POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

POPULISMO, DEMOCRAZIA E IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI

intellettuali

 

 

di Andrea ZHOK

 

Ho appena letto un interessante articolo di Paolo Ercolani (“Vaccini: l’ignoranza è più popolare della conoscenza”) che mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere in particolare perché avevo appena dialogato con alcune persone, culturalmente formate e ben informate, che però nell’articolo di cui sopra, in quanto scettici verso le autorità, ricadrebbero nell’ambito dei “sudditi ideali”.

Nell’articolo, con un certo involontario senso del paradosso, questi cittadini, definiti “scienziati improvvisati e tuttologi dilettanti” sarebbero “sudditi ideali” perché NON obbediscono all’autorità, ma cercano di farsi attivamente una propria opinione. In sostanza, dopo che per una vita ci hanno insegnato che pensare con la propria testa è il sale di una cittadinanza consapevole, ora chi non accetta acriticamente l’autorità sarebbe addirittura carne da “totalitarismo”.

 

A scanso di equivoci, l’autorità di cui si parla non è mai una pura e semplice autorità scientifica, ma un’autorità scientifica cui ricorre ad hoc un’autorità politica.

 

Ora, in questo pezzo, come in molte altre riflessioni dello stesso tenore, vi è a mio avviso un fraintendimento di fondo del fenomeno generale cui stiamo assistendo, fraintendimento che va ben al di là della questione dei vaccini, di cui qui mi disinteresserò.

Parrebbe che il confronto attuale trovi da un lato autorità indiscusse, al di fuori di ogni tentazione e di ogni pressione, che essendo guidate dalla purezza del bene pubblico, si ritrovano per puro spirito di servizio a prendere iniziative politiche. E dall’altro lato ci sarebbe un popolo carogna, presuntuoso e diffidente che – vai a capire perché – non si fida a scatola chiusa oramai di nulla.

Ora, nelle moderne società complesse siamo tutti, senza eccezioni, degli ignoranti. Nessuno ha competenze all’altezza degli specialisti in nessun settore di pubblico interesse, salvo, per gli specialisti appunto, il proprio.
Ma al contempo tutti sono chiamati dalla forma stessa del governo democratico ad esprimere la propria volontà, NON su contenuti scientifici, ma, eventualmente, sulle conseguenze politiche di tali contenuti.

Da nessuna verità di fatto, anche concesso sia tale, discende mai per deduzione alcuno specifico dovere, alcuna specifica norma o imposizione. Tra la constatazione di un fatto e l’applicazione politica ci sono molte intermediazioni.

Quando verità, o presunte tali, si traducono in iniziative politiche tutti sappiamo che quelle verità devono essere entrate in una valutazione complessiva di costi e benefici, che ne ha reso la componente veritativa soltanto, nel migliore dei casi, un punto di partenza.
Nel caso, il più frequente, di pretese verità economiche la natura stessa della scienza economica fa spazio per un’ampia componente normativa, che esula dallo spazio delle mere ‘verità di fatto’.

In questo contesto la valutazione pubblica del ‘valore di verità’ delle decisioni politiche passa attraverso una serie di presupposti prospettici.

1) Non c’è bisogno di essere dei teorici del complotto per sapere che tutte le decisioni pubbliche sono sottoposte ordinariamente a pressioni e contropressioni da parte di agenti economici che pensano di poter trarne vantaggi o svantaggi. Solo piccola parte di tali pressioni e contropressioni avviene in forma pubblica.

2) Non c’è bisogno di immaginare alcun complotto di un grande fratello mediatico, per sapere che la gran parte delle iniziative politiche, da quando esistono i media, vengono prese sulla scorta di emergenze e allarmi mediaticamente amplificati. Le cosiddette ‘fake news’ sono esistite da sempre, ben prima che ci fosse niente di simile a internet, e molto spesso si è trattato di orchestrazioni rivolte ad ottenere specifici risultati politici (dalle fake news scioviniste sui giornali che preparavano alla Prima Guerra Mondiale alle fialette di presunte armi chimiche sventolate all’Onu, o, nel nostro piccolo, alle ‘piste anarchiche’ dello stragismo italiano, ecc. ecc.).

