UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

Una riflessione psicologica sull’utero in affitto

 
Il mondo nuovo
 
 
L’immagine è tratta da una delle copertine del libro “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che nel suo libro ha descritto una società futura, non troppo lontano per la verità, nella quale la procreazione è completamente sganciata dai rapporti sessuali.
 
di Sergio STAGNITTA

Monica Ricci Sargentini è una giornalista del Corriere della Sera che, volendo capire meglio come viene gestita nei centri specializzati la maternità surrogata, ha deciso di prendere un appuntamento in un Centro Californiano. Nel suo articolo racconta come si è svolto questo primo appuntamento, scoprendo fatti molto importanti (a fine post, vi lascio il link al suo racconto completo).

Nella sua descrizione si presentano scenari ai quali io, e molto probabilmente molti come me, non avevano nemmeno pensato: uno mi ha colpito in particolare… La Sargentini ad un certo punto chiede: “ma se la mamma surrogata dovesse cambiare idea e tenersi il bambino?” La coordinatrice dei pazienti le risponde: “La mamma sei tu, lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto.

Non commento subito e parto da alcune informazioni tecniche.

Si definisce utero in affitto o meglio, maternità surrogata, la pratica di procreazione nella quale una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per altri.

Ci sono due forme di maternità surrogata o “gestazione per altri” (GPA): la Surrogazione gestazionale, che consiste nel trasferimento nell’utero della madre surrogata di embrioni formati con il seme del padre e della madre (o di donatori nel caso di sterilità di uno dei due). Questa forma viene utilizzata da donne che non possono sostenere una gravidanza. La Surrogazione tradizionale, in cui il seme del padre è utilizzato per fecondare la madre surrogata che è quindi anche la madre biologica del bambino.

Chi può ricorrere a queste forme di maternità? In genere donne prive di utero o ovaie, donne che soffrono di patologie che metterebbero a rischio la vita della gestante e coppie di uomini gay.

Il primo mito da sfatare riguarda il collegamento, ormai praticamente quasi assoluto nei dibattiti pubblici e privati, che chi usufruisce dell’utero in affitto è gay.

Qualche giorno fa ho letto una statistica ripresa dall’Ansa che riporta due dati molto significativi: il primo, che le gravidanze in affitto portate a termine aumentano, negli Stati Uniti, ogni anno del 20%; il secondo dato riguarda gli “utilizzatori finali” di questo metodo di procreazione, secondo la Sai (Surrogate Alternatives Inc.), sette su dieci sono coppie eterosessuali, il resto sono coppie gay e uomini single.

Io ritengo che questo dato sia estremamente importante e significativo perché spesso, soprattutto in Italia, si prova a strumentalizzare i temi legati ai diritti civili e la procreazione, legandoli esclusivamente agli omosessuali, introducendo così una distorsione che spesso rende difficile ragionare in modo produttivo sulle diverse situazioni.

Svincolato quindi l’utero in affitto dalla sola pratica omosessuale possiamo ragionare in libertà sul valore della stessa da un punto di vista psicologico.

Il titolo del mio post “L’oscuro oggetto del desiderio” che riprende il titolo di un famoso film di Luis Buñuel, mette l’accento sull’aggettivo “oscuro”, nel senso che io non riesco a trovare nessun vantaggio nell’uso di questa pratica di procreazione nella ricerca di un desiderio di maternità o paternità.

Proverò di seguito ad argomentare la mia affermazione da tre punti di vista, tre angolazioni differenti ma, come capita spesso, legate le une alle altre: il dono, il mercato e il corpo. 

È solo un dono…

 
Molti affermano, e alcuni paesi tra i quali l’Inghilterra lo inseriscono in modo esclusivo nella propria legislazione, che la sola e giusta modalità per legittimare questa pratica è che sia un dono, ovvero che non ci sia alcun interesse economico. La maternità surrogata è legittima ed eticamente accettabile solo se si trasforma in un atto di generosità.

