EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

EPA: COME LA UE CLONA SE STESSA IN AFRICA OCCIDENTALE PER SACCHEGGIARE

 

Quello che si può dire con certezza dell’EPA – l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Africa Occidentale – è che è straordinariamente poco conosciuto. I mass media non si preoccupano di spiegare che un gruppo di stati tra i più poveri del mondo sono stati – volenti o nolenti – inclusi in un accordo commerciale con l’Unione europea che li costringe a condizioni svantaggiose, riproducendo – in un contesto di povertà ben più drammatico – regole fiscali assurde sul tipo di quelle imposte agli Stati membri dell’Eurozona. L’economista Bill Mitchell espone sul suo blog i risultati dell’analisi dell’EPA realizzata dall’organizzazione indipendente svedese CONCORD: questo trattato non è coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale, e ha conseguenze addirittura opposte, intrappolando un gruppo di nazioni per la maggior parte già poverissime in una crescita bassa e discontinua e perpetuando le condizioni misere delle popolazioni.

 

di Bill Mitchell, 10 luglio 2017

In un post recente – Se l’Africa è ricca – perché è così povera? – ho preso in esame la questione del perché le risorse che rendono ricca l’Africa non siano state impiegate per il benessere della popolazione indigena che vive sul posto. Abbiamo visto che la povertà in Africa dilaga, benché sia evidente a chiunque che il continente è abbondantemente ricco di risorse.

La risposta a questo paradosso è che la rete di aiuti per lo sviluppo nonché la supervisione messe in atto dalle nazioni più ricche e mediate da enti come FMI e Banca Mondiale possono essere viste più come un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.

Così benché l’Africa sia ricca, la sua interazione con il sistema monetario e di commercio mondiale lascia milioni dei suoi abitanti in condizioni di povertà estrema – non in grado di procurarsi neppure il cibo per vivere.

L’accordo di libero scambio (EPA) tra l’UE e gli stati dell’Africa Occidentale è una di queste istituzioni-aspiratore. Gli stati dell’Africa Occidentale, infatti, sono ancora impantanati in una dipendenza di stampo post-coloniale non perché siano privi delle risorse necessarie ad attuare il loro cammino di sviluppo, ma piuttosto a causa delle istituzioni post coloniali, create per mantenere il controllo su queste risorse da parte degli ex colonialisti. Non paga di avere distrutto la prosperità nell’eurozona, l’Unione europea sta esercitando pressioni su alcune delle nazioni più povere del mondo perché adottino lo stesso tipo di accordo monetario e fiscale fallimentare e perché vadano oltre, firmando accordi di “libero scambio” con reciproca apertura dei mercati. Le altre nazioni dell’Africa occidentale dovrebbero seguire l’esempio della Nigeria e abbandonare questi accordi.

Dodici dei 16 Paesi dell’Africa occidentale sono considerati Paesi in via di sviluppo (Least Developed Countries – LDC), o in parole più semplici paesi poveri. I 12 Paesi LDC sono Benin, Burkina Faso, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Sierra Leone, Togo; mentre i quattro non considerati LDC sono Capo Verde, Costa d’Avorio, Ghana e Nigeria.

Questa è una mappa dell’Africa Occidentale (fonte).

 

La pubblico per i lettori statunitensi, ricordando la vecchia battuta “La guerra è il sistema con cui Dio insegna la geografia agli americani”. A proposito delle conoscenze geografiche degli americani, potete vedere questo sketch dell’umorista statunitense Paul Rodriguez al Comic Relief del 1987. E se volete farvi un’altra risata, potete guardare questo video famoso.

Durante la cosiddetta “corsa all’Africa” del 19° secolo, l’Africa Occidentale fu spartita tra le potenze coloniali, per la maggior parte europee.

Queste erano le relazioni coloniali:

Benin – Francia
Burkina Faso – Francia
Gambia – Gran Bretagna
Guinea – Gran Bretagna
Guinea-Bissau – Portogallo
Liberia – Usa
Mali – Francia
Mauritania – Francia
Niger – Francia
Senegal – Francia
Sierra Leone – Gran Bretagna
Togo – Francia
Capo Verde – Portogallo
Costa d’Avorio – Francia
Ghana – Gran Bretagna
Nigeria – Gran Bretagna

Ho letto un rapporto del 2015 – L’EPA tra UE e Africa Occidentale: chi ne trae vantaggio? – pubblicato nella serie dei loro Spotlight Report Policy Paper dall’organizzazione Concord Europe, con sede in Svezia.

