ANCHE QUESTA È VIOLENZA CONTRO LE DONNE

ANCHE QUESTA È VIOLENZA CONTRO LE DONNE

di Laura MARRUCCI

Quando cammino per strada principalmente tengo lo sguardo in basso, specialmente se penso.
Stasera mi trovavo in città, a piedi, affogata nei miei pensieri.

Così, quando incrocio due uomini non registro subito le parole da loro pronunciate mentre mi raggiungono e oltrepassano. Mi arrivano alla coscienza una frazione di secondo dopo, come quando il segnale della tv funziona male, e immagini e audio sono sfalsate.
Peccato, perché altrimenti avrei detto qualcosa.
Perché uno dei due fa all’altro: “Questa la porto sull’Aurelia e ci faccio i soldi.
Il secondo ride, di una risata grassa e compiacente.

Sia chiaro che per me non è offensivo essere ipotizzata come probabile schiava del mercato sessuale.
Questo sono, le prostitute su cui scherziamo quotidianamente. Schiave.
Di sicuro le sventurate sull’Aurelia, in mano a schiavisti senza scrupoli.

Mi offende profondamente, invece, come il pensiero maschile veda le donne. Quello stesso pensiero che porta alla tratta per il mercato sessuale, agli stupri, alla sessualizzazione delle bambine, alle violenze. Corpi di servizio, come la mia amica Paola Mazzei bene dice.

Mi offende essere fischiata per strada, la strombazzata del camionista quando lo sorpasso con la macchina.
Mi offende lo sguardo sudicio su di me, che non è di desiderio o interesse, legittimi, ma di potere.

Io ti guardo, ti fischio, ti apostrofo, perché posso farlo. Perché tu sappia che sei lì apposta per il mio esercizio di potere.

L’obiezione più tristemente naturale che occorre in questi casi riguarda l’abbigliamento usato nel momento in cui il fattaccio capita.
Le donne sanno benissimo che vengono molestate anche indossando un sacco della spazzatura, ma tant’è.
Ero vestita così.

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DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

Mamma anni '50

di Ivana FABRIS

E così, dopo averci fatto fare, per oltre 50 anni, DUE lavori pagandoci per UNO solo perchè lo sanno tutti che “two is meglio che one” e spesso anche pagate male.

Dopo averci sfruttate come peggio non si sarebbe potuto: casa, figli, lavoro e ancora figli, lavoro e casa.

Dopo averci penalizzate rispetto alla maternitá.

Dopo averci COLPEVOLIZZATE per la maternità: prima perchè facevamo troppi figli, tra cui troppe femmine in quanto incapaci di figliare dei maschi, poi perché lavorando toglievamo loro troppo tempo, poi perchè li facevamo e questo creava problemi ai datori di lavoro, adesso perchè non ne facciamo più.

Dopo averci tolto il lavoro, dopo averlo tolto ai nostri compagni costringendoci a qualunque lavoro sottopagato e sfruttato pur di mettere insieme almeno un pasto al giorno.

Dopo averci tolto la 194 costringendoci a tenerci figli che non possiamo o non vogliamo avere.

Dopo aver devastato quel po’ di stato sociale che avevamo togliendo consultori e servizi sanitari gratuiti grazie ai colpi di scure su tutto ciò che è pubblico per ingrassare coi nostri soldi le banche.

Dopo averci ricondotte alla sudditanza…OGGI il governo ci dice che ha istituito il Dipartimento Mamme.

Beh, potevate farci sapere senza tante cazzate semantiche che in realtá avevate in mente di trascinarci indietro al 1920 e che da questo momento in poi possiamo solo essere deputate o al ruolo di schiave o al ruolo di fattrici.

Magari diteci anche che se i nostri compagni ci pesteranno o ci faranno fuori, sarà stato perchè ce la siamo cercata e il quadro è completo.

Poi vi stupite se siamo furiose ma state sereni, niente di personale da parte nostra, ci mancherebbe!

