MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

infermiere-morto

La schiavitù legalizzata al tempo del Neoliberismo.

di Antonio CAPUANO

Di lavoro si può morire, lo sappiamo fin dalla notte dei tempi, il fatto è che in una società civile costruita sul passaggio da suddito a cittadino e da schiavo a lavoratore, nonché fondata sul Diritto, ciò dovrebbe essere impedito in ogni modo.

Invece, in un periodo storico nel quale realtà e paradosso si mischiano fino a sfumare i propri confini, accade che il sistema demolisca scientemente le tutele dei lavoratori e li renda automi da spremere senza controllo.

Quando questo poi succede nella pubblica amministrazione e in particolare nel Servizio Sanitario Nazionale, allora vuol dire che il suddetto sistema è al collasso e bisogna prontamente intervenire per riformarlo.

Emblematica quanto drammatica, appare in questo senso la recente sentenza della Cassazione la quale ha fatto letteralmente giurisprudenza, riconoscendo apertamente la “morte da superlavoro” condannando quindi l’ASP di Enna per la morte di un tecnico della Radiologia e attestando una correlazione forte tra la mole nonché la condizione di lavoro e lo stato psicofisico dei dipendenti, particolarmente soggetti a patologie di natura cardiovascolare.

Il caso rappresenta però solo la punta dell’iceberg in un settore che se nonostante la forte crisi, resta una gratuita eccellenza statale, lo deve fondamentalmente al superlavoro di uomini e donne che (statistiche alla mano) è praticamente come se lavorassero 14 mesi e che ha quindi urgente bisogno di una riforma che compatibilmente alla qualità e all’efficienza del servizio offerto al paziente, preservi in primo luogo integrità, dignità e salute di chi svolge lo stesso con diligenza, professionalità e passione.

Ecco perché si rende necessaria una riforma che riconosca ad esempio anche la piena autonomia della figura dell’OSS, la quale non può essere sostituita da un pluslavoro degli infermieri.

La risposta, in virtù dei nostri principi costituzionali e checché ne dica qualcuno non può risiedere certamente nella privatizzazione selvaggia o nei continui tagli ad un settore già irragionevolmente vessato. Urge un forte investimento strutturale e di capitale nel tema che ridefinisca le priorità statali in materia e permetta un pronto rilancio della Sanità.

Settore Sanitario in cui gli investimenti non sono mai a fondo perduto dato che un Paese che valorizza le proprie eccellenze mediche e garantisce il giusto stile di vita ai propri cittadini è un Paese in salute e quindi è anche un Paese produttivo. Laddove si rammenti ovviamente che, sotto il fumo dell’economia finanziaria fatta dal virtuale, si nasconde anche l’economia reale fatta di persone e si decida di rimettere al centro del sistema queste e non i loro soldi, al fine di rilanciare davvero un Italia ormai claudicante.

Perché un paese che non si cura e soprattutto non tutela chi ci cura, è inevitabilmente destinato a morire e se non reagiamo al più presto, non ci sarà da stupirsi se presto gli Italiani dovessero ritrovarsi a constatare che il loro Stato, gli ha brutalmente “staccato la spina”, chiedendogli eventualmente somme irreali per riattaccarla.

La salute è un Diritto, non un privilegio e tanto meno un bene di consumo ed è paradossale doverlo ribadire, ma del resto il Neoliberismo si forgia da sempre, in un inesorabile sonno della ragione.

E’ tempo di svegliarsi Popolo, prima che l’elettroencefalogramma divenga irreparabilmente piatto…

IL NEOLIBERISMO E’ UNA SPECIE DI FASCISMO

IL NEOLIBERISMO E’ UNA SPECIE DI FASCISMO

Manuela Cadelli presidente dell' associazione magistrati del Belgio

Da Off-Guardian, sito d’opinione creato da alcuni autori del celebre quotidiano inglese The Guardian scontenti della linea ufficiale del quotidiano, riportiamo questo illuminante articolo sulla natura del neoliberalismo, scritto dalla Presidente del sindacato dei magistrati belgi.

di Manuela CADELLI

Il tempo delle incertezze retoriche è finito.

Le cose devono essere chiamate con il loro nome per rendere possibile dare avvio a una reazione democratica coordinata, soprattutto nel campo dei servizi pubblici.

