VIRZÌ, LA SCUOLA DEL PD E IL M5S

VIRZÌ, LA SCUOLA DEL PD E IL M5S

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di Potnia THERON – MovES

 

Ho letto le dichiarazioni di Virzì (le cui simpatie elettorali per il PD sono note, ndr), secondo cui il M5s costituisce la rivincita di coloro che andavano male a scuola. E sotto certi aspetti si potrebbe anche essere d’accordo…

Tuttavia, l’illuminata intellighenzia del PD si è scordata che, non molti mesi or sono, la plurititolata ministra Fedeli inseriva nel curricolo della formazione dei docenti il famoso obbligo di acquisire i 24 CFU (Crediti Formativi Universitari, ndr) in discipline antropo-psico-pedagogiche.

Ebbene, tali corsi non sono che la completa messa in discussione delle nozioni, della concezione tradizionale di sapere, che non deve essere più concentrata sui contenuti, ma piuttosto sulla disposizione all’apprendimento.

È il trionfo di una cieca iconoclastia sanguinaria che soffia su quelle che definisce le ceneri del passato, bandisce la fatica, livella gli esseri umani omologandoli e nega l’intelligenza come dato biologico. La scompone, perfino, nelle intelligenze multiple (paravento degli idioti) e segna la definitiva vittoria della sola intelligenza emotiva.

Forse Giggino e Salvino sono gli emblemi dell’ipertrofia dell’inclusione, sono il referto in corpore vili dei nuovi orientamenti educativi, sono i luminosi campioni della nuova pedagogia (magari poi si scopre che sono anche DSA, pensa che bello!).

Di intelligenza emotiva, infatti, ne hanno in abbondanza: hanno saputo sfruttare la comunicazione non verbale, come ci si auspica in ogni percorso formativo, con tutte le distorsioni del caso e hanno esercitato unicamente l’empatia – al parossismo, all’isteria collettiva, si potrebbe dire persino al limite della patologia – nei confronti dei bisogni della nazione. Hanno esercitato anche la democrazia, secondo la vulgata, in quanto si sono fatti carico dei bisogni della maggioranza.

Ecco i primi mostri, dunque, figli di padri e maestri che hanno potuto bruciare tutto perché sulla testa avevano un tetto.
Il PD alla fine ci è riuscito. Ci si renderà conto troppo tardi che ora il tetto non c’è più!
SULLA SQUOLA DEGLI SQUALI

SULLA SQUOLA DEGLI SQUALI

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Il bullismo dilaga.
Ma le responsabilità di questo genere di squali, di questi potenziali sociopatici che la società sta producendo, di chi sono?

 

 

di Potnia THERON – MovES

 

È da qualche giorno che girano questi video  [1 e 2], che – beninteso – rappresentano un caso singolo (non sia mai che si generalizzi…): due cocci non fanno una città, diceva una mia professoressa, ma qualche migliaio di palazzi sicuramente sí!

Sono sempre più numerosi, complici anche i nuovi mezzi di comunicazione, i casi di studenti bulli che esercitano pressioni, intimidazioni e violenze sui professori.

È ora forse di smettere di commentare schifati, indignati, sconvolti e fare invece una riflessione concreta e costruttiva sul fenomeno. Occorre soprattutto che questa riflessione sia portata all’attenzione delle istituzioni e rompa quel silenzio che, attorno al palazzo, si è fatto assordante.

Molto facilmente si attribuiscono le colpe: ora ai genitori, ora ai ragazzi, ora alla scuola.
È, come più verosimile, un concorso di colpe che trova un’unica radice: la pedagogia. Proprio quella pedagogia che il ministero si è affrettato con la Buona Scuola ad inserire nei piani studio dei futuri insegnanti e sotto l’ausbergo della quale intende organizzare la scuola del futuro.
Sempre più divertente, partecipata, paritaria, ma soprattutto – ed è il refrain più indisponente – COCOSTRUITA.

Sarebbe lungo ripercorrere le tappe che dal sessantotto in poi hanno condotto a un costante e progressivo indebolimento dell’autorità scolastica e genitoriale.
L’assunto è sempre pedagogico e la pedagogia è il Vulnus aperto alla base di tutte e tre le cause.