Rifletto, molto semplicemente, sul senso di un regalo: io posso donare qualcosa di mio, sono libero di regalare ad altri un oggetto, anche molto prezioso, tutti i miei beni, compresa la mia stessa vita, e nessuno può contestare la mia decisione.

Il problema in questo caso è che il dono riguarda un essere umano che per giunta non è neanche nostro.

Sì, perché i figli non sono una nostra proprietà privata, come avveniva nell’antica Roma, e allora come posso donare una cosa che non è mia?

I figli sono affidati ai genitori i quali hanno il diritto/dovere di accudirli ed educarli, cercando di dargli gli strumenti per essere persone più possibile felici, facilitando, nella crescita, soprattutto l’indipendenza e la libertà, l’esatto contrario del possesso che prevede che una cosa comprata è mia per sempre.

Il concetto di dono si basa, quindi, sull’erronea concezione che l’utero sia una sorta di incubatrice, un luogo neutro che produce un prodotto, una proprietà, che si può scambiare, barattare o donare.

È solo libero mercato…

Il secondo aspetto è quello che in assoluto mi fa più rabbia, già la categoria del “dono” è molto ambivalente, figuriamoci quella della compra-vendita.

Vedremo, più avanti, ciò che la psicologia dice rispetto alla relazione madre-bambino e i danni di questa modalità di procreazione, qui però mi soffermo sulla dimensione sociale, quindi politica, dell’utero in affitto.

La maggioranza degli stati che consentono la maternità surrogata, tranne poche eccezioni, come abbiamo visto, permettono anche che quest’ultima si possa quantificare in denaro.

Si definisce un contratto nel quale la donna si impegna a portare avanti una gravidanza e cedere il bambino alla nascita ai “legittimi proprietari” in cambio di un compenso in denaro.

Ma chi può accettare un simile contratto? In generale mi chiedo: quale potrebbe essere la motivazione di una donna che accetta la richiesta di un estraneo a portare nel suo utero per nove mesi il suo bambino?

Sarà un preconcetto, ma è difficile immaginarla benestante, felicemente sposata con prole e con una bella professione e disposta ad accogliere per nove mesi un bambino trascurando magari figli, marito e lavoro!

Io penso, e credo di non discostarmi troppo dalla realtà dei fatti, che le donne disponibili a questa pratica semplicemente sono persone povere che “concedono” il loro utero per soldi.

E allora provo rabbia perché questo legittima la prepotenza dell’uomo ricco sul povero, legittima lo sfruttamento del corpo degli altri (come nella prostituzione) a fini economici; solo perché io sono più fortunato e ricco posso permettermi di pagare una donna che per necessità si deve sottomettere ai miei desideri!

Non importa se la coppia sia composta da omosessuali, un uomo solo, una donna sola o una coppia eterosessuale, qui è in gioco il principio più profondo della dimensione umana: la libertà, che purtroppo molto spesso si perde quando siamo in difficoltà e con essa si perde anche la dignità.

Nel mondo esistono milioni di bambini che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza, in orfanotrofi, brefotrofi, bambini sfruttati, violentati, senza cure e molto spesso anche senza cibo, mi chiedo: ma perché mai noi dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza?

Qui è in gioco quindi non solo la dimensione psicologica, ma anche e soprattutto quella di classe di appartenenza, la casta che mi legittima la spesa di oltre 100 mila euro per portarmi a casa “l’oggetto, oscuro, del mio desiderio”.

Anni di lotta di classe, comunismo, emancipazione economica e culturale buttati al vento.

Secondo me, prima ancora della destra ancorata ai tradizionali valori della famiglia si dovrebbero indignare gli uomini e le donne di sinistra, le femministe (ed infatti lo hanno fatto con diversi manifesti, come quello pubblicato da Libération e firmato da oltre 160 personalità), chi combatte le ingiustizie salariali, sociali, chi parla di uguaglianza di diritti: ecco perché ritengo che la mia riflessione non è, e non vuole essere, in nessun modo, una riflessione ideologica o di parte. 

È solo un corpo…

 
 

“Noi siamo esseri relazionali”

Arrivo quindi alla terza e ultima riflessione, quella psicologica, sulla pratica dell’utero in affitto.