Il liberalismo è una dottrina, al tempo stesso politica ed economica, derivata dalla filosofia dell’Illuminismo, che mirava a imporre allo stato la necessaria distanza [dai cittadini] per garantire il rispetto delle libertà e l’emancipazione democratica. E’ stato il motore per l’ascesa, e il continuo progresso, delle democrazie occidentali.

Il neoliberalismo dei nostri giorni è una forma di economicismo che colpisce continuamente tutti i settori della nostra comunità.

Si tratta di una forma di estremismo.

Il fascismo può essere definito come la subordinazione di ogni parte dello Stato a una ideologia totalitaria e nichilista.

Io sostengo che il neoliberalismo è una specie di fascismo, perché l’economia ha soggiogato non solo il governo dei paesi democratici, ma anche tutti gli aspetti del nostro pensiero.

Lo stato è ora agli ordini dell’economia e della finanza, che lo trattano come un subordinato e spadroneggiano su di esso in misura tale da mettere in pericolo il bene comune.

L’austerità richiesta dall’ambiente finanziario è diventata un valore supremo, che sostituisce la politica. La necessità di risparmiare preclude il perseguimento di qualsiasi altro obiettivo pubblico. Si sta raggiungendo il punto in cui si rivendica che il principio di ortodossia di bilancio dovrebbe essere incluso nelle Costituzioni statali. La nozione di servizio pubblico è stata trasformata in una presa in giro.

Il nichilismo che ne deriva rende possibile il rigetto dell’universalismo e dei valori umanistici più ovvi: la solidarietà, la fraternità, l’integrazione e il rispetto per tutti e per le differenze.

Non c’è nemmeno più posto per la teoria economica classica: il lavoro in precedenza era un elemento della domanda, e in tal senso c’era rispetto per i lavoratori; la finanza internazionale ne ha fatto una mera variabile di compensazione.

Ogni totalitarismo inizia con uno stravolgimento del linguaggio, come nel romanzo di George Orwell.

Il Neoliberalismo ha la sua Neolingua e le sue strategie di comunicazione che gli permettono di deformare la realtà. In questo spirito, ogni taglio di bilancio è rappresentato come un esempio di modernizzazione dei settori interessati. Se alcuni dei più poveri non hanno più accesso al rimborso per le spese mediche e di conseguenza interrompono le visite dal dentista, è la modernizzazione della previdenza sociale in azione!

Nella discussione pubblica predomina l’astrazione, in modo da nascondere le concrete implicazioni per gli esseri umani.

Così, in relazione ai migranti, è imperativo che la necessità di ospitarli non conduca a lanciare pubblici appelli che le nostre finanze non potrebbero sostenere. È nello stesso modo che altre persone beneficiano dell’assistenza senza prendere in considerazione la solidarietà nazionale?

Il culto della valutazione

Predomina il darwinismo sociale, e a tutto e a tutti vengono assegnati dei criteri di efficienza nelle prestazioni assolutamente inflessibili: essere deboli vuol dire fallire. Vengono ribaltate le fondamenta della nostra cultura: ogni premessa umanista viene squalificata o demonizzata perché il neoliberalismo ha il monopolio della razionalità e del realismo. Margaret Thatcher nel 1985 disse:

“Non c’è alternativa“

Tutto il resto è utopia, irrazionalità e regressione. La virtù del dibattito e i punti di vista differenti sono screditati perché la storia è governata dalla necessità.

Questa sottocultura ospita una propria minaccia esistenziale: prestazioni carenti condannano alla scomparsa, mentre allo stesso tempo chiunque è accusato di essere inefficiente e obbligato a giustificare tutto. La fiducia è infranta. Regna la valutazione, e con essa la burocrazia che impone la definizione e la ricerca di una pletora di obiettivi e indicatori che l’individuo deve rispettare. La creatività e lo spirito critico sono soffocati dall’amministrazione. E ognuno si batte il petto per lo spreco e l’inerzia di cui è colpevole.

La giustizia ignorata

L’ideologia neoliberale genera la tendenza ad emettere una normativa in concorrenza con le leggi del parlamento. Lo stato di diritto democratico è compromesso. Poiché rappresentano una forma di realizzazione concreta della libertà e dell’emancipazione, e data la loro potenzialità di prevenire gli abusi, le leggi e le procedure hanno iniziato ad essere guardate come ostacoli.

Il potere giudiziario, che ha la capacità di opporsi alla volontà dei gruppi dominanti, deve essere messo sotto scacco. La magistratura belga è sotto-finanziata.

