PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

immagine di Eretico e Corsaro

 

di Simona ZECCHI (pubblicata il 4 novembre 2014)

 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità». È quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

 

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.

 

3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).

 

4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.

 

5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.

 

6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.

 

Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare il Dna di decine di persone sospettate e a sentire 120  testimoni.

Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.

Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché.

La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.

È cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi.

 

fonte: Pier Paolo Pasolini – Eretico e Corsaro

 

 

PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

PASOLINI SAPEVA VERAMENTE TROPPO

 

di Giovanni GIOVANNETTI

Dario Bellezza, Graziano Verzotto, Antonio Pinna sono persone che nulla hanno mai avuto in comune: il poeta Bellezza è morto di Aids nel 1996; del democristiano Verzotto ricorderemo i temerari rapporti d’alto lignaggio mafioso con Michele Sindona e il boss Giuseppe Di Cristina (col primo condivise i “fondi neri” dell’Ente minerario siciliano; dell’altro fu “compare” e testimone di nozze). Quanto a Pinna, era un abilissimo driver romano al servizio negli anni Settanta del Clan dei marsigliesi.

Non si possono dunque immaginare figure tanto diverse nel sostenere la stessa cosa: il recupero di uno scottante dossier arrivato a Pier Paolo Pasolini su un autorevolissimo politico democristiano che starebbe a motivo della morte dello scrittore.

Questo “potente politico”, stando a Bellezza «era un amico dei neofascisti e della polizia, controllava i servizi segreti e sulle sue mani c’era la Gladio»; ben di peggio, stando a Verzotto, quel «dossier andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto».

Lo scandalo petroli

1974-75: Pasolini scrive sferzanti articoli sul “Corriere della Sera” e ha sul tavolo Petrolio, l’incompiuto romanzo uscito solo nel 1992. Chissà se sapeva del contrabbando di petrolio, delle evasioni fiscali e delle corruttele per circa 2 mila miliardi di lire (il cosiddetto fascicolo “M.Fo.Bi.Ali”) che, nel 1974-75, hanno come protagonisti il faccendiere democristiano Mario Foligni e il comandante della Guardia di finanza generale Raffaele Giudice (tessera P2 n. 1634, raccomandato ad Andreotti da Gelli e dai presuli presunti massoni monsignor Fiorenzo Angelini e cardinale Ugo Poletti). Viene tutto messo a tacere, dirà l’allora capo del controspionaggio italiano Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610), «per evitare un terremoto istituzionale». Copia di questo dossier segreto sarà ritrovata tra le carte di Mino Pecorelli nella redazione di “Op” dopo l’uccisione del giornalista.

Il piduista Pecorelli (tessera n. 1750) non è l’unico a lasciarci le penne. Il colonnello Salvatore Florio, che aveva rifiutato l’adesione alla P2 (tra gli affiliati alla loggia massonica segreta figureranno 39 alti ufficiali della Guardia di finanza), dovrà lasciare l’Ufficio “I” (Informazioni, il servizio segreto delle Fiamme Gialle), sostituito dal collega colonnello Giuseppe Sessa, poi coinvolto nello scandalo petrolifero. Florio si era reso conto dell’entità dello scandalo: «qui scoppia una bomba», dice alla moglie Myriam Cappuccio; «Le dirò presto tutto quello che sono venuto a sapere su di lei» dice al corrotto generale Giudice. Morrà nel luglio 1978 in un dubbio incidente stradale; contemporaneamente, dalla sua cassaforte spariscono alcuni documenti “riservatissimi”. Troppo zelante questo colonnello, che nel 1964 aveva persino fatto arrestare Luciano Liggio. Nel 1974, dal suo ufficio erano uscite le prime tre note informative su Licio Gelli e sull’allora segretissima P2.

Lo scandalo Italcasse

«Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titola il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. Pecorelli possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire ad Andreotti e girati ad “anonimi personaggi”, che l’onorevole avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Gaetano, Francesco e Camillo Caltagirone (dovevano a Italcasse 209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico “Memmo” Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò. Sono tutti elemosinieri di Andreotti. È la partita di giro dello scandalo dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.

Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi, nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano, e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro – Pecorelli verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze giudiziariamente non del tutto chiarite.

Il 6 aprile 1992 Tommaso Buscetta riferisce ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nel 1994 Antonio Mancini (un componente “pentito” della banda della Magliana) indicherà nell’andreottiano Claudio Vitalone il mandante dell’omicidio Pecorelli; a suo dire commissionato al neofascista e killer della banda Massimo Carminati (lo stesso di “Mafia capitale”) assieme al mafioso Michelangelo La Barbera detto “Angelino il Biondo”.

Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), mutuando la testimonianza di Buscetta i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”».

Processato a Perugia quale mandante dell’omicidio Pecorelli, nel 1999 Andreotti viene prosciolto, così come l’ex ministro del Commercio con l’estero Claudio Vitalone, Badalamenti, Calò, i presunti killer Carminati e Michelangelo La Barbera. Il 17 novembre 2002 la Corte di appello ribalterà la sentenza di primo grado, così che Badalamenti e Andreotti sono condannati a 24 anni di carcere come mandanti. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello viene infine annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rende definitiva l’assoluzione di primo grado.

Dalla Chiesa e forse Pecorelli erano a conoscenza della versione integrale del memoriale Moro. Entrambi vengono assassinati perché a conoscenza, scrive Sergio Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».

Per altre vie, delle molteplici articolazioni di questo livello occulto del potere o contropotere sottratto a ogni controllo democratico era venuto a conoscenza lo stesso Pasolini che, lo si è già ricordato, dirà all’amico-poeta Dario Bellezza d’aver ricevuto un dossier compromettente su un notabile DC.

Rispondendo ad Andreotti che, sul “Corriere della Sera”, era intervenuto in polemica con L’articolo delle lucciole, Pasolini seccamente rileva che l’eterno e inossidabile «Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della “strategia della tensione” e delle stragi», fingendo così «di non saper nulla sull’unica continuità di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato». E ancora: «fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del Paese».(Gli inossidabili Nixon italiani, 18 febbraio 1975).

Confondendo o fingendo di confondere lo sviluppo col progresso, Andreotti replicherà di nuovo ricordando sua «madre con le mani spaccate dalla fatica del bucato», dicendosi lieto «di vivere in un tempo che almeno in questo è molto migliorato»; e infine, sì, «la “strategia della tensione” è più grave ancora dell’ondata di delinquenza comune» (Le lucciole e i potenti, 18 febbraio 1975).

L’allusivo onorevole può ben dirlo: secondo Maletti, nel 1969 in molti sapevano della imminente esplosione «a scopo intimidatorio» della bomba di Piazza Fontana a Milano. Il gioco, dirà lo spione, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti. Quanto al golpe Borghese, come si legge in documenti recentemente desecretati, l’avallo di Nixon al Piano fu subordinato al coinvolgimento di Andreotti, il “garante politico” da porre a capo del nuovo governo golpista.

Trame bianche e trame nere… finanza massonica vaticana e P2… petrolio e tangenti… morti sospette e carte sottratte… Così come Mino Pecorelli e Salvatore Florio, anche Pasolini «in termini romaneschi “se l’andava cercando”»: lo dice un incontenibile Andreotti, facendola per una volta fuori dal vaso. Non pago, lo ripeterà beffardo di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore liquidato dal bancarottiere malavitoso Michele Sindona, altro mafioso assai vicino al “divino Giulio”.

Dell’impunito esponente democristiano, Pasolini ha tracciato questo profilo in Petrolio: alla festa della Repubblica, «c’era anche un uomo politico – era ministro da dieci anni e poi lo sarebbe stato per altri quindici – seduto su una poltroncina rossa, con un viso tondo di gatto ritratto tra le spalle, come non avesse collo o fosse un po’ rachitico: la fronte grossa di intellettuale era in contrasto col suo sorriso furbo, che aveva qualcosa di indecente: voleva cioè manifestare, con furberia e degradazione, la coscienza della sua furberia e degradazione».

Al dunque, cosa poteva aver ricevuto Pier Paolo Pasolini di tanto pericoloso? Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le sue carte.

 

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fonte: Globalist

AIUTARLI A CASA LORO DEPREDANDO RISORSE IN TUTTA L’AFRICA

AIUTARLI A CASA LORO DEPREDANDO RISORSE IN TUTTA L’AFRICA

di Nia GUAITA

Africa. La narrazione ufficiale, ci parla della lotta in corso in Africa contro il terrorismo, ma è così oppure, è iniziata la guerra del XXI secolo per accappararsi le ultime risorse?

Vediamo un po’: l’Africa subsahariana ospita sei delle 10 economie in più rapida crescita del mondo.
Il Nord Africa conta enormi depositi di petrolio e di gas naturale, il Sahara detiene moltissime risorse come il coltan, l’oro e il rame.

Il 60% del cobalto mondiale, viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo.
Al centro del Sahel (la regione che attraversa il Sahara) c’è il Mali, uno tra i Paesi più poveri del mondo ma che occupa una posizione strategica tra l’Africa settentrionale e l’Africa che raggiunge l’oceano e le foreste.