CONCORD è la confederazione europea delle ONG di aiuto e sostegno allo sviluppo.

La pagina di informazioni sull’Africa Occidentale della Commissione europea sostiene che l’accordo di “libero scambio” (The Economic Partnership Agreement – EPA) tra Europa e Africa Occidentale ha apportato benefici.

Un altro documento dell’UE (18 settembre, 2015) – Economic Partnership Agreement with West Africa-Facts and figures – fa ulteriore promozione.

Nel marzo 2016, la Direzione generale per il Commercio della Commissione europea ha pubblicato L’impatto economico dell’accordo di collaborazione economica tra Africa Occidentale e UE.

Ma l’analisi di CONCORD è in disaccordo con la linea ufficiale “libero mercato”.

L’ho già sottolineato altre volte, ma dovremmo tenerlo sempre in mente: le nazioni avanzate, oggi, non avrebbero potuto diventare ricche, se avessero seguito le strategie che ora stanno imponendo alle nazioni povere.

Per capire questo punto, raccomando la lettura del Report del 2008 di Dieter Frisch – La politica di sviluppo dell’Unione europea – pubblicato come rapporto ECDPM il 15 marzo 2008 (il documento è in francese).

L’ECDPM è il Centro europeo per la gestione delle strategie di sviluppo (European Centre for Development Policy Management) e Dieter Frisch è stato direttore generale per lo Sviluppo alla Commissione europea.

Frisch è un veterano delle strategie di sviluppo. Ecco cosa scrive (p.38):

En effet, on ne connaît historiquement aucun cas où un pays au stade précoce de son évolution économique se serait développé via son ouverture à la concurrence internationale. Le développement s’est toujours amorcé au gré d’une certaine protection qu’on a pu diminuer au fur et à mesure que l’économie s’était suffisamment fortifiée pour affronter la concurrence extérieure. Mais un tel processus s’étend sur de longues années …

Il che significa che non si conosce nella storia alcun caso in cui un Paese in uno stadio precoce della sua evoluzione economica si sia sviluppato attraverso l’apertura alla concorrenza internazionale. Lo sviluppo si è sempre innescato grazie a un certo grado di protezionismo, che si è potuto ridurre gradualmente mano a mano che l’economia si irrobustiva a sufficienza per affrontare la concorrenza esterna. Ma questo processo si estende per molti anni…

Si potrebbe anche aggiungere che le nazioni non si sono sviluppate costringendo i governi a mantenere il bilancio pubblico in pareggio, se non addirittura generare un surplus.

Tutte le nazioni avanzate hanno beneficiato di importanti spese pubbliche per infrastrutture: strade, trasporti, sanità, istruzione, porti, energia, comunicazioni e tutto il resto.

Inoltre, hanno goduto di importanti investimenti pubblici volti allo sviluppo di competenze.

Quindi, il contesto in cui è stato negoziato questo “accordo di libero commercio” è fin dal principio distorto in modo da ostacolare lo sviluppo.

Cercare di svilupparsi mantenendo costantemente il bilancio statale in surplus avrebbe impedito a qualsiasi nazione avanzata di fare alcun progresso.

Gli stati membri della Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale (West African Economic and Monetary Union – UEMOA) sono Benin, Guinea-Bissau, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo; questi stati condividono una moneta comune (franco CFA), agganciata all’euro.

Questo accordo riflette il controllo “post” coloniale da parte dei Francesi, che durante il processo di decolonizzazione tra il 1954 e il 1962 hanno limitato le sovranità nazionali, creando diversi protocolli che prevedevano che gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale dal punto di vista finanziario dovessero rispondere in molti modi al Tesoro francese.

Lo scopo di questa restrizione era costringere le nazioni dell’Africa Occidentale appartenenti all’area monetaria a rispettare quella che i Francesi chiamavano “una rigorosa disciplina monetaria”. Per esempio, la Banca centrale dell’Africa Occidentale (BCEAO) resta sotto il controllo dei francesi, tanto che non può svalutare il franco CFA senza l’approvazione di questi ultimi.