3) Tutti sappiamo che la capacità di pressione di organismi economici privati sulla politica non è mai stata così forte nella storia (e gli stati mai così deboli). Al tempo stesso, il principale movente che viene politicamente, e anche eticamente, legittimato ovunque è la ricerca del successo economico.

 

Date queste tre premesse, è sensato attendersi che l’infida plebe non nutra alcuna diffidenza rispetto ai proclami che tutto si fa nell’esclusivo e purissimo interesse del bene pubblico?

 

Quest’impasse, proprio per l’oggettiva difficoltà odierna di ciascun cittadino di farsi un’idea informata su temi complessi, non può essere affrontata, come invece accade, con la sufficienza e l’arroganza di chi sbotta sulla comoda e presuntuosa ignoranza della plebe.

Chi, sul piano politico, reputa che gli sia dovuta una qualche fiducia aprioristica non ha proprio capito in quali tempi viviamo. È non solo inevitabile, ma profondamente giusto che le persone cerchino di informarsi autonomamente, rispetto a quanto gli viene proposto dall’autorità politica protempore in carica. E il mezzo più potente per farlo oggi passa attraverso la rete. Naturalmente in rete si trova di tutto, dalle bufale agli articoli scientifici. Ma questo non è un buon motivo, una volta di più, per assumere toni sprezzanti rispetto ad informazioni derivate dalla rete, tanto più di fronte alla sempre minore autorevolezza e profondità delle fonti mediatiche ufficiali. Oggi qualunque ricercatore scientifico in qualsiasi disciplina trova in rete più o meno tutto ciò di cui si serve sul piano documentale. Naturalmente la sua expertise sta nel sapere come e dove cercare, e ciò è cruciale. Ma ogni atteggiamento di sufficienza verso il mezzo è pateticamente fuori luogo.

In questo quadro, che non è il frutto di occasionali complottismi o della presunzione della plebe, ma il frutto obbligato delle odierne dinamiche democratiche e politiche, l’atteggiamento più sbagliato che si possa concepire da parte degli intellettuali (giornalisti come accademici), è quello di arroccarsi in qualche forma di ‘ipse dixit’ fuori tempo massimo.

Non c’è mai stata un’epoca della storia in cui un ruolo pubblico degli intellettuali, nutrito dall’intento bicipite di cercare l’obiettività e di farsi capire, sia stato più necessario. Questo proprio perché anche persone che dedicano tutta la propria vita allo studio sono, di volta in volta necessariamente ignoranti su questo o quel tema, e nel momento in cui si tratti di temi che portano a decisioni normative (politiche) quelle stesse persone hanno l’esigenza, il diritto, e persino il dovere, di farsi un’opinione autonoma.

Sciaguratamente, invece di uno sforzo di ascolto e comunicazione, la reazione cui ci si trova di fronte sempre più spesso è o l’arroccamento dogmatico in molteplici ‘si sa’ (difetto prevalentemente accademico), oppure, peggio, a campagne mediatiche strumentali e a senso unico, che screditano ulteriormente l’autorevolezza di chi fa informazione.

Invece di una politica che alimenta la trasparenza dei processi decisionali e che supporta la capacità di formazione/informazione autonoma da parte di tutti, ci siamo ritrovati costantemente di fronte ad una politica intessuta di doppie verità (una edulcorata per la plebe, l’altra per gli addetti ai lavori), ad una politica capace di muovere leve mediatiche, e poi anche di agire sulla base di emergenze mediatiche, e infine ad una politica che di fronte al crescente distacco della gente replica con lo sprezzo verso gli ‘ignoranti’.

