IL SINDACATO SIAMO NOI LAVORATORI

IL SINDACATO SIAMO NOI LAVORATORI

sindacato-lavoratori

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

In questi giorni, in cui la strage di lavoratori è stata agghiacciante a causa delle riforme del governo PD al soldo del neoliberismo europeo, la riflessione sul sindacato si impone con forza.

Proprio la rappresentanza sindacale che non c’è più, proprio la difesa dei lavoratori e la lotta del sindacato che non ci sono più, proprio la stessa coscienza di classe che non c’è più, hanno consentito al padronato ogni abuso fino al punto che si generassero quelle morti.

Il sindacato sono i lavoratori o, per lo meno, questo dovrebbe essere visto che sono essi stessi a dare vita al sindacato in tutte le sue espressioni fino ad eleggere il proprio delegato sindacale.

Un concetto che imparai alla fine degli anni 80 quando frequentavo la scuola sindacale di Ariccia e lo stesso  concetto lo sentivo ripetere da mio padre negli anni, sin da quando ero bambino, da lui semplice operaio.

Dovrebbe essere così, ma qualcosa non ha quadrato soprattutto a partire dal 1989 quando si decise di chiudere quella scuola per motivi finanziari: troppo costosa a fronte di un sempre minore tesseramento e dalla fine della funzione di “cinghia di trasmissione“ che aveva col PCI da un lato e per la sempre minore fiducia dei lavoratori nelle organizzazioni sindacali per motivi “morali” dall’altro.

Come diceva Berlinguer, è l’uomo a fare il partito e ciò avrebbe dovuto essere anche per il sindacato, ma tant’è.

Una decina dopo, ne capii i motivi “morali” ancora meglio. Partono dalla “moralità” stessa di molti lavoratori, ma soprattutto dalla coscienza di classe che è ciò che è venuto a mancare ed ha fatto una enorme differenza.

Quello che ho visto e ho vissuto mi ha fatto comprendere i veri motivi per i quali la funzione dei sindacati è venuta meno, fino ad arrivare all’oggi dove essi sono ridotti a meri uffici di mediazione senza averne più ne le caratteristiche originarie e la funzione di tutela dei diritti dei lavoratori se non in sporadici casi.

Anche la rappresentanza al tavolo delle trattative è stata fortemente indebolita negli anni dai vari governi che si sono succeduti fino ad arrivare all’abrogazione dell’art.18 e alle dichiarazioni di leader politici, giova ricordare  quella di qualche mese fa proprio di Di Maio. Auspicava l’estinzione completa del sindacato riportando la memoria all’epoca fascista quando essi erano illegali e il solo ammesso non era altro che una propaggine del PNF.
Mancava solo una simile dichiarazione e presto vedremo quali intenzioni avranno; ci mancherebbe che prossimamente il governo ne riproponga la fotocopia a colori, visto il diverso millennio.

Ritorno alla “moralità“ di molti lavoratori, dicevo…Per esperienza vissuta nel mondo del lavoro, in questo caso ben 15 anni di mio servizio nel settore logistico di una grande società, in una grande piattaforma nella quale erano impiegati circa 200 lavoratori dei quali 120 di cooperative ad essa facenti capo, ho visto e udito di tutto.
Proprio della serie “ho visto cose che voi umani nemmeno immaginate” se ci riferiamo alla “moralità”.
Tutti i soggetti coinvolti, gli operai e il padronato in un ambiente a dir poco dantesco considerato che la quasi totalità degli operai stessi era fascista e che essi esprimevano delegati di loro fede come rappresentanti sindacali all’interno della CGIL.

Ad ogni mia protesta verso l’OOSS, mi veniva risposto che i lavoratori avevano espresso democraticamente quel o quei soggetti! La logica della difesa delle rendite di posizione anche nel sindacato: una questione di numero di tessere da giocarsi da parte del segretario provinciale di categoria per avere peso nella sua candidatura alle elezioni comunali di Roma quando fu eletto Marino come sindaco.

La cosa più assurda che potessi vedere e sentire non era tanto tanto il fatto che molti di questi lavoratori erano raccomandati o che molti di essi per arrotondare si portassero via ciò che potevano più o meno di nascosto. O il farmi il saluto fascista perché consapevoli della mia fede politica, ma pure la presenza di un busto di Mussolini o di una immagine del loro duce in qualche loro ufficio. Oppure far carriera per motivi amicali e parentelari e di fede, dato che erano stati scelti per date finalità, ossia quelle di tenere tutto sotto controllo e non importava che non ne fossero all’altezza.

No, la cosa più assurda era vedersi un bel giorno tutti convocati dal datore di lavoro con a fianco il segretario provinciale di categoria e sentirsi dire che tutti noi dovevamo fare la tessera sindacale alla FILT-CGIL perché altrimenti avremmo perso tutti il posto di lavoro. Allucinante.

