SALVINI E GLI OCCHI DI MINNITI

SALVINI E GLI OCCHI DI MINNITI

Salvini contestato Foggia

di PLEBE FOGGIA

Quali siano le loro intenzioni, uno attento come Dino, glielo avrebbe letto negli occhi. Specie in quelli di alcuni.

Nella prima linea della Finanza, ad esempio. Dove li si vede muoversi febbrili, dilatati, impazienti.

Dove le narici sbuffano aria rovente. E le mani stringono manganelli bruciando l’aria che ci separa. Ci sono a ridosso. Ci fronteggiamo, immobili o quasi, da un paio d’ore.

Ma così vicini non eravamo mai stati.

Il risultato è che capiamo che qualcosa, a duecento metri da noi, dinanzi al cinema che ha ospitato il comizio di Matteo Salvini, sta succedendo, si sta muovendo.

Ma che, altresì, non siamo in grado di capire cosa. Siamo partiti in tarda mattinata, dallo Scurìa.

Un centinaio, poco più. Ora siamo il doppio.

Militanti del centro sociale, certo, ma anche ragazzini e ragazzine dei collettivi studenteschi di Foggia e provincia, singoli cittadini di mezza età, signore anziane, commercianti della zona, comunità straniere.

Non abbiamo caschi, né bastoni da abbattere tra la scapola e la base del collo di quelli che ci guardano con l’ansia di aprire qualche testa.

Abbiamo interpretato questa giornata come la risposta popolare ad una provocazione.

Abbiamo esteso l’invito alla città. La guerriglia urbana non era nei nostri piani. La manifestazione non era autorizzata, è vero.

Ma a giudicare dallo schieramento di forze presenti dal primo mattino sul luogo del delitto, non siamo stati abilissimi a sfruttare l’effetto sorpresa.

Un paio di buste di frutta marcia, un po’ di uova. Qualche torcia rossa.

Per accompagnare i cori all’uscita del razzista padano.

Ma ci sono a ridosso, ci coprono la visuale.

E non possiamo immaginare che il leader della Lega Nord sia sgattaiolato in tutta fretta da una porta sul retro.

Dalla nostra prospettiva l’uscita la possiamo solo ipotizzare. E parte il lancio di ortaggi, un po’ alla cieca. E parte la carica, che ci vede benissimo. Decisa, dura, rabbiosa. Degna di miglior causa.

L’articolo 341 bis del Codice Penale punisce chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale. Il 18 del Testo Unico, invece, regolamenta la libertà di manifestazione.

Noialtri, a detta del Tribunale, li abbiamo violati entrambi.

Lo accertano le indagini.

A conclusione delle quali, però, non si procede con il rinvio a giudizio, il processo, l’accertamento della verità attraverso il dibattimento. Roba vecchia.

Ma con un decreto penale di condanna.

In sostanza: in trentadue veniamo raggiunti, a venticinque mesi di distanza dai fatti, da trentadue sentenze.

Quattro fogli in cui si elencano i nomi dei colpevoli, si specifica il perché e si comunica la punizione: quattro giorni di reclusione convertiti in mille euro di multa. A testa. Trentaduemila euro. Pena non sospesa.

Perché, scrivono, sulla manifestazione non autorizzata non si può transigere.

E perché, aggiungono sibillinamente, siamo attivisti politici, pronti a reiterare i comportamenti delittuosi di cui sopra. In sostanza: per loro siamo colpevoli, anche senza imbastire procedimenti.

Se vogliamo far perdere tempo e soldi all’erario, allora dobbiamo rivolgerci ad un legale, fare formale opposizione e accollarci, nel caso, l’onere (economico) di aver complicato il funzionamento dello Stato. Allungando il brodo con la storia dei diritti borghesi su un punto che si riteneva assodato: l’indagine di polizia. Che bastava e avanzava.

Mille euro per trentadue. Trentaduemila euro. Basterebbero questi, in periodi di vacche esangui, a giustificare l’opposizione.

Per una banale questione di economia domestica. Oltre che di principio, di metodo, etc.

Ma il fulcro della vicenda è altrove. È nei meandri del visibile.

