L’INCLUSIVITÀ: NELLA NOSTRA SCUOLA SOLO UNA QUESTIONE DI DANARO

L’INCLUSIVITÀ: NELLA NOSTRA SCUOLA SOLO UNA QUESTIONE DI DANARO

 

di Laura BASSANETTI

CARO LIBRI, MATERIALE SCOLASTICO, USCITE DIDATTICHE: L’INCLUSIVITÀ È UNA QUESTIONE DI DANARO.

Il suono della campanella del primo giorno di scuola, un concetto simbolico quasi per tutti, che rievoca ricordi, spesso piacevoli.
È già qualche anno, però, che questo momento significa, per le famiglie dei lavoratori italiani, l’inizio dell’incubo per il salasso economico causato dall’acquisto del materiale scolastico per i loro figli.

Non solo libri, zaini, quaderni e vocabolari. Fra trasporti e mense la scuola pubblica costa sempre di più, senza contare viaggi d’istruzione, computer e progetti extracurricolari. Per iniziare un nuovo ciclo di istruzione le famiglie devono sobbarcarsi costi notevoli che ammontano a ben più di 80 euro al mese” (il FattoQuotidiano)

È di pochi giorni fa invece la denuncia, sul sito SenzaTregua, firmata dal Comitato Nazionale Scuola del Fronte della Gioventù Comunista: “Secondo l’ONF, l’Osservatorio Nazionale di Federconsumatori che annualmente si occupa di monitorare il costo dei materiali necessari che gli studenti devono comprare, per ogni famiglia l’ultimo anno scolastico é segnato da un “aumento medio delle spese scolastiche dell’1,5% rispetto allo scorso anno. Cioè si passa da una spesa per il corredo scolastico di 506, 50 euro ad una di 514,00 euro”

Ma malgrado questo, i tecnici del MIUR (nonché molti Dirigenti scolastici, gli addetti a stendere “PTOF” e i “pubblicitari” degli OPEN DAY di molti istituti scolastici, i giornalisti e via dicendo) non fanno che riempirsi la bocca con una faccia tosta notevole con un termine fra i più in uso degli ultimi tempi: INCLUSIVITÀ.

La realtà, invece, é che il “carolibri” come dice giustamente SenzaTregua e così il “caromateriali” come il “carouscitascolastica” sta facendo ben altro che includere: sta affermando che ci sono studenti di serie A e studenti di serie B, ribadendo che la Scuola é di classe: vorrebbe essere PROPRIETÀ della classe più abbiente.

In altre parole, secondo alcuni: L’INCLUSIVITÀ SI COMPRA

Alcune scuole emanano proposte imbarazzanti per le famiglie, con modalità di adesione stupefacenti: decidi in due giorni se spendere 200 euro per una “vacanza scolastica”, tanto in un tempo così breve nessuno informerà mai nessuno su che fine farebbero gli “esclusi” per difficoltà economica dal “progetto”.
La partecipazione, nemmeno a dirlo é giocoforza, un obbligo.

Ma a quanto pare c’è una speranza (?): coloro che non possono pagare vengono, coperti da un “fondo”.

Non abbiamo ancora capito bene gestito da chi: comitato genitori o Istituti.
Ma passi che intervenga per le uscite scolastiche (che se fossero meno iperboliche, si risparmierebbe).
Ci è stato detto, nel corso di una vertenza da noi organizzata contro un corso musicale a pagamento in orario curricolare, che interviene anche, per chi ne fa richiesta, in casi di: Corsi di piscina, arte, musica, psicomotricità, eccetera che vengono indicati ai genitori come da tenersi in orario scolastico.
A parte che legalmente non ci risultano ammissibili.

Questo è comunque sprezzo del pericolo: perchè continuando così  questi soldi prima o poi finiranno e che le scuole non ne abbiano molti non crediamo sia solo un nostro parere.
Che si confidi sul fatto che molti italiani vivono secondo scale morali e di valore all’incontrario? Per cui hanno pudore magari a fare queste richieste e non a parcheggiare macchine ultrasportive fuori dalla scuola e presentarsi con bambini griffati da sfigurare un cantante pop?