I genitori dei ragazzi ora in età scolare provengono da famiglie cresciute con il dictat dell’educazione morbida, della cooperante sinergia tra agenti educativi per concorrere all’assenza di ogni trauma.
Mai un limite, dunque, ché il pupo si traumatizza.
Guai a parlare di una sberla, per carità… forse diventa masochista.
Il fanciullo deve sperimentare, perché questa è la parola d’ordine, senza limiti e non deve fare fatica.
Tutto gli è perdonato perché è solo alle elementari.

La scuola? La scuola ha abbandonato da tempo i contenuti perché la verità è che le università sfornano perfetti ignoranti (ormai chi non prende 110 e lode, almeno in ambito umanistico)?

Per nascondere la vuotezza dei contenuti si assiste a una superfetazione* ipertrofica della forma, cosicché i tre anni di FIT (Formazione iniziale e tirocinio) sono dedicati per lo più alla programmazione (quella stessa programmazione intuitiva per i maestri e i prof dei secoli precedenti): ora invece ci vuole un percorso di tre anni, bisogna apprendere una molteplicità di ambienti di apprendimento dai nomi che fanno rabbrividire (siamo ancora insegnanti di lettere o esperti marketing da assalto?): CSILE**, knowledge building, community of learners e via dicendo. Perdonate le inesattezze ma cito a memoria… la parola chiave che costituisce il comune denominatore è la parità, lo smantellamento programmatico di ogni spunto cosiddetto “cattedratico”.

L’insegnante diviene un animatore del sapere cocostruito. Gente, dovete saperle queste cose quando andate a votare, perché si gioca il futuro della nostra nazione.

L’insegnante diviene agli occhi del pargolo un animatore che deve ben celare la fatica, il sacrificio, il sudore della mnemotecnica con cui ha appreso i contenuti che ora sta insegnando perché l’apprendimento deve essere una scoperta… non è contemplata la fatica, la noia e l’apprendimento mnemonico perché sono deleteri per la formazione (i greci, dunque, vertice di civiltà, erano tutti cretini!).

L’insegnante è soltanto uno tra tanti, uno studente tra studenti e sta al di qua della barricata, ammesso che abbia ancora senso questo termine quando pecoroni, a cui hanno rubato anche le mutande, non scendono mai in piazza, non discutono, temono di avere un’opinione diversa dagli altri.

Cade l’auctoritas, quella che ha reso grande la nostra civiltà.
Capitolano le convinzioni certe, tutto è relativo, perché, è proprio questa pedagogia che finisce per teorizzare e suggerire l’assoluta identità ontologica tra un professore universitario e l’ultima concorrente del grande fratello, perché nessuno deve avere conoscenze certe (dubitare sempre)…
Cade il rispetto e la lealtà, che – guai a nominarli – sono concetti fascisti.
Parità è la parola chiave.
Non ce la fai? Non preoccuparti arriva una bella certificazione DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ndr) o BES (Bisogni Educativi Speciali, ndr), così non fai più nulla e hai sei finché ti sbattono fuori con un calcio in culo.
Cade la possibilità di bocciare perché sennò la scuola azienda cade nella valutazione nazionale (poi non vi sgolate contro le paritarie, dato che questa è la Buona Scuola contro cui non avete detto beh!).

Una volta si tornava a casa e si veniva massacrati, da qui il sacro timore dell’insegnante che non deriva allo studente da null’altro che dalla violenza.
In questa totale caduta gli studenti percepiscono l’assoluta vuotezza degli insegnanti, la loro ignoranza (a cui li hanno costretti: chi ricorda ancora la poetessa Corinna, dopo tre anni di puttanate pedagogiche e di circoncisioni Lese?), la mancanza di passione, la maestrinità di chi si limita a correggere apostrofi e accenti.

Ecco gli studenti non sentono più vibrare violenta la passione.
Non sentono più nulla: cade l’autorità e anche l’autorevolezza. Insomma cade tutto.
E poi si spendono soldi pubblici per seminari contro il bullismo in una società di legulei che si appella sempre alla legalità, come fosse un valore assoluto (nel ’38 era legge denunciare l’ebreo, ma era giusto?): impera una logica spionistica di denuncia reciproca, si sono smantellate le bande, fare la spia non è più riprovevole, si denunciano allegramente i bar che non emettono scontrino per un caffè ma si usano a cuor leggero gli schiavi moderni (Foodora e Co.)