 

 

 

QUANTE STELLE MI DAI? LA POLITICA AL TEMPO DI TRIPADVISOR

QUANTE STELLE MI DAI? LA POLITICA AL TEMPO DI TRIPADVISOR

La politica ai tempi di tripadvisor
 

di Antonio CAPUANO

C’era una volta la Politica, non parlo di Destra e Sinistra, ma della politica in sé e cioè della antica arte di accompagnare il popolo e a volte finanche “persuaderlo” al fine di fargli fare la cosa giusta e spingerlo ad acquisire la piena padronanza della ragione, quale unica fonte della vera libertà.

La figura del “Politico” ha acquisito svariate sfaccettature e definizioni nell’arco dei secoli, plasmandosi ed adeguandosi come giusto, alla mutevolezza dei tempi e dei contesti sociali.

Secoli dopo però, siamo sempre lì: hanno ragione Rousseau e Socrate, secondo i quali il vero uomo politico è “populista” e “legislatore”, termini che nell’accezione moderna sono purtroppo degenerati in “demagogo” ed “esecutore”.

Il Populista è colui che sa stare in mezzo al popolo, recepirne le istanze, dargli voce, interpretarlo e rappresentarlo al meglio, figura da non confondere con il demagogo moderno (come purtroppo accade oggi) che invece per raccattare voti, dice al popolo tutto ciò che vuole sentirsi dire, incurante delle conseguenze e senza programmi, ideali e visione futura. “Domani è un altro giorno”, come disse Rossella O’Hara in un famoso film, e il politico italiano moderno ne ha fatto uno stile di vita.

Allo stesso tempo ormai la politica e le istituzioni si sono svuotate di ogni valore, riducendosi a meri esecutori di direttive calate dall’alto o figlie degli interessi particolari dei pochi.

Dimenticandosi che le leggi, invece, dovrebbero servire a tracciare il sentiero ideale della civile convivenza e della libertà intesa nella sua accezione comunitaria e non certo individuale, favorendo così il passaggio dalla società naturale alla società civile, dato che altrimenti il diritto naturale prevale su quello positivo e un tale eccesso di libertà concretizza quel paradosso tale per cui “senza leggi l’uomo non è libero.”

Ed ecco che un essere umano non può più nemmeno decidere dove vivere, perché le istituzioni schiave del sentimento popolare più becero ed egoista si prendono la “libertà” di farlo al suo posto e quindi da un lato propagandano male, passando da “sono nostri fratelli” a “mandiamoli via” e dall’altro legiferano con un decreto in materia di immigrazione (cd.Decreto Minniti) che spazza via circa un secolo di lotta per l’integrazione e il multiculturalismo e ciononostante trova l’assenso e non i brividi di una buona parte della società.

Questo succede perché ormai la politica si è totalmente svilita del proprio valore di fondo: ossia perseguire con competenza, ideali, programmi e prospettiva un modello di “società ideale”, plasmato attraverso l’interpretazione delle istanze sociali.

Finendo invece col ridursi ad una fagocitante ed egoistica caccia al consenso da raggiungere ad ogni costo, senza curarsi delle conseguenze presenti e future.

Per cui se a Dicembre va di moda difendere i migranti, li difendo e se invece a Giugno va di moda cacciarli via, li caccio.

Perché?

Perché non si ha una visione d’insieme, serve solo approvazione e allora invece di cercare le cose giuste seppur impopolari, ci si butta su quelle dannose, ma facili.

La domanda che i nostri politici contemporanei si pongono a fine giornata non è più “ho fatto la cosa giusta per il bene e il futuro del popolo“?, bensì “quanti like, stelline o condivisioni ho preso oggi e cosa posso fare per incrementarli e trasformarli poi in voti domani?“.

Pochi giorni fa ricordavamo la nascita di Che Guevara e poco tempo fa quella di Enrico Berlinguer, due che di insulti, minacce e tentativi di ucciderli ne hanno collezionati tanti e che oggi non avrebbero certamente i “Like” di Matteo Salvini o di Virginia Raggi.