Nella congiunzione tra segmenti di rette apparentemente slegate, indipendenti l’una dall’altra. I nostri decreti penali sono sì uno sfregio postumo all’esperienza del (fu) centro sociale, una punizione esemplare finalizzata alla schedatura e alla dimostrazione di forza post-datata.

Ma sono, soprattutto, una filo del gigantesco reticolato repressivo che il Partito Democratico ci sta disegnando attorno. Intrappolandoci alla nostra impotenza.

Giacché di cose ne sono cambiate, in due anni di Renzi-Gentiloni.

Nel maggio del 2015, quando in strada fronteggiavamo gli scudi, non era ancora in vigore il decreto Orlando-Minniti. Oggi sì. Ed è a partire da questo, raccogliendo le trame come una Penelope militante, che bisogna partire. Per capire quel che ci sta succedendo. Perché non sono soltanto i 32 decreti di condanna di Foggia, o i 28 di Viareggio (stesso motivo, processo che parte il 18 luglio), a darci il polso del contesto.

Ma è ognuno di quei segmenti, comparati e singolarmente, a giustificare un’apprensione che ha bisogno di analisi valutative e valvole di sfogo collettive. Con una certa fretta.

In discussione è la consolidata, talvolta rituale, pratica della piazza.

L’apparentemente acquisita, data una volta per tutte, prassi della manifestazione (o della contro-manifestazione o del contro-vertice) come atto esteriore e compiutamente esplicativo dell’istanza, dello stare in strada. Se ci guardiamo indietro, non riusciamo a trovare traccia della forza popolare che non si esprima attraverso una massa organizzata in marcia. Se ci guardiamo attorno, è tutto un pigolare di liberal che lamentano le limitazioni alla libera espressione delle idee: dagli omosessuali in Cecenia ai profeti blogger nella Russia di Putin; dalla Francia spaventata a morte dal terrorismo islamista ad ogni opposizione non islamista nella Turchia di Erdogan.

Sbilenco, lo sguardo che punta all’indietro e al presente, tende ad escludere la minoranza che siamo.

E quel che – qui e adesso! – accade.

I daspo urbani, triste conclusione di un’altra parabola ad escludere, quella dei brutti, sporchi e cattivi frequentatori delle curve che per vent’anni hanno messo in guardia i militanti “seri”, ottenendone un qualche riconoscimento a frittata fatta; il frainteso, imposto, borghese senso del “decoro”, con i divieti più folli e disparati dei sindaci-sceriffo nelle città universitarie colme di fuori-sede e nei gioiellini col porto turistico saturo di danarosi viaggiatori; con gli attacchi polizieschi di Piazza Verdi, di Mezzocannone, di Santa Giulia, con la celere sui Mojito e sui Cosmopolitan in un delirio securitario da film sulle piccole apocalissi urbane.

In Italia le piazze si allontanano. Si fanno piccole e inaccessibili.

Una visione onirica in un monologo teatrale.

E manifestare diventa un miraggio.

Proprio nel momento in cui ai compagni pesava di più onorarne la ritualità. In sintesi, tagliando un po’ con l’accetta una realtà senza dubbio più sfaccettata, il giro di vite sulla praticabilità delle nostre città sta al movimento come la Tessera del tifoso a certe tifoserie già prima stanche di viaggiare o il referendum radicale sull’abolizione dell’obolo al sindacato nel momento di minore popolarità dei sindacati stessi.

Come a dire: ce n’erano già prima di Minniti di critiche al nostro modo di stare in piazza.

E adesso, spiazzati, dobbiamo recuperare terreno su un tapis-roulant che ci aveva fatto soccombere di diversi metri all’indietro già prima della mazzata.

Prima dei fermi preventivi del 25 marzo, dei centocinquanta compagni trattenuti a Tor Cervara, dei fogli di via da Roma comminati per conclamato “orientamento politico”.

Prima della zona rossa a misura di città che ha portato Trump ad essere il primo presidente statunitense non contestato in una sua vacanza romana. Prima del blocco navale e dei divieti di manifestare a Taormina durante il G7, che hanno ridotto a sparuto drappello quella che un tempo era oceanica partecipazione agli appuntamenti contro i ridicoli vertici dei potenti della Terra.