Eh ma la vergogna vera è in antitesi a questo!
O si confida sul fatto che nessuno ne parla?
In effetti, a meno che non chiedi, non ne parla proprio nessuno.
Ma adesso magari lo sapranno.
Molti.

E a meno che la Scuola non comincerà a ridurre “le offerte” (in tal caso in senso proprio commerciale) DI DIRITTI per cominciare a sentirli come la normalità se in molti faranno richiesta di aiuto allora i soldi dovranno essere presi da qualche altra parte.
Non crediamo nei 500 milioni che lo scorso luglio sono stati di nuovo assegnati alle scuole private.
E ancora una volta ci perderemo.
Anche quelli che applaudono e non lo sanno.
TUTTI.

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ


di Giuseppe FIRINU
Quando daremo il nostro addio alla Scuola, non varranno niente i corsi che avremo messo su, e non conterà quanti libri avremo adottato, né sarà un merito aggiunto aver fatto il collaboratore del DS.
Non ricorderemo quante note avremo messo, né quanti studenti avremo rimandato a settembre, e non conterà neanche se qualche volta avremo bocciato.

Rimarrà anche poco, negli studenti, della materia che avremo insegnato, eppure gli studenti ci ricorderanno con piacere o dispiacere a prescindere da questo.
Rimarrà forse il metodo di lavorare in classe, e la passione con cui avremo insegnato, ma soprattutto il nostro amore per questo lavoro così difficile e poco considerato, eppure così bello e così elevato.

Conteranno i nostri sorrisi, e quelli che avremo ricevuto, conteranno le parole belle che avremo detto, per incoraggiare o rincuorare, e ricorderemo le cose belle che ci avranno detto i nostri studenti.
Alla fine conterà solo l’umanità che saremo stati capaci di trasmettere, e l’umanità che avremo ottenuto da ogni singolo studente, e conterà se saremo stati giusti, e mai vendicativi.

Ci ricorderanno con simpatia se avremo fatto di tutto per alleviare il peso delle nostre lezioni, se avremo capito le loro esigenze di staccare, di andare al bagno, se avremo accettato il loro invito a prenderci una pausa.
Conterà lo spirito con cui avremo messo un voto, non se il voto era basso o alto, perché gli studenti ricorderanno solo quello. Conterà solo come ci saremo posti nei confronti della classe, se dall’altra parte della barricata, oppure seduti lì con loro, nella stessa aula, condividendo la magia della cultura.

Conterà il nostro affetto, e quello che riceveremo, e se avremo detto la cosa giusta al momento giusto, e fatto la cosa giusta in quel momento.
Non conterà se avremo strillato e rimproverato, ma solo se l’avremo fatto per il bene della classe o del singolo, perché gli studenti lo capiscono bene, statene certi.

Ricorderanno se cercavamo di ottenere il massimo da ognuno di loro, felici dei loro progressi e rattristati dei loro insuccessi. E ogni studente ci ricorderà con affetto se saremo stati capaci di fargli capire che gli volevamo bene e che tenevamo a lui.

I nostri studenti ricorderanno se entravamo in classe con un sorriso, se scherzavamo con loro, se trovavamo un momento per ridere di gusto insieme.
Ricorderanno quando capimmo il loro dramma, piccolo o grande che fosse, e la mano posata sulla loro spalla, per far capire loro la nostra vicinanza.
E ricorderanno i nostri occhi lucidi, per qualcosa di triste accaduta a qualcuno della classe. Ricorderanno gli abbracci che abbattevano ogni barriera, e la complicità, quella volta, quando ci sentimmo tutti fratelli.

Alla fine, conterà solo se amavamo entrare in aula e incontrare la loro classe, conterà solo questo.

