ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

ZAIA, I PROF. DEL SUD E IL REFERENDUM DELLO SQUALLORE

 

di Claudia PEPE

Io sono veneta e nata per caso in Veneto, ma la mia famiglia è calabrese e ne sono fiera. Siamo cresciuti in un Veneto degli anni ’60, molto restia verso i meridionali, ma comunque in una terra che ci ha accolti, ci ha fatto crescere.
Eravamo 5 fratelli, la mamma casalinga e il papà Direttore del Telegrafo. Un papà che quando gli hanno proposto il trasferimento non ha pensato a lui, alle comodità, ma alle opportunità per i figli.

Nelle fredde serate d’inverno senza termosifone, ci siamo uniti ancor di più contro una cortina di nebbia che ci separava dal sole dei nostri cieli.
Nel 1960 eravamo i meridionali, gli attuali profughi, gli immigrati, le facce nere in un Nord che parlava solo in dialetto, che affittava le case solo ai residenti.

Siamo cresciuti con un doppio sacrificio per farci onore. Era un dovere che ci ha insegnato mio padre, un dovere, una responsabilità per tutti noi.

E adesso, leggo che Luca Zaia, governatore del Veneto, parla di docenti del nord e del sud, in vista del referendum autonomista del 22 ottobre.

Sono diventata insegnante, mi sono specializzata, insomma la Scuola è diventata la mia vita in Veneto.
Una scuola che mi ha insegnato tanto e in cui ripongo il mio piccolo futuro.

Luca Zaia, dal suo profilo Facebook, ha scritto un post in cui spiega i motivi per votare SI al referendum: “Grazie all’autonomia – fa intendere il governatore veneto – risolveremo i problemi della continuità didattica, perché qualsiasi docente per essere immesso in ruolo dovrà prima garantire la permanenza in Veneto per almeno un decennio.”

Quindi anche quelli del Sud. I quali, non di rado, sottoscrivono il contratto a tempo indeterminato e poi cercano di avvicinarsi a casa subito dopo aver superato l’anno di prova.
Con l’#autonomia – scrive Zaia su Facebook – creeremo una scuola funzionale alle esigenze dei nostri studenti: basta cattedre scoperte perché i docenti reclutati dal Sud rinunciano al ruolo! I bandi di reclutamento degli insegnanti saranno su base regionale, prevedendo compensi adeguati con accordi di secondo livello per chi si impegna a risiedere in Veneto per almeno 10 anni”.

È un modo come un altro per mascherare il consueto razzismo che noi insegnanti cerchiamo di combattere. Un razzismo esternato anche con le cravatte verdi che si battezzano con l’acqua del Po.

Noi insegnanti, abbiamo un campionario di esternazioni che fanno capire quanto il vostro “clima intellettuale” sia distante da noi.
«Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna». L’auspicio choc arrivò da Dolores Valandro, consigliere leghista di quartiere a Padova, indirizzato all’allora ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge, perché questo reato, naturalmente, lo commettono solo gli immigrati, quindi che integrazione?
Consigliera poi espulsa, certo, ma non finisce qui.

Giancarlo Gentilini con la sua “ironia” dice: «Io gli immigrati li schederei a uno a uno. Purtroppo la legge non lo consente. Errore: portano ogni tipo di malattia: TBC, AIDS, scabbia, epatite».
Poi, in occasione della festa della Lega del settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero».
E ancora, rivolgendosi agli “extracomunitari perdigiorno”: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile».

Ma non facciamoci mancare nulla, dai. Borghezio: «Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù»
Matteo Salvini: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani

Questa è una breve sintesi di chi si vorrebbe occupare di scuola e creare una scuola funzionale.
Ma funzionale a chi? Al razzismo, alla discriminazione, all’intolleranza.

Vorrei dire al governatore Zaia che senza gli insegnanti meridionali (perché questo è il suo sogno segreto, altro che tenerli per dieci anni), questo termine discrimina ancora una volta.
Diciamo che senza i docenti italiani la scuola del nord o del sud, la Scuola tutta, non potrebbe andare avanti.

