ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

di Giorgio BERETTA

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è appunto più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il riconoscimento di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa“che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportare sistemi militari?

(fonte)

L’ITALIA AUMENTA LE SPESE MILITARI: LO DICE LA NATO

L’ITALIA AUMENTA LE SPESE MILITARI: LO DICE LA NATO

 

NATO Secretary General Jens Stoltenberg

da ANALISI DIFESA

La spesa per la Difesa nel 2016 in Italia è aumentata del 10,63% rispetto all’anno precedente e si è attestata sull’1,11% del Pil quando nel 2015 la spesa era stata pari al’1,01%.

E’ il dato contenuto nel Rapporto annuale dell’Alleanza presentato ieri dal segretario generale Jens Stoltenberg. In termini assoluti la spesa militare in Italia è stata di 22,146 miliardi di dollari (circa 20,7 mld di euro). Quello del 2016 è il primo aumento della spesa da oltre un decennio.

Stoltenberg ha sottolineato che nel 2016 Canada ed alleati europei – per un totale di 23 paesi – hanno aumentato la spesa militare del 3,8%, pari a “circa 10 miliardi di dollari”. Solo cinque rispettano o superano l’obiettivo di dedicare alla difesa almeno il 2% del Pil: Usa (3,61%, pari a 664 miliardi di dollari), Grecia (2,36%, 4,6 miliardir), Estonia (2,18%, mezzo miliardo), Regno Unito (2,17%, 56,8 miliardi) e Polonia (2,01%, 12,7 miliardi).

In realtà i dati diffusi dalla NATO vanno “interpretati” tenendo conto che quantificare il Bilancio della Difesa italiano è sempre complesso poiché vi sono voci che esulano dalle spese per le forze armate (Funzione Difesa) quali il bilancio dei Carabinieri (Funzione Sicurezza del Territorio), spese accessorie quali i voli di Stato e i rifornimenti idrici alle isole (Funzioni Esterne) e le spese per le Pensioni provvisorie del Personale in Ausiliaria.

Vi sono inoltre voci esterne al Bilancio che vanno invece considerate come i fondi stanziati per le missioni oltremare e quelli del Ministero dello sviluppo economico per il sostegno a programmi di armamento.

Di fatto quindi, per quantificare il “vero” bilancio delle Forze Armate occorre sommare la voce Funzione Difesa del Bilancio con i fondi per le missioni e del Mise.

Nel 2016, anno preso in esame dal rapporto della NATO, la cifra indicata di 20,7 miliardi di euro sembra costituire la somma tra il Bilancio del Ministero della Difesa (19,86 miliardi di euro, pari all’1,19 del PIL con 600 milioni di euro in più rispetto al 2015) e i fondi per le missioni all’estero pari a poco meno di un miliardo di euro.

Il Bilancio includeva però 6,09 mld per i carabinieri, 118 milioni per le Funzioni Esterne e 389 milioni per le Pensioni provvisorie.

Il conto reale delle spese per le forze armate nel 2016 è costituito dalla somma tra i 13,36 miliardi assegnati alle Funzione Difesa (contro i 13,186 del 2015) più 2,5 miliardi stanziati dal Mise più un miliardo circa per missioni oltremare (senza contare quindi altri stanziamenti per l’estero come la cooperazione, cessioni di surplus militare o i 120 milioni annui a sostegno delle forze armate afghane inseriti nello stesso decreto delle missioni).

In totale quindi poco meno di 17 miliardi di euro pari, circa l’1 per cento del PIL.

Nel 2017 il Bilancio della Difesa è cresciuto rispetto al 2016 a 20.27 miliardi, con un più 287,5 milioni tutti assorbiti dall’aumento delle spese per l’Arma dei Carabinieri (+ 429,6 per un totale di 6.52 miliardi quest’anno) e delle Funzioni Esterne (+23,2 milioni arrivando 141,1) mentre i costi per le Pensioni provvisorie soni stati di 396,5 milioni.

Per le Forze Armate la Funzione Difesa prevede quest’anno 13,212 miliardi pari allo 0,776 del PIL, in lieve calo rispetto ai 13,36 mld (lo 0,779 del PIL) del 2016.

La suddivisione delle spese della Funzione Difesa vede il 74,2 per cento destinato al Personale (cioè al pagamento degli stipendi), il 16,2 agli Investimenti (acquisizione nuovi equipaggiamenti) e solo il 9,6% all’Esercizio cioè a manutenzioni, carburante e addestramento. Uno squilibrio che si protrae da molti anni a discapito delle acquisizioni e dell’addestramento tenuto conto che la proporzione ottimale sarebbe 50-25-25.

Le spese per le forze armate risultano quindi in calo quest’anno così come in calo è la percentuale del PIL assegnata complessivamente al Bilancio della Difesa pari a 1,19% contro 1,195 del 2016.

Un calo che aumenta ulteriormente tenendo conto del pur basso tasso d’inflazione che erode il potere d’acquisto dei fondi stanziati per le forze armate

Alle cifre citate vanno aggiunti circa un miliardo per le missioni oltremare (1,24 con le voci citate in precedenza di fondi non destinati alle forze armate) e 2,7 miliardi stanziati da Ministero dello sviluppo economico (Mise) per finanziare alcuni programmi di armamento.

Di fatto il “vero” bilancio delle Forze Armate nel 2017 è di 17,3 miliardi e resta pari a circa l’1% del PIL, la metà di quanto chiede la NATO.

Foto: NATO

Fonte: http://www.analisidifesa.it/2017/03/litalia-aumenta-le-spse-militari-lo-dice-la-nato/

ANNOTAZIONI CIVILI

ANNOTAZIONI CIVILI

Madre di tutte le bombe

di Pasquale PUGLIESE

Da appena qualche settimana il governo ha emanato il decreto attuativo per il cosiddetto “Servizio civile universale”,

ossia la possibilità di svolgere il servizio civile per tutti i giovani che vogliano fare questa esperienza.

Ora la ministra della difesa, Roberta Pinotti, pare che voglia invece una “leva obbligatoria”, evocando la presenza di volontari civili anche in “molti ambiti della difesa”.

Quello che la ministra Pinotti sembra non sapere è che il servizio civile è già “finalizzato, ai sensi degli articoli 52 e 11 della Costituzione, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria”.

Quel che manca è la pari dignità tra la difesa militare e la difesa civile, perché la prima sottrae alla seconda enormi risorse che brucia in armamenti per la preparazione delle guerre.

L’unica cosa che dovrebbe essere obbligatoria, dunque, è la riconversione civile delle spese militari e l’istituzione di una vera e organizzata difesa civile, non armata e nonviolenta.

E’ ciò che propone, per esempio, la proposta di legge Un’altra Difesa è possibile già in commissione Difesa alla Camera.

Appunto.

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