LA COLPA DI ESSERE POVERI NELLA SCENEGGIATA DELLA MINISTRA FEDELI

LA COLPA DI ESSERE POVERI NELLA SCENEGGIATA DELLA MINISTRA FEDELI

 

di Claudia PEPE

A Cernobbio durante il famoso Forum Ambrosetti, incontro internazionale di discussione su temi principalmente economici che si tiene ogni anno dal 1975 nella prima settimana di settembre nella Villa D’Este sul lago di Como, la Ministra Della Pubblica Istruzione Fedeli ha detto: “I nostri ragazzi non si laureano? È colpa delle famiglie a basso reddito”.

A margine della sua partecipazione, ha risposto alla domanda sul perché gli studenti italiani siano al penultimo posto in Europa nel numero di coloro che conseguono la laurea. “Una delle cause maggiori è la provenienza delle famiglie, a basso reddito, che spingono poco per la formazione universitaria di alto livello”.

Letta così la notizia ha dello sconcertante. Si parla di colpa, di colpa nell’essere poveri. Per cui se i ragazzi non si laureano è perché le famiglie, pressate da 20 anni di crisi economica, anni di chiusura di aziende, di “I ristoranti sono tutti pieni”, di: ”La fine del tunnel è dietro l’angolo”, famiglie che si sono ritrovate monoreddito, famiglie ridotte al lastrico da banche corrotte, famiglie che per arrivare alla fine del mese devono lavorare con orari incredibili, sottostando a caporalati legalizzati, devono sentirsi in “colpa” se i propri figli non arrivano alla laurea.

Ma parliamo di cose serie.
Innanzitutto l’essere poveri non è una colpa ma una conseguenza di una politica scellerata che in Italia sta perversando da decenni, una politica che invece di investire nella cultura e nell’Istruzione, ha fatto di tutto per denigrare la Scuola e la sua importanza.

Parliamo di una politica sull’Istruzione che invece di incentivare, di dar credito a noi professionisti, ha provveduto nello screditarci e nel far ricadere tutte le colpe su una Istituzione che per merito dell’ignoranza dilagante, è stata screditata e violentata. Derisa e abbandonata.

Mi rifiuto di pensare che sia ancora vera la massima: “Ogni paese ha i politici che si merita”.
Cosa mai dovremmo aver fatto per avere persone che danno la colpa alle famiglie per il loro disastro politico?

La battaglia alla povertà intellettuale dovremo farla iniziando dalla nostra classe politica, che negli ultimi tempi, ma parliamo pure di decenni, è venuta meno alla nostra grande costituzione.
Ripassiamo l’art. 34 che recita:
La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Questa nostra grande Costituzione così vilipesa e raggirata, aveva già previsto tutto. E non parlava di colpa per le famiglie italiane, bensì di aiuti, di superamento degli ostacoli, di solidarietà.
Ma questa è storia vecchia, adesso abbiamo #Costituzionestaiserena, #CiaoneCalamandrei.

Però nel ragionamento di Fedeli c’è un piccolo problema.
Chi ha impoverito chi?
Mi chiedo se questa classe politica conosca i sacrifici che fanno i genitori per dare un futuro dignitoso ai propri figli.

Per farli studiare, nonostante tutti i problemi che si annidano nella nostra Scuola, ci vogliono soldi, speranza e fiducia.
Le famiglie italiane che stanno vivendo quest’era incolta costruita solo da insegnanti che nonostante tutto e tutti continuano a fare del loro dovere uno degli scopi della loro vita, non possono essere accusate ed incriminate. Le famiglie e gli studenti devono essere tutelati proprio perché questa povera Italia ha bisogno di loro.

Abbiamo bisogno della loro dedizione e della loro cura, della loro fiducia e della loro perseveranza, abbiamo bisogno che credano nei loro figli e in un futuro già prelevato all’alba dei loro sogni.