Nel 2015 è arrivata ultima in una classifica europea che includeva tutti gli Stati che si trovano tra l’Atlantico e gli Urali. In due anni il governo è riuscito a toglierle l’indipendenza che le è assegnata dalla Costituzione in modo che possa svolgere il ruolo di contrappeso che i cittadini si aspettano. L’obiettivo di questo progetto chiaramente è che non ci dovrebbe più essere giustizia in Belgio.

Una casta al di sopra degli altri

Ma la classe dominante non prescrive per sé la stessa medicina che deve essere presa dai normali cittadini: l’austerità ben organizzata è per gli altri. L’economista Thomas Piketty lo ha perfettamente descritto nel suo studio sulla disuguaglianza e il capitalismo nel ventunesimo secolo (edizione francese, Seuil, 2013).

Nonostante la crisi del 2008 e le preoccupazioni che ne sono seguite, non è stato fatto nulla per sorvegliare la comunità finanziaria, e sottoporla alle esigenze del bene comune. Chi ha pagato? La gente comune, voi e io.

E mentre lo Stato belga ha acconsentito ad agevolazioni fiscali per le multinazionali per un valore di 7 miliardi di euro in un decennio, i comuni cittadini parti in causa in un processo si sono visti imporre soprattasse per l’accesso alla giustizia (aumento delle spese di giudizio, tassazione del 21% sulle spese legali). D’ora in poi, per ottenere un risarcimento, le vittime dell’ingiustizia dovranno essere ricche.

Tutto questo in uno stato in cui il numero dei dipendenti pubblici batte tutti i record internazionali. In questo particolare settore, nessuna valutazione e nessuno studio sui costi o resoconti sui profitti. Un esempio: trenta anni dopo l’introduzione del sistema federale, sopravvivono ancora le istituzioni provinciali. Nessuno può dire a quale scopo servano. La razionalizzazione e l’ideologia manageriale si sono comodamente fermate alle porte del mondo politico.

Il sogno della sicurezza

Il terrorismo, quest’altro nichilismo che mostra la nostra debolezza nell’affermazione dei nostri valori, rischia di aggravare il processo, perché presto sarà possibile aggirare la giustizia, già priva di potere su tutte le violazioni delle nostre libertà e dei nostri diritti, riducendo ulteriormente la protezione sociale per i poveri, che saranno sacrificati al “sogno della sicurezza”.

La salvezza nell’impegno

Questa evoluzione minaccia certamente le fondamenta della nostra democrazia, ma ci condanna allo scoraggiamento e alla disperazione?

Certamente no. Cinquecento anni fa, al culmine delle sconfitte che hanno abbattuto la maggior parte degli stati italiani con l’imposizione dell’occupazione straniera per più di tre secoli, Niccolò Machiavelli ha esortato gli uomini virtuosi a sfidare il destino e a ergersi contro le avversità del tempo, a preferire l’azione e il coraggio alla cautela. Più è tragica la situazione, più sono richieste l’azione e il rifiuto della “rinuncia” (Il Principe, capitoli XXV e XXVI).

Questo insegnamento è chiaramente necessario oggi. La determinazione dei cittadini attaccati alla radicalità dei valori democratici è una risorsa preziosa che non ha ancora rivelato, almeno in Belgio, il suo potenziale e il suo potere di guida per cambiare ciò che viene presentato come inevitabile. Attraverso i social network e la potenza della parola scritta, oggi tutti possono essere coinvolti a portare il bene comune e la giustizia sociale al cuore del dibattito pubblico e dell’amministrazione dello stato e della comunità, in particolare quando si tratta di servizi pubblici, università, mondo studentesco, magistratura.

Il neoliberalismo è una specie di fascismo. Deve essere combattuto e l’umanesimo completamente ristabilito.

 

fonti: http://www.lesoir.be/1137303/article/debats/cartes-blanches/2016-03-01/neoliberalisme-est-un-fascisme

http://vocidallestero.it/2016/12/18/il-neoliberalismo-e-una-specie-di-fascismo/

Per la corsa alla privatizzazione di tutto, i soldi non mancano mai

Per la corsa alla privatizzazione di tutto, i soldi non mancano mai

 
Soldi buttati nelle privatizzazioni
 

di Ivana FABRIS

Il sistema impone che si incrementi incessantemente e progressivamente, ogni forma di privatizzazione.