Solo così, giusto per essere informate quel tanto che basta a noi per dirvi che il vostro Dipartimento Mamme, popolato da mamme con stipendi da 15.000 euro o da signore e signorine la cui più grande preoccupazione è decidere per noi quello che neanche sanno delle nostre vite, ve lo potete mettere dove non batte il sole perchè se pensate che quando ci chiederete figli per la patria col vostro Dipartimento, ci troverete rassegnate e arrese, avete sbagliato a capire.

DIPARTITEVI VOI membri di questo partito patriarcale anarco-capitalista che è il PD, le vostre dipartimentiste Signore e Signorine Coccodè e tutto il vostro Dipartimento a mammeta e pure a soreta!

CONTRO LA CULTURA DELLO STUPRO: ORA È ORA

CONTRO LA CULTURA DELLO STUPRO: ORA È ORA

di Roberta MAGGIALI

Ora. Ora è ora.

Forse mi servivano due bicchieri in più di vinello di festeggiamento di compleanno in ufficio per avere ben chiara la situation e per mollare retaggi e ancoraggi sempre più flebili, fortunatamente, di un’educazione mista ricevuta di chiesa cattolica e chiesa comunista.

Le chiese, le varie chiese di pensiero ci han saccagnate. C’era sempre qualcosa che veniva prima. Prima del dunque, prima di me, di te, di noi. Anche durante l’io sono mia. In un continuo Myself-my fiction che ha impedito di realizzare spazio pubblico proprio.

Trovo davvero delinquente il tam tam quotidiano di informazione che deforma nel pregiudizio e violenta donna già violentata e prosegue di fatto uno stupro che addirittura diviene in questo modo partecipato. Condiviso.

La violenza sulle donne ha radici e tradizioni e ninne nanne storiche. La violenza è sui testi e nelle teste che ogni giorno uccidono spazi di consapevolezza e peculiarità femminista.

Come posso io donna subire quotidianamente il sopruso di un sindaco, un prete, un uomo che mi spiega violenza subita da una donna.

Come posso sopportare il pugno che si aggiunge con parole che definiscono stupro “bambinata”.

Come posso guardare donne che reggono ombrelli a chi decide della nostra vita senza interpellarci e conducendo politiche che nulla hanno a che fare con percorsi di difesa, protezione e partecipazione delle donne stesse.

E soprattutto come posso anche lontanamente immaginare un mondo dove radio Maria si immette con forza sulla mia frequenza d’onda per ricordarmi che Maria Goretti di cui ricorre in questi giorni l’anniversario della  morte per stupro, stupro e non aggressione come voleva spiegarmi Padre Tal dei Tali, sia stata santificata perchè ha perdonato il suo stupratore.

Questo continuo scambio di ruoli e responsabilità che confondono carnefice e vittima.Il carnefice maschio e la vittima donna.

Lo stupro e il femminicidio questo sono e contemplano pene non perdono, condanna e non assoluzione. Come qualsiasi reato di assassinio.

Perchè una cosa deve essere chiara finchè il femminicidio e lo stupro e la prevaricazione maschile non diverranno chiaramente e politicamente e pubblicamente ed emotivamente e socialmente atto orrendo da condannare sempre, senza se e senza ma, noi saremo tutti e tutte complici di ogni stupro e ogni violenza subita da una donna.

Non permetteremo che le parole assolvano o perdonino.

Non lo permetteremo. Non lo permetteremo più.

STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

vittima dello stupro
di Maria G. DI RIENZO

La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato”.

A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato, denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta.

Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate.

Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”.

E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?“

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì.

Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”.

Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide.

Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/30/e-questa-la-giustizia/

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE È VIOLENZA CONTRO TUTTA LA SOCIETÀ

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE È VIOLENZA CONTRO TUTTA LA SOCIETÀ

La gabbia della violenza psicologica

di Ivana FABRIS

Non passa giorno che nel nostro paese non si venga a sapere di violenze e abusi contro le donne.