La caratteristica più importante degli esseri umani, quella per la quale penso che valga veramente la pena vivere è che noi siamo esseri relazionali; fin dal concepimento siamo nati per amare ed essere amati.

Esistono innumerevoli studi che descrivono il profondo legame che si costituisce tra la madre e il bambino, ricerche che hanno dimostrato che il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre donne; lo stesso per l’odore del suo latte e alcuni tratti comportamentali.

Tutto è programmato affinché il bambino e la madre (in futuro anche il padre), si leghino tra di loro in nome di una protezione e un sano sviluppo.

Ricerche a parte, veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente?

Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?

Io, addirittura, mi spingo ancora oltre…

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo anche di coppie e mi è capitato di avere in terapia donne e uomini che provavano ad avere un bambino, e così ho potuto verificare personalmente che la relazione tra genitori e figli nasce ancora prima del concepimento.

Mi ricordo di una giovane donna che aveva deciso con il suo compagno, dopo un periodo di difficoltà, di avere un bambino.

Ho capito che il suo desiderio si stava consolidando dentro di lei quando mi ha iniziato a parlare di come si immaginava sarebbe stato questo bambino, lo prefigurava nella sua mente, si immaginava il suo viso, le serata passate insieme e molto altro.

Questi aspetti – i desideri, le fantasie, i legami, la costruzione di una maternità, la nascita e poi tutto lo sviluppo affettivo – sono solo alcuni degli elementi che ci rendono e ci permettono di rimanere umani nonostante il progresso e i nuovi diritti acquisiti.

Annullare queste spinte profonde vuol dire trasformare le persone in oggetti.

Naturalmente è chiaro che ci sono, come ho affermato prima, bambini che nascono in condizioni di grande disagio, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori adottivi affidabili, che si sono legati a loro con profondo amore, consentendogli di sanare la loro ferita.

La genitorialità si costruisce ed è proprio vero che un bambino si lega alla persona che lo ama, anche se non è il genitore biologico.  

Io però mio chiedo perché farlo nascere già con questa ferita?

Una cosa è sanare una ferita, altra cosa è crearla!

Riferimenti

Se volete approfondire il tema del mercato dell’utero in affitto, vi consiglio di leggere questo breve racconto di una giornalista, Monica Ricci Sargentini, che ha contattato un centro Californiano per la maternità surrogata, ecco il link: “Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri” https://goo.gl/Yiegrm

fonte: http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/psicologia-della-vita-quotidiana/utero-in-affitto-quell-oscuro-oggetto-del-desiderio/

La fragilità

La fragilità

Vittorino Andreoli

La fragilità è un valore umano.

Il fragile è l’uomo per eccellenza, perché considera gli altri, suoi pari e non potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende.

Vittorino Andreoli

Cambiare il sistema carcerario

Cambiare il sistema carcerario

Vittorino Andreoli

Credo che il carcere debba essere un luogo di rieducazione e avere, dunque, le caratteristiche delle istituzioni educative. Attente a tirar fuori dallo studente ogni elemento che gli permetta di diventare più utile alla società.

Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo.

Non appena viene tolto il gesso, c’è subito una voglia di correre e di correre contro la legge.

Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.

Vittorino Andreoli

Quelle insospettabili violenze

Quelle insospettabili violenze

no

di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

Ma più banalmente, vorrei dire a tutti che sarebbe ora di SMETTERE di usare la parola femminicidio.
Non esiste niente di più sessista di questo termine: quando si uccide una donna, è una persona alla quale si toglie la vita o solo all’appartenente ad una specie a sè stante dal genere umano?

Viviamo un ghetto comunicativo creato ad arte che mira a strutturare ghetti che difficilmente poi si scardinano e che a loro volta generano altri ghetti.

Che dire, poi, del fatto che il primo pensiero su una donna è legato alla sua avvenenza? Se non ci si crede, basterebbe parlare un po’ con quelle donne fuori dai canoni estetici prestabiliti dalla società, per capire quanto debbano faticare per guadagnarsi stima e rispetto in ogni ambito in cui si relazionino.