Occorre pensare a tutto ciò e non ripetere più che la colpa è dei ragazzi.
Essi sono la nostra speranza e noi la calpestiamo ogni giorno. L’abbiamo privata di ogni trauma e, conseguentemente, di ogni passione…

 

 

 

*superfetazione: fecondazione ulteriore
**CSILE: Computer-Supported Intentional Learning Environments

NOEMI DURINI, VITTIMA DEI CLAN PATRIARCALI

NOEMI DURINI, VITTIMA DEI CLAN PATRIARCALI

 

di Potnia THERON

Sono veramente schifata dal caso di Noemi Durini.
Che cosa può esserci nella mente di un diciassettenne che picchia la fidanzata?
Non un uomo fatto, sposato, d’altri tempi. No: un diciassettenne.

Non si venga a dire che in questo paese i maschi non hanno un problema serio.
Quel ragazzo è il frutto di un marciume morale, culturale ed estetico.

Non si invochino ad attenuante la droga e i TSO. Non sono pazzi: sono marci.
Respirano in famiglia questo maschilismo orribile: non è un caso che il padre lo abbia aiutato.
Ecco un delitto di un clan maschile in piena regola.

Tutti i maschi, quasi nessuno escluso, chi con manifestazioni evidenti, chi in modo più subdolo e quasi serpeggiante. così sono i nostri maschi: c’è chi picchia e chi, molto borghesemente, ci considera tutte puttane.

E lo Stato, il nostro bello Stato, è il referto più orribile del patriarcato imperante.
Non solo le denunce della madre della ragazza non hanno avuto alcuna conseguenza tale da impedire il delitto, ma addirittura – è di poche ore fa la notizia – pare fosse previsto per i prossimi giorni un provvedimento del tribunale in forza del quale la ragazza sarebbe stata presa in carico dagli assistenti sociali.

LA ragazza?????? La ragazza? La vittima?
Qui siamo veramente ai pazzi. Spero di avere capito male.

Non si pensa neanche lontanamente a mandare quello schifoso stupratore e violento ai lavori forzati con la catena al piede nelle piantagioni. No.
Si pensa di prendere in carico la vittima. Vergognoso!

Che solerzia poi! Non di rado, appena un bambino fa un “disegno sospetto” apriti cielo… ma qui con denunce registrate, testimoni e certezze ci impiegano mesi.
Che schifo!

CONFORMISMO TROPICALE: DANDY AFRICANI COME TAMARRI DI PERIFERIA

CONFORMISMO TROPICALE: DANDY AFRICANI COME TAMARRI DI PERIFERIA

Sapeurs

di Potnia THERON

Che strana “scienza” l’antropologia…

Eppure sto imparando tante cose. Vengo a sapere dell’esistenza dei sapeurs africani, giovani dandy di grandi metropoli come Brazzaville e Kinshasa.

Si tratta di giovani modaioli che sono disposti a qualunque sacrificio pur di vestire alla moda con abiti firmati.

Interessante poi la distinzione tra quelli di Brazzaville, eleganti e sobri, e quelli di Kinshasa, eccentrici e stravaganti

La differenza dipende dal diverso contesto storico: l’ideologia di Mobutu nello Zaire imponeva un abbigliamento specifico, consistente in una sobria divisa. Ecco che la stravaganza degli abbinamenti eccentrici si spiega come reazione. Giungono a indebitarsi per ottenere le griffes italiane e francesi e indossano persino le giacche al contrario perché le firme possano meglio essere viste.

Tutto ciò è interpretato come una forma di iniziazione, in cui l’abito assumerebbe il potere araldico di trasformare il corpo in qualcosa di diverso, di ricrearlo. Gli abiti e gli accessori diverrebbero sacri oggetti di un culto iniziatico capace di antropogenesi, di fabbricare uomini nuovi.

Mi sorge però un dubbio: perché non si ammanta ugualmente di un’aura quasi religiosa e nobilitante l’esperienza dei burini, dei coatti di borgata? Perché si parla spesso dei giovani di periferia, dei tamarri dediti alle firme, in termini di impoverimento e di perdita della cultura?

Dandy africani

Perché non sono anch’essi sollevati dalla triste miseria umana di un’emulazione penosa e eteroimposta?