Da li a poco cominciarono i problemi: aumento del 50% dei ritmi produttivi passando dai 900 colli per 8 ore di lavoro ai 1350, diminuzione dello stipendio e divieto di applicare i CCNL di categoria. Buste paga con voci tra gli emolumenti illegali come “trasferta Italia“ esenti dal reddito e quindi dai contributi legali, CUD irregolari e cambio denominazione delle cooperative periodico senza nè versamento dei contributi nè erogazione del TFR.

Dopo il mio protestare presso datore di lavoro e FILT-CGIL fui isolato e messo nelle condizioni di non poter più lavorare e quindi anche “nuocere”. Arrivarono a chiamarci uno ad uno per farci un’esplicita richiesta relativa ad un documento del sindacato che dovevamo firmare e consegnare immediatamente dove si chiedeva di accettare un nuovo cambio di società con ancor più tragiche condizioni di remunerazione e un ulteriore aumento della produttività di un altro 10% a fronte di un regalo di 300 euro lordi e la certezza di essere assunti nella nuova società. Ma venivano comunque esclusi da questa proposta, gli ultra quarantenni.

Logico pensare che fosse stato fatto per me e per quelli come me. A fronte di un simile abuso, praticamente tutti gli altri lavoratori si astennero dall’essere solidali mediante la protesta, con quei pochi che venivano esclusi e al mio fargli presente che in altre epoche recenti questo non sarebbe mai successo e che gli operai solidarizzavano tra loro, mi fu risposto dai piu “ognuno si fa i cazzi propri“.

Comunque fuori io e quelli come me, senza la tutela del sindacato che, anzi, nemmeno ci riceveva o ci prendeva per sfinimento a forza di rimandare gli appuntamenti. Comprati per 300 euro lordi che poi furono tolti subito e tutti zitti: il risultato di “ognuno si fa i cazzi propri” ma hanno mantenuto il loro posto di lavoro usurante da schiavi e io senza lavoro, indubbiamente, ma finalmente libero.

Nessuno ha capito che il sindacato lo fanno i lavoratori, anche con le loro tessere. E quelle pesano sempre più del dovuto, ormai.
In una crisi così profonda in cui il sindacato perde credibilità e quindi iscritti, tragicamente invece di ricominciare dalla difesa dei lavoratori, sono le tessere a fare tutta la differenza.

Questo agire per il numero delle tessere l’ho ritrovato anche nella CGIL SUNIA di Pomezia dove il responsabile e la sua segretaria che conosco personalmente sono fascisti, il primo persino inneggiante ogni tanto al duce sul suo profilo Facebook.

Il sindacato lo fanno i lavoratori ed è un valore assoluto e lo è il fatto che i lavoratori hanno disperato bisogno di esso, ma non così, mai più così.
Questo odierno, da parte del sindacato è un continuo tradimento del senso più alto e nobile del sindacato stesso.
IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questi giorni la stampa italiana – che ha tanti difetti, ma talvolta anche il pregio di non rendersi conto di cosa scrivere – ci ha fatto sapere che all’epoca dei “mille giorni” non c’era un governo, ma “quattro che comandavano”. Di questi quattro, tre apparivano ed uno suggeriva. L’ingegnere De Benedetti: se era stata la Bce a dettare il Jobs Act, è lui che teneva la penna in mano.

La legge regina della deflazione salariale (ultima nata di una lunga serie: dalla regolamentazione previdenziale dei contratti di collaborazione nel 1995, al Pacchetto Treu con relativo lavoro interinale e co.co.co. nel 1997, al Decreto n. 368 sui contratti a termine nel 2001, fino alla Legge Biagi nel 2003 e alla Riforma Fornero nel 2012): sia mediante pressione sulle retribuzioni di chi il lavoro, bene o male, riesce a tenerselo (abbiamo già parlato del demansionamento), sia rendendo più facile fare in modo che le persone, il lavoro, lo perdano. Tale risultato è raggiunto essenzialmente attraverso tre strade: la sostanziale abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (sulla materia si era già portata molto avanti la Legge Fornero); la surrettizia incentivazione del lavoro precario; la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato (il c.d. “contratto a tutele crescenti”).

C’era una volta l’articolo 18 (il contratto a tutele crescenti).

L’art. 18, nella sua versione originaria, prevedeva il reintegro del lavoratore, occupato in una azienda con oltre 15 dipendenti, in tutti i casi di licenziamento illegittimo.

Il licenziamento era “illegittimo” in due casi. Quando si riscontrava la mancanza di una giusta causa (integrata da un comportamento talmente grave da non permettere la continuazione del rapporto di lavoro neanche in via provvisoria) o un giustificato motivo soggettivo (comportamenti che costituiscono inadempimento degli obblighi contrattuali, come l’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, minacce e/o percosse, reiterate violazioni del codice disciplinare, ma anche lo “scarso rendimento”): era il “licenziamento disciplinare” il quale, peraltro, era altresì illegittimo laddove non fosse assicurato un effettivo diritto di difesa al dipendente.