I primi accordi, in ogni caso, sono falliti.

Arrivando velocemente al 1994, vediamo che allo stesso modo in cui gli europei stessi sono passati dal fallimento del serpente monetario nel tunnel, al fallimento del serpente fuori dal tunnel, al fallimentare SME nel 1978, fino all’addirittura peggiore Unione Monetaria ed Economica (eurozona), così gli Stati francofoni dell’Africa Occidentale sono transitati attraverso una serie di accordi economici e monetari sotto la guida dei francesi, fino che non hanno clonato la UEM nella forma della Unione economica e monetarie dell’Africa Occidentale (WAEMU).

Otto degli Stati membri sono paesi in via di sviluppo (esclusa la Costa d’Avorio).

Così come lo SME si era trovato di fronte a costanti tensioni a causa delle disuguaglianze nella capacità commerciale dei suoi Stati Membri, il che alla fine lo trasformò in una zona del marco e lo trascinò verso recessione e stagnazione, così gli accordi dell’Africa Occidentale si trovarono sottoposti a pressioni simili.

E proprio come l’Eurozona è stata azzoppata dal Patto per la stabilità e la crescita (SGP) e dalle sue più recenti varianti (“Two Pack”, “Six Pack”, “Fiscal Compact”), così la WAEMU ha introdotto nel 1999 un “Patto regionale di convergenza, stabilità, crescita e solidarietà”.

Sia nel linguaggio sia negli intenti questo è clonato dal Patto per la stabilità e la crescita europeo. Così come il SGP impone una camicia di forza fiscale agli Stati membri dell’Eurozona, che spinge le economie alla recessione, così il patto della WAEMU obbliga gli Stati membri ad avere bilanci in pareggio o in surplus.

Se un Paese non rispetta questa regola viene sanzionato (esattamente come avviene per la procedura prevista in eurozona in caso di sforamento del deficit) e può non avere più l’accesso a fondi o la possibilità di effettuare spese.

Ci sono poi altre severe regole che riguardano l’inflazione, il debito pubblico, gli impegni verso i pagamenti esteri, la proporzione tra spesa per salari pubblici e tasse, che pongono ulteriori limiti alla sovranità nazionale.

La WAEMU ha un “Consiglio dei Ministri”, che bullizza gli Stati Membri che non riescono a rispettare le regole.

E, esattamente come avviene per l’eurozona, per le nazioni che fanno parte della WAEMU risulta virtualmente impossibile sottomettersi alle regole, visto che i cicli economici impattano sul bilancio pubblico e sulla povertà dilagante che persiste.

Queste nazioni, che vivono soprattutto di esportazione di materie prime ed importano prodotti industriali, devono fronteggiare enormi sbalzi nelle entrate nazionali, legati alla variabilità del clima e alla instabilità delle condizioni commerciali sui mercati internazionali.

Il FMI e la Banca Mondiale fanno pressioni fortissime perché esportino quanto più possibile, ma questo significa che inondano i mercati internazionali dei loro beni, facendone calare i prezzi.

Il guadagno mancato li mette sotto pressione per quanto riguarda il loro debito estero (che in parte non piccola è stato contratto con il FMI) e quindi rende frequenti ulteriori richieste di tagli di bilancio.

Questa strategia di sviluppo incastra le nazioni in una crescita bassa e discontinua e in una povertà persistente.

Per questo non c’è da sorprendersi che la Commissione europea, con i suoi artigli ben piantati nelle nazioni povere dell’Africa Occidentale, abbia deciso di consolidare questa posizione di vantaggio andando oltre, con un “accordo di libero scambio” conosciuto come l’Economic Partnership Agreement (EPA).

La ricerca di CONCORD ha verificato l’attendibilità di diverse affermazioni fatte dalla Commissione Europea che ripete il mantra “il commercio è sviluppo”.

Ma se questa è la domanda di partenza:

…l’EPA, accordo negoziato tra l’Africa Occidentale e l’UE, cioè tra una delle regioni più ricche e una delle regioni più povere del pianeta, è davvero coerente con gli obiettivi di sviluppo dell’Africa Occidentale?

La risposta è un no.