Nel nostro immaginario, l’idea del corpo di una donna che viene picchiato selvaggiamente, che viene stuprato, che viene trafitto ripetutamente da una lama o quella di un corpo dato alle fiamme che brucia, fa orrore.

Logico, normale, umano soprattutto.

È una violenta fotografia istantanea che violenta, quella che ci si forma nella mente appena ne veniamo a conoscenza.

È un abuso che abusa non solo di quel corpo violato ma anche dei pensieri e dei sentimenti di chi riceve la notizia. La nostra mente per qualche istante pare precipitare in un gorgo.

La violenza ci viene sbattuta in faccia crea immagini mentali immediate che non lasciano vie di fuga.

E rimaniamo sconvolti. Azione-reazione. Subitanea, repentina.

Ma è altro che invece ci investe di continuo e che ignoriamo, ma che proprio per questo bisognerebbe provare ad immaginare.

Qualcosa come una tortura lenta, inesorabile, quotidiana, sistemica e sistematica: l’abuso psicologico.

È il lavoro dell’ANNIENTAMENTO di una personalità, quindi la cancellazione totale dell’ESSERE UMANO in tutta la sua dimensione.

È quello che avviene QUOTIDIANAMENTE non solo all’interno di un rapporto di coppia o di una realtà famigliare, ma in tutta la società.

È il sistema che impone il patriarcato e non riguarda solo le donne, ma TUTTI, indistintamente TUTTI.

Il patriarcato vive e prospera nelle pieghe di ogni ambito e contesto sociale: dal linguaggio sempre più aggressivo e privo di comunicazione empatica, alla concezione di ciò che sono i figli e quindi la loro formazione e lo sviluppo psichico e umano delle donne e degli uomini che comporranno la società di domani, alla scuola, al mondo del lavoro dove ormai vige solo la regola della sopraffazione.

Eppure crediamo che la violenza contro le donne sia qualcosa di individuale, isolato e legato al genere.

Invece no, non lo è.

Il dominio che attua il patriarcato, si esplica verticalmente a livello sociale e si riverbera in ogni espressione, esternazione e azione che si compie.

L’assenza di solidarietà, l’incapacità di empatia, l’esprimere qualunque tipo di supremazia, appartengono alla cultura del dominio patriarcale.

In ogni ambito ci si esprima, la violenza e la repressione o la costrizione ad un modello socio-famigliare, sono continui e reiterati.

Pensiamo tutti che la violenza contro le donne non riguardi tutta la società ma è il più grande inganno che questo sistema abbia creato.

Una società che vede le donne soggiogate da un simile dominio, genera TUTTA una società schiava dei suoi violenti e abusanti ricatti e dettami.

Dalla mancata indipendenza economica, alle cure parentali senza alcun riconoscimento economico e sociale, all’abuso dell’immagine del corpo, al ricatto verso cui sono esposte di continuo le donne quando si parla di figli e di famiglia, al ruolo sociale e professionale mai sancito per diritto ma solo per il genere di appartenenza, la violenza è continuativa e anche se il prezzo più alto lo pagano le donne, produce conseguenze che ricadono su ogni singolo, donna o uomo che sia.

Non ce ne rendiamo nemmeno conto, non ci accorgiamo di quanta violenza una donna debba sopportare quotidianamente.

Crediamo che le botte, i roghi e le coltellate siano solo quelli materiali.

In realtà ci sono roghi che vengono accesi silenziosamente, ci sono coltellate e botte che sono nascosti allo sguardo e distanti dall’essere individuati anche quando tutti li hanno sotto agli occhi.

C’è una violenza sottile che viene quotidianamente perpetrata ai danni delle donne senza clamori, senza riti purificatori e quasi ancestrali e istintuali da mostrare al mondo come esaltazione della propria potenza.

