagini. L’assurdità del loro modo di comportarsi genera in loro stessi un pessimismo che essi smerciano a buon prezzo e che, a dire il vero, sarebbe più giustificato negli altri di fronte a tali maestri e a tale smercio.

Nei periodi di incertezza e grande mutamento (quando la nave va alla deriva), molti artisti e scrittori si fanno prendere da profondo sconforto. Con coraggio denunciano i mali del presente, ma sempre in maniera generica. Provano un piacere perverso nel raffigurare e descrivere il dolore del mondo. Però essi se ne stanno al sicuro, a contemplare languidamente il naufragio della nave e del suo equipaggio. La loro verità sembra vera, senza sconti per nessuno. Che colori vivaci, quale forza incantatrice e paralizzante nella rappresentazione della malvagità. Proferiscono discorsi importanti, tali appaiono sul mercato della malinconia. Sono i pessimisti, abbonati alla rivista dell’apocalisse a teatro. Codesta gente non è capace di trovare una verità che valga la pena di scrivere.

Altri invece si occupano realmente dei compiti più urgenti, non temono i potenti né la povertà e nondimeno non sono in grado di trovare la verità. Mancano loro le nozioni necessarie… Per loro, il mondo è troppo complicato, non conoscono i dati di fatto e non vedono le connessioni. Oltre ai principi occorrono delle nozioni che si possono acquisire e dei metodi che si possono imparare. Tutti coloro che scrivono nella nostra epoca di rapporti complicati e di grandi mutamenti debbono conoscere il materialismo dialettico, l’economia e la storia…

Alcuni intellettuali, coraggiosi e in buona fede, non sono all’altezza di scrivere la verità. Non sanno nemmeno dove cercarla. Si agitano in modo scomposto, sopraffatti dall’emozione, senza una visione corretta della realtà. Accumulano disordinatamente molti dati e piccoli fatti, tuttavia sono incapaci di cogliere la trama sottostante. Non difettano di volontà, si impegnano con generosità, ma non usano gli strumenti teorici giusti (il materialismo storico e dialettico) per descrivere la società.

Quando si ha intenzione di cercare, è bene avere un metodo, ma si può trovare anche senza metodo e persino senza cercare. In questa maniera casuale è certo però assai difficile che si riesca a rappresentare la verità in modo tale che gli uomini, grazie a questa rappresentazione, sappiano come devono agire. La gente che annota solo i piccoli dati di fatto non è in grado di rendere maneggevoli le cose di questo mondo. Questo però e nessun altro è lo scopo della verità.

Gli intellettuali buoni e coraggiosi (ma senza metodo) a volte trovano la verità casualmente. In questo modo, però, la verità perde la sua capacità di operare con efficacia. Come una bella statua da contemplare, rimane ferma e immobile. Tante piccole verità, come tante statue in un museo. Una verità, che non agisce concretamente sulla realtà, in pratica non serve a niente.

3. L’arte di rendere la verità maneggevole come un’arma

La verità deve essere detta per trarne determinate conclusioni circa il proprio comportamento. Quale esempio di una verità da cui non si possono trarre conclusioni, o soltanto conclusioni sbagliate, ci può servire l’opinione largamente diffusa secondo la quale le condizioni deplorevoli in cui versano certi paesi derivano dalla barbarie. Tale opinione vede nel fascismo un’ondata di barbarie che si è abbattuta su certi paesi come una catastrofe naturale.

La maggioranza degli intellettuali si preoccupano di interpretare il mondo in modi diversi, ma quel che conta è cambiarlo. La verità, conquistata col metodo giusto, deve portare a determinate conclusioni pratiche, che modificano i comportamenti. Le masse popolari agiscono quando pensano che la realtà sociale sia qualcosa di transitorio e mutevole. Le classi dominanti, invece, dipingono il mondo dell’uomo come una seconda natura. Hanno interesse che tutto appaia immutabile agli occhi della gente. A questo punto, per i deboli, la barbarie si presenta come un destino (ineluttabile) e non più come la conseguenza della violenza (non irresistibile) dei potenti.