Ma pure le famiglie non scherzano. La bellezza è uno dei primi obiettivi cui tendono i nuclei famigliari verso una ragazza. Residua, quindi, un retropensiero più o meno inconscio, che senza bellezza non ci sarà incontro, quindi non ci sarà unione o matrimonio, quindi niente maternità, propaggine di una cultura ottocentesca mai morta che vedeva le figlie femmine come un capitale a perdere, atto solo alla riproduzione e da questo si può chiaramente intuire quale sia la concezione della famiglia italiana media sulle donne.

E delle pressioni che a causa di questo vengono esercitate? E l’autostima che non viene mai rafforzata adeguatamente in una ragazza, per non parlare poi di quando si traduce in disistima?
Indubbiamente rafforzare la personalità di una donna, significa che sarà poi più difficile piegarla ai dettami della società e del marito o della famiglia.

Ma è comunque vero che anche i ragazzi lo sentono come problema, quello della bellezza fisica, ma la società tende ad essere più benevola e tollerante verso un ragazzo meno belloccio rispetto a come si relaziona con una ragazza.

Non parliamo poi di quale sia il pensiero comune sulla libertà sessuale di una donna. E’ generalizzato che, se una donna ha una vita sessualmente e consapevolmente attiva, se ha molte relazioni nel corso della sua esistenza, c’è sempre anche se in minima parte, anche se non lo si dice a voce alta, una certa riprovazione.

Un uomo è un uomo, ha diritto di scegliere quante più partners perchè fa esperienza, una donna che si comporta allo stesso modo, “la dà all’ingrosso” quando il giudizio è, come dire, gentile.

La cosa sconcertante è che questo pensiero appartiene anche alle nuove generazioni, indistintamente, ragazze o ragazzi che siano.

Ci sarebbe poi da scrivere lungamente su come a tutt’oggi i rapporti uomo-donna siano determinati da equilibri instabili che ancora attingono ad una cultura che vede la supremazia maschile voler avere la meglio. E quando ciò accade, al di là delle soggettive convinzioni sull’essere a favore della parità, è di esercizio di potere che si parla, non certo di rapporti paritari.
Oggi molti uomini cercano una donna forte e consapevole ma poi pretendono che si uniformi e adegui al rispetto della figura maschile in quanto tale nel senso più ancestrale del termine.

Che per certi versi potrebbe anche starci, come concetto, ma quantomeno dovrebbe essere binario, ossia dovrebbe prevedere anche l’accettare che la propria compagna abbia i suoi meccanismi ancestrali che non sono solo regolati dalla biochimica del corpo ma anche da strutture mentali differenti senza per questo servirsene per continuare a denigrarla o per sminuirla.

Il senso è che ci vogliono forti ma poi molti temono che la nostra forza sia una sorta di dominio. Che spaventa, perchè evoca quello materno.

E adesso sarei pure curiosa di vedere le facce di molti tra quelli che stanno leggendo queste parole: il conflitto madre-figlio, il “male” assoluto.
In realtà un po’ esagero, ma nemmeno più di tanto perchè il condizionamento esiste ed è ancora preponderante anche nella sua ricaduta sul rapporto di coppia.

Non si contano i conflitti più o meno acclarati che una coppia vive a causa di questo perchè purtroppo non si contano le madri che esercitano un potere esclusivo sui figli maschi, madri che sono soffocanti la personalità di un uomo, che ne detengono un controllo feroce anche nell’età adulta, che non li svezzano mai, mantenendo vivo e pulsante un cordone ombelicale che diviene fortemente limitativo e persino castrante, che vede figure materne ergersi ad icone del martirio dal vago sapore mariano, pur di piegare la volontà dei figli maschi assoggettandoli ad un senso di colpa millenario.

Ed è così che una madre diviene conflitto ed è così che un figlio, il più delle volte inconsciamente, vedrà in ogni donna una potenziale rappresentante di quel modello di madre-matrigna.

