ITALIA, TURCHIA E DEMOCRAZIA

ITALIA, TURCHIA E DEMOCRAZIA

Napolitano e Mattarella

di Ivana FABRIS

In questi ultimi giorni si parla della distruzione della democrazia in Turchia, di Erdogan che concentra su di sé i massimi poteri, giustamente, e in generale, guardando a ciò che accade in quel paese, ci sentiamo tutti garantiti e protetti nel nostro, soprattutto dopo il 4 dicembre.

Ma siamo davvero sicuri che il sistema democratico sia in salvo, in Italia?

Perché se è vero che il No alla riforma costituzionale ha impedito la legittimazione del dettato del neoliberismo e di quello che i Trattati europei impongono in termini di abuso del nostro dettato costituzionale, è altresì vero che la nostra Costituzione viene sistematicamente violata da una condizione che di fatto esiste, che è attualmente in essere.

Proprio nel periodo che ha preceduto il Referendum del 4 dicembre, alcuni si ponevano queste domande:
“Com’è possibile che un Parlamento dichiarato Incostituzionale dalla Corte Costituzionale ha potuto legiferare una Riforma Costituzionale?”
“Il Presidente della Repubblica non avrebbe dovuto dare seguito alla Corte Costituzionale e quindi sciogliere le Camere, dopo aver completato la nuova legge elettorale?”

Domande non solo lecite, ma addirittura corrette.
Le ragioni? Eccole.

L’attacco alla Costituzione è passato proprio attraverso gli interventi che quegli interrogativi evidenziano e nessuno li ha rilevati dando loro la giusta e grave valenza che avevano.

Non è un caso, infatti, che il governo si sia buttato subito sulla riforma costituzionale appena insediato.

Il neoliberismo e chi lo rappresenta ed esercita, aveva bisogno di legittimazione di quanto già avveniva e avviene ancora e fino a che la Costituzione fosse rimasta così com’era e com’è, l’esecutivo e i criminali neoliberisti che ci hanno imposto questo governo, non sarebbero mai stati e non saranno mai al sicuro nel compiere le peggiori nefandezze a danno del popolo italiano.

Si potrebbe ipotizzare quindi e senza esagerare, che quanto avvenuto sia stato un vero e proprio attentato alla Costituzione anche se tutto è stato molto nascosto, perché tutto formalmente appare nella norma.

Noi abbiamo un Presidente della Repubblica legittimamente eletto e lo stesso vale per il Parlamento che però di fatto è delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale che ha definito la legge elettorale con cui è stato eletto, incostituzionale e addirittura legifera su una nuova legge elettorale e ha abusivamente voluto e tentato in ogni modo e con ogni mezzo, di cambiare la stessa la Costituzione.

Ed ecco in che modo un Presidente come Sergio Mattarella evidenzia come la sua mancata funzione politica, è stata quella di garante degli assetti di potere e non della democrazia e della Costituzione.

Per giunta la responsabilità di questo Presidente della Repubblica è stata particolarmente grave perché come ex giudice costituzionale sapeva bene di cosa si parlasse.

A riprova di questo basta ricordare quali posizioni assunse durante il governo Berlusconi* e per molto ma molto meno rispetto a quello che le modifiche costituzionali proposte dall’esecutivo di Renzi, proponevano.

Quindi sì, se Mattarella si fosse mosso nel solco della Costituzione, avrebbe dovuto sciogliere le Camere, esattamente come recita la sentenza della Corte Costituzionale.

Davanti a questa mancata decisione, non resta che una sola conclusione: se Renzi lo ha voluto alla Presidenza della Repubblica, lo ha fatto sapendo che dovendo manomettere la Costituzione gli serviva da un lato un Presidente che non lo avrebbe intralciato e dall’altro sapeva che proprio per il ruolo che Mattarella ha rivestito e per il suo essersi opposto a Berlusconi era la figura giusta per rassicurare una massa di persone in questo paese che la sua riforma non sarebbe andata contro il volere dei padri e delle madri costituenti.

Non per nulla ancora oggi tantissima gente o si stupisce per il fatto che Mattarella non sia mai intervenuto – dimostrando di aver avuto fiducia in lui proprio per il suo passato – o addirittura rifiuta di credere che un giudice della Corte Costituzionale potesse transigere nei confronti di una riforma e una legge elettorale, anch’essa dichiarata incostituzionale – ricordiamolo -, che avrebbero devastato la sovranità popolare e quindi la democrazia, andando ad accentrare il potere verso il Presidente del Consiglio.