Un simile modo di raffigurare le cose mette in luce solo pochi anelli della catena causale e presenta certe forze motrici come forze incontrollabili. Un simile modo di raffigurare le cose contiene in sé molti lati oscuri i quali nascondono le forze che stanno preparando le catastrofi. Basta un po’ di luce perché si veda che all’origine delle catastrofi ci sono degli uomini! Infatti noi viviamo in un’epoca in cui il destino dell’uomo è l’uomo.

L’intellettuale dotato di metodo sa mettere in fila i fatti e connetterli insieme, individua con precisione le forze che operano nella società, è in grado di indicare al popolo le cause della barbarie e i veri artefici della barbarie. Quando si vuole scrivere efficacemente la verità su certe condizioni deplorevoli, bisogna scriverla in modo che se ne possano riconoscere le cause evitabili. Quando le cause evitabili vengono riconosciute, le condizioni deplorevoli si possono combattere.

4. L’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani la verità diventa efficace

La verità su certe condizioni deplorevoli dobbiamo dirla a coloro che di queste condizioni più soffrono e da loro dobbiamo apprenderla. Non basta parlare a coloro che hanno una data opinione; bisogna parlare a coloro ai quali, data la loro situazione, tale opinione può convenire. E il vostro uditorio muta di continuo! Persino ai carnefici è possibile parlare, quando per impiccare non ricevono più il salario o quando la loro professione si fa troppo pericolosa

Chi scrive la verità non si occupa del commercio degli scritti. Si limita a parlare, qualcuno ascolterà. Così pensa uno scrittore ingenuo. Eppure dovrebbe riflettere sul mercato delle opinioni e delle descrizioni. La conoscenza della verità è un processo comune a chi scrive e a chi legge. Gli scrittori non riflettono abbastanza sulle condizioni che rendono possibile la circolazione delle idee. La verità non si può semplicemente scriverla e basta, è indispensabile scriverla per qualcuno che possa servirsene. Non si deve parlare tanto per esprimere un’opinione. Prendere parte al dibattito pubblico, organizzato da intellettuali al servizio dei potenti, spesso è una perdita di tempo. A meno che non si riesca a camuffare bene la verità. Ma oggi gli spazi di manovra si sono ridotti e il mezzo tecnico (il formato stesso) ha svuotato di verità il messaggio. Non bisogna però disperare. Conviene continuare a studiare: trovare nuove modalità, più astute e aggiornate, per dire la verità al popolo.

Importante per quelli che scrivono è trovare il tono giusto per dire la verità. Quello che comunemente si ode è un tono molto mite e lamentoso, il tono di chi non sarebbe capace di far male a una mosca. Chi lo ode e si trova in miseria non può che diventare ancora più miserabile. Così parlano, uomini che forse non sono nemici ma certo non sono dei compagni di lotta. La verità è combattiva, non solo combatte la menzogna, ma anche quelle determinate persone che la divulgano.

Certi scrittori sbagliano il tono per dire la verità. Sono troppo buoni e deboli. Magari hanno paura. Gli intellettuali, si sa, quasi sempre sono dei vigliacchi. I loro discorsi sovente sono docili e accomodanti. Declamano lunghe prediche, piene di accorati moniti e piagnistei. Non prendono mai posizione, per non insospettire i potenti.

Possono essere anche delle brave persone, ma non servono a niente. Preferiscono non sporcarsi le mani: la loro verità è rigorosamente equanime ed equilibrata. Sono degli equilibristi nati, non cadono mai. Abitano il vuoto pneumatico della bella conversazione. Chi dice la verità deve combattere, non sulle riviste accademiche o negli spettacoli televisivi, ma a fianco dei deboli e contro i potenti. Altrimenti è solo un utile idiota, quasi peggio del nemico.