È importante notare che:

Fino al 2000… l’UE consentiva alle esportazioni provenienti dall’Africa Occidentale un accesso quasi completamente libero ai mercati europei… Queste concessioni commerciali unilaterali erano però contrarie alle regole della WTO, in vigore dal 1994. La WTO consente di creare zone di libero scambio, per esempio tra UE e Africa Occidentale, e l’UE decise di adottarne una al posto delle condizioni precedenti, anche se in queste zone le concessioni devono essere reciproche, il che significa che l’Africa Occidentale doveva consentire le stesse condizioni all’UE… L’UE avrebbe potuto chiedere alla WTO un’esenzione, come ha fatto per la Moldavia… (ma) …ha rifiutato di concedere lo stesso trattamento all’Africa Occidentale.

E oltre:

Durante le trattative, la UE è andata anche molto oltre le richieste della WTO in tema di liberalizzazioni, includendo servizi, investimenti e acquisizioni oltre ai beni. L’Africa Occidentale si opponeva, dichiarando di voler mantenere la possibilità di proteggere questi settori dalla concorrenza con l’UE.

Nel 2007, l’UE non riuscì a concludere gli accordi con le nazioni dell’Africa Occidentale, in parte perché

…l’Unione Europea garantisce ai Paesi in via di sviluppo concessioni commerciali unilaterali nel quadro del regime “Tutto tranne armi”, che offre loro accesso libero ai mercati europei senza costringerli a restituire le medesime liberalizzazioni in cambio.

Cosa fa allora l’Unione europea? Ecco cosa fa:

…ha minacciato tutte le nazioni ACP non incluse tra i Paesi in via di sviluppo di togliere loro l’accesso libero al mercato europeo… (e)… ha stabilito una nuova deadline per il completamento degli accordi.

Vi ricorda qualcosa?

E qui non stiamo parlando della Grecia, che in termini di ricchezza è una nazione avanzata. Queste sono per la maggior parte nazioni poverissime, che lottano per sfamare la loro popolazione.

Il report di CONCORD spiega che molte nazioni dell’Africa Occidentale hanno ceduto di fronte alle minacce e “hanno deciso di firmare… il 30 giugno 2014”.

Ma il processo di ratificazione è lento e alla fine del 2016 è entrato provvisoriamente in vigore solo il cosiddetto “accordo base di partenza per la collaborazione economica” (Stepping Stone Economic Partnership Agreements) con la Costa d’Avorio e il Ghana.

Inoltre, mentre 13 Stati dell’Africa Occidentale hanno firmato, Nigeria, Gambia e Mauritania se ne tengono fuori.

In particolare, la Nigeria non vuole cedere la sua sovranità all’Unione europea e “vuole sviluppare la sua industria e le sue vendite nel resto dell’Africa Occidentale, riducendo nel contempo la sua dipendenza dall’esportazione di petrolio”.

Il report di CONCORD conclude che la Nigeria non sarebbe in grado di avere questa indipendenza strategica all’interno dell’EPA.

Per illustrare i motivi per cui l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa Occidentale, il report di CONCORD passa al vaglio diverse affermazioni avanzate dall’UE a sostegno dell’EPA.

1- L’EPA offre libero accesso al mercato europeo ai prodotti dell’Africa Occidentale?

Sì, ma l’EPA non comporta per le nazioni dell’Africa Occidentale alcun vantaggio in più, mentre introduce evidenti svantaggi nella concorrenza.

Inoltre perché i Paesi in via di sviluppo “dovrebbero affrontare questi sacrifici”, quando “hanno diritto alle concessioni commerciali unilaterali legate al regime “‘tutto tranne le armi’”?

2 – L’EPA supporterà l’integrazione regionale dell’Africa Occidentale?

“Ampiamente falso”.

“Il livello di integrazione regionale in Africa Occidentale è molto debole” quindi sarebbe stato meglio avviare processi per diversificare il commercio all’interno dell’Africa occidentale.

3 – “I prodotti agricoli dell’Africa Occidentale sono esclusi dalla liberalizzazione”?

“Vero e falso”

“L’EPA… comporta un grosso rischio per l’agricoltura dell’Africa Occidentale…(che)… è un settore importante… e offre il 60% del lavoro e soddisfa l’80% delle esigenze alimentari della regione”.

L’EPA protegge solo “il 18% dei prodotti”, ma in linea generale liberalizza l’accesso a tutto il resto. Per esempio, il latte in polvere importato più economico danneggerà “la produzione locale di latte”.