La cosa evidente è che di fronte ad un referendum consultivo che non legittimerà nulla, i politici dividono l’Italia tra i baroni e i terroni.
E a chi conviene dividere un Popolo, secondo me non è un uomo che può rappresentare lo Stato.

Certo, ognuno di noi preferirebbe insegnare nella propria città, accanto ai propri figli e familiari, ma se dovessero andare via loro, chi chiamereste?

Francamente, sono stanca di sentir parlare di razza superiore e inferiore.
Non parliamo più di inclusione, aggregazione, integrazione, quando un governo ci divide in razze.
Noi insegnanti siamo tutti uguali, siamo tutti professionisti del nostro lavoro.
Per accalappiare voti non c’è bisogno di parlare ancora male degli insegnanti.
Noi siamo docenti italiani.

Un referendum che costerà 50 milioni di euro.
E se invece di spenderli in questo modo non ci occupassimo di assicurare agli edifici scolastici il certificato antisismico, il certificato di agibilità?

Inutile tentare di dividerci cari politici, sappiate che non ci riuscirete mai.
Perché noi siamo insegnanti. Non politici.

VIOLENZA NELLA SCUOLA: SIAMO TUTTI INSEGNANTI

VIOLENZA NELLA SCUOLA: SIAMO TUTTI INSEGNANTI

 

di Claudia PEPE

Sono entrata in aula.
Io sono insegnante in un Istituto Alberghiero di Monserrato, in provincia di Cagliari.
Sono entrata in aula, già prostrata dal dolore in cui la violenza aveva pervaso la mia Scuola.

Prima una lite tra due studenti fuori e dentro l’istituto, sedata solo dall’intervento dei Carabinieri.
Per un’insegnante vedere le forze dell’ordine entrare nella propria “casa”, ti fa capire che proprio quei ragazzi in cui dovremo appoggiare le nostre speranze, sono già perduti.

Ho pensato molto, ho cercato di capire, e ho pensato che avrei fatto sempre e comunque il mio dovere. Il mio dovere deve essere sempre rispettare al massimo la mia professione.

La mia professione e me lo ripeto ogni giorno, non è una missione, non è un apostolato, non può essere un centro missionario per ragazzi che nel loro passato e nel loro presente, usano la violenza come modus vivendi. E non è una violenza nata con loro, ma con la loro storia e il loro passato.

Quel giorno sono entrata in classe, un mio studente di 14 anni stava utilizzando il cellulare. In tutti i regolamenti scolastici l’uso del cellulare non è consentito durante le ore di lezione. L’ho rimproverato. Però non mi aspettavo quel pugno sul mio viso.

No, non mi sarei mai aspettata che un mio allievo, un ragazzo che tante volte avevo aiutato, compreso, capito, sferrasse su di me tutta la sua rabbia.

Ho perso l’equilibrio, sono caduta a terra e sono svenuta per alcuni secondi. Non mi ricordo chi mi abbia aiutato. Ero a terra, in balia di un mondo che mi vomitava addosso il suo malessere.

È arrivata l’ambulanza, i Carabinieri e mi hanno portata in ospedale.
Nel tragitto ho pensato a tutto il mio passato, a tutto quello che la Scuola è diventata.

Mi sono resa conto che siamo in nelle mani di una società che partorisce violenza senza pensare di arginarla. Un mondo che non capisce questi ragazzi.

Vittime di una collettività malata, infettata, contagiosa.
Ragazzi figli di una classe genitoriale troppo accondiscendente e permissiva.
Ma la colpa non è solo della famiglia. La vita ha colpito anche loro con i suoi tentacoli malati e squilibrati.

Mentre ero in barella, non trovavo parole per l’imbarbarimento della società, e nonostante il dolore aumentasse, provavo tristezza per quei genitori che difendono a spada tratta i figli.
Il significato della storia, della memoria e del nostro futuro, risiede nell’educazione.