Ed è così che una donna forte che un uomo si sceglie per compagna, diviene un potenziale nemico. Talvolta fino a slatentizzare vere e proprie patologie che radicano nel dominio e che, allo stesso tempo, attingono dal dominio e fino alle estreme conseguenze.

L’altra faccia della medaglia, invece, è quella di chi per almeno un trentennio ha creduto che emanciparsi significasse, come donne, di farsi trattare al pari di come vengono trattano gli uomini. E, negli ambienti di lavoro, questo meccanismo ha rivelato tutti gli aspetti perversi dei modelli che ci hanno propinato.

Io, invece, rivendico la mia specificità di donna ed esigo di avere il diritto di affermare di esserlo esprimendo la mia autenticità e la mia libertà di essere ciò che sono, nel mio femminile e nel mio maschile, ma altrettanto esigo il diritto ad essere riconosciuta e protetta, nel mio desiderio di maternità.

Perchè dico questo? Perchè gli ultimi 30 anni hanno dimostrato che siamo diventate uomini rimanendo donne, ma giusto per un bisogno imposto da una società predatrice di diritti in cambio di omologazione.
E ci siamo trovate così, senza nemmeno rendercene conto, a fare bambini che poi non possiamo crescere e ci convinciamo che sia giusto così, a danno dei bambini stessi e a danno del nostro bisogno di esprimere il nostro materno.

Ma la cosa paradossale, è la guerra che ci fanno le donne stesse, quelle che hanno assunto con orgoglio e in tutto e per tutto, il ruolo maschile all’interno della società, e che quando affermi di voler crescere tuo figlio almeno fino all’anno e mezzo, ti tacciano di essere “mammona”.

Povere, mi fanno quasi compassione, per come hanno perso la loro identità pur di sanare le loro frustrazioni e appagare le loro ambizioni o per un insano senso di rivalsa, perchè in realtà non sanno che è l’esatto contrario, ovvero che se è ad avere un figlio indipendente affettivamente e non, che si tende, allora gli si dovrà dare il tempo di maturare quel distacco necessario e che questo richiede tempi specifici di maturazione nella crescita emozionale di OGNI bambino.

E siamo state, così, sfruttate due volte: come esseri umani e come donne che non hanno MAI potuto esercitare il diritto di scegliere di essere se stesse.
E siamo state costrette, così, a piazzare i nostri figli di qui e di là nelle varie strutture che la società ancora ci fornisce, parcheggiandoli come pacchi postali pur di far fronte alle necessità lavorative, sentendoci in colpa verso i figli, in colpa verso una società estremamente esigente ma anche giudicante e frustrate nel non poter vivere serenamente la maternità.

Ci parlino pure del lavoro, le tante che hanno stuoli di tate, baby-sitter, colf e varie altre figure sostitutive, ma la realtà dei fatti è che non è negando se stesse che ci si afferma. E va detto pure che, mediamente, le donne non hanno la possibilità economica di farsi coadiuvare nel proprio vissuto quotidiano e che la sola risultante, alla fine, è quella di vivere una condizione di sfruttamento che non ha eguali e una negazione continua di sè in nome di un’emancipazione fittizia, oserei dire manipolatoria, per come ci è stata concessa e venduta dal sistema.

La cosa tragica, in tutto questo, è che non siamo minimamente consapevoli dei perchè.

Poche donne, purtroppo, si rendono conto che ogni manifestazione della violenza quotidiana che una donna subisce, mira alla destrutturazione della forza della donna stessa.

Lo diciamo tutte perchè tutte siamo sicure che la forza, la resistenza, la capacità di sopportazione della fatica e del dolore, in una donna sono elevatissime.
Altrettanto sappiamo tutte che è una donna quella che in generale riesce a far fronte a casa, lavoro, figli, famiglia originaria e non.

Sappiamo tutte che la vera forza, il vero traino sociale è proprio la donna.
Ma non siamo abbastanza consapevoli che solo piegandoci diventiamo “governabili” per la società. Una società che il sistema erige a sua immagine e somiglianza, in cui, quindi, lo sfruttamento e l’annichilimento di una forza potenzialmente pericolosa per il sistema di potere, è il suo fine primo.

