MODE FASCISTOIDI E PESTE NERE

MODE FASCISTOIDI E PESTE NERE

Nostra storia

di Turi COMITO

C’é questa moda, da qualche anno in qua, per cui si fanno battute sul primo maggio del tipo: “festa del lavoro? Ma quale lavoro che il lavoro non c’è?”, “Sindacati? Parassiti che per difendere pochi privilegiati affamano una generazione di giovani” e via ironizzando/insultando.

Come quell’altra moda per cui la festa della Liberazione è invece la fine dell’indipendenza, della sovranità, italiana.

È una pratica, molto diffusa anche in certi ambienti di sinistra, fascistoide.

Non importa quanto consapevole o meno. Perché per essere fascisti non c’é bisogno di avere in tasca la tessera del PNF.

È sufficiente avere una subcultura politica e storica raffazzonata, qualunquista, autoritaria, fondata sul nulla di concetti nulli come “sacralità nazionale”, “sono tutti uguali e tutti ladri” e poche altre scemenze del genere.

Vale forse la pena, vista la deriva cui si assiste, segnalare qualche elemento per un minimo di chiarezza.

La festa del primo maggio non è una festa nata ieri mattina per prendere per il culo disoccupati e inoccupati giovani o vecchi che siano.

È una festa laica in cui invece che ricordare santi improbabili o vittorie di guerra di stati su altri stati (fatte, come noto da carne da macello di poveri cristi), si celebra il riscatto del lavoro salariato dalla condizione di schiavitù in uso fino a poco tempo fa in Occidente (e ancora oggi in consistenti parti del mondo) e il passaggio alla condizione di attività umana coperta da diritti e da tutele.

Prima del riscatto, avvenuto quasi tutto e quasi ovunque tra il secondo dopoguerra e gli anni settanta, la festa del lavoro era il luogo morale in cui i partiti di sinistra e il movimento sindacale si ritrovavano per dare forza alle battaglie di emancipazione degli schiavi salariati (operai o braccianti che fossero).

Con il 25 aprile non si festeggia l’arrivo della truppe americane sul “sacro e inviolabile suolo patrio”, ma la fine dell’incubo totalitario nazifascista.

Ora, che la destra nazi-fascio-nazionalista – comunque denominata e comunque camuffata da partiti sovranisti (anche nella loro dimensione localistica/indipendentista) – la pensi in maniera diversa è del tutto comprensibile e ragionevole.

Che tale, insalubre, maniera di considerare queste cose venga presa pari pari da certi sedicenti rivoluzionari di sinistra pur di dare addosso alle orde liberiste finto democratiche è la prova provata che siamo davanti al collasso intellettuale di questi “rivoluzionari” e che costoro pur di dimostrare al mondo la loro minuscola (in tutti i sensi) esistenza, non esitano ad andare a rimorchio di ideologie che dovrebbero considerare alla stessa maniera della peste.
Nera, nella fattispecie.

 

 

 

NI PATRIE, NI PATRON, NI LE PEN, NI MACRON!

NI PATRIE, NI PATRON, NI LE PEN, NI MACRON!

Manifestazione Francia

QUESTO ACCADEVA GIORNI FA A PARIGI ed è continuato fino a ieri. Questo è stato il loro 1° Maggio.

Contro le elezioni francesi, gli studenti hanno risposto scandendo questo slogan: 

“Ni Patrie, Ni Patron, Ni Le Pen, Ni Macron” 

Sono scesi in piazza e continuano da giorni.
La polizia lancia lacrimogeni e reprime, gli scontri proseguono.
Gli studenti non arretrano.

La “Generation Ingouvernable” insiste e non si rassegna al mantra del votare il meno peggio e al grido: “Siamo tutti antifascisti!”

 

Video: Dinamo Press 

Ni Patrie, ni patron, ni Le Pen, ni Macron - manif studentesca...

ORA A PARIGIScontri tra studenti e polizia durante la manifestazione chiamata dai movimenti contro le elezioni francesi. Al grido di "Ni Patrie, Ni Patron, Ni Le Pen, Ni Macron" in migliaia sono scesi in piazza: la polizia ha lanciato gas lacrimogeni sulla folla, che adesso è bloccata in una nasse e non può muoversi. Altre manif sauvage si muovono però nella città, replicando quanto è successo la notte dopo le elezioni, che ha visto diversi e numerosi cortei snodarsi nelle strade. Dopo la prima #NuitDesBarricades di domenica notte, la Generation Ingouvernable torna in strada e continua le mobilitazioni. P.S. dai cortei si grida "Siamo tutti antifascisti" 😉

Pubblicato da DINAMOpress su Giovedì 27 aprile 2017
PAPA’, COS’E’ IL PRIMO MAGGIO?