I primi due però hanno fatto la storia, aiutato milioni di persone e cambiato il mondo perché sapevano che bisognava avere il coraggio di fare la cosa giusta anche se pericolosa, difficile e impopolare e l’hanno sempre preferita a quella facile.

Gli altri due invece cambiano solo il loro “stato” sui social e fanno comunque più danni della grandine, non può essere un caso.

Facebook quando ho iniziato questo post, mi chiedeva come sempre “A cosa sto pensando”: sto pensando a quando non c’era Facebook e la politica si faceva davvero per vocazione e non solo per professione.

Perché c’è stato un tempo in cui un ideale valeva più di un “segui” e finanche di un seggio in Parlamento e dove si moriva pur di ottenere giustizia, anziché limitarsi a scriverlo in bacheca.

Più che Buonismo, Populismo, Benaltrismo etc, il vero problema di questo Paese è la Politica con la P maiuscola perché solo quando l’avremo riscoperta e torneremo a farla, potremo pensare di risollevare davvero la società in cui viviamo…

LA CRIPTA E I SOLONI

LA CRIPTA E I SOLONI

Cimitero

di Jacob FOGGIA

 

Un fantasma s’aggira per l’Europa: il fantasma del populismo.

E dinanzi a questo ectoplasma indefinito, a gambe levate fuggono analisti, politici di professione e intellettuali dal pedigree socialista.
Spaventati, sconcertati, inorriditi. Emmanuel Macron, ex-Ministro francese dell’Economia, dell’Industria e del Digitale, leader di En Marche!, candidato per il centro alla Presidenza della Repubblica francese, è stato fischiato ad Amiens, sua città natale, dai lavoratori della Whirlpool.
Gli stessi che, in sciopero contro la delocalizzazione della fabbrica in Polonia, hanno applaudito Marine Le Pen.
Nello stesso distretto industriale in cui altri lavoratori rischiano dai dieci ai trenta anni di galera per aver sequestrato due manager nel 2014, all’apice della vertenza sulla dismissione della Goodyear.
E la Francia non è il Congo belga.
La Francia è la Francia.
Romantico riferimento della nostra raffinata socialdemocrazia dai tempi della Gauloises blu, delle Renault e di tutto quello che suscita invidia.
Pare di sentirli, i “nostri”.
Hanno toppato, stavolta, ‘sti operai francesi.
E i renziani non glielo mandano a dire. Hanno spalancato – reazionari che non sono altro! – le porte alla politica dell’insulto, della paura, del pregiudizio. Si sono concessi ai mezzucci della destra triviale, volgare e offensiva. Antieuropeista e xenofoba. Vergogna, operai!
E noi che vi abbiamo sempre trattato come persone normali! Interessante. Il punto di vista dei nostri democratici, sulla Francia e non solo. Un paradosso pieno di sfaccettature divertenti e tragiche. Le chiavi di lettura per accedere ad una distopia dei parametri, ad un rovesciamento dei riferimenti, che gela le ossa.
C’era un libro-inchiesta qualche tempo fa. Parlava delle reazioni dei cittadini statunitensi all’11 settembre. Si intitolava “Perché ci odiano”?
Beh, diciamo che il rapporto tra la “sinistra” e la cosiddetta “gente comune” segue la stessa falsariga.
La stessa trama del libro.

Partiamo da principio. Quando la “sinistra” parla di populismo non si rende conto – o non vuole rendersi conto – che indirettamente la destra, parlando delle stesse cose, parla di “bisogni”.