Pertanto, noi sì, abbiamo vinto il Referendum Costituzionale ma in realtà, quel pericolo che volevamo scongiurare lo abbiamo solo parzialmente arginato, perché a rappresentare tutte le Istituzioni, è ancora quel Sergio Mattarella che ha avallato ogni spregiudicata aggressione alla Costituzione.

Certo, se avessero vinto i “sì” sarebbe stato tutto molto peggio, ma nella sostanza non si può negare che quel che appare è che il ruolo e le funzioni del Presidente della Repubblica sono già alquanto dipendenti dalla volontà dell’esecutivo.

Alla luce di quanto avvenuto, quindi, non si può non concludere che il Presidente della Repubblica non è più organo super partes nel mero interesse della democrazia e del rispetto della Costituzione.

Aggiungiamo pure che neanche i parlamentari del Movimento 5 stelle a suo tempo hanno dato il legittimo rilievo a questo aspetto, come non lo ha dato nessuno perché in Parlamento nessuno aveva interesse a tornare alle urne.

Il rischio di non venire più rieletti, a dispetto dei tanti proclami, ha pesato e pesa sempre molto di più della democrazia e del rispetto della Costituzione, in questo paese di cui tutti si ergono a paladini e difensori.

Concludendo, merita fare un’ulteriore considerazione.

Diamo sempre tutte le responsabilità solo a Napolitano ma Mattarella NON È MENO RESPONSABILE del Presidente emerito.

Anzi, soprattutto considerando che Mattarella era ed è a capo di tutte le più alte cariche dello Stato ed è a capo di tutti i massimi organi rappresentativi dello Stato, tenuto conto del suo operato, in un Paese che applica integralmente e sostanzialmente la Costituzione, si sarebbe potuto parlare, in termini di ipotesi, di alto tradimento e pertanto agire di conseguenza.

Ricordiamoci sempre, dunque, che definire Il Presidente della Repubblica come incolore, dormiente e con ogni scherno mirante a definirlo come ininfluente, non lo rappresenta perché la sua responsabilità nel merito è stata ed è, a tutti gli effetti, molto più decisiva e soprattutto molto più grave.

Lettera aperta a Pisapia: Giuliano, il centrosinistra non esiste

Lettera aperta a Pisapia: Giuliano, il centrosinistra non esiste

Giuliano Pisapia

di Antonio CAPUANO

Caro Giuliano, ti scrivo per rispondere al tuo appello per “ricostruire il centro-sinistra”, attraverso quello che chiami, in modo, permettimi, risibile “campo progressista”.

Il centro sinistra (con, oppure senza trattino, con o senza spazio, come ti pare) a differenza del centro destra, è una contraddizione in termini e non può esistere. Era chiaro già in linea di principio, ma la storia lo ha più volte palesato in questi anni (solo che dalla storia non imparate mai nulla, purtroppo).

Come, non capisci cosa intendo? Vuoi che ti spieghi il perché? Ci provo, seppur dal “basso” dei miei appena 24 anni vissuti da uomo di Sinistra.

In politica il “centrismo” non è, come volete ancora oggi ed erroneamente far credere alla gente, l’arte di armonizzare gli interessi trovando in un programma condiviso l’ideale punto d’equilibrio.

In politica il fenomeno del centrismo altro non è che una forma acuta di utilitarismo e ingegneria elettorale, è l’ossessione di costruire la governabilità artificiosamente e a tavolino nell’illusione di poter prescindere dall’elettorato, dalla dinamicità degli eventi e dall’impatto inevitabile che essi hanno sul tessuto sociale e l’evoluzione dello stesso e del popolo.

Questo schema non è irreale sia chiaro, ma funziona solo laddove vi è voto clientelare, ovvero in un contesto privo di ideologia, privo di visione programmatica a lungo termine, di solidarietà sociale e nel quale la politica si riduce solo alla soddisfazione dei particolaristici interessi dei più influenti gruppi d’interesse al fine di consolidarne supporto e consenso in ottica elettorale. A destra, sostanzialmente.