PAPA’, COS’E’ IL PRIMO MAGGIO?

Buon Primo maggio

di Antonio CAPUANO

Sono qui che come ogni anno mi accingo a guardare in TV il Concertone del 1° Maggio(lo so, lo so…ma sono un nostalgico e certe abitudini, anche televisive, restano) mi immagino tra qualche anno con mio figlio che comincia a diventare grande, mi si avvicina e chiede “cos’è il 1° Maggio?”.

“Lavorare per vivere, non vivere per lavorare”, è la prima frase che mi viene in mente.

Vedi figliolo, il 1° Maggio non è solo la festa dei lavoratori contro i padroni.

Questa dicotomia storica è solo una delle degenerazioni del fenomeno, figlia della cultura Capitalista.

Altrimenti in un periodo storico in cui il lavoro non esiste e la crisi e il mercato hanno nettamente sfumato i ruoli, le piazze sarebbero vuote e questa giornata non avrebbe ragione d’esistere, come dicono tutti coloro che non ne capiscono il valore.

Il 1° Maggio è una giornata in cui dobbiamo celebrare il diritto di vivere appieno la vita e non il lavoro, è ora che il lavoro torni ad essere una parentesi e smetta di rubarci la vita con orari assurdi e stipendi da fame.

È una domenica passata allo Stadio per tornare bambini e non dietro la cassa di un supermercato per sopravvivere a pochi euro all’ora.

È una serata in famiglia passata a tavola con i propri cari senza diversi addormentare dopo 12 ore di lavoro a condizioni massacranti.

È poter fare progetti e programmi sulla propria vita che non si limitino al dover sopravvivere da un mese all’altro.

È sapere che la vita non finisce con l’età pensionabile e che un anziano non è un morto o un peso.

È il diritto di sentirsi compiuti, felici, realizzati, indipendenti.

È il diritto ad avere più tempo possibile da dedicare alla vita e non al lavoro.

È il diritto a non dover rinunciare ad un viaggio, ad una casa, ad un matrimonio, ad un figlio e ad una famiglia perché “non hai tempo” o “non te lo puoi permettere”…

Insomma, il 1° Maggio non sarà mai una festa inutile ed anacronistica, almeno finché l’uomo non avrà smesso di amare la vita e vorrà continuare a viverla appieno.

Figliolo, non vedere mai il “nemico” o “l’inutile” in un uomo che festeggia o si batte con passione per i propri diritti, anche se quei diritti non sono i tuoi.

Altrimenti in una società fatta di singoli ti troverai da solo nel momento del bisogno e soprattutto non si potranno mai sovvertire le ingiustizie.

Ricorda che neanche il più forte degli uomini può cambiare il mondo da solo, ma il più forte dei popoli si…

Tutto questo è il 1° Maggio figliolo.

Ossia la coscienza che tutti hanno diritto ad essere felici e che fin quando anche un solo uomo sarà infelice, non potremo smettere di ricordare questo giorno e avremo sempre il dovere di lottare.

“Papà scusa ancora, ma è vero che non possiamo cantare Bella Ciao perché è anacronistica?”.

“Cosa dici, certo che possiamo figliolo. La storia va letta, analizzata ma mai cancellata perché senza radici qualsiasi albero muore…”.

Cantiamola insieme.

#PrimoMaggio

LA DISOCCUPAZIONE E’ UNA STALKER IMPIETOSA

LA DISOCCUPAZIONE E’ UNA STALKER IMPIETOSA

Stalker

In questi giorni sto leggendo un libro dove la protagonista è vittima di uno stalker impietoso e violento.

Al di là della trama a tratti prevedibile (nulla di aulico, è solo l’ultimo libro di Nicholas Sparks), ad un certo punto i comportamenti e la psicologia dello stalker che vengono descritti in alcuni passi mi hanno fatto suonare nella testa un campanello di riconoscimento.

Il parallelismo è giunto improvviso e inevitabile: la disoccupazione è come una stalker, impietosa, violenta e che non fa prigionieri, solo vittime.

Pensiamoci insieme:

La disoccupazione si innamora di te, e decide di non lasciarti mai più: nella sua mente malata, tu e lei siete destinati a restare insieme per sempre, fino a che morte non vi separi. Della disoccupazione, infatti, e in particolare dello stato mentale che essa porta e comporta, si finisce per non liberarsi mai. Anche nei periodi di “lavoricchi”, la disoccupazione è lo spettro, la compagna di vita che non ti abbandona neanche per un momento.