Reali o percepiti, autentici o indotti che siano, è quello il focus.
La preoccupazione per il salario differisce dall’ansia di un eventuale licenziamento, e questi dalla sicurezza dei quartieri solo per l’apparente immaterialità o non immanenza di due parametri su tre.
Ma il bisogno resta intatto.
E non c’è classe sociale – o, ancor peggio, non c’è individuo – incapace di valutare ciò di cui necessita, di pesare i benefici e i malefici di ogni azione.
La supponente sinistra intellettuale, stampella di una sinistra politica antipopolare al limite dell’oltraggioso, potrà tranquillamente scaricare sulle consuete categorie dell’impreparazione culturale della plebaglia le conseguenze di un agire economicamente delinquenziale.
Ma noi, che siamo d’altra scuola, non possiamo liquidarla così, la faccenda.
La sconfitta epocale dei progressisti, quella definitiva, almeno da noi, risiede nel non essere riusciti a mostrarsi alla “gente comune” neppure col volto del più blando, retrivo e molliccio welfare state.
Nessuno che dica: la Svezia.
Ma, cazzo, manco niente!
La celebrata ascesa al governo della prima coalizione di Centro-sinistra del dopo Tangentopoli, nel 1996, salutata con fuochi d’artificio e proclami degni di una seconda liberazione, ha di fatto collimato con la più massiccia e invasiva campagna di ristrutturazione del mercato del lavoro e di privatizzazioni del secolo scorso.
Una pioggia di interventi, di pacchetti, di leggi e decreti legge, atti a segmentare e smantellare il mondo dei ceti subalterni così come lo si conosceva e a favorire l’ingresso del padronato nella “new economy” da meravigliarsi di quanto le piazze fossero vuote e silenti.
Roba da applausi a scena aperta alla triplice.
Roba da pensare che non abbiano fatto altro.
Il tutto accompagnato dallo scollamento con quella base di cui per anni si è favoleggiata l’esistenza.
Apprendistato, interinale, tirocinio formativo sono termini introdotti nel giugno del 1997.
L’epoca della flessibilità.
Il precariato sancito per legge delega. Poco prima di spellarci le mani per il Nobel a Dario Fo.

La sinistra, specie quella d’alto bordo, ripugna gli appetiti popolari.

Prova istintivo disgusto per le passioni del volgo. Inorridisce dinanzi a quelle che ritiene forme di isteria, modelli dell’irrazionale, superstizioni fanatiche.
Tanto quando si parla di masse in festa per un successo sportivo quanto per l’accanimento con cui certe categorie in bilico difendono il proprio fottuto posto di lavoro o la fermata di un autobus.
Forti delle loro infarinature positiviste, razionaliste, illuministe, del loro citazionismo da fumoso jazz club di un romanzo sudamericano, da distanze siderali si scandalizzano: della paura per la concorrenza straniera che scuote i lavoratori precarizzati, per il vortice liberista che spinge al ribasso il valore del proprio tempo, per gli affitti alle stelle in quartieri popolari gentrificati che spingono verso le cinture urbane della “guerra fra poveri”.

La loro politica di tolleranza e pacificazione si basa sui chilometri di spazio che li separano dalle contraddizioni del reale.