Una società, dunque, in cui la cultura patriarcale è uno dei meccanismi più distruttivi che appartengono ad un’economia come la nostra, ossia il capitalismo.

Non va mai mai mai dimenticato, inoltre, che la prima forma comunitaria con cui veniamo a contatto, è proprio la famiglia e che questa, da sempre, è funzionale al sistema nel generare individui conformi al tipo di società che il potere si prefigge di ottenere.
Dunque è lecito dire che se lo sfruttamento e l’annichilimento di un uomo è importante, quello di una donna è essenziale.
Ed è proprio la famiglia a creare i presupposti giusti per l’ottenimento di un certo modello sociale, specie nei confronti delle donne.
Si comincia quindi dal particolare per passare all’universale.

Infatti, una figlia che non si ribella è manipolabile per i bisogni genitoriali, di qualsiasi natura siano, e sarà più “mansueta” per il marito, più abituata a rassegnarsi che “tanto gli uomini sono così” – altra forma di sessismo feroce e di manipolazione che mortifica anche gli uomini – quindi più gestibile una volta inserita nel sistema e basta provare a pensare in ambito lavorativo, ad un soggetto remissivo, per capire quali saranno gli effetti.

Una figlia che ha poca autostima, difficilmente sarà assertiva e quindi non eserciterà facilmente il suo diritto ad autodeterminarsi, con tutto ciò che comporta. E nell’ambito della società e delle istituzioni o verso l’autorità costituita, altrettanto difficilmente sarà ribelle e oppositiva a ciò che vuole negare il suo diritto all’affermazione di sè.

Una figlia che ha bisogno della conferma sociale, è una persona che si piegherà più facilmente ai voleri della propria famiglia, a quella del compagno/marito ma anche della società, quindi anche del datore di lavoro che la sfrutta o la mobbizza.

Una figlia che non ha raggiunto la sua libertà sessuale è una figlia che non avrà mai il pieno possesso del suo corpo e quindi del suo piacere, che non sarà consapevole fino in fondo del suo essere persona, padrona della sua esistenza, che non sarà mai libera fino in fondo di essere se stessa e libera di ribellarsi e di esercitare una scelta consapevole.

Non sarà quindi, nemmeno mai una madre libera che cresce figli a loro volta liberi.

Riflettiamo, dunque, ogni qualvolta affermiamo un pensiero verso una donna se quel pensiero è realmente scevro da condizionamenti e pregiudizi che alimentano il modello patriarcale.

Perchè spesso il grande male si annida nelle piccole e apparentemente insignificanti cose che compongono il nostro quotidiano, quelle che sovente, noi società,  non consideriamo come violenze perchè guardiamo alla violenza come a qualcosa di eclatante senza considerare, invece, che chi ci domina ha bisogno di nutrirsi soprattutto della nostra inconsapevole violenza, rendendoci, così, drammaticamente e inconsapevolmente complici.

 

(immagine dal web)

Analisi di una strage

Analisi di una strage

isis1

di Alice CARELLA

Sono passati alcuni giorni dall’attentato di Parigi ed io ancora mi sento confusa e frastornata. Mi sono limitata a condividere post su Facebook e fare copia e incolla di pensieri altrui ma non sono riuscita a scrivere un mio pensiero.

Forse perché non ne ho. O forse perché ne ho troppi. Non sono riuscita nemmeno a commentare quei post superficiali e xenofobi condivisi e scritti da alcuni miei contatti.

Questa mattina mi sono resa conto che era arrivato il momento di riordinare le mie idee e cercare di fare un’analisi personale ma il più possibile obiettiva dei fatti avvenuti. Sono una psicologa. Come tale non posso permettermi di dare un parere che non faccia riferimento a fatti precisi e condivisi. Mi devo attenere alla verità. Ma qual è la verità? Non ne esiste una sola.

I francesi hanno la loro ma anche i terroristi ne hanno una che, seppur difficile da capire, è meritevole di essere considerata.