Prima della caccia all’uomo preventiva nelle vie di Bari, alla vigilia del G7 dell’Economia, allorquando – oltre ad imporre agli esercenti la chiusura nei giorni caldi degli incontri futili e ampliare la zona rossa all’intera città vecchia e oltre – la sbirraglia si è presa la briga di controllare un bel po’ di precedenti e di somministrare dosi massicce di fogli di via a studenti e precari incompatibili con un’estetica politica che mostra le first-ladies in giro per castelli e gelatai con la gente esclusa, scacciata o ridotta in casa.

Per non guastare le foto ricordo.

Qualcuno l’aveva vaticinato: il terrorismo sarà la madre di tutti gli alibi. I nostri diritti – dati per scontati, e per questo vissuti pigramente ed esercitati in maniera deprivata – moriranno prima della paura da attentati.

Noi ci opporremo, com’è ovvio, al decreto penale di condanna.

Ma non certo per ottenere dal giudice un paio di assoluzioni o qualche sconto di pena.

Ma per rivendicare.

Tanto la legittimità della nostra presenza e del nostro diritto di contestazione (a Salvini, ad Alfano, a Delrio, a chiunque).

Quanto per riaffermare il nostro assoluto disprezzo rispetto alla new wave della repressione in questo Paese. 

Oltre che per rappresentare tutti i condannati di domani, quale che sia il loro ruolo in strada. Giacché dietro allo sguardo inebetito di Salvini ci sono gli occhi di Minniti. E dove mirano non c’è bisogno di Dino per leggerlo, interpretarlo, capirlo.

Non affronteremo il processo per i fatti del 15 maggio come se fossero avvenuti su un satellite di Giove.

Politicamente non avrebbe alcun senso. I decreti penali di condanna ci sono perché hanno deciso – come già testato in Valle – di sconfiggere le opposizioni gravando sui bilanci dei singoli compagni e dei collettivi di lotta.

E perché ci sono i fogli di via, le zone rosse, i divieti, i daspo urbani, le cariche “alla movida”.

Andremo a processo per questo.

Perché bisogna riannodare i fili, le tracce apparentemente sparse alla rinfusa, e ricominciare a guardare con aria famelica quello spazio immenso, vuoto ed elettrificato che è stato il nostro habitat naturale dalla presa della Bastiglia all’altro ieri.

E che non possiamo, non dobbiamo, cedere all’arroganza dei nostri guardiani.

REATO DI TORTURA, UN FUNZIONARIO PUBBLICO NON È AL DI SOPRA DELLA LEGGE

REATO DI TORTURA, UN FUNZIONARIO PUBBLICO NON È AL DI SOPRA DELLA LEGGE

Agenti in tenuta antisommossa a Brescia

di Antonio CAPUANO

Finalmente – si voglio usare questo avverbio – anche in Italia viene riconosciuto e regolamentato il cd. “Reato di Tortura” e del resto per uno Stato che si definisce democratico, civile e di Diritto, non poteva essere altrimenti e anzi siamo arrivati notevolmente e colpevolmente in ritardo, ad un qualcosa che si chiedeva giustamente da anni.

Come al solito, ci siamo arrivati con moltissime ombre e poche luci, ma una legge c’è, e mi sento di esserne comunque soddisfatto.

Nel nuovo testo approvato, infatti, la possibilità che il reato sia commesso da pubblici ufficiali è adesso inserita al secondo comma ed è soltanto un’aggravante del reato, ulteriormente attenuata – come indicato dal comma successivo – «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti».

Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova e pm nel processo per le violenze alla scuola Diaz durante il G8 del 2001, ha spiegato che gran parte degli atti commessi alla scuola Diaz, se giudicati in base alla nuova legge, non sarebbero qualificabili come torture.

Va anche detto che un funzionario Pubblico nell’esercizio delle proprie funzioni, deve essere sempre identificabile, monitorabile, e di conseguenza, penalmente perseguibile laddove necessario, al fine di tutelare l’ordine pubblico nonché la dignità, libertà, salute e sicurezza del cittadino.

Reato di tortura e codice identificativo su caschi e divise, si ponevano quindi da tempo come un’esigenza indemandabile sul piano dei diritti umani e su quello della pubblica sicurezza.