Dare la colpa alle famiglie è facile, è facile non guardare gli scheletri dentro l’armadio e accusare, senza capire madri e padri che lottano ogni giorno non per loro, ma perché i figli non diventino come loro.

Facile puntare il dito quando si sovvenzionano le scuole private con 500 milioni di euro, venendo meno ancora una volta alla Costituzione.
È facile puntare il dito quando una Ministra ex-sindacalista tessile, non è stata capace di lottare insieme ai lavoratori.
È facile puntare il dito su famiglie che si stringono solo la sera, dopo aver passato la giornata a correre inseguendo la vita per salvarsi ogni giorno.

Il reddito basso di queste famiglie non sarà “colpa” di un’economia bacata e a sua volta “colpa” di una politica deleteria operata da governanti senza scrupoli e con tante “colpe”?

Ormai si è perso completamente il significato di istruzione pubblica e certe affermazioni sono indice di un impoverimento riprovevole soprattutto se appartengono ad un Ministro all’Istruzione.

Forse si vuole avallare la linea del Ministro Poletti che consiglia di far carriera giocando a calcetto.
Allora ditelo.

Ditelo che invece di insegnare le nostre materie, da domani ci organizziamo tutti con magliette, trasformiamo la Scuola in mini campi di calcio e facciamo studiare come si può fare carriera con le amicizie.
Diciamo alle famiglie quando vengono a parlarci, che è meglio non studiare, ma investire nelle pubbliche relazioni.

A furia di sperimentazioni, e nessuno investimento nel campo della scuola e ricerca, state snaturando un sistema di eccellenza, credendo di fare bel bene, ma in realtà la vostra distanza dal popolo Italiano è abissale.

Dare la colpa alle famiglie è una dichiarazione di bassissimo livello, di bassissima cultura di bassissima politica. Noi insegnanti costruiamo, voi demolite.
Ma questa lotta dovrà finire.

E finirà alle prossime elezioni, perché noi insegnanti non dimentichiamo.
Non dimentichiamo chi sta calpestando la nostra dignità, la nostra perseveranza e il nostro lavoro.

La notizia subito dopo è stata smentita, ma forse pensare prima di parlare non sarebbe una cosa sbagliata, cara Ministra.

ALLA NOSTRA MINISTRA ALL’ISTRUZIONE

ALLA NOSTRA MINISTRA ALL’ISTRUZIONE

di Ermanna MASIA

Cara Signora Fedeli, sono un’insegnante, ha presente?
Una di quelli che vengono massacrati dall’opinione pubblica, una di quelli che sono antipatici a tutti, una di quelli che secondo alcuni sono responsabili: dell’impreparazione degli studenti, della dispersione scolastica, dell’incapacità ad affrontare le sfide del mondo contemporaneo, dell’inadeguatezza dei ragazzi, della crisi del mondo del lavoro e… del buco nell’ozono, e della crisi economica mondiale…

Sono una di quella platea di poveri cristi martoriati ogni giorno, soprattutto sul web (vede? Qualcuno di noi sa cosa sia…), da genitori, giornalisti, pseudo psicologi, opinionisti, politici dell’ultim’ora, e anche della prima…

Io glielo confesso, con franchezza, cara Signora, comincio davvero a non poterne più…
Sarà anche vero che questa è stata l’estate più calda da decenni ma, è altrettanto vero che si è diffuso come non mai il virus dell’insulta/insegnante (ha per caso un vaccino anche per questo?)

Lei, però, ci dovrebbe difendere, dovrebbe rappresentarci tutti, dovrebbe aver sposato le nostre istanze, dovrebbe conoscere le peculiarità del nostro lavoro, lei era una sindacalista, possibile che gli unici a sostenerci, almeno a parole, siano soltanto quelli che fanno le assemblee nella mia scuola?
Io mi aspettavo che lo facesse anche lei, invece…

Ogni giorno, soprattutto in questi ultimi, ci regala staffilate mortali, come fa a non rendersene conto?
Non siamo impermeabili a tutto…

Abbiamo dovuto sopportare la “Buona scuola”, che ha provocato soltanto danni incredibili.
Poi a bocce ferme, e scuole chiuse: prima i vaccini, poi l’abbreviazione del corso di studi, infine questa elemosina che ci vorreste dare, spacciandola come aumento dopo quasi nove anni.