Mentre il mio viso si gonfiava pensavo che sono un pubblico ufficiale.
Anche se la guancia mi faceva male mi sono messa a ridere: “Ma quale pubblico e quale ufficiale?

Noi siamo finiti nel substrato di una cultura che non è più degna di questa parola. Siamo diventati servi dell’ignoranza, dell’analfabetismo, dell’incompetenza.
Penso che avrò un processo, forse mi accuseranno, troveranno le colpe che non ho commesso.

Perché è così che succede. Ormai siamo colpevoli di ogni cosa, noi insegnanti.

Ma la colpa sovrana, è di essere insegnanti e soprattutto di esistere.
Forza, toglieteci di torno, tappateci la bocca, bendate i nostri occhi, riduceteci a sordi, a malati mentali, a residui della società.

Sono in barella e penso che dovrò probabilmente avere un processo per aver fatto il mio dovere, ma il mio dovere è anche andare avanti contro tutto.
Contro una “Buona scuola” che ci ha assassinati come intellettuali, contro una legge che vuole lo smartphone in classe, contro quei genitori che difendono a spada tratta i figli.

Ora sto arrivando all’ospedale e mentre il mio occhio pulsa, mi rammento che negli anni ’60, ’70, ’80 se tornavi a casa con una nota, i genitori prendevano sempre la parte dei professori e ora siamo arrivati alla violenza fisica contro gli insegnanti.

Forse perché anche noi ce la cerchiamo, anche noi provochiamo, anche noi sfidiamo le tenebre di questa società. E così, oggi, che mi trovo buttata su questa barella, coperta di lacrime di umiliazione.

Mentre arrivavo all’ospedale la mia mente vagava.
Pensavo che oggi si guarda più al buon nome della scuola che a salvaguardare un docente.

Ecco, mi stanno trasportando in Pronto Soccorso e penso: “Di cosa ci meravigliamo? I docenti sono al centro di una campagna denigratoria: ruolo, autorevolezza, competenze e modalità operative. Poi se uno studente tira un pugno all’insegnante, ci meravigliamo? Tutto bene, non è successo nulla. È solo un insegnante.”

Adesso sono stanca, non voglio pensare a nulla, non voglio pensare che la mia vita sia questa.
Ho un occhio nero, ma sono un’insegnante.
Ho la mandibola che mi fa male, ma sono un’insegnante.
Ho il cuore spaccato. Ma sono solo un’insegnante.

FORMAZIONE E LAVORO: UNA SERATA DA CAMERIERI DEL POTERE

FORMAZIONE E LAVORO: UNA SERATA DA CAMERIERI DEL POTERE

 

di Claudia PEPE

 

I Partigiani della Scuola pubblica è un gruppo nato per la difesa della Scuola e della Costituzione. Insegnanti che mettendoci il cuore, la faccia, il coraggio e la consapevolezza, hanno denunciato l’ennesimo scempio della legge 107.

Una legge che sta distruggendo come nessuno mai la Scuola di tutti noi e dei nostri figli. Non c’è dubbio che la 107 abbia rappresentato l’ennesimo intervento “riformatore” ai danni della Scuola italiana, a lungo vero esempio di competenza e di visione illuminista del saper essere.

Per provocare questi danni gli estensori della legge hanno introdotto non didattica, ma solo malessere. Malessere condiviso da tutti gli insegnanti, mai ascoltati, ma solo manganellati al primo vagito di ribellione. E ora, grazie a loro, scopriamo un altro sopruso.

In un comunicato su Facebook si legge: «Urgentissimo: mi servono 10 ragazzi disponibili e con la divisa completa di sala per una manifestazione con la presenza della ministra dell’Istruzione – ricordatevi che passano come crediti formativi e che potrebbe esserci anche un rimborso spese». Peccato che nessuno dei ragazzi e delle loro famiglie fossero stati informati che i crediti formativi non erano nient’altro altro che fare da camerieri a una festa politica.