E chiosano con una scrollata di spalle e con un giudizio tranchant ogni timore che dal basso lambisce le finestre delle loro torri d’avorio.
Ma pensiamoci un attimo. Davvero questa plebaglia è la stessa che da secoli invoca il sabba e poi brucia la strega?
Davvero queste fogne metropolitane sputano ancora orde di volontari ai pifferai magici di turno?
Davvero è solo questione di “cultura”, di “analfabetismo di ritorno”, di “ignoranza funzionale”?
Davvero, come spesso capita, alla prossima sconfitta elettorale delle coalizioni di centro-sinistra bisognerà invocare il cambio del popolo? O c’è dell’altro?
Questi della Whirlpool sapevano chi era ‘sto Macron? A occhio e croce, sì. Non foss’altro che a lui, a Emmanuel, è intitolata una legge.
La “Loi Macron”, per l’appunto.
Una legge sul lavoro – nello specifico, sui trasporti e il trattamento dei lavoratori impiegati temporaneamente sul suolo di Francia – che faceva da corollario, o da “cespuglio”, alla ben più celebre “Loi travail”. Il disegno di legge, approvato dal governo Valls (di cui Macron era Ministro dell’Economia) nel luglio del 2016, che – tra le altre cose – semplifica i licenziamenti, riduce il diritto al riposo per le prestazioni occasionali, trasforma la reperibilità in riposo non retribuito, limita le indennità per ingiusto licenziamento, aumenta la giornata lavorativa per gli apprendisti (fino a 40 ore settimanali) e modifica al ribasso gli straordinari.
Un disegno di legge che incendiò la Francia e sulla quale il Macron si disse persino possibilista rispetto ad un ulteriore aumento delle ore lavorative anche per i dipendenti non apprendisti.
Sarà una nostra malevola impressione ma, ehm, sì. Quelli della Whirlpool sapevano chi stavano fischiando.
La sdegnosa sinistra, a questo punto, lascerà il suo calice di cognac sul comodino Luigi XVI ed esclamerà, con fiero disappunto, che la collusione del soggetto con le politiche anti-popolari di Valls e Hollande (tutti rigorosamente espressione del socialismo europeo) non è elemento sufficiente per parteggiare per una fascista come la Le Pen.
Che poi, detto da quelli che propagandano il superamento delle ideologie ogni due per uno, fa pure sorridere.
Ma tant’è.

Il guaio, e siamo sempre lì, non è chi cavalca il malcontento. Il guaio è chi il malcontento lo crea.

I mesi di Matteo Renzi da Presidente del Consiglio sono stati mesi di scudisciate all’orgoglio di intere categorie di lavoratori, a cominciare dalle maestre per finire agli infermieri. Mesi di vuoti progetti da piccolo Cesare finiti spedendo ragazzini di sedici anni a pulire i cessi dei McDonald’s nel nome della “Buona Scuola” e di un’alternanza scuola-lavoro che prepara allo sfruttamento intensivo come Hogwarts ha preparato Herry Potter.
Il Jobs Act non era e non è affatto meglio della legge sul lavoro francese.
E anche in quel caso, da noi, le piazze hanno riecheggiato uno strano silenzio confederale.
La mancanza di garanzie, l’impossibilità di una progettazione domestica degna di questo nome, la frenesia da conquista di un posto qualunque e il successivo parossistico bisogno di mantenerlo, spezza in due il morale della classe.
Che si frammenta in comunità sempre più slegate, sempre più isolate.
Fino alla monade che lotta con la monade concorrente.
Il precariato esistenziale – amministrato dalle sinistre di governo nell’arco di un doppio decennio – ha frantumato ogni solidarietà, ridotto in pezzi ogni appartenenza, acuito la competizione tra straccioni, messo sul lastrico migliaia di donne e di uomini disposti a tutto pur di riconquistare un posto al sole. O di non perdere quel che ancora si trattiene.
In questa situazione – perché questa è la situazione, signori, capiamoci! – chi è più colpevole? Chi genera afflizione sociale e derelitti pronti a battersi, come i barboni in un noir, tra le vie di una Gotham city, per un posto letto o un pasto alla Caritas?
O coloro che a costoro offrono la più becera, oscena, irritante soluzione?
I secondi sono il frutto marcio delle politiche dei primi.

No, noi non stiamo con la Le Pen. Come non stiamo con Salvini. Se questa è la domanda.