È importante capire che in base alla Politica agricola comunitaria, l’UE può “vendere i prodotti della sua agricoltura a un prezzo inferiore al costo, praticando una concorrenza sleale nei confronti dell’agricoltura del’Africa Occidentale”.

4 – “L’EPA promuoverà aiuti che permetteranno all’Africa Occidentale di trarre beneficio dall’EPA?”

“Vero e falso”

C’è in atto un programma per lo sviluppo dell’Africa Occidentale, che è una strategia del tipo FMI, basata sul taglio delle spese interne e sull’orientamento delle attività verso le esportazioni che portano liquidi.

Sia come sia, la proposta corrente non è garantita e i fondi sono “molto al di sotto i bisogni stimati” per far fronte ai costi dovuti al passaggio al nuovo acordo.

Inoltre, i governi dell’Africa Occidentale utilizzano i dazi per finanziare ospedali e tutto il resto. Ora, i sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT) obietteranno subito che questi Stati potrebbero finanziare queste infrastrutture essenziali usando la propria capacità monetaria.

In parte è vero. Ma nel mondo reale della politica dell’Africa Occidentale e con la camicia di forza in cui si sono infilati questi governi sotto lo sguardo inquisitore di grandi bulli internazionali come l’UE e il FMI, le entrate legate ai dazi offrono un non piccolo aiuto per sottostare alle grottesche regole che costringono le loro scelte fiscali.

L’EPA quindi inciderà seriamente sulla loro situazione fiscale (all’interno delle attuali costrizioni) tanto che saranno costretti a tagliare drasticamente la spesa pubblica.

Come nota il report di CONCORD, questa spesa è:

“…indispensabile per consentire il finanziamento stabile degli edifici per scuole e ospedali, per supportare le famiglie di coltivatori e per altri servizi pubblici.”

L’EPA è quindi un altro strumento attraverso il quale viene impedito alle nazioni più povere di utilizzare le loro proprie capacità di spesa per migliorare le condizioni della loro popolazione.

5 – L’EPA rispetterà lo spazio politico dell’Africa Occidentale?

“In grande misura è falso”

“L’Africa Occidentale perderà lo spazio politico necessario a sviluppare la sua propria politica commerciale, al servizio delle esigenze dei suoi popoli, e perderà entrate fiscali che potrebbero aiutare a finanziare il suo sviluppo”.

Notando che quest’ultima conclusione si pone nel contesto delle costrizioni politiche e istituzionali che ho menzionato sopra.

Di conseguenza, il report di CONCORD conclude che:

“…l’EU, la maggiore zona economica del mondo, sta cercando di ottenere concessioni commerciali sproporzionate da una delle regioni più povere del mondo. Con l’EPA, l’Africa Occidentale avrà meno spazio politico per usare strumenti importanti per lo sviluppo di alcuni settori economici, al fine di migliorare le condizioni di vita dei suoi popoli. Allo stesso tempo l’UE non ha formalmente assunto alcun impegno per lo stanziamento a lungo termine di fondi aggiuntivi che sarebbero necessari per aiutare l’Africa Occidentale a reggere la concorrenza dei prodotti importati e compensare le entrate fiscali perdute. Come conseguenza, l’EPA non è coerente con lo sviluppo dell’Africa occidentale”.

E questo per oggi è abbastanza.

Fate girare…

 

fonte: VOCI DALL’ESTERO

L’euro è una trappola. Ecco perchè

L’euro è una trappola. Ecco perchè

globalizzazione

di Nico Max Weber

Il primo Paese che uscirà dalla trappola dell’Euro dimostrerà che è solo una zavorra che costringe a sacrificare pensioni, diritti dei lavoratori ed economie nazionali al pagamento di interessi ai Paesi creditori del Nord Europa, Germania in primis. L’unico loro obiettivo. Fuori dall’Euro quindi per ritornare a vivere. L’economista Paul Krugman pone un interessante quesito “Cosa succederà se l’uscita della Grecia dall’Euro le consentirà di far ripartire la sua economia?”. Ci sarà un “Liberi tutti!”?
di Paul Krugman, 25 maggio 2015

Prendo spunto da questa breve dichiarazione di Krugman, Nobel per l’economia nel 2008, fatta qualche tempo fa per tentare di spiegare con termini adatti a tutti, la grande differenza dei Sistemi Economici dei paesi ante-euro e la conseguente ripercussione di questa differenza sull’adesione alla moneta Unica o Euro.