Il resto sono solo inservibili e vergognose obiezioni da Stato di Polizia di stampo fascista e il fatto che in Parlamento qualcuno abbia orgogliosamente votato contro, protestando vivacemente anche in TV (vedi Salvini, Mussolini, Meloni. I Grillini si sono astenuti, ma va?), ci dà una volta di più l’esatta e infima dimensione di questi gretti soggetti della politica nostrana.

Nonostante le evidenti contraddizioni della legge approvata dal Parlamento io credo che in Italia crollerà anche il numero di morti per epilessia, durante un controllo delle Forze dell’Ordine. Così, a sensazione.

Un piccolo passo di civiltà, Forse, ancora troppo piccolo. Ma, almeno, ci si muove.

IL SISTEMA

IL SISTEMA

Game over

I funzionari non funzionano.

 

I politici parlano ma non dicono.

 

Gli elettori votano ma non scelgono.

 

I mezzi d’informazione disinformano.

 

I centri d’insegnamento insegnano a non imparare.

 

I giudici condannano le vittime.

 

I militari sono in guerra contro i loro compatrioti.

 

I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli.

 

I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano.

 

È più libero il denaro che la gente.

 

Le persone sono al servizio delle cose.

 

Tempo dei camaleonti: nessuno ha insegnato tanto all’umanità come questi umili animaletti.

 

Si dà credito a chi bene si nasconde, si venera la cultura del travestimento.

 

Si parla il doppio linguaggio degli artisti del camuffamento.

Doppio linguaggio, doppio.

 

Contabilità, doppia morale: una morale per dire, un’altra morale per fare.

 

La morale per fare si chiama realismo.

 

La legge della realtà è la legge del potere.

Perché la realtà non sia irreale, ci
dicono quelli che comandano, la morale deve essere immorale.

 

Chi non si fa vivo, sarà morto.

 

Sei obbligato ad essere bullo o fottuto,

 

Mentitore o mentito.

 

Tempo del cosa mi importa, del quale hai intenzione di fare, del non ti impicciare, del si salvi chi può.

 

Tempo delle frodi: la produzione non si arrende, il lavoro non vale.

Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci

ATTENTATO DI MANCHESTER: UN’ANALISI

ATTENTATO DI MANCHESTER: UN’ANALISI

Attentato a Manchester

di Massimo INTROVIGNE

A proposito dell’attentato di Manchester: lo sgomento, la pietà, la preghiera sono di tutti.

Lo specialista però ha il dovere di ragionare e dire qualche cosa in più.

Ci sono tre aspetti interessanti, non così evidenti nelle analisi dei giornali.

Il primo: magari si scoprirà che l’attentatore non aveva legami con l’ISIS, ma certamente applica la strategia più recente (il metodo Adnani) dell’ISIS: colpire obiettivi che non rientrano in nessuna lista di obiettivi sensibili.

San Pietro e Westminster sono obiettivi sensibili. La finale di Champions League, evento planetario, anche.

Con tutto il rispetto per Ariana Grande, nessuna agenzia di intelligence o polizia pensa che un suo concerto sia un obiettivo sensibile, da gestire con i sistemi di sorveglianza sofisticati e costosissimi che si mettono in opera per altri obiettivi.

Chi critica le polizie deve farsene una ragione: nessuna polizia può proteggere qualunque luogo e qualunque evento con la stessa tecnologia e costi con cui gli USA proteggono la Casa Bianca.

Lo sappiamo noi ma lo sa anche l’ISIS, che quindi esorta a colpire obiettivi non considerati sensibili.
Secondo: se sono vere le prime ricostruzioni della polizia inglese, l’attentatore era un cittadino britannico nato in Gran Bretagna.

Con tanti saluti a chi pensa che il problema si risolva chiudendo le frontiere o “rimandando a casa” gli immigrati stranieri.

Terzo: i primi due punti mostrano che le scorciatoie sono buone solo per le campagne elettorali.

Mandare l’esercito a proteggere Westminster o il Parlamento inglese non serve perché non colpiranno Westminster o il Parlamento: sceglieranno una partita di terza lega – dove comunque si possono ammazzare migliaia di persone – o un festival della birra in provincia o magari una pizzeria.