Proprio quella politica che dei ragazzi se ne frega, una politica che ha deciso a tavolino di negare ai nostri studenti un futuro, la speranza e l’illusione di sogni legittimi. Si prova orrore nel vedere che dei ragazzi siano trattati da manichini, da burattini in mano a chi, pur di mantenere questo Stato di cose, siano strumentalizzati e inconsciamente collusi con forze politiche.

I ragazzi, soprattutto oggi, devono conoscere, scegliere ed essere informati. La politica l’aveva ben spiegata Don Milani quando diceva: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”

Ma forse a questi insegnanti e alla loro dirigente, Don Milani deve apparire come Don Abbondio: il codardo servo dei padroni.

I ragazzi “arruolati” dalla loro Scuola, sono diventati per una serata “servi del potere”.

In un set in cui loro sono state le comparse senza rimborso, e gli attori principali sono stati proprio chi li ha voluti ingabbiare in mansioni che non s’hanno da fare. In questo scenario apocalittico, non poteva mancare la nostra Ministra.

Chissà cosa avrà pensato guardando i nostri studenti con la divisa d’ordinanza fare i camerieri, a prestare servizio gratuitamente, a dover subire l’ennesimo schiaffo alla loro dignità.

Ma il ridicolo si sfiora pensando che il tema della festa era: “Formazione e lavoro: la sfida dell’occupazione”. Ed è così che lanciano la loro sfida sfacciata.

Lavoro senza retribuzione con la promessa di crediti formativi, condita da una minaccia che non ha nulla a che fare con la democrazia scritta a grandi lettere sulla nostra Costituzione. Se questo è un progetto formativo, signori, bruciamo i libri perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. (Fahrenheit 451).

Ricordiamoci sempre che la democrazia garantisce libertà di pensiero e di espressione, e la nostra scuola, ultimamente, si è dimenticata cosa voglia dire questa magnifica parola.

SCUOLA FINLANDESE, SE SI VUOLE, SI PUÒ

SCUOLA FINLANDESE, SE SI VUOLE, SI PUÒ

 

Per chi se lo fosse perso, il filmato realizzato da Michael Moore sulla scuola finlandese.
Un video che fa capire quanto semplice sia se solo c’è la volontà politica di realizzare una Scuola Pubblica di qualità.

 

 

 

LAVAGNA, GESSETTI E FANTASIA NELLE MANI

LAVAGNA, GESSETTI E FANTASIA NELLE MANI


di Claudia PEPE

Il futuro della scuola è digitale: lo ha ricordato la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Le tecnologie per il nucleare costituiscono un “patrimonio assolutamente prezioso e strategico per lo sviluppo, la crescita e la competitività del Paese.

L’uso a scuola delle nuove tecnologie deve compiersi non solo nell’ora di informatica, ma deve abbracciare la didattica e la formazione a trecentosessanta gradi.

Cade il tabù dei telefonini in classe, così si legge su Repubblica di ieri, e Fedeli ribadisce che si instaurerà “una commissione ministeriale” per varare “le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula”. “Il telefonino in mano a un 13enne è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata”. Quindi “se guidati da insegnanti preparati e da genitori consapevoli” i ragazzi “potranno imparare attraverso un mezzo che gli è familiare: internet”. Queste sono le nuove direttive del Ministero.

Siamo tutti tecnologici, tutti informatici, tutti con il pensiero computazionale, tutti pronti a usare dei nuovi strumenti per migliorare la nostra didattica e la formazione dei nostri ragazzi.

Quello che mi fa più ridere girando nei vari gruppi di insegnanti su Facebook, è l’immagine che ha postato la mia amica Samuela Oddo Giulio, che fa parte del gruppo Professioneinsegnante.it, che spiega in maniera chiara e precisa la situazione della Scuola Italiana.

Samuela entrando in classe ha trovato una vecchia lavagna. Non ha trovato né LIM, né computer, né collegamento wifi. Nulla. Lavagna di ardesia, cancellino e gessetti. Questa è l’immagine della “Buona Scuola”, alla faccia del presente e futuro. E questo è quello che quasi tutti noi insegnanti troviamo entrando in classe.