Come fa a non rendersi conto che sia una miseria, che per di più non vuole dare neanche tutti, me compresa poiché … non albergo tra i docenti “meritevoli”.

Perché sa, Signora, io faccio l’insegnante, vado in classe ogni giorno, tutti i giorni, lì trovo i “miei” ragazzi che mi aspettano, con i quali mi confronto costantemente, ai quali cerco di dare il massimo, sempre, ai quali insegno non solo le mie discipline ma anche a costruirsi un’autonomia di giudizio, capacità critiche, o linguistiche.
Insomma tutto ciò che posso per farli diventare domani cittadini consapevoli, indipendenti e liberi.

E lo faccio da tanti anni, senza scuse, quando sono stanca, o preoccupata, quando a casa le cose vanno bene e quando non vanno, quando mi sento poco bene, quando sono adirata, quando sono serena, sempre con il sorriso sulle labbra e disposta a prenderli per mano ed aiutarli a crescere.

Perché è questo, sa, che facciamo: li aiutiamo a diventare grandi, cerchiamo di fare in modo che tutti si sentano a loro agio, li aiutiamo sì ma non senza rigore quando serve, perché la vita sarà dura con loro ed è uno dei nostri compiti far sì che lo imparino presto.

E non solo…facciamo anche gli psicologi, ci rapportiamo con loro a seconda delle fragilità, delle loro esigenze, delle loro difficoltà. E la sa una cosa? E’ l’esperienza che ci guida in questo percorso, non c’è corso, non esiste aggiornamento che possa insegnarti come gestire le situazioni delicate, le personalità differenti, le crisi, i problemi. 

Ma lo facciamo sempre, in tanti, tantissimi, certo non tutti, questo glielo concedo, ma di sicuro non sono le indicazioni che vengono dal Ministero, utili ad individuare chi sia serio e chi no.
Anzi, mi spingo anche oltre, i criteri che voi (Ministero) avete individuati, paradossalmente sono riferiti a chi in classe entra poco, con una scusa o con l’altra, chi fa altro, chi segue l’aspetto progettuale collaterale al nostro lavoro, che NON significa certo, mi creda, essere un buon insegnante.

Oggi poi, come ciliegina sulla torta (ecco il perché di questo sfogo) ci dice che servono insegnanti “preparati”.  Eddai Signora, la prego…chi potrebbe prepararci, o chi potrebbe riconoscere quelli tra noi che lo sono?

Eppure glielo abbiamo detto in tutti i modi che non funzionavano i criteri sin qui adottati, le abbiamo spiegato, in tutti i modi, che era una sciocchezza il “comitato di valutazione”, ed anche che il nostro è sempre stato un sistema di istruzione eccellente, che ha forgiato menti brillantissim, premi Nobel in tutti i settori, sistema che tutti ci hanno invidiato e copiato.

Perché vuole distruggere anche quel po’ che resta di buono, direi di ottimo?
Perché, oltre a questo, anche fomentare divisioni e malumori, frammentazioni, e rivalità?
Perché non gratificare, come ha fatto in più occasioni, ma solo a parole, una professione così vitale per il futuro di questo paese?

Non chiediamo, certo, che di colpo adegui agli altri paesi europei i nostri stipendi, ma neppure che aumenti di 30.000€ medi quello dei dirigenti, questo alimenterebbe tensioni che già esistono.

E questo non fa bene alla scuola che lei rappresenta, non fa bene a noi che ci viviamo.
Tutto questo distrugge, è dannoso, tutto questo esaspera, alimenta il malumore che è già diffuso.