Ma troviamo disgustoso al limite dell’offensivo l’atteggiamento di certi saccenti e boriosi intellettuali, che dall’alto delle loro conoscenze accademiche, sputano sentenze su quella fascia di popolazione ormai disorientata e pronta ad azzannare.
Per bisogno, non certo per odio.
Offensivo il giudizio sugli operai “reazionari”, dopo che a questi ultimi è stato tolto persino il beneficio del dubbio su certe “immacolate” figure politiche.
“Lo vuole l’Europa!”, si è urlato per lustri. Come una formula salvifica.
La gente, quella comune, quella che poi fa i serbatoi di voti, ha atteso pazientemente. Si è sacrificata, nell’attesa della venuta della dea.
Ma Europa è un mostro che divora i suoi figli triturandoli negli ingranaggi di una burocrazia invisibile e impalpabile.
La “gente comune” potrà anche non sapere nulla dei meccanismi di palazzo. Ma sa da che parte sta il nemico.
E chi glielo indica, ahinoi, vince. E tirar fuori la storiella dei “fascisti” cattivi ogni tot probabilmente non servirà ad evitarlo.
Un fantasma s’aggira per l’Europa: il fantasma del populismo.
Ad autorappresentarsi come unico argine: coloro che lo hanno evocato.
Coloro che lo hanno liberato dalle cripte.
Melénchon FA PAURA? MOLTO BENE!

Melénchon FA PAURA? MOLTO BENE!

Jean-Luc Mélenchon

I soliti avvelenatori dei pozzi, i media mainstream, parlando dei quattro candidati francesi, asseriscono che i mercati temono Mélenchon perché populista.

Falsi come Giuda, mentono sapendo di mentire su Jean-Luc Mélenchon.
Servi del sistema, mistificano per continuare ad ingannare una certa italietta che si abbevera alle loro velenose fonti.

 

Certo che Mélenchon fa paura.

Certo che ne fa ai mercati.
Ma di sicuro NON perché è populista.

È di SINISTRA, servi e lacchè che non siete altro, e se va tutto bene, se non si fa prendere dal mantra di una certa sinistra da pensiero magico che immagina la BCE assorbire il debito pubblico dei paesi dell’eurozona, porterà la Francia fuori dall’UE.

Fatevene una ragione, il popolo non è stupido come vi piace pensare e presto vi presenterà un conto salatissimo, ma stavolta il saldo sarà solo a carico vostro.

FITCH DECLASSA IL RATING DELL’ITALIA? #estikazzi

FITCH DECLASSA IL RATING DELL’ITALIA? #estikazzi

Fitch

CHI E’ FITCH E PERCHE’ PARLA MALE DI NOI

di Massimo RIBAUDO

Si fa un gran parlare di scienza, di esperti, di notizie su fatti e dati che devo avere il rango di oggettività per essere credute: devono essere VERE (quando sappiamo che in molti campi la scienza è solo, e vuole restare umilmente tale, PROBABILISTICA e fedele al “principio di falsificabilità” dei suoi paradigmi).

Qualcuno vuole addirittura istituire ministeri della Verità, e cioè avere il monopolio della propria propaganda.

Si deridono coloro che mettono in dubbio l’utilità pratica di una diffusione eccessiva di alcune, e solo di alcune, terapie di profilassi medica, di chi crede alle “scie chimiche”, in complotti sull’ 11 settembre, o di chi crede nell’astrologia.

Eppure pochissimi osano mettere in dubbio le valutazioni ( di rischio di credito e di acquisto di titoli)  di agenzie di rating private. Standard & Poor’s, Mooody’s, Fitch regolano, con le loro valutazioni, il mercato borsistico e dei titoli di Stato a livello globale. Le loro sono sentenze, lo ripeto PRIVATE,  che influenzano e vorrebbero determinare sempre di più la vita delle persone e delle economie di interi Stati. Il privato governa lo Stato attraverso queste pagelle ai comportamenti dei governi con voti che vanno dalla tripla “A”, (dove il capitale ha la massima sicurezza di essere restituito), ai voti più bassi, la tripla C, o la D dell’agenzia di rating Fitch.

Se questo avvenisse soltanto in relazione alle società private, e ai loro fabbisogni di credito, lo riterrei un meccanismo oligopolistico e imperialista del capitale (sono poche tre società, e non va bene che siano  tutte residenti negli Usa e a Londra (Fitch), ma ancora ci muoveremmo nel campo del diritto privato ad acconsentire al controllo di agenzie di valutazione nel campo degli scambi commerciali e finanziari tra società. E’ il Capitalismo, in fondo. Come lo si conosceva e lo si combatteva, mediandone normativamente le caratteristiche maggiormente predatorie e lo si arginava, in Occidente, con alterne fortune.