Qualunque ambito riguardi il pubblico, viene svilito e reso incapace di competere e dare un servizio adeguato alle richieste del bacino di utenza relativa.

Il potere continua a colpire indistintamente quello che appartiene ai cittadini, quello che ogni italiano ha pagato e paga con quanto versa nelle casse dello Stato che, invece di essere reinvestito in servizi, viene subito reindirizzato al mantenimento del profitto di un nucleo ristretto di individui e all’arricchimento del sistema finanziario che ci sta opprimendo e lo fa col consenso della massa.

Tutto ciò che è pubblico viene ulteriormente disorganizzato e reso privo di mezzi economici per effettuare manutenzione e riparazione, per renderlo moderno ed efficiente, così da alimentare il mantra da tempo già presente in questo paese, che SOLO il privato funziona mentre il pubblico va sempre peggio, con un sistema propagandistico che “non fa prigionieri” ed è efficacissimo nel convincere la massa di persone che non conoscono la realtà oggettiva e che si informano solo attraverso i media ufficiali, che privatizzare i servizi sia la soluzione.

La cementificazione selvaggia, poi, la fa da padrona malgrado i territori italiani denuncino il grave stato di depredazione e di impoverimento dell’ambiente, del suo insulto continuativo e le recenti scelte del governo (non ultima l’aver eliminato il Corpo Forestale dello Stato, per giunta militarizzandolo con ciò che significa a livello della sua funzione e della catena di comando a cui rispondere) depongono tutte a SFAVORE dell’ambiente e dell’essere umano che lo abita.

Un caso recente è quello dell’inutile autostrada di 3 chilometri, nel tratto che va da Albano ad Ariccia, nel Lazio.

Costo: 220 milioni di euro.
Costo prelevato dalle tasche dei cittadini e finito in nulla, tra l’altro.

Potenziare invece la linea ferroviaria Roma-Velletri, con un immenso beneficio dell’ambiente e dell’intero quadrante dei Castelli Romani, sarebbe costato tra i 150 e i 180 milioni (dalle cifre stimate dal Comitato per il raddoppio della linea) e i vantaggi sarebbero stati molteplici, tra cui un importante servizio all’utenza oltre che all’ambiente.

Le lobby di costruttori che sono coinvolte, godono naturalmente dell’appoggio incondizionato del partito che siede al governo del Paese e dell’assenza di una risposta POLITICA che da troppo tempo, ormai, si limita ad enunciati e proclami, mancando però di organizzare la cittadinanza che vuole opporsi agli abusi del potere.

L’unica parte politica a farlo, purtroppo, è ancora e solo quella destra becera e xenofoba che non manca mai di essere opportunamente (e opportunisticamente) presente, mentre quella che continua impropriamente a definirsi sinistra, si limita a convegni o a contarsi, salvo poi stracciarsi le vesti per l’aumentato consenso di Lega e altre entità di destra, in molte realtà locali.

Di questo fattore, soprattutto, beneficia chi vuole svuotare di significato e di valore la parola PUBBLICO.

Ai cittadini, quindi, non resta che organizzarsi da sè sulla scorta di Comitati e Liste Civiche, ma al di là delle mere azioni locali mirate all’ottenimento di un dato risultato su un dato problema, poi di fatto nulla cambia e anche gli eventuali risultati raggiunti finiscono col fallire.

Da troppo tempo nascono Comitati e Liste Civiche, con una speranza che diviene subitaneamente illusione, di poter contare e di cambiare la realtà, ma non possiamo più continuare a tacere davanti all’evidenza che dove manca la politica con un programma serio e omnicompensivo di tutti gli ambiti che riguardino il governo di una città o di un territorio, alla fine non cambia mai nulla.

Quindi, di fatto, fa molto comodo al sistema che i cittadini si organizzino ma alla fine non contino.
La ragione è piuttosto semplice: questo modo di agire, restituisce loro la sensazione di essersi impegnati e parecchio e al tempo stesso li frustra e delude nel rendersi conto che il loro impegno non è praticamente servito a nulla, portandoli così ad essere rinunciatari verso qualsivoglia altra azione.

Fino a che tutto continuerà a seguire questo trend, il neoliberismo continuerà a spogliarci di ogni nostro diritto e di quanto, per definizione, ci appartiene.