C’è una violenza in cui poter proiettare, trasfigurare e appagare la propria sadica voglia di sopraffazione, la propria vendetta contro la libertà di una donna e, di fatto, contro le libertà di tutti.

Ogni repressione della libertà di UN solo individuo, è la repressione di TUTTE le libertà.

È la violenza psicologica il VERO FLAGELLO, la vera arma di distruzione contro milioni di donne e milioni di donne che non sono libere generano società di schiavi.

Ma è una violenza di cui nessuno parla mai abbastanza e non a caso.

Nell’era in cui si uccide una democrazia senza armi, altresì si distruggono le donne NON con l’esternazione plateale della violenza che incontrerebbe la messa al bando di tutti, così come vediamo accadere, ma in modo subdolo, in modo strisciante, senza mai farlo apparire e addirittura isolando anche di più chi ne è vittima.

Infatti c’è altro di ancor più distruttivo in questa dinamica.

Quando una donna parla di violenza psicologica, non solo troppe volte non viene creduta ma, peggio, si assiste ad una sorta di ulteriore violenza anche da parte di altre donne che rifiutano a priori la violenza cui è esposta l’altra per non accettare di esserne vittime loro stesse.

Basterebbe declinare al maschile questo concetto e non si faticherebbe a riconoscere la violenza dell’intero sistema contro ciascuno di noi che trova la sua massima espressione proprio attraverso la violenza psicologica contro le donne.

Ma se in un simile sistema un uomo è in difficoltà, una donna diventa addirittura invisibile.

La famiglia o gli amici stessi faticano a credere a quanto la donna racconta perchè tutta la società partecipa più o meno consapevolmente al dettato patriarcale e non sa riconoscere la gravità e la pericolosità di gesti e parole.

È proprio nelle famiglie che si consumano i peggiori drammi in un silenzio ovattato permeato dal conformismo e dalla falsa morale che ancora vige, famiglie che tramandano il patriarcato ai figli proprio attraverso il modello che praticano e il tutto finisce col diventare società.

Infatti, in famiglia come nel lavoro, quasi sempre il dominio ha un volto benevole e bonario, mantiene un profilo accattivante con tutto ciò che gravita attorno alla relazione di qualunque natura essa sia.

Il risultato finale, per una donna, è il totale isolamento, è introiettare la sensazione di assoluta impotenza e di profondo disvalore.
Tutte le donne subiscono abusi psicologici, chi più chi meno, sin dalla più tenera età da parte di un sistema di dominio che sfrutta il bisogno di affermazione e riconoscimento in quanto persone e il bisogno di amore di ogni essere umano.

Non esiste abuso peggiore di questo, per assurdo nemmeno la violenza fisica lo è.

Un dominio attuato abusando della richiesta d’amore, è il più devastante e il più vile che esista in quanto dominio che crea una sudditanza totale perchè arriva all’annichilimento assoluto della sfera emotiva della persona, è un dominio che agisce deteriorando la percezione di se stessi, delle proprie sicurezze, la propria autostima e quindi minando la propria capacità di ribellione.

Come si possa costruire una società rispettosa di tutti e di tutte le diversità, una società che diventa nucleo protettivo verso i disagi e la sofferenza di chiunque, con un simile modello, non è dato sapersi.

Il fatto, poi, che non esista sufficiente consapevolezza in ciascuno di noi, impedisce anche di ricostruirsi, di proteggersi ma soprattutto di ribellarsi.

Non dovremmo dimenticare neanche un solo giorno della nostra esistenza che la cancellazione di te come individuo fa parte di un sistema di potere che, poco o tanto, annienta le donne ma che, proprio per questo, di fatto non risparmia gli uomini.

Dovremmo riflettere attentamente su ciò che genera la violenza contro le donne e cominciare davvero a pensare che ogni donna abusata, coercita, ricattata psicologicamente significa abuso e negazione della libertà di TUTTI.