A Sinistra infatti, al centrismo preferiamo il pluralismo e il voto ideologico o d’opinione, ed è in questi termini che deve fin d’ora tornare a ragionare un partito di Sinistra che voglia intercettare il proprio elettorato, recepirne istanze ed interessi legittimi e quindi riaccendere in esso la fiamma di una partecipazione costante che veda nel superamento dell’astensionismo selvaggio e nel gioioso ritorno alle urne, il passaggio ultimo di un percorso costante volto a riempire l’esiziale vuoto di rappresentatività che da troppi anni attanaglia la Sinistra di questo paese e i suoi elettori/militanti.

Ci sono, sono tanti (ce lo ha detto il referendum) e aspettano con passione e voglia che si esca dai palazzi tornando nelle piazze, per offrirgli un progetto serio e onesto in cui credere e di cui sentirsi fieramente parte.

A Sinistra sappiamo bene quali interessi legittimi tutelare:
lavoro, welfare, immigrazione, diritti civili, precariato, economia (il sottoscritto ritiene che il modello keynesiano per dire, sia tutto meno che anacronistico, finito e inefficiente, ma questa è un altra storia), classi deboli, rapporto tra sovranità nazionale e istituzioni sovranazionali (UE su tutte).

Tutti settori che abbiamo esizialmente lasciato, nonostante la loro intrinseca natura di sinistra, alla mercé delle destre nonché dei nascenti populismi.

Però possiamo ancora riprenderceli, perché i populismi offrono slogan e non soluzioni reali che sfocino nell’attuazione di concrete politiche pubbliche, quindi lo spazio a Sinistra del Paese è politicamente ancora edificabile, sta a noi andare a costruirci sopra un qualcosa che sia degno di riempirlo, guardandoci bene dal dar vita all’ennesimo inutile ibrido.

Bada bene Giuliano, non sto dicendo che non dobbiamo guardare anche agli altri gruppi d’interesse o agli interessi legittimi a noi non propriamente vicini per chiuderci in un utopico orticello radical-chic, ma semplicemente che: un conto è sedersi al tavolo per contemperare e mediare di caso in caso partendo però da una posizione autonoma e forte, altro invece è ricadere nei soliti errori del passato facendoci sedurre dall’ossessione del partito di governo, accorpando ad un carrozzone figuranti porta voti che di Sinistra non hanno nulla e che poi possono tenere in scacco il partito, l’esecutivo, il parlamento e quindi le sue politiche pubbliche (Mastella ti dice niente?).

Esimio Pisapia, (all’avvocato do del “lei”), il suo errore è paradigmatico: le convergenze e il consenso si costruiscono sui programmi e non sulle coalizioni perché i nostri referenti devono tornare ad essere i cittadini e non le cricche parlamentari con il loro piccolo orticello di voti.

Ed è ai primi che dobbiamo parlare e che vogliamo tornare a rappresentare e tutelare, non più i secondi.

Scusami se sono andato lungo, Giuliano (mi scuso anche con chi avrà avuto la pazienza di leggere tutto e spero ne sia valsa la pena), ma prima di provare a ricostruire la Sinistra, forse dovresti riscoprire cos’è, dato che temo tu l’abbia dimenticato.
La Sinistra è rappresentatività che attraverso la partecipazione diviene governabilità e non viceversa.

Sinistra è:
l’ideologia che supera il tornaconto, il dialogo che arriva alla contemperazione, ma solo se essa non sfocia nell’inciucio e nel tradimento del proprio elettorato e dei propri valori.

Insomma caro Pisapia, se cerci il centro sappi che non puoi trovarlo o costruirlo a Sinistra, almeno non senza cadere in un PD 2.0, fidati (PD che infatti di Sinistra, non è).

Ti assicuro però che ne facciamo volentieri a meno e anzi ci batteremo perché non si ripeta. Ecco perché, se tieni davvero alla Sinistra, ti invito a cambiare nettamente rotta, altrimenti sei fuori strada.

Con affetto, passione e (perché no) finanche uno slancio sognatore,
da un giovane aspirante uomo politico, in cerca di una realtà di Sinistra dove sentirsi finalmente a casa senza il bisogno di dover rinnegare i propri ideali e con la ferma intenzione di lavorare per costruirla.

Perché chiamarsi COMPAGNI torni presto ad essere un valore politicamente riconosciuto,
Smettendo di essere un anacronismo lessicale che ad alcuni fa addirittura storcere il naso.

*

(n.d.r. nella foto si può notare come Giuliano Pisapia vorrebbe, in fondo, tornare alla “bocciofila” di Bersani).

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