LAVAGNA, GESSETTI E FANTASIA NELLE MANI

LAVAGNA, GESSETTI E FANTASIA NELLE MANI


di Claudia PEPE

Il futuro della scuola è digitale: lo ha ricordato la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Le tecnologie per il nucleare costituiscono un “patrimonio assolutamente prezioso e strategico per lo sviluppo, la crescita e la competitività del Paese.

L’uso a scuola delle nuove tecnologie deve compiersi non solo nell’ora di informatica, ma deve abbracciare la didattica e la formazione a trecentosessanta gradi.

Cade il tabù dei telefonini in classe, così si legge su Repubblica di ieri, e Fedeli ribadisce che si instaurerà “una commissione ministeriale” per varare “le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula”. “Il telefonino in mano a un 13enne è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata”. Quindi “se guidati da insegnanti preparati e da genitori consapevoli” i ragazzi “potranno imparare attraverso un mezzo che gli è familiare: internet”. Queste sono le nuove direttive del Ministero.

Siamo tutti tecnologici, tutti informatici, tutti con il pensiero computazionale, tutti pronti a usare dei nuovi strumenti per migliorare la nostra didattica e la formazione dei nostri ragazzi.

Quello che mi fa più ridere girando nei vari gruppi di insegnanti su Facebook, è l’immagine che ha postato la mia amica Samuela Oddo Giulio, che fa parte del gruppo Professioneinsegnante.it, che spiega in maniera chiara e precisa la situazione della Scuola Italiana.

Samuela entrando in classe ha trovato una vecchia lavagna. Non ha trovato né LIM, né computer, né collegamento wifi. Nulla. Lavagna di ardesia, cancellino e gessetti. Questa è l’immagine della “Buona Scuola”, alla faccia del presente e futuro. E questo è quello che quasi tutti noi insegnanti troviamo entrando in classe.

Quando va bene traviamo una lavagna LIM: ma la connessione ci sarà? Il collegamento wifi esiste o dobbiamo aspettare mesi perché arrivi un tecnico? Dovremo aspettare un bando per avere una rete che colleghi in tutte le classi? E veramente le LIM sono in tutte le classi, oppure è solo il fumo d’arrosto da vendere ad un pubblico ignorante?

Samuela ha fotografato la lavagna in ardesia, quelle che ricordiamo nelle aule di De Amicis, quelle lavagne che abbiamo tanto amato nel libro: “Cuore”. Lavagne che hanno visto passare la nostra fanciullezza e tutta la nostra vita scolastica. Ma tutta questa innovazione digitale, è molto lontano dalla nostra vita scolastica.

Un potere che non conosce la Scuola, e che vorrebbe sviluppare un pensiero alternativo, una didattica basata su tecnologie. Un potere bravo a narrare una favola immaginaria, un potere che pubblicizza, ma che continua a non entrare nelle nostre classi.

Queste bellissime lavagne del 1800 hanno il loro fascino, ma più per il mercato dell’antiquariato che per noi insegnanti.
Il MIUR, dovrebbe essere a conoscenza che di fatto non abbiamo un pc per classe, che in tante scuole ci sono solo due LIM per 120 alunni, e strutture che potrebbero risalire alla prima Guerra Mondiale. La “Grande guerra” che ancora sembra non finire.

Ma c’è un lato piacevole, sono perfette per un Museo.
Abbiamo ancora la lavagna di Mussolini, gessi in dotazione razionati, e fotocopie misurate.
La carta per stampanti, quando la stampante funziona, la si porta a turni tra insegnanti, il toner arriva a provocare un orgasmo quando arriva, e la carta igienica deve essere economizzata. Se qualcuno soffre di gastroenterite, è meglio che si faccia una scorta al supermercato.

Ma aldilà di questi piccoli problemucci, abbiamo scuole che non hanno il certificato di agibilità, non sono antisismiche, banchi tarlati, banchi che da quando fu costruita la scuola sono sempre gli stessi.

Mentre gli studenti crescono e assumono posizioni non salutari, abbiamo arredamenti del dopoguerra e il governo parla di smartphone!
Dovremo pensare in primis alla salute dei nostri studenti, a rinnovare aule brutte prive di ogni personalità.

E riteniamoci fortunati se il soffitto non cede e gli intonaci non si crepano.
Questa è la Buona Scuola nella realtà: cattedre sguarnite, ragazzi che aspettano ancora i loro insegnanti, cattedre di sostegno vuote, registri elettronici in cui devi trovare il punto G per avere la connessione.
E il bello che poi qualcuno vuole giudicare noi insegnanti e la nostra professionalità.

Riteniamoci fortunati se non troviamo la carta dell’Europa con ancora disegnata tutta l’URSS.
Le classi 2.0, 3.0, 4.0, ma basta!
Noi vorremo solo lavorare, se volete lasciateci le lavagne di De Amicis, lasciateci quella bella scuola che ha fatto dell’Italia un modello per tutto il mondo.

Non parlate più di smartphone.
Dateci gli insegnanti, dateci quei professori che sono ancora nelle GAE ad aspettare il loro turno da anni, dateci insegnanti di sostegno, dateci la nostra Scuola.

A questo punto diciamo che io opterei per diventare una bella Onlus. Ma sì. Ci facciamo adottare a distanza con una frase ammiccante come: «Chiamate lo 00000, adotta una scuola: se la incontri ne rimarrai stupefatto. Non contagia e se la conosci previene tutti i mali dovuti all’ignoranza e alla stupidità umana».
Oppure: «Chiama anche tu diventa un fan della scuola pubblica, la nostra vita dipende da voi».

Finiremo di cercare opposizioni alla connessione. E finalmente faremo gli insegnanti.
Con un libro, una penna e la fantasia nelle mani.

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