5. L’astuzia di divulgare la verità fra molti

Vi sono molti che, fieri di avere il coraggio di dire la verità, felici di averla trovata, stanchi forse della fatica che costa il ridurla a una forma maneggevole, impazienti di vederne entrare in possesso coloro i cui interessi essi vanno difendendo, non ritengono più necessario usare una particolare astuzia per divulgarla. In tal modo tutto il frutto della loro fatica va spesso in fumo. In tutti i tempi, quando la verità veniva soffocata e travisata, si è fatto ricorso all’astuzia per divulgarla.

Nelle epoche di crisi e grande violenza, la verità viene costantemente censurata e manipolata dal potere dominante. Ci sono varie astuzie per eludere la sospettosa vigilanza dello stato. La storia ci ha fornito diversi esempi: Confucio, Tommaso Moro, Voltaire, Shakespeare, Jonathan Swift, un poeta egiziano, il romanzo poliziesco. L’intellettuale che vuole scrivere la verità deve essere attento all’uso delle parole. Occorre spogliarle del loro marcio (e anestetico)misticismo; e indirizzarle a chi può maneggiarle, come un’arma, per cambiare il corso della storia. Anche in uno stato democratico, nonostante l’apparente libertà di parola, è difficile scrivere la verità. Bisogna raddoppiare l’astuzia.

La propaganda perché la gente ragioni, in qualsiasi campo la si faccia, è sempre utile alla causa degli oppressi. Questa propaganda è altamente necessaria. Sotto i governi degli sfruttatori, il ragionare è considerato cosa bassa e volgare. Si giudica basso e volgare ciò che è utile a quelli che sono tenuti in basso.

Tutti i governi (non importa se democratici o dittatoriali) considerano il ragionare una cosa bassa e volgare.

Gli sfruttatori prediligono i grandi ed elevati discorsi, che non mettono in pericolo il loro sistema. Chi scrive la verità, controglisfruttatori, deve insegnare agli sfruttati a ragionare. Ci sono infatti molti modi astuti per insegnare a pensare e divulgare la verità.

Perché in un’epoca come la nostra continui ad essere possibile l’oppressione che permette a una parte della popolazione (la meno numerosa) di sfruttare l’altra (la più numerosa), è indispensabile da parte della popolazione un ben preciso atteggiamento di fondo che investa tutti i campi… L’unica cosa che conta è che si insegni un modo giusto di ragionare, un modo di ragionare che in ogni cosa e in ogni avvenimento ricerchi il lato transitorio e mutevole.

La popolazione oppressa (sotto il tallone di ferro degli oppressori e per gli effetti negativi della propaganda degli intellettuali al servizio degli oppressori) tende a considerare la realtà come qualcosa di naturale e immutabile (come la pioggia: che cade sempre dall’alto verso il basso). Nella testa della gente si consolida così la predisposizione alla passività e alla rassegnazione. Chi scrive la verità, non importa in che campo lo faccia (dall’ingegneria meccanica alla filosofia), deve insegnare a ragionare correttamente: ovvero che, su questa terra, ogni cosa è transitoria e mutevole.

I potenti nutrono una forte ostilità nei riguardi dei grandi mutamenti. Vorrebbero che tutto restasse com’è, possibilmente per mille anni… Dopo che hanno sparato loro, il nemico non dovrebbe più avere il diritto di sparare, vorrebbero che il loro colpo fosse l’ultimo. Considerare le cose mettendo in particolare rilievo il loro lato transitorio è un buon sistema per rianimare gli oppressi.

Chi scrive la verità deve mostrare agli oppressi che in ogni cosa, in ogni condizione, sorge e si sviluppa una contraddizione. Deve insegnare loro la dialettica, la dottrina del flusso delle cose. I potenti cercano di occultare le contraddizioni, affermano che esiste solo una realtà, quella che a loro conviene. Tutto è già stato stabilito. Non esiste un’altra possibilità. Così la gente si addormenta. Chi scrive la verità ha il compito di risvegliare gli oppressi, insegnando loro che nulla è già stabilito.