Mi creda signora, veda di cambiare rotta perché…noi siamo davvero stanchi, molto, troppo stanchi di sopportare, di tacere, di subire in silenzio…

LETTERA ALLA MINISTRA VALERIA FEDELI

LETTERA ALLA MINISTRA VALERIA FEDELI


di Dario CECCHERINI

Gentile Ministra,
non Le dispiaccia leggere alcune considerazioni al termine di un’estate in cui più volte si è parlato di scuola anche per effetto di Sue dichiarazioni.
Lei ha una responsabilità importante e sa bene che la parola responsabilità, che deriva dal latino ‘responsare’, forma intensiva di respondere, implica il potere e la capacità di dare risposte veridiche e fondate a giuste richieste e legittimi bisogni.

PRIMO MOVIMENTO

Allegretto
Proprio sul finire dell’anno scolastico (9 giugno), a seguito di una sollecitazione di genitori che non sapevano come occupare i figli nel lungo tempo della sospensione delle lezioni, Lei ha preso l’impegno di garantire dal prossimo anno l’apertura estiva delle scuole.

Naturalmente l’avrà detto dopo aver fatto verificare la possibilità di diffusi interventi di riqualificazione dei nostri edifici scolastici per dotarli di ambienti ospitali, adatti all’accoglienza, di cortili ombreggiati, di sale climatizzate; senz’altro avrà in mente un progetto di attività adatte al periodo estivo e non v’è dubbio che avrà avuto conferma della possibilità di retribuire nella misura dovuta gli insegnanti e gli educatori che svolgeranno quelle attività.

Perché vede, Ministra, da questo angolo remoto dal quale Le scrivo, per la mia ridotta esperienza di 29 anni di insegnamento, ad oggi, salvo alcune eccezioni, aprire nel periodo estivo le nostre scuole potrebbe consentire nulla più che attività di sauna collettiva, pratica della sofferenza condivisa, osservazioni di specie varie – e fors’anche mutanti – di insetti.

SECONDO MOVIMENTO

Allegro moderato
Era il 30 giugno e, prima ancora che l’OCSE certificasse che gli insegnanti italiani sono tra i peggio retribuiti di Europa (in questo caso tuttavia l’adeguamento agli standard europei non è preso in considerazione né tanto meno ripetuto ad nauseam), Lei, gentile Ministra, ha detto che i docenti italiani dovrebbero guadagnare il doppio. E qui vorrei chiederLe se nel dire questo Lei si sta anche impegnando perché accada o se invece si è trattato della consueta gratificazione verbale, di fatto derisoria, di cui nessuno sente il bisogno.

Dopo circa dieci anni di blocco dei contratti avremo a quanto pare un aumento in busta paga di 45 euro circa netti (peraltro ancora non del tutto certi). Siamo un po’ lontani dal doppio che secondo Lei meriteremmo.

Lasci dunque stare certe affermazioni se non corrispondono a nessuna intenzione o possibilità reale.
Molto meglio il silenzio.

Ma senz’altro mi sbaglierò e nell’anno a venire le tabelle OCSE certificheranno un radioso balzo in avanti del trattamento economico degli insegnanti italiani, cosa di cui La ringrazio fin da ora.

A questo punto Lei mi dirà che in questi anni qualcosa si è fatto per la Scuola, che finalmente si è tornati ad assumere. Vero, non sarò io a negarlo.
Pare tuttavia che fosse un obbligo e, se un obbligo, non si vede per quale ragione si dovrebbe applaudire, come non si applaude chi parcheggia correttamente, chi paga regolarmente le tasse, chi regolarmente viene a scuola.

Senza poi ricordare gli ubriachi algoritmi che lo scorso anno governarono l’assegnazione di sede dei neoassunti.

TERZO MOVIMENTO

Adagio
Sul finire di questa estate ecco il lancio, accompagnato da fanfara, della sperimentazione per cento scuole del cosiddetto “liceo breve” (quattro anni anziché cinque), dopo una primissima fase che aveva riguardato soltanto poche scuole.