E invece siamo andati oltre. Le agenzie di rating GIUDICANO gli Stati sovrani.

In effetti le “scie chimiche” non sono dimostrabili. Ma è dimostrabile, e come, che il debito italiano, del suo Stato, presenta maggiori rischi perché c’è la presenza, secondo il report di Fitch, di “partiti populisti”?

Perchè, sapete, la politologia, che è una scienza sociale, come l’economia, non è ancora concorde su cosa significhi “populista”. Credo che Fitch si riferisca la fatto che in Italia esistono partiti (e per me sono ancora troppo pochi, e alcuni di loro troppo ambigui) che vogliono uscire dall’Euro, che vogliono costruire più scuole col bilancio pubblico, e investire in ricerca, anziché in armi o missioni militari.

Esiste, certo è nato da poco, il nostro Movimento, il MovES, che vuole ritornare ad avere una Banca Pubblica centrale, con una propria moneta e banche pubbliche.

Ma questo non è un pericolo per il rischio del nostro debito pubblico, perchè il Giappone ha un rapporto debito pubblico/Pil del 236% e deficit/Pil del 10% eppure Fitch e altre agenzie gli garantiscono la A, e alcune la A+.

Perchè il Giappone ha una sua moneta e una sua Banca (lo dice lo stesso Sole24Ore).

Sui vaccini ci facciamo mille domande, ed è giusto che la scienza risponda e ci sia un dibattito.

Su Fitch, nessuno si fa una domanda?

Cosa è Fitch?

Basterebbe fare una piccola ricerca su Wikipedia, e con tre click incrocereste tre notizie fondamentali. Tre click, è comodo.

Fitch è una società che valuta il credito i rischi di mercato. E’ un gruppo che comprende tre società, e una si chiama Algorithmics. Le loro valutazioni spostano miliardi ogni giorno.

Ma attenzione. “Il Fitch Group è una sussidiaria a maggioranza controllata dalla Hearst Corporation basata a New York”.

Secondo click. Hearst Corporation.

Questo cognome ci dovrebbe insospettire. Quelli più “anni ’70” di noi ricorderanno sicuramente la miliardaria rapita che poi fece anche parte dell’Esercito di Liberazione Simbionese.

Patricia Hearst

 

Quindi gli Hearst, che detengono la maggioranza (80% delle azioni) di Finch non sono finanzieri. Sono editori. Hanno giornali, riviste, TV. Rappresentano da oltre un secolo uno dei più grandi colossi mondiali nel settore dei media. Finanza e informazione. Uniti insieme. E chi li controlla?

NESSUNO.

E adesso arriviamo al terzo click. Andiamo al fondatore della dinastia degli Hearst (che, lo ripeto per l’ennesima volta ancora, sono i maggiori azionisti di Fitch): William Randolph Hearst

Si, è lui. L’uomo che Orson Welles raffigurò in QUARTO POTERE, con il nome di Charles Foster Kane.

Era il più grande editore di giornali negli Stati Uniti.

Uno degli uomini più potenti del mondo che arrivò a fare eleggere o mettere in ombra presidenti degli Stati Uniti, e a provocare la Guerra degli Stati Uniti contro la Spagna per Cuba.

Hearst amava anche definirsi, e così ne mostra tutte le sue profonde contraddizioni Orson Welles: “un uomo del popolo che predilige le masse alle élites”.

UN POPULISTA!

Non c’è niente da ridere.

Fitch non ci dice in base a quali criteri scientifici elabora i suoi report.
E’ una succursale di un impero globale editoriale che attraverso la sua propaganda influenza la politica dei governi da un secolo.

E il Governo italiano, i politici e noi italiani dovremmo badare alle sue valutazioni?

No, scusate.

Vado a leggere l’oroscopo di Rob Brezny

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