Oppure quando mancava un giustificato motivo oggettivo (cioè ragioni attinenti ad una eventuale crisi aziendale, oppure motivi di natura economica e/o tecnica, quali una riorganizzazione del lavoro, ecc., ma anche – soprattutto nella più recente della Cassazione – il tentativo di efficientare l’azienda in vista di un maggior utile d’esercizio). A carico del datore di lavoro era posto l’onere della prova della sussistenza di tale “giustificato motivo” (sul merito del quale al giudice era però impedita in radice qualsiasi valutazione) nonché dell’impossibilità di procedere al c.d. “repêchage”.

Questa norma – prima di essere superata dal Jobs Act – era già stata completamente snaturata dalla L. 92 del 2012, che prevedeva quattro livello di protezione: (a) quello della tutela reale piena, per i casi di licenziamento discriminatorio o per i licenziamenti “orali”; (b) quello della tutela reale attenuata (nel caso di licenziamento disciplinare: ove sia provata l’insussistenza del fatto contestato, ovvero quando la legge o i CCNL prevedono, per quel fatto, una sanzione meno grave rispetto al licenziamento); (c) quello della tutela indennitaria forte (tra 12 e 24 mensilità, in caso di mancanza di un giustificato motivo oggettivo: laddove detto “motivo” sia “manifestamente insussistente”, eccezionalmente è previsto il reintegro); (d) quello della tutela indennitaria debole (da 6 e 12 mensilità, in caso di licenziamenti disciplinari con mancato rispetto del requisito formale di motivazione). La tutela indennitaria fa la parte del leone in questo sistema e, come di consueto, l’indennizzo è legato alla retribuzione: “a chi ha sarà dato, ed a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Vecchio come il mondo.

Il Jobs Act apporta alcune modifiche di dettaglio (una riscrittura imprecisa del concetto di “licenziamento discriminatorio”, la necessità – per la reintegra a seguito di licenziamento disciplinare – della radicale inesistenza del “fatto materiale” addebitato) e due invece sostanziali: la totale sparizione della tutela reale in caso di licenziamento economico; la commisurazione dell’indennità risarcitoria all’anzianità di servizio (1 o 2 mensilità per anno di lavoro, con i massimi uguali a quelli della Fornero). In sostanza, una specie di sistema LIFO da applicare al magazzino-lavoratori. Manca solo applichino, all’assunzione, la data di scadenza.

Contratti precari (il contratto a termine)

Il Jobs Act “perfeziona”, nel senso di una sempre maggiore appetibilità, le disposizioni relative ai contratti a termine.

La Legge Fornero è stata la prima a prevedere la c.d. “a-causalità” di questi contratti, cioè la possibilità di stipula senza specificazione di una motivazione o comunque ragione (normativamente predefinita) che ne giustifichi l’instaurazione al posto del comune contratto a tempo indeterminato. La nuova opportunità era collegata comunque a determinati presupposti: (i) prima sottoscrizione del contratto; (ii) durata non superiore a dodici mesi. Il Jobs Act estende il contratto a-causale a tutti i contratti a termine fino a 36 mesi, ovvero a contratti più brevi prorogabili fino a 5 volte, entro il medesimo termine di 3 anni (4 anni, se l’ultima proroga è conclusa fra le parti in sede protetta). Non bastasse, i pur tenui limiti rimasti (limite triennale, massimale del 20% della forza lavoro) sono inapplicabili a specifiche fattispecie: (i) datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti; (ii) enti di ricerca che assumano ricercatori.

A dimostrazione dell’efficacia di queste innovazioni due semplici fatti: l’incapacità del PD, nel corso dell’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, di ridurre da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine; l’esplosione dei contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato negli ultimi anni.

 

Fassina descrive molto bene la fenomenologia, ma come spesso accade non indaga la causa del problema, cioè il sistema di cambi fissi soggiacente alla Moneta Unica. “Se non puoi svalutare il cambio, devi svalutare il lavoro”. E il lavoro lo svaluti così. Creando – creando – disoccupazione.