Nonostante il caos, le guerre e le rivoluzioni, l’interesse degli europei, degli americani, dei russi e dei cinesi è molto elevato per quelle che sono considerate le più grandi riserve di petrolio: “l’El Dorado del Sahel” così viene chiamato e che si estende dalla Mauritania all’Algeria, sino a nord del Mali.

Nel maggio 2014, dopo l’annuncio di Obama di assegnare ulteriori 5 miliardi di dollari per la lotta contro il terrorismo globale, un numero crescente di governi africani firma il programma AFRICOM (gli Stati Uniti sono l’unico Paese a dividere il mondo in settori militari separati: NORTHCOM, PACOM, SOUTHCOM, EUCOM, CENTCOM, AFRICOM).

Anche il Niger firma il programma e i militari USA riuniscono forze provenienti da 17 Paesi per “esercitazioni militari”.
Vengono istituite basi a Gibuti, Niger, Kenya, Etiopia, Somalia, Sudan, Burkina Faso e inviate truppe in Liberia durante la crisi di Ebola.

Per non essere da meno, la Francia comunica i piani per aumentare la sua presenza nel Sahel con una ridistribuzione di 3.000 militari.

La crescente militarizzazione dell’Africa, diventa quindi anche un notevole centro di profitto per il complesso militare-industriale, con milioni di dollari di contratti per produttori di armi e imprenditori privati.

Nel frattempo, anche le multinazionali cinesi si dedicano alla conquista del continente africano, con un piano di investimenti di oltre 60 miliardi di dollari in infrastrutture, delocalizzazione della produzione e manodopera, il tutto in cambio di risorse naturali (il 90% del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo finisce in Cina) e, recentemente, con la sua prima base militare a Gibuti.
Ci sono poi l’Inghilterra, l’Italia, la Norvegia, l’Olanda e la Russia che si ritagliano la loro parte.

Per concludere, più di 130 anni dopo la Conferenza di Berlino, se ancora non ve ne siete accorti, è in corso una nuova divisione del continente africano. Ah, dimenticavo: si combatte anche il terrorismo….

 

(Nelle foto, risorse e multinazionali in Africa. Fonte: Al Jazeera)

ELEZIONI NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

ELEZIONI NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Elezioni Iran

 

di Maria MORIGI

Sono annichilita dalla pervicace banalità dei media per cui tutto è ridotto ad una gara tra turbanti bianchi e turbanti neri.

Si insinua che la Persia non è ancora un paese entrato nella modernità che noi apprezziamo… mentre invece ci sono proprio tutti: Moderati, Riformisti Moderati, Conservatori (cioè Turbanti Neri che sono poi i Rivoluzionari), Conservatori Moderati, Riformisti Conservatori… Pragmatici di ambedue gli schieramenti… l’opzione per le sfumature di grigio non è ammessa, quasi come da noi col maggioritario.

Ci sono sullo sfondo: il problema mai chiarito del nucleare, la sfida ideologica e di sanzioni con gli USA.

L’annunciato ritiro delle famose sanzioni ha segnato un punto a favore del Presidente americano, ma scarsi risultati nella società iraniana, ben al di sotto delle speranze e aspettative cavalcate dalla moderata diplomazia del Presidente uscente Hassan Rouhani.

Aumentata la disoccupazione, la gente è sempre più povera per colpa sua, ha sbagliato a fidarsi degli americani’, dicono di Rouhani molti giovani.

Nei quattro anni dell’attuale presidenza la disoccupazione è passata dal 10,5 a oltre il 12 per cento, alcune fabbriche hanno chiuso, altre hanno smesso di pagare i dipendenti. La crescita riguarda solo il settore petrolifero. Le sanzioni bancarie Usa restano in vigore e i miliardi di investimenti stranieri non si sono materializzati.

L’apertura immaginata e proclamata dai moderati-riformisti è stata infatti poco incisiva e soprattutto poco apprezzata dalla gente comune (chiamiamolo il Popolo) che rimprovera alla classe di governo inconcludenza sulle riforme… mai giunte a compimento le varie promesse di modernizzazione.

Ecco quindi che rispunta -in questa competizione pur democratica- il nero dei Turbanti che poi non se ne era mai andato, come sanno coloro che hanno visto un po’ di Persia e le grandi manifestazioni di popolo a celebrare la Rivoluzione khomeinista del ’79.

Il loro candidato è Ebrahim Raïssi da trent’anni in magistratura, noto più che altro perché nel 1988 sarebbe stato uno dei quattro membri della cosiddetta “Commissione della Morte”, che fece giustiziare migliaia di prigionieri politici.