SISTEMA ECONOMICO, cos’è?

Parlare del Sistema Economico Europeo non è facile se prima non si sono studiati i vari sistemi economici dei paesi aderenti la moneta unica, non è facile per due motivi, il primo riguarda le primitive vocazioni produttive dei singoli stati, differenti tra loro per struttura del territorio e per il clima, in secondo luogo invece e non meno importante, per il grado di propensione delle masse, all’organizzazione del lavoro e la conseguente organizzazione sociale.
Quindi prima di parlare dell’Euro, occorre parlare del Sistema Economico che sarà dunque composto da diverse tipologie di analisi in base all’attività prese in considerazione, ecco allora che potremmo dividere le varie attività di ogni stato in Finanziarie e non Finanziarie, nella prima sono comprese, monete, depositi, azioni ed altri titoli ecc., mentre la seconda, che possiamo suddividere in quattro categorie, possiamo trovare :

        – Attività materiali che comprendono, terreni, case, macchinari, mezzi di trasporto
        – Attività immateriali, opere artistiche, brevetti, software
        – Scorte di materie prime, che comprendono prodotti finiti, e prodotti in fase di lavorazione
        – Oggetti di valore, quali pietre preziose, metalli preziosi, opere d’arte,

pertanto la misurazione di queste quattro attività, in un data certa, rappresenta la Ricchezza del sistema economico, detta comunemente STOCK DI RICCHEZZA.

La diversa presenza di operatori privati e non, la variazione percentuale di uno rispetto all’altro, le diverse regole applicate, le diverse modalità di applicazione delle regole stesse, costituiscono la diversità di vari sistemi economici. Nella storia ve ne sono stati tantissimi, ma a noi interessa l’ultimo, quello più importante, il sistema economico dell’Era Contemporanea.

Tale sistema si potrebbe far iniziare con la Rivoluzione Industriale, cioè la trasformazione di un economia agricola, artigianale, in quella industriale, nel quale fosse preponderante il ruolo svolto dalle macchine e da un sistema di produzione in serie come la catena di montaggio.
Vari cambiamenti in seno a questa trasformazione economica diedero vita a diverse tipologie di sistema economico, come ad esempio:

  • L’economia di Mercato: è basata sull’interazione dei privati, con un ruolo limitato dello Stato
  • L’economia Pianificata: in essa la gestione delle dinamiche del sistema compete allo Stato,
  • L’economia Mista: accanto all’interazione dei privati, lo Stato interviene direttamente nel sistema economico.

In Europa, nel periodo tra il 1850 ed il 1914, si assistette ad una serie di cambiamenti importanti, che mutarono la vita del continente.

Le innovazioni non furono della stessa portata in tutti i paesi: più significative in alcuni, meno evidenti in altri; tuttavia gli Europei ebbero l’impressione di essere giunti ad una svolta.

La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema economico fino a coinvolgere il sistema produttivo nel suo insieme e l’intero sistema sociale.

Nasce cosi il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira ad incrementare il profitto della propria attività e conseguentemente si viene a formare la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario.
.
La seconda rivoluzione industriale, messa in opera in tempi diversi a seconda dei paesi, prese avvio attorno alla metà del secolo XIX, si sviluppò con l’introduzione dell’acciaio, l’utilizzo dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio.

Lo storico e sociologo tedesco Wolfgang Schivelbusch osservò come la rivoluzione dei mezzi di trasporto diede origine alla modifica, non solo geografica e fisica delle zone ove essa si inizialmente si verificò, ma anche la “geografia mentale” degli uomini, il loro modo di percepire lo spazio e il tempo.
Iniziò quindi quel fenomeno, che avrebbe portato per effetto della contrazione dello spazio e del tempo, come conseguenza dei nuovi e più veloci mezzi di trasporto e comunicazione, alla globalizzazione dei mercati, delle tecnologie e dei linguaggi, in definitiva all’accelerazione della storia dell’uomo chiamato moderno
.
Il risultato di tutto questo sta ad indicare come all’idea di un’Europa Unita, parteciparono Stati con diversa vocazione Industriale, Agricola o Manifatturiera, con diversi livelli di sviluppo, con diverso sviluppo della rete stradale e non ultimo il diverso approccio culturale/sociale.
Infatti, non a caso la Germania, pur uscendo da una crisi profonda causata dalla guerra, riuscì in pochi anni con l’aiuto delle proprie ricchezze naturali, ad essere una delle prime potenze economiche Europee.