La disoccupazione ti isola: esattamente come uno stalker geloso (e come certi amanti/amori distruttivi), la disoccupazione ti isola, perché da solo sei più debole ed è più facile “nutrirsi di te”, delle tue paure, angosce, negatività, del tuo terrore, della tua impotenza e rassegnazione.

Da solo sei più controllabile, e ti viene meno voglia di rompere il circolo vizioso: se sai che devi farlo da solo, che nessuno ti aiuterà, finirai per non farlo mai, e convincerti di non averne le forze, le capacità, il coraggio.
La disoccupazione ti fa sentire impotente e inabile: la disoccupazione passa, ore, giorni, mesi, anni a sussurrarti all’orecchio che “non sei abbastanza, non vali niente”, nessuno ti vuole e ti vorrà mai, tranne lei. Alla lunga, la disoccupazione riesce a piegarti, a convincerti che davvero non vali nulla ed è per quello che ti trovi nella situazione in cui ti trovi. Anzi, è per quello che ti meriti la disoccupazione. E nessuno può aiutarti, una volta che ti ha preso/a di mira. Né le istituzioni, né la famiglia o gli amici… nessuno. Punto 2: sei solo, con la disoccupazione, ovviamente.
La disoccupazione ti affama: ecco, non arriva ad ammazzarti il cane e il gatto, ma ad affamarti, quello si. ogni giorno, tutti i giorni, psicologicamente e fisicamente, di affetti, speranze, sogni, possibilità, la disoccupazione ti affama e si nutre della tua fame, provando un piacere perverso nel vederti dibattere nella sua rete e soffrire.
La disoccupazione ti rovina la vita: in poche parole, è questo che fa. Nulla cresce, dopo la disoccupazione, se gliela lasciamo vinta. Nessuno esce dal tunnel se, dando retta alla disoccupazione, ci si sistema alla meglio e comincia ad arredarlo.
La disoccupazione quindi finisce per ammazzarti? Come quegli stalker che fanno fuori le loro vittime alla fine di una escalation di terrore e orrore? E non c’è soluzione?

In alcuni casi si, è la risposta alla prima domanda: di disoccupazione si può anche morire. E in alcuni casi no, la disoccupazione a volte è anche uno stalker paziente e terribilmente vizioso, capace di trascinare il proprio “gioco” per anni e anni e anni.

E non c’è soluzione? Alle volte credo di si, altre credo di no.

Il più delle volte penso che dipenda da ognuno di noi, ma che la chiave di volta per superare tutto, sia il classico “non mollare mai”.

Perché diciamolo, quali altre alternative abbiamo?

La disoccupazione è uno stalker dalla lunga memoria, e, come ho già detto, non si dimenticherà mai di noi.

fonte: https://giovanecarinaedisoccupata.wordpress.com/2016/03/24/la-disoccupazione-e-una-stalker-impietoso/

NO FUTURE

NO FUTURE

 

di Maria G. DI RIENZO

“La domanda di stabilità appare chiara nel riferimento alla famiglia, come principale istituto di tutela. La famiglia. Assai più del sindacato e delle associazioni di categoria. Ma anche dello Stato e degli enti locali. La famiglia. (…) la famiglia. Polo di solidarietà intergenerazionale. Che tiene uniti genitori, figli. E nonni.” No, non è un’analisi dei legami di mafia.

E’ un esempio della prosa rapsodica – continui stop and go arbitrari in lingua italiana ma che forse costituirebbero un buon tessuto per un brano jazz – di Ilvo Diamanti tratto da un suo pezzo del 1° maggio del 2016.

In esso commenta l’ennesimo sondaggio che dà tre quarti degli italiani scettici sulle magnifiche sorti dell’Italia in ripresa, nonostante le “indicazioni fornite dalle statistiche dell’Istat e rilanciate dal premier Renzi”: “Oltre 7 persone su 10 pensano che non sia vero. Che l’occupazione non sia ripartita. Solo l’8%, invece, ritiene che il Jobs Act abbia funzionato.”

Perché. Lo. Pensano? Sono forse. Stronzissimi antirenziani. Oppure. Li paga. Il NWO? Non so che effetto facciano a voi queste frasi asmatiche, ma a me duole il diaframma. Ordunque: potrebbe essere che non lo pensino perché non hanno visto alcuna ricaduta positiva del “Jobs Act” nelle loro esistenze?