L’indirizzo è chiaro. Subito si è detto che si tratta di adeguarsi a uno standard europeo, che, così come accade negli altri paesi, anche da noi gli studenti devono potersi congedare dagli studi superiori a 18 anni. Tuttavia, in diversi Stati, evidentemente asiatici, quali la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia, la Polonia, la Lituania, la Slovenia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Bulgaria, l’Ungheria, il Lussemburgo, l’Estonia, gli studenti si congedano dai licei a 19 anni. Insomma niente più che improvvida retoricuzza.

Passo oltre e leggo e ascolto quel che si intende fare – a dire il vero la chiarezza non è molta.
Si dice:
– che non sarà un impoverimento;
– che in quattro anni dovrà essere assicurato lo stesso patrimonio di conoscenze e di competenze raggiungibili negli attuali cinque anni di corso;
– si afferma che il monte orario complessivo dovrà essere lo stesso;
– si ipotizza un inizio delle lezioni anticipato al primo settembre;
– orari pomeridiani;
– la collocazione delle attività di alternanza scuola-lavoro esclusivamente nei periodi di vacanze natalizie, pasquali, estive (di notte no?);
– si garantisce ancora, se il monte orario non potrà essere lo stesso, che comunque, grazie all’uso intensivo delle nuove tecnologie informatiche, saranno raggiunti gli stessi risultati.

Tutto questo ho letto e ascoltato, gentile Ministra.
Al di là dell’evocazione dell’atto magico per eccellenza, quello affidato alle nuove tecnologie, considerate con euforia verbale acceleratori e moltiplicatori di sapere e saper fare (e nessuno che dimostri precisamente come potrebbe accadere), osservo, e sono questioni queste alla fine meno importanti, che forse solo Escher potrebbe immaginare architetture (orarie) capaci di contenere cinque anni di lezioni in quattro, che iniziare il primo settembre non basterebbe e obbligherebbe tuttavia ad avere un servizio trasporti già pronto e solo per quella scuola in quella data, che gli orari pomeridiani richiederebbero per giunta scuole dotate di spazi di accoglienza e permanenza, servizi mensa.
Immagino infine l’entusiasmo degli studenti nell’impegnare tutte le loro vacanze nell’alternanza scuola-lavoro.

Ma Lei mi risponderebbe o mi farebbe rispondere che saranno le scuole che liberamente si candideranno a garantire il rispetto delle condizioni poste dal Suo Ministero.
E io non potrei che accogliere la Sua obiezione.

Vorrei allora, gentile Ministra, alzarmi dalle contestazioni di ordine pratico.
Veda, che si possa concludere a 18 anni il ciclo scolastico, è senz’altro possibile, ma solo se si ripensa a tutto il percorso e a ogni singolo segmento, a ogni ciclo, ridefinendone contenuti e obiettivi. Così è un atto di improvvisata e immotivata ghigliottina.

O forse un motivo ci sarà. I più maliziosi dicono che sarebbe un modo per ridurre il bisogno di personale scolastico, ma sicuramente non sarà così, ci mancherebbe.
Quando mai le “riformette” della scuola negli ultimi decenni sono state determinate dal taglio della spesa?
Come è noto, sempre e soltanto il frutto di un lungo e appassionante dibattito pedagogico.

Oggi però l’esigenza modernissima è di fare presto (per essere competitivi, naturalmente).
La scuola deve essere un transito rapido e in questa brevità gli studenti devono imparare qualcosa – ma non troppo -, tentare di capire che cosa fare dopo, inoltrarsi in centinaia di ore di alternanza scuola-lavoro, devono essere coinvolti in ogni genere di utile e meritevole campagna informativa; a nessuna professione poi, a nessuna divisa può e potrà essere negato un incontro al mattino con gli studenti per far sapere loro cosa sono e cosa fanno ( ad oggi non si sono presentati soltanto le Giubbe Rosse, i Lupi dell’Ontario, la Guardia pretoriana, i Lanzichenecchi).