E chiudere ai rifugiati (magari cristiani) o cacciare gli immigrati (magari anche loro cristiani, in Inghilterra ce ne sono tanti) non serve, perché le bombe le mettono i cittadini inglesi.

Le soluzioni sono un sistema di polizia che sia presente capillarmente nelle periferie, lavori meno con i computer e più consumando la suola delle scarpe e sappia identificare per tempo i soggetti pericolosi – da questo punto di vista in Italia le cose vanno meglio che altrove – e una politica dell’immigrazione che disinneschi le ragioni di risentimento e spinga molti immigrati musulmani a collaborare e denunciare alle autorità gli amici e i vicini che mostrano segni di radicalizzazione e simpatia per i terroristi.

Strada lunga? Quella breve porta al Bataclan e al concerto di Manchester.

La libertà di NON poter manifestare

La libertà di NON poter manifestare

Avete letto tutti la notizia che tra i black bloc nel G8 a Genova c’era un poliziotto inglese. E sappiamo cosa stavano lì a fare. A distruggere con la violenza una libera e pacifica manifestazione per poi permettere la più atroce repressione.

E’ questo il livello attuale di infiltrazione del potere, di repressione e di manipolazione delle popolazioni.

C’è la libertà di manifestare, nella nostra Costituzione, ma i Governi non tengono in conto quello che è scritto in Costituzione.

Questa cronaca kafkiana di un manifestante CONTRO i Trattati Europei il 25 Marzo a Roma, dimostra che la libertà di manifestare è ancora rimasta lì, sulla Carta. E il popolo è completamente SOTTO CONTROLLO. E deve liberarsi.

di Simone ZAGAROLO

Li ho fotografati a poche distanza dal corteo, quando ormai era tutto o quasi, terminato.

Erano delusi per non aver avuto l’occasione di poter mettere in pratica la loro “missione” e si vedeva!
Per queste foto che in realtà ritraggono poliziotti in tenuta Black Bloc, sono stato trattenuto per tre ore, isolato, strattonato, sbattuto contro il muro, circondato da quattro o cinque di loro.

“Cinque di voi, palestrati, contro un vecchietto di 65 anni? Qual è il pericolo che rappresento?

Alla richiesta di presentarsi, mi mostravano di sfuggita, velocemente, una placca d’oro. Ma non capisco se è vera o una patacca,
“Ma siete veri o fingete di essere poliziotti?”

Volevano le foto, e sequestrarmi la Memory card.

Al mio rifiuto (“occorre un mandato del giudice”, rispondevo) si sono infuriati, alla fine gli ho dato una copia di una memory card che avevo di riserva, e che avevo velocemente scambiato.
L’hanno distrutta e si sono ritenuti soddisfatti.

“Tesserino di giornalista!” Mi urlavano!
“Ma io sono solo un fotografo e blogger, non ho tesserino! Non è necessario un tesserino”

“E qual è il tuo blog, e dove pubblichi le tue foto, chi ti paga, per chi lavori?” Domande a raffica! Le mie risposte a termine di legge, li faceva infuriare ancora di più!

Hanno trattenuta la mia carta di identità “per l’identificazione”.

Poi la messa in scena del poliziotto “cattivo” e di quello “buono”, quello del dialogo e quello che mi strattonava e mi minacciava di chissà quali conseguenze.

“In fondo facciamo il nostro lavoro” E qual è il vostro lavoro? Il più infuriato era quello che si era presentato come “ispettore”, come se questo fosse stato come il “basta la parola”.

Rosso, paonazzo, con gli occhi rossi, ho presente il suo volto! Pareva “pippato” o “pasticcato”.

Dopo avermi schedato mi hanno “consigliato” di non farmi vedere più in giro a fotografare poliziotti in borghese per chissà per quali missioni segrete.

Questa volta, la loro missione è andata buca!
Ma hanno portato a casa la foto segnaletica di un “sovversivo”.

Che paura!!!!
Suona il cellulare.
Mia moglie.
Tranquilla, tutto normale, sono di ritorno.
NO! Non è successo nulla!
Di straordinario…

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