Considerando la complessità della situazione, cercherò di fare un’analisi priva di giudizio. Tuttavia, non cadrò nell’ errore di schierarmi da una parte piuttosto che dall’altra ma cercherò di considerare quei meccanismi psicologici che sono alla base di questi eventi.

Primo. “I terroristi sono tutti matti”.

Questa è una frase che leggo molto spesso in questi giorni. Valutazione del tutto superficiale e priva di fondamento.Cosa significa in termini pratici essere matti? In psicologia il “matto” non esiste. Pensate che nel “dizionario internazionale di psicoterapia” non esistono neanche i termini “pazzo” e “folle”.

Questi sono due costrutti che rientrano all’interno di patologie serie come la psicosi, la schizofrenia e così via. Sicuramente i responsabili degli attacchi terroristici presentano una qualche patologia grave dovuta a un trauma.

Su questo non ci piove.Lo scorso anno ascoltai l’intervista fatta da una giornalista de “Le iene” a uno dei capi di un gruppo estremista islamico: egli raccontava di aver visto torturare un amico fino alla morte e che lui era riuscito a fuggire per miracolo. I responsabili? Noi. Per noi intendo i grandi paesi, quelli industrializzati, civilizzati. Ora, devo spiegare cosa può provocare un’esperienza del genere nella mente di un essere umano?

Provo a fare un esempio parallelo sperando di non andare fuori tema.

Se un bambino o un giovane subiscono una violenza o meglio una serie di violenze continue nel tempo, è molto probabile che in etá adulta questo stesso ragazzo userà lo stesso modus operandi con un’altra persona.

Obiettivo: far provare all altro ciò che ha provato lui. Non fa una piega. Ovviamente questo succederà se la persona non avrà quelle risorse necessarie per elaborare il trauma. È ovvio che nei paesi musulmani dove la prima regola è “cerca di salvarti la vita”, il lavoro sui traumi infantili è del tutto irrisorio.

Morale della favola: questi terroristi hanno subito nella loro vita traumi continui che non hanno elaborato e che sono diventati delle vere e proprie bombe. Consideriamo poi che questo tipo di esperienze sono vissute da molteplici persone con il risultato di una psicosi sociale: ognuno sostiene e alimenta il trauma dell’altro.

Secondo: “i musulmani sono cattivi e noi siamo i buoni“. Se i terroristi islamici soffrono di una evidente psicosi, i nostri cari Capi di Stato non sono da meno. Ipotizzo un disturbo narcisistico con presenza di un meccanismo di difesa caratterizzato da onnipotenza, scarsa autostima e bisogno di sentirsi superiore al resto del mondo.

Aggiungo, spiccata tendenza alla manipolazione che si evidenzia nella capacità di rigirare la verità a proprio favore. Proprio ieri ho condiviso lo stato di un ragazzo il quale diceva che l’aspetto nevrotico di tutta questa situazione è che il governo francese ha fatto passare l’attentato di venerdì come un atto terrostico e la reazione della Francia sulla Siria come una difesa quando, in realtà, questa azione militare francese, rappresenta proprio il contrario!

Tutto questo discorso non vuole essere una giustificazione ai loro atti ma sicuramente è una prima e semplice analisi del problema.

Davanti a persone che usano violenza perché  è l’unica modalità relazionale che conoscono, usare altra violenza è del tutto controproducente; non si fa altro che reiterare il trauma ed aggravare il problema.

Purtroppo la nostra società odierna utilizza molto poco l’analisi psicologica per comprendere fatti di questo genere e anche i Grandi della Psicologia si sono occupati molto poco di questi temi.

Usare la psicologia in questo settore può servire per comprendere alcuni meccanismi sottostanti a tali eventi e a comportarsi di conseguenza.

Non vuole dare alcuna giustificazione. Non si dà alcun giudizio.Ci si mette nei panni dell altro e si cerca di comprendere il suo punto di vista. D’altra parte che alternativa abbiamo?

Quale spiegazione vogliamo dare ai nostri bambini che sono il futuro?

Che quei brutti ceffi dalla pelle scura sono dei matti?

Dimensione carattere
Colors