Perché non si denuncia il dandysmo africano come aberrazione del capitalismo, tale e quale a quella del truzzo con le gonnelle alla Abarth? Tutto mi sa ancora una volta di fardello dell’uomo bianco! Tutto mi sa così tanto di giustificazionismo, di un rimorso dell’occidente che ha inventato le scienze e che, finché resta rimorso, è sempre inadeguato, è sempre troppo poco di fronte alla mostruosità di una non cultura come la nostra.

Del resto i nostri telegiornali lo ripetono ogni giorno: di che cosa mai si parla in Europa, ai vertici, ai tavoli, ai summit se non sempre e soltanto di soldi? Che tristezza!

Che si lascino finalmente questi tristi tropici, ma ahimè è troppo tardi…. I tropici bruciano ora al Gratosoglio, ad Affori, alla Magliana…

LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

Valeria Fedeli

 

di Potnia THERON

Per tutto l’inverno si sono susseguite voci di corridoio circa l’imminente pubblicazione di un terzo e ultimo ciclo di TFA, il tirocinio formativo attivo, con il quale sarebbe stato possibile (come per l’ultimo ciclo bandito nel 2014) ottenere l’abilitazione all’insegnamento.

Ci avevamo sperato, in fondo, perché, dopo l’avvio della riforma “Buona scuola”, restava da disciplinare la fase transitoria, quella cioè che riguarda tutti coloro che non non entrarono nell’ultimo ciclo di TFA (o perché non ancora laureati, o perché non superarono le prove) e che attendono la nuova fase che si aprirà con il 2021.

Ma per tutti coloro che vivono sospesi in questo limbo di incertezze la doccia fredda è arrivata in primavera, tra fine marzo e inizio aprile: non ci sarà più nessun nuovo ciclo di TFA, ad eccezione dell’ultimo ciclo per il sostegno.

Per abilitarsi, ora, l’unica strada sembra essere il FIT (Formazione iniziale tirocinio): non solo per abilitarsi, ma, assicura la ministra Fedeli, per entrare in ruolo.

Già perché il FIT risponde, a dire del PD, alla lotta al precariato e dunque prevede al termine del percorso di formazione iniziale l’immissione immediata e definitiva in ruolo.

Sembra una notizia splendida, ed effettivamente così sembrano averla accolta gli studenti, dato che, a mia conoscenza, non si è levata che qualche rara e neanche troppo stentorea voce di protesta.

Ho letto su gruppi FB i commenti entusiasti di alcuni aspiranti docenti, come ad esempio: «Un piccolo sacrificio per un grande sogno».

Sarà davvero così? Vediamo dunque nel dettaglio che cosa prevede il decreto sulle nuove modalità di reclutamento dei docenti. Nel dettaglio, sì, ma, vi avverto, tagliando anche un po’ con l’accetta in modo che comprendano tutti, dato che tutte le delucidazioni si trovano nel testo del decreto.

Peccato che quasi nessuno si sia preso la briga di leggerselo: non si contano, infatti, i commenti degli aspiranti docenti sui gruppi di riferimento che sparano le notizie più disparate.

Il FIT è un percorso di tre anni e ha avvio dopo il superamento di un concorso a cadenza biennale, il primo dei quali si terrà nel 2018. Per poter accedere al concorso è necessario aver maturato, alla data di approvazione del decreto, 36 mesi di servizio (come supplenti nelle statali o nelle paritarie) o essere abilitati mediante i precedenti cicli di TFA.

Per tutti gli altri, i neolaureati dunque, si renderà necessario acquisire 24 crediti negli insegnamenti di pedagogia, psicologia, antropologia. Il ministero non ha ancora resi noti i settori disciplinari in cui acquisire tali crediti, ma soltanto le macroaree, cosicché gli atenei non hanno ancora potuto creare “pacchetti” di esami pensati a tale scopo. In linea di massima, considerate che un corso singolo in Statale costa circa 180 euro.

Crediti dunque che l’aspirante docente si trova a dover acquisire dopo essersi laureato, dato che il percorso seguito non prevedeva nessun esame in tali settori. Per chi invece sta ancora studiando, immagino, ci sarà la possibilità di sostenere gli esami all’interno della carriera universitaria, abbattendo così i costi.