I governi che conducono le masse umane alla miseria devono evitare che nella miseria si pensi ai governi. Parlano molto del destino. Il destino – non già i governi – è responsabile dell’indigenza. Chi tenta di scoprire le cause dell’indigenza viene arrestato prima che si imbatta nel governo. Tuttavia è possibile opporsi in termini generali ai discorsi sul destino; si può dimostrare che chi fa il destino dell’uomo sono gli uomini.

Per diffondere la verità ci vuole astuzia. I governi (che esprimono e difendono gli interessi degli sfruttatori) cercano, in tutti i modi, non sempre legittimi, di impedire che il popolo (oppresso e sfruttato) ragioni.

Per i potenti, la miseria dei deboli è piovuta dal cielo, come la pioggia. Nessuno è responsabile. Bisogna maledire il cielo. Chi alza la testa e protesta viene arrestato e imprigionato. Chi scrive la verità, mettendo in conto i rischi e i pericoli della violenza dello stato, deve mostrare al popolo che sono uomini in carne e ossa (una minoranza) che fanno il destino di tutti gli altri uomini (la maggioranza). Più o meno l’uno per cento contro il novantanove per cento, come si dice oggi.

Riepilogo

La grande verità della nostra epoca è questa: il nostro continente sta sprofondando nella barbarie perché i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione vengono mantenuti con la violenza. A che cosa servirebbe uno scritto coraggioso dal quale risulti la barbarie delle condizioni nelle quali stiamo per cadere (il che in sé è verissimo), se poi non risultasse chiara la ragione per cui veniamo a trovarci in queste condizioni?

Dobbiamo dire che degli uomini vengono torturati perché i rapporti di proprietà rimangano immutati. Certo, se lo diciamo, perderemo molti amici che sono contrari alla tortura perché credono che i rapporti di proprietà si possano mantenere anche senza di essa (il che non è vero).

Il problema è il capitalismo. Allora c’era il nazismo, oggi c’è il neoliberalismo o il cosiddetto capital-parlamentarismo. Modi diversi di difendere gli interessi della classe dominante. Oggi come allora, l’Europa rischia di sprofondare nella barbarie. Ma questa barbarie non è piovuta dal cielo. La brutalità viene dagli affari, che senza di essa non si possono più fare. Chi scrive la verità, non può limitarsi a generiche accuse, a sermoni moraleggianti. A continue lamentazioni che portano a nulla. Bisogna indicare le ragioni (storiche e non naturali) e i veri responsabili della barbarie. Per tornare all’attualità, il popolo greco oggi viene torturato, perché i rapporti di proprietà rimangano immutati.

Dobbiamo dire la verità in merito alle barbare condizioni del nostro paese, dobbiamo dire che è possibile fare ciò che è sufficiente a farle sparire, e cioè qualcosa che modifichi i rapporti di proprietà.

Scrivere la verità significa parlare di capitalismo, ovvero dei rapporti di proprietà.

Dobbiamo dirla inoltre a coloro che di questi rapporti di proprietà soffrono più di tutti, che hanno il maggiore interesse a cambiarli, ai lavoratori e a coloro che possiamo trasformare in loro alleati…

Questa verità (dei modificabili rapporti di proprietà) deve essere detta ai lavoratori.

Tutto ciò viene richiesto allo scrittore, quando gli si chiede di scrivere la verità. Con queste parole termina il saggio di Brecht del 1935, pochi anni prima della catastrofe della guerra.

(Pubblicato su Il portale di Kainos con il titolo Commento alle “Cinque difficoltà per chi scrive la verità” di Bertolt Brecht)

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(immagine dal web)

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