Contratti precari (collaborazione coordinate e continuative)

La sempre maggiore precarizzazione del lavoro è un portato anche della riviviscenza delle collaborazioni coordinate e continuative, farisaicamente travestite da abrogazione della disciplina del lavoro a progetto. Siamo tornati, pari pari, al 1995

In principio fu l’art. 409 c.p.c., disposizione eminentemente processuale, che devolveva al giudice del lavoro, fra gli altri, anche i “rapporti di collaborazione che si concretizzino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”. Prassi e giurisprudenza definirono, col tempo, la figura giuridica: requisiti tipici della collaborazione coordinata e continuativa erano (e sono) l’autonomia (il collaboratore decide autonomamente tempi e modalità di esecuzione della commessa, ma non impiega mezzi propri: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo professionale), la continuità (intesa come permanenza nel tempo del vincolo di parasubordinazione: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo occasionale), il potere di coordinamento con le esigenze dell’organizzazione aziendale esercitato dal committente, la prevalente personalità della prestazione.

Questa situazione diviene il paradiso della frode. Qualsiasi lavoro – anche il più routinario – trova la strada per trasformarsi in una co.co.co., che scontava aliquote contributive più basse e non era soggetta all’art. 18.

Su questo scandalo intervenne la Legge Biagi, che imponeva che le collaborazioni fossero collegate a “uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore”, avendo cura di specificare che “il progetto doveva essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non poteva consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”. Per maggior chiarezza, si sottolineava che “il progetto non poteva comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi”.

Cosa succede con il Jobs Act? L’art. 2, D. Lgs. n. 81 del 2015 spara subito la petizione di principio: “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ai sensi dell’art. 52, c. 1, poi, “le disposizioni… [sui contratti a progetto] sono abrogate…”. Così, semplicemente.

Tutto bene, allora. No, perché ai sensi del c. 2 dell’art. 52 “resta salvo quanto disposto dall’articolo 409 del codice di procedura civile”. In pratica: l’abrogazione del lavoro a progetto fa rivivere la precedente disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative, le quali si distinguono dal lavoro subordinato soltanto per non prevedere un orario e (oppure: o?) una sede di lavoro fissi. Gli abusi, come ognuno ben capisce, si sprecheranno, soprattutto nel caso in cui quella “e” sarà letta come una disgiuntiva (sì, effettivamente, lei fa la segretaria, ma viene un po’ quando le pare; è vero, guardi, lui mi timbra tutti i giorni il cartellino, ma mica ha una scrivania qui, davvero).

Prima puntata: l’autorizzazione al demansionamento. Seconda puntata: la precarizzazione del lavoro. Prossima puntata: i famigerati voucher. Questo è il Jobs Act. La legge manifesto dei quattro al comando. E della Bce.

 

fonte: IL FORMAT

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Leggiamo in un’ANSA della denuncia da parte del sindacato, di un Call Center che retribuisce i suoi dipendenti con degli stipendi da 92 euro PER UN MESE di lavoro.

Ma non solo, in caso di assenza di TRE minuti dalla postazione per andare in bagno, si viene pure penalizzati (!), al punto che la paga oraria scende fino a 33 CENTESIMI l’ora.

QUESTI i soli numeri che contano per noi poichè riguardano i lavoratori che sono i numeri primi della società.
Per noi, quindi, i numeri che contano non sono e non saranno mai quelli degli schieramenti elettorali che, alla fine e in buona sostanza, guardano solo a se stessi.

Si continua a pensare, anche oggi, che basti un’elezione per fare argine al sistema e che basti uno schieramento per rafforzarsi.
Per giunta con dentro un’entità politica che continua a contribuire a questa macelleria sociale.
L’appoggio al PD nelle giunte locali e al neoliberismo, restando nel gruppo UE, da parte di questa forza, dichiara palesemente che di fatto all’interno della lista “Potere al Popolo” NON esiste una concreta volontà di superamento del vecchio in favore di qualcosa di davvero diverso.

Se invece si fosse puntato a investire sulla LOTTA senza più mezzi termini, questi lavoratori, sfruttati fino al midollo, oggi avrebbero maggior sicurezza di non essere soli e di essere davvero politicamente rappresentati.

Unirsi a chi ha pesatemente contribuito e contribuisce alla definitiva sparizione della sinistra di lotta in favore di quella di governo per amministrare l’esistente e un po’ ovunque in Italia, non ci pare la soluzione giusta per combattere simili drammatiche piaghe che stanno devastando la carne viva del paese.

Allo stesso modo non ci sembra risolutivo affidare ad un movimento di giovani tanto entusiasti quanto poco addentro alla conoscenza della politica e dei problemi di TUTTO il paese, le sorti della ricostruzione della lotta di classe.

Perchè a scrivere enunciati o a lanciare proclami, siamo bravissimi tutti, ma se qualcuno non dice COME si pensa di risolvere questo massacro, poi diventa alquanto difficile essere credibili.

Non tanto presso altre entità politiche, proprio presso quei lavoratori che ormai non solo non hanno più voce e forza per reagire ma che per bisogno sono costretti ad accettare qualunque ricatto e si ritrovano a non avere nemmeno più gli occhi per piangere sui 92 euro di stipendi che dichiarano la loro schiavitù.

 

FONTE: ANSA

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