Quando va bene traviamo una lavagna LIM: ma la connessione ci sarà? Il collegamento wifi esiste o dobbiamo aspettare mesi perché arrivi un tecnico? Dovremo aspettare un bando per avere una rete che colleghi in tutte le classi? E veramente le LIM sono in tutte le classi, oppure è solo il fumo d’arrosto da vendere ad un pubblico ignorante?

Samuela ha fotografato la lavagna in ardesia, quelle che ricordiamo nelle aule di De Amicis, quelle lavagne che abbiamo tanto amato nel libro: “Cuore”. Lavagne che hanno visto passare la nostra fanciullezza e tutta la nostra vita scolastica. Ma tutta questa innovazione digitale, è molto lontano dalla nostra vita scolastica.

Un potere che non conosce la Scuola, e che vorrebbe sviluppare un pensiero alternativo, una didattica basata su tecnologie. Un potere bravo a narrare una favola immaginaria, un potere che pubblicizza, ma che continua a non entrare nelle nostre classi.

Queste bellissime lavagne del 1800 hanno il loro fascino, ma più per il mercato dell’antiquariato che per noi insegnanti.
Il MIUR, dovrebbe essere a conoscenza che di fatto non abbiamo un pc per classe, che in tante scuole ci sono solo due LIM per 120 alunni, e strutture che potrebbero risalire alla prima Guerra Mondiale. La “Grande guerra” che ancora sembra non finire.

Ma c’è un lato piacevole, sono perfette per un Museo.
Abbiamo ancora la lavagna di Mussolini, gessi in dotazione razionati, e fotocopie misurate.
La carta per stampanti, quando la stampante funziona, la si porta a turni tra insegnanti, il toner arriva a provocare un orgasmo quando arriva, e la carta igienica deve essere economizzata. Se qualcuno soffre di gastroenterite, è meglio che si faccia una scorta al supermercato.

Ma aldilà di questi piccoli problemucci, abbiamo scuole che non hanno il certificato di agibilità, non sono antisismiche, banchi tarlati, banchi che da quando fu costruita la scuola sono sempre gli stessi.

Mentre gli studenti crescono e assumono posizioni non salutari, abbiamo arredamenti del dopoguerra e il governo parla di smartphone!
Dovremo pensare in primis alla salute dei nostri studenti, a rinnovare aule brutte prive di ogni personalità.

E riteniamoci fortunati se il soffitto non cede e gli intonaci non si crepano.
Questa è la Buona Scuola nella realtà: cattedre sguarnite, ragazzi che aspettano ancora i loro insegnanti, cattedre di sostegno vuote, registri elettronici in cui devi trovare il punto G per avere la connessione.
E il bello che poi qualcuno vuole giudicare noi insegnanti e la nostra professionalità.

Riteniamoci fortunati se non troviamo la carta dell’Europa con ancora disegnata tutta l’URSS.
Le classi 2.0, 3.0, 4.0, ma basta!
Noi vorremo solo lavorare, se volete lasciateci le lavagne di De Amicis, lasciateci quella bella scuola che ha fatto dell’Italia un modello per tutto il mondo.

Non parlate più di smartphone.
Dateci gli insegnanti, dateci quei professori che sono ancora nelle GAE ad aspettare il loro turno da anni, dateci insegnanti di sostegno, dateci la nostra Scuola.

A questo punto diciamo che io opterei per diventare una bella Onlus. Ma sì. Ci facciamo adottare a distanza con una frase ammiccante come: «Chiamate lo 00000, adotta una scuola: se la incontri ne rimarrai stupefatto. Non contagia e se la conosci previene tutti i mali dovuti all’ignoranza e alla stupidità umana».
Oppure: «Chiama anche tu diventa un fan della scuola pubblica, la nostra vita dipende da voi».

Finiremo di cercare opposizioni alla connessione. E finalmente faremo gli insegnanti.
Con un libro, una penna e la fantasia nelle mani.

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