Il naturale sviluppo dell’idea di una Comunità Economica Europea era dato dalla creazione di una moneta unica, quando si arrivò quindi alla proposizione di una moneta unica (non ancora lo SME), si scelse il primitivo “serpente monetario europeo” eravamo nel 1973, lo stesso fu subito sciolto per l’uscita di Francia e Italia da questo accordo, in quanto le oscillazioni della loro moneta era superiore a quella stabilita.

Si riprovò nel 1979 con la creazione dello SME con la valuta chiamata ECU o unità di conto europeo, ma anche questo sistema alla cui base erano insiti errori di calcolo non durò molto, infatti nel settembre del 1992, dopo che l’Italia decise una svalutazione del 3,5%, che sommato alla rivalutazione delle altre monete del 3,5%, svalutò in totale del 7% la Lira, mentre il governo Amato decise nell’immediato un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i depositi bancari dei privati, la Lira non riusci a restare nello SME, ne usci insieme alla sterlina inglese, quel crollo finanziario del 1992 si ritenne e si ritiene ancor oggi, fosse opera delle speculazioni sulla nostra moneta, del famoso finanziere/massone George Soros.

Comunque, visti gli errori precedenti, si ritornò a perseguire sempre il sogno della moneta unica, cosi arriviamo al 1999, l’anno dello SME2 ,in cui l’ECU venne sostituito con l’attuale EURO.

La Partecipazione al Meccanismo era volontaria e le bande di fluttuazione restarono le stesse che nel primo meccanismo di tassi di cambio, cioè ±15% (tranne per la Corona danese che mantenne la sua banda originaria di ±2,25%), con la possibilità di collocazioni individuali più ristrette nei riguardi dell’Euro, alla sua istituzione erano compresi anche i due membri, Danimarca e Grecia.

Arrivati a giorni nostri, possiamo sicuramente dire che, non tutti i paesi adottano lo stesso sistema economico, ogni paese componente, ha un diverso debito pubblico, le politiche finanziarie sono diverse da paese a paese, pertanto si sta ripetendo quello che abbiamo già detto, un sistema monetario che non può stare in piedi, sia per il differente passato economico, sia per la diversa economia finanziaria adottata da ognuno sin dal XX secolo.

Vista la mia convinzione del costante ripetersi della storia e visti i due precedenti fallimenti, occorre avere l’accortezza di prevederne il terzo, quindi quali soluzioni adottare fra le due fattibili e meno onerose per tutti, scegliendo tra:

la Germania e qualche altro paese escono dalla moneta unica rivalutando la loro del 25%, oppure escono gli Stati più deboli svalutando la loro moneta del 25%, creando in questo modo un sistema monetario a diverse velocità.

Non c’è soluzione alternativa, non si può creare sviluppo con la politica dell’austerità, che a sua volta non permette di ripianare il debito pubblico cosi come deciso nel Fiscal Compact, cosi come non si può continuare ad alimentare il M.E.S.

Questo lo sa benissimo il nostro Presidente della Repubblica, lo sanno benissimo i vari Presidenti del Consiglio  che si sono succeduti nel tempo (che hanno continuato a promettere una crescita sapendo che non ci sarebbe mai stata) lo sa benissimo la Troika (F.M.I., B.C.E, Commissione Europea) che auspicava e auspica ancora un prelievo forzoso come a Cipro, lo sa benissimo la Merkel che ha paura del fatto che potrà essere la Germania ad uscire dalla moneta unica e non l’Italia) infine lo sanno tutti coloro che riescono ad esprimere tramite la ragione e il pensiero critico, una giusta opinione in merito.

Quindi invito tutti quelli che pazientemente sono riusciti a leggere questo piccolo resoconto, a tenersi sempre informati sugli ultimi avvenimenti in tema economico-finanziario, perché essere informati è un passo avanti verso quella consapevolezza di poter cambiare le cose.

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