Per questo noi del MovES non smetteremo MAI di dire e di dimostrare che se oggi non mobiliti e organizzi le persone che potrebbero fare davvero la differenza sull’esito di queste nefandezze, alla fine diventi funzionale al sistema stesso e che, per questa ragione, vogliamo essere e siamo al fianco dei cittadini per far sì che ogni protesta si traduca in un colpo messo a segno contro al sistema.

“È il capitalismo bellezza”. Ma a che prezzo?

“È il capitalismo bellezza”. Ma a che prezzo?

Ponte crollato sulla A12. “Qualcosa è andato storto”. Storto?

 

di Antonio CAPUANO

Quando l’utilitarismo dei free rider privati, incontra l’immorale connivenza del settore pubblico, succede che si fanno gare d’appalto fasulle al ribasso e la pubblica utilità viene sacrificata sull’altare degli interessi particolari.

L’autoregolazione neoclassica del mercato è modello accademicamente​ efficiente e “la mano invisibile del mercato” teoria affascinante.

Il problema degli economisti neoclassici è che per loro il mondo finisce nei libri, gli manca la componente umana e se ti manca la componente umana magari succede che, mentre il punto​ di equilibrio è stabile, i ponti lo sono meno e la gente purtroppo muore.

È il Capitalismo bellezza” avrebbe detto qualcuno e se il profitto supera i costi, allora anche la vita e la morte possono ridursi a contabilizzabili fattori di rischio, pare. Viene confermato come sempre più evidente, che più che il modello keynesiano, a fallire sia stata l’umanità e il Capitalismo trionfante altro non è che un amara concretizzazione di questa deriva.

Non servono gli economisti a questo punto per capire che sarebbe necessario ravvedersi e tornare indietro, difficile? Si, ma non impossibile purché si inizi a volerlo nonché a lavorarci.

Come dicono gli inglesi “Business is Business”.

Ma pure la vita non mi pare un bene secondario, sarebbe il caso di iniziare a farsi qualche domanda e agire prontamente di conseguenza…

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leviatano

di Turi COMITO

E’ ormai una moda quella che hanno messo su i governi di mezzo mondo di fare trattati  segreti o “riservati” se si preferisce. Non si fa a tempo a capire cosa è il TTIP o il TTP che subito ne salta fuori un altro: il TISA (ne ha parlato L’Espresso qui e qui).

Sono trattati, accordi, internazionali nel segno della liberalizzazione degli scambi di merci e prodotti finanziariari (TTIP) e accordi internazionali nel segno della liberalizzazione, della privatizzazione, della “deregulation” nel settore dei servizi (TISA). Tutti i servizi: quelli sanitari, quelli dell’istruzione, quelli dei trasporti, quelli assicurativi e perfino quelli militari. Compreso, naturalmente, il “servizio/merce” lavoro. Cioè la possibilità di servirsi di operai, professionisti, consulenti e quant’altro senza che vi siano barriere legate, ad esempio, ai contratti collettivi nazionali di lavoro o alle legislazioni, poco “globalizzate”, dei paesi aderenti al trattato.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che trattati di questo genere intervengono radicalmente nella vita di ogni singolo cittadino di ogni paese che aderirà a questi accordi. E dovrebbe essere altrettanto chiaro a tutti che la mancanza di discussione pubblica, di conoscenza su questi accordi è non una limitazione della democrazia ma il suo annullamento, la sua liquidazione quale che sia la motivazione che ci sta dietro.

Le trattative supersegrete relative a questi trattati sono nelle mani dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di parecchi altri paesi occidentali. Almeno teoricamente. Più realisticamente sono nelle mani delle grandi multinazionali e dei grandi gruppi di interesse internazionali che, per interposta persona (cioè attraverso i governi dei paesi in trattativa), decidono come il mondo dovrà essere da qui a qualche anno.

Tanto per dire: uno dei principali soggetti che ha pressato governi, parlamenti e parlamentari acché si promuovesse il TISA è la Coalition of Services Groups. Un gruppo di pressione statunitense impegnatissimo da un trentennio nelle politiche di globalizzazione e che include al suo interno membri quali IBM, Google, Citigroup, Walt Disney, Microsoft, JP Morgan. Insomma il gotha del potere economico, finanziario, tecnologico oggi esistente.
Indipendentemente dai contenuti – in ogni caso inquietanti almeno per me – dei trattati di cui si parla, due sono gli elementi significativi, dal punto di vista politico, di queste operazioni.