Gli insegnanti poi devono sapere fare di tutto e in tempi di lavoro sempre minori: conoscere la materia, saperla insegnare, meglio se con abilità istrioniche, conoscere una lingua straniera e i più vantaggiosi programmi informatici, saper cogliere gli smottamenti emotivi di un alunno, saper risolvere gli intrichi relazionali di un gruppo classe, sapere interloquire con famelici genitori, dar vita ad attività extracurriculari, saper procacciare denari con progetti capaci di intercettare finanziamenti regionali, nazionali, europei.
Manca di saper ballare e cantare. Per ora.

Nel deserto educativo e civile del nostro paese alla scuola si chiede tutto, negli spazi residui anche di insegnare. Perché il senso comune che da tempo si sta costruendo è che le cose importanti sono al di fuori della scuola o in quel che accadrà dopo, che la scuola è soltanto un tempo di attesa fatto di mero addestramento e sempre più da riempire con ipotesi e illusioni di futuro.

Così ecco il sempre maggior peso dato all’alternanza scuola-lavoro, la possibilità sempre più frequente di essere ammessi al primo anno di università ancor prima di aver superato l’Esame di stato, l’anticipo di un anno dell’uscita dai Licei.

Gentile Ministra, apprendere (bene) e comprendere (bene) sé stessi, dotarsi degli strumenti necessari, costruire senso critico non richiede fretta. Anzi. Ha bisogno di tempi distesi, di sedimentazione, di rigore e di intesa.

È il frutto più bello di una relazione con uno spazio umano e con un ambiente didattico che non può essere generato da una confusa forza centrifuga.
Uscire prima dalla scuola, tagliando un anno ai licei, con minori conoscenze, minori capacità, minore consapevolezza, crea un rischio ancora più grande di sbandamento, di deragliamento, di asservimento, che si scelga di tentare di entrare nel mondo del non-lavoro o di proseguire con studi universitari.

Mi sono ancora care le parole di Karl Kraus, che ricordava «che la vita non si fonda esclusivamente sul profitto. Che l’uomo è posto nel tempo per avere tempo e non per arrivare con le gambe da qualche parte prima che col cuore».

Apra, gentile Ministra, una riflessione e una discussione vera su tutto questo, Lei ne ha la responsabilità e la facoltà.
Operi per conservare la molta qualità che c’è nella scuola pubblica, garantendone le eccellenze e le peculiarità (non sempre è buona cosa uniformarsi ad altri modelli).

E poi, impegni il Suo Ministero e il Governo a rafforzare e qualificare sempre più le scuole che operano in aree di disagio (e quante ce ne sono nel nostro paese!); ripensi in profondità e dia nuova dignità alle scuole professionali; combatta in ogni luogo e in ogni modo la dispersione scolastica; coinvolga e rimotivi, con serietà e concretezza, gli insegnanti; faccia in modo che si intervenga sul patrimonio edilizio, dall’adeguamento alle normative antisismiche all’efficienza energetica fino alla riqualificazione di spazi interni ed esterni.
Vedrà che, se correttamente sollecitate, non mancheranno idee ed energia per costruire al meglio il futuro della Scuola pubblica.

Ma La prego anche di interrogarsi sul fatto che la scuola non basta, che c’è una sfida educativa che va oltre i 18 anni o i 19 anni, che riguarda le generazioni dei padri, quelle generazioni sempre più aggredite non soltanto da analfabetismo funzionale, ma anche da un analfabetismo di ritorno culturale e civile che le rende permeabili alle retoriche e alle mistificazioni, ai linguaggi dell’egoismo, della prevaricazione, della violenza.
Anche di questo dovremmo parlare.

Questo Le scrive, dalla penombra della provincia, un insegnante di liceo che ama e spera di continuare ad amare il suo lavoro.
Cordialità

Dario Ceccherini

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