Su Raissi comunque veglia la Guida Suprema del clero Sciita, l’ Ayatollāh Khamenei.

Dallo stesso Khamenei, un anno fa Raissi è stato messo a capo del più grande santuario sciita dell’Iran e della sua ricca fondazione. E c’è chi crede che Raissi sarà il successore (alla morte di Khamenei ) per la carica di Guida Suprema.

Il popolo, che populista è per definizione, lo segue.

E getta ancora un’ombra lunga sulle vicende iraniane il compianto Akbar Hashem Rafsanjani (Turbante bianco), ex Presidente iraniano e della “Assemblea degli esperti”, cioè l’organo incaricato di eleggere e rimuovere la Guida suprema dell’Iran, ex Presidente anche del cosiddetto “Consiglio per discernimento”, incaricato di risolvere le dispute fra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, insomma un “conservatore pragmatico”.

E’ mancato nel gennaio 2017 provocando un vuoto, perché i Persiani, specie nei ceti popolari e contadini, continuano a non voler essere abbandonati dall’ autorità dei Guardiani della Rivoluzione e perché nel ceto medio si sente la necessità di un pragmatismo economico competente.

Ideologia democratica e severo conformismo religioso finora sono stati abbondantemente svenduti in Iran.

Ma con qualche variante il sistema funziona così, anche per noi!

Quindi è vietato e inutile fare il tifo.

I diritti dei cittadini non sono negoziabili. Una storia tra Basilicata e petrolio

I diritti dei cittadini non sono negoziabili. Una storia tra Basilicata e petrolio

petrolio

di Mobilitazione Generale degli Avvocati

Ci sono questioni a fronte delle quali gli interessi di categoria dovrebbero cedere il passo: l’insieme dei principi, delle istituzioni, delle risorse, dei mezzi e delle pratiche che consentono ai cittadini di costituire una comunità umana capace di assicurare a tutti il diritto ad una vita degna, tenendo conto delle future generazioni e avendo cura della sostenibilità globale del pianeta.

La difesa di questi beni comuni secondo noi di MGA (Mobilitazione Generale degli Avvocati) è compito precipuo dell’Avvocatura per quella funzione sociale che essa dovrebbe considerare propria per natura.

Purtroppo sempre più di rado gli avvocati si ricordano di ciò che dovrebbero essere, ponendosi non come argine allo sfruttamento, ma come suo strumento.

E’ Il caso della Val d’Agri un tempo ricchissima di biodiversità che invece oggi, a causa del business dell’estrazione del petrolio, produce soltanto danni alla salute e all’ambiente, e pericolo sismico, come ormai innumerevoli studi scientifici hanno denunciato: le imprese italiane ed europee che detengono le concessioni operano senza alcuna considerazione della salvaguardia del territorio e della salute dei residenti.

Beni che sembrano interessare poco anche alla sezione di Potenza dell’AIGA, Associazione Italiana Giovani Avvocati. Lo scorso 12 novembre, nel corso di un convegno presso l’università della Basilicata in tema di ambiente, sviluppo e petrolio, gli interventi dei rappresentanti locali AIGA si sono incentrati quasi esclusivamente sulla scarsa redditività per i legali lucani del “sacco” del territorio perpetrato dalle majors dell’oro nero. Non una parola invece su come coniugare tutela dell’ambiente e sviluppo.

Sfruttamento del territorio sta bene, purché ci si guadagni: questa è parsa essere la posizione assunta in nome della giovane avvocatura dai due relatori, i quali si sono limitati a dolersi da un lato dei mancati incarichi per gli avvocati locali da parte delle compagnie, e dall’altro dell’insufficienza degli sgravi fiscali a compensare i cittadini per inquinamento, sismicità indotta e quant’altro essi sono costretti a tollerare: come se il diritto alla salute e ad un ambiente integro e vivibile fossero bilanciabili con vantaggi economici.

Pare di risentire, forse in proporzioni ridotte, la storia di Taranto e dell’Ilva, che doveva arricchire il territorio e i cittadini, e invece li sta uccidendo, stretti nel feroce ricatto fra il posto di lavoro e la salute.

Ci sono valori non negoziabili: questo avremmo voluto sentire da coloro che appartengono alla categoria che per antonomasia difende (o dovrebbe difendere) i diritti.
Ci sono diritti che “non sono merce”, che sono estranei e superiori alle logiche del mercato e del capitale: questo avremmo detto noi della Mobilitazione Generale degli Avvocati.

 

 

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(immagine dal web)

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