Il primo è proprio quello cui si accennava prima: la segretezza delle trattative e dei trattati.
Il TISA prevede che non solo il trattato sia segreto e segreto debba rimanere, nel caso di approvazione, per almeno cinque anni, ma che anche le trattative, se non si concludono positivamente, debbano rimanere segrete per lo stesso periodo di tempo.
Il perché di questa segretezza è evidente. Il popolo è minorenne come diceva nel celebre monologo Gian Maria Volonté nel film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al si sopra di ogni sospetto”. E come tutti i minorenni, magari pure minorati, il popolo potrebbe fare i capricci: organizzare manifestazioni di piazza con dentro i no-global pronti a imbrattare e rompere le vetrine delle banche o dei mac donald’s, votare per partiti contrari ai trattati segreti, insomma si potrebbero creare situazioni seccanti che nuocerebbero al buon ordine della civiltà dei consumi. Pertanto meglio mettere tutti di fronte al fatto compiuto dicendo poi, quando l’ultimo degli ospedali pubblici diventerà una clinica privata, che “ce lo chiede l’Europa” nel nome del progresso, della ripresa economica e del benessere di pochi che coincide con la minchioneria di tutti.

Il secondo elemento che va segnalato è la sostituzione di quella cosa che chiamiamo Stato democratico con un insieme di regole definite da multinazionali che, come tutti sanno, non sono strutture democratiche ed elettive ma strutture sociali gerarchiche organizzate sul potere economico e sulla capacità che hanno di produrre non benessere collettivo ma profitto privato.

Hobbes nel suo “Leviatano” indicava lo Stato come il mostro cui ciascun individuo cedeva una parte della sua libertà per potere vivere in sicurezza e pace. L’atto era volontario ed era un male necessario per evitarne un altro ben peggiore: il caos e la violenza di tutti contro tutti.

Oggi il nuovo Leviatano non è più lo Stato. Sono i grandi imperi finanziari, economici ed industriali che usano gli Stati per trovare accordi che non solo proteggano i loro interessi e i loro profitti, ma li amplifichino e li rafforzino.

Il problema è che a questo nuovo Leviatano nessuno ha ceduto volontariamente alcuna parte della sua libertà. Semplicemente se l’è presa. Né vi è garanzia che questa cessione di libertà porti ad una pace e sicurezza maggiori rispetto al passato. In compenso questa cessione di libertà è, almeno da punto di vista della percezione, ampiamente ricompensata con un consumismo di massa sempre più scintillante, sempre più futuristico, sempre più fascinoso.

Ed è sorretto da una idea di fondo ormai passata in giudicato: che solo la concorrenza, solo la competizione possano assicurare a tutti il meglio. Non vi è più posto in una concezione del mondo di questo genere per la solidarietà (che è sostituita dalla carità volontaria, altrimenti detta beneficienza, da parte dei supermiliardari di turno), né per l’inclusione sociale che è sostituita da questa idea finto darwinista della “meritocrazia” che altro non è – nella pratica – che premio per chi è più cinico e spregiudicato e più “resistente” ad un mondo fatto di legge della giungla e del più forte. Ne v’è più spazio per la partecipazione politica che è delegata agli “esperti”, ai “tecnici” provenienti dalle fila delle multinazionali, ovvero ai politici al servizio di questi.
E’ il ritorno al passato tutto questo. E’ la vera unica e sola “antipolitica”. E’ l’annullamento di ogni forma di democrazia e il trionfo dell’oligarchia. E’ il ritorno al sovrano assolutista fintamente illuminato.

E’ il ritorno al re, al Leviatano, padre e padrone che si occupa, quando ha tempo e come dice lui, del suo popolo.
Minorenne e minorato.

Però contento e con poco tempo per informarsi. Perfino quando le informazioni gliele sbattono in faccia (L’Espresso, non un samizat di anarco-insurrezionalisti, vi ha dedicato spazio e  titoli di copertina).

Il popolo, minorenne e minorato, è indaffaratissimo a guardare partite di calcio in tv, comprare il comprabile salvo bestemmiare se non può comprarlo, lamentarsi dei politici ladri e osannare i politici servi a forza di tweet.
E’ tutta lì, nei tweet, la nuova frontiera della partecipazione (anti)politica. Quella che piace al nuovo Leviatano.

Il TISA nei documenti di Wikileaks
La Coalition of Services Groups
Uno dei testi del TISA

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