Lo stesso giorno in cui Diamanti scrive, il capo dello Stato italiano Mattarella dice pubblicamente che nel nostro Paese “l’occupazione dei giovani è più bassa della media europea”, che la “generazione più istruita di tutte quelle precedenti (…) è posta al margine proprio dalla società e dal mercato che pretendono più conoscenze e più saperi” e parla delle difficoltà di chi vive da precario ecc.

In piazza per la Festa dei Lavoratori, sempre il 1° maggio, Susanna Camusso (CGIL) dice dei “tagli e dei disinvestimenti” rispetto al lavoro in Italia, parla della governativa “richiesta di superare i contratti nazionali” e dell’ “idea di peggiorare sempre la condizione pensionistica”, e anche lei menziona il fatto che “un giovane su tre non trova prospettiva di lavoro in Italia, al netto di quelli che hanno già fatto le valigie e sono andati all’estero”, dichiarando infine che la disoccupazione è “la vera emergenza del Paese e tuttavia il tema è continuamente svalorizzato: basta pensare ai dati della precarietà, ai numeri insopportabili sui voucher e anche agli infortuni e alle morti che sono tornate a crescere”.

Sembra infatti che per il momento gli unici lavori aumentati grazie al genio di Renzi siano quelli definiti “informali” e cioè il precariato e il lavoro in nero. E’ difficile progettare e proiettarsi nel futuro quando non si sa se domani si ricadrà nella disoccupazione; è difficile restare in Italia se si ha la possibilità di andarsene e di trovare un impiego decente e stabile all’estero, e se in Italia si resta è quindi ovviamente difficile staccarsi dalla famiglia di origine e condurre una vita indipendente: senza soldi, diceva la mia nonna materna, non si cantano messe.

L’incertezza agita la nostra società, chiosa (a singhiozzo) Diamanti: “Due italiani su tre ritengono inutile, oggi, affrontare progetti impegnativi, perché il futuro è troppo incerto e rischioso. Così, meglio concentrarsi sul presente. Cercando stabilità. Radicamento. (…) Così i dati di questo sondaggio trovano un senso, comunque, una convergenza. Intorno all’incertezza generata dall’eclissi, se non dalla scomparsa, del futuro.”, ma i giovani “Sono globalizzati, di fatto. Mentre i genitori e la famiglia, garantiscono loro un riferimento sicuro. Un posto dove tornare. Per poi partire di nuovo.

Anche per questo, i giovani hanno meno paura della disoccupazione e della precarietà, rispetto alle generazioni più anziane. Anche se ne sono particolarmente colpiti. E appaiono meno preoccupati dei tempi dell’età pensionabile, che si allungano. I giovani. Non hanno “nostalgia” del futuro. Perché il futuro è davanti a loro. Mentre gli adulti e gli anziani il futuro ce l’hanno alle spalle.” Fine dell’articolo – rullo di tamburi – voce cavernosa che sale dagli inferi: 

Hai più di trent’anni (adulti e anziani)? Il tuo tempo è scaduto!!!

Dopo aver preso un paio di boccate dalla bombola di ossigeno – Come cazzo. Si fa. A scrivere. In questo. Modo. Persino le virgole. Sono buttate. A caso. – ho toccato ferro, fatto le corna e cercato quadrifogli… Il futuro è eclissato o non c’è, ma comunque io ce l’avrei alle spalle?

Beh, le generali aspettative di vita nel mio Paese e per il mio genere mi danno altri venticinque anni abbondanti: tempo sufficiente a scrivere qualche altro libro, allevare qualche altro gatto, imparare qualche altra lingua, conoscere qualche altra amica, fare un altro po’ di femminismo.

Se Diamanti pensa che starò seduta sulla soglia di casa a sospirare attendendo il Tristo Mietitore si sbaglia.

Infine: santo cielo, è logico che a essere più preoccupati siano la mamma e il nonno a cui questi giovani devono far continuo riferimento anche se non vogliono, anche se preferirebbero costruirsi una propria vita e non pesare sui familiari. Mamma e nonno guardano indietro e pensano: Alla sua età io ero indipendente e avevo formato una famiglia mia; poi guardano avanti, non vedono prospettive per le creature che hanno allevato e pensano: Cosa farà lei/lui quando noi non ci saremo più? 

Altro che nostalgia, mister, questa è l’angoscia per cui dobbiamo ringraziare la correttezza e la giustizia e l’avvedutezza con cui si governa il nostro Paese.

P.S. Sembra di essere tornati al 1977 – “God save the Queen”, Sex Pistols.

Ripetete con me: No future, no future, / No future for you / No future, no future, / No future for me…

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2016/05/02/no-future/

 

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