Ebbene, una volta che si sarà in possesso di 1) crediti abilitanti specifici per ogni classe di concorso stabiliti con tabella ministeriale; 2) crediti nei settori pedagogico-antropologico-psicologico, si potrà essere ammessi al concorso. Esso prevede tre prove (due scritti e un orale) per i neolaureati senza abilitazione e senza i 36 mesi di servizio, mentre per gli abilitati iscritti in II fascia la prova sarà solo una (orale) e per gli scritti in III fascia (con 36 mesi di servizio) le prove saranno due (scritto e orale).

Si capisce dunque come al concorso accedano tre categorie: neolaureati, abilitati iscritti in II fascia, non abilitati iscritti in III fascia (con 36 mesi di servizio).

Si tratta di una distinzione importante perché non solo determina differenti prove di accesso, ma anche un diverso percorso.

Gli abilitati che abbiano superato il concorso vengono immessi a un anno di servizio, al termine del quale vengono ammessi in ruolo, i precari con 36 mesi devono invece frequentare il primo e il terzo anno per poi essere ammessi in ruolo.

Veniamo a tutti gli altri, ai neolaureati, cioè a tutti quanti stanno ancora studiando e che nel 2018 saranno già dottori.

I vincitori del concorso accederanno a un primo anno di tirocinio retribuito, per il quale stipulano un contratto. Il compenso? Pare che sia 600 euro lordi, che dovrebbero essere al netto circa 400 euro al mese.

Ma questa è una rosea previsione: bisogna studiare bene le tabelle retributive.

Al termine del primo anno, occorre superare un esame per essere ammessi al secondo anno, durante il quale si lavora a scuola per un compenso più o meno analogo a quello del primo anno, che tuttavia potrà essere integrato con supplenze brevi, il terzo anno dovrebbe coincidere con un incarico annuale di supplenza, con gli stipendi previsti regolarmente per i supplenti. Infine dovrebbe arrivare il tanto agognato ruolo!

Ora che abbiamo visto che cosa prevede il famigerato decreto, vi chiedo se c’è ancora qualcosa per cui essere entusiasti? Non basta aver studiato 5 anni, conseguito crediti in materie come linguistica, geografia e storia fuori dal piano di studi, altri crediti in settori antropo-psico-pedagogici, no, non basta.
Bisogna superare un concorso. Un concorso i cui vincitori il governo intende pagare 400 euro. Ma ci rendiamo conto?

Questo è schiavismo!

Senza considerare chi, come me, ha già terminato il suo percorso universitario e deve acquisire i 24 crediti a proprie spese e a fondo perduto, dato che non è sicuro di superare poi il concorso.

Si tratta, a mio avviso, di uno sbarramento di classe: tanti studenti che si sono laureati con tanti sacrifici si trovano a dover pagare anche la mazzata dei corsi singoli.

Nel mio caso, poi, nel caso dei dottori di ricerca (ma qui aprirei una parentesi infinita) si raggiunge il vertice dell’assurdità: il governo è talmente orientato alla valorizzazione della cultura e della ricerca che il più alto titolo di istruzione vale in Italia meno di zero.

Proprio così.
Un dottore di ricerca, che ha studiato circa 8 anni, producendo anche contributi accademici e scientifici, si ritrova a dover seguire la stessa identica trafila di un neolaureato.

L’assurdità è che un dottore di ricerca può, in linea teorica, diventare ricercatore e dunque insegnare in università, ma non può farlo in un liceo.

Paradossalmente neppure i nostri professori universitari potrebbero insegnare in un liceo, se non hanno conseguito l’abilitazione.

La “buona scuola” legalizza una situazione di sfruttamento intollerabile, con un trattamento economico da fame, che non garantisce neppure la tanto agognata immissione in ruolo perché non è sicuro che si passino gli esami previsti al termine di ogni anno. Se, infatti, uno risultasse bocciato al secondo anno, direbbe addio al ruolo e avrebbe lavorato quasi gratis per due anni.

Ma poi è davvero credibile la promessa della Ministra?

Dove mai li troveranno tutti questi posti, dato che vanno smaltiti i precari che tengono famiglia e che, giustamente, hanno la precedenza? È chiaro dunque che solo una piccola parte degli aspiranti passerà il concorso, ma la quasi totalità di essi pagherà profumatamente le università attraverso i corsi singoli o con le tasse universitarie per allungare il percorso in modo tale da acquisire i 24 crediti.

Questa è la realtà, questa è buona scuola.

Questa è la verità che la maggior parte degli studenti di lettere, i più interessati dato che l’insegnamento è spesso uno sbocco (se non nei voti, ma senz’altro obbligato, date le scarse prospettive di lavoro nel nostro paese) del corso di laurea, ignora.

Spero che ignorino, me lo auguro, perché altrimenti il loro silenzio oltre che inquietante è colpevole.

Negli ultimi mesi sono venuta in università praticamente ogni mattina e non ho sentito un megafono, non ho visto un picchetto, uno striscione. Niente, il nulla più assoluto.

Andate tutti sbandierando il ’68, vi infiammate per la contestazione, vivete nel sogno di The Dreamers (spero che almeno si sappia ancora che cos’è, data l’ignoranza che regna sovrana) e… nulla.

Continuate, forse, ad ascoltare De André… eppure siete ancora coinvolti! Si posta Gramsci nell’anniversario della morte e poi nella vita reale c’è un silenzio da cimitero.

I nostri bisnonni e i nostri nonni hanno lottato, a volte a prezzo della vita, per i diritti sindacali e noi? Noi davvero accettiamo 400 euro al mese e siamo ancora entusiasti, con la solita retorica del “Pütost che gnent l’è me il Pütost”?

Gramsci ci avrebbe sputato addosso!

I nostri genitori sono scesi in piazza per molto meno, il 68 ha dimostrato che si può contestare tutto e cambiare, mettere in discussione tutto ciò che è acquisito e noi? Noi siamo così colpevolmente rassegnati. Ci muoviamo con questa cauta prudenza che caratterizza gli infermi e gli sfigati. Abbiamo reti di migliaia di amici su FB e non sappiamo organizzare un cazzo di picchetto! A dire il vero ho visto, adesso che ci penso, un banchetto, ma era per i migranti.

Intendiamoci: nulla in contrario.

Non mi sentirete con la retorica leghista del “prima noi”, ma direi dell’”anche”!

Come facciamo a difendere gli altri se non riusciamo a difendere noi stessi? Come possiamo indignarci per il caporalato quando la nostra retribuzione oraria si aggira sulle stesse cifre?

Non lo capiamo che è la stessa battaglia? La stessa battaglia che infuria in ogni ambito e che ci rende schiavi di una sperequazione infame.

Ma se davvero da domani i tutti quanti smettessimo, smettessimo di farci i cazzi nostri, di aspettare cosa dirà il ministero e ci accampassimo nelle piazze tutto cambierebbe.

Se, quando ci propongono 400 euro per uno stage, rispondessimo loro con quel che meritano, uno sputo in faccia, sarebbero tutti obbligati a pagarci di più.

Davvero non lo capiamo che siamo sfigati parassiti della generazione che ha lottato? Davvero non lo capiamo che accettare 400 euro è un lusso perché nessuno può mantenersi con quella cifra e significa che c’è qualcuno dietro che ci mantiene?

Mi chiedo: cosa aspettiamo a farci sentire, in un paese in cui prima dei 35 anni raramente si è autonomi, e spesso neanche dopo.

Accettiamo tutto passivamente, attendiamo! Attendiamo i responsi di una trista sibilla, la ministra, che chiede a neolaureati e dottori di ricerca di conseguire 24 cfu, lei che non ha neppure un diploma?

Dove sono i sindacati? Dove sono i collettivi? Dove sono i giornali che martellavano S.B. (meglio non nominarlo!) con le famose 10 domande che riguardavano fighe depilate e posizioni negli amplessi? La verità è che la stampa è tutta di regime.

Nessuno martella la Fedeli chiedendole come è possibile questa ingiustizia che rasenta le leggende su Maria Antonietta. Vuole essere chiamata ministra, lei che tutti noi dovremmo chiamare soltanto maestra.

Ragazzi, svegliamoci, perché, se non facciamo nulla e alla svelta, sarà troppo tardi. Questo paese, già forse irrimediabilmente avviato al declino, fallirà completamente. Se i giovani, la forza di un paese, sono un ammasso di snervati e flaccidi viziati non ci sarà salvezza.

E “buona scuola” non è che un capitolo nello sfacelo generale tra disoccupazione, sfruttamento e demolizione delle nostre coscienze.

Cosa dobbiamo ancora aspettare?

Forse che i soldi di mamma e papà siano finiti e che, al fine, torneremo ad avere FAME!

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