LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE È VIOLENZA CONTRO TUTTA LA SOCIETÀ

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE È VIOLENZA CONTRO TUTTA LA SOCIETÀ

La gabbia della violenza psicologica

di Ivana FABRIS

Non passa giorno che nel nostro paese non si venga a sapere di violenze e abusi contro le donne.

Nel nostro immaginario, l’idea del corpo di una donna che viene picchiato selvaggiamente, che viene stuprato, che viene trafitto ripetutamente da una lama o quella di un corpo dato alle fiamme che brucia, fa orrore.

Logico, normale, umano soprattutto.

È una violenta fotografia istantanea che violenta, quella che ci si forma nella mente appena ne veniamo a conoscenza.

È un abuso che abusa non solo di quel corpo violato ma anche dei pensieri e dei sentimenti di chi riceve la notizia. La nostra mente per qualche istante pare precipitare in un gorgo.

La violenza ci viene sbattuta in faccia crea immagini mentali immediate che non lasciano vie di fuga.

E rimaniamo sconvolti. Azione-reazione. Subitanea, repentina.

Ma è altro che invece ci investe di continuo e che ignoriamo, ma che proprio per questo bisognerebbe provare ad immaginare.

Qualcosa come una tortura lenta, inesorabile, quotidiana, sistemica e sistematica: l’abuso psicologico.

È il lavoro dell’ANNIENTAMENTO di una personalità, quindi la cancellazione totale dell’ESSERE UMANO in tutta la sua dimensione.

È quello che avviene QUOTIDIANAMENTE non solo all’interno di un rapporto di coppia o di una realtà famigliare, ma in tutta la società.

È il sistema che impone il patriarcato e non riguarda solo le donne, ma TUTTI, indistintamente TUTTI.

Il patriarcato vive e prospera nelle pieghe di ogni ambito e contesto sociale: dal linguaggio sempre più aggressivo e privo di comunicazione empatica, alla concezione di ciò che sono i figli e quindi la loro formazione e lo sviluppo psichico e umano delle donne e degli uomini che comporranno la società di domani, alla scuola, al mondo del lavoro dove ormai vige solo la regola della sopraffazione.

Eppure crediamo che la violenza contro le donne sia qualcosa di individuale, isolato e legato al genere.

Invece no, non lo è.

Il dominio che attua il patriarcato, si esplica verticalmente a livello sociale e si riverbera in ogni espressione, esternazione e azione che si compie.

L’assenza di solidarietà, l’incapacità di empatia, l’esprimere qualunque tipo di supremazia, appartengono alla cultura del dominio patriarcale.

In ogni ambito ci si esprima, la violenza e la repressione o la costrizione ad un modello socio-famigliare, sono continui e reiterati.

Pensiamo tutti che la violenza contro le donne non riguardi tutta la società ma è il più grande inganno che questo sistema abbia creato.

Una società che vede le donne soggiogate da un simile dominio, genera TUTTA una società schiava dei suoi violenti e abusanti ricatti e dettami.

Dalla mancata indipendenza economica, alle cure parentali senza alcun riconoscimento economico e sociale, all’abuso dell’immagine del corpo, al ricatto verso cui sono esposte di continuo le donne quando si parla di figli e di famiglia, al ruolo sociale e professionale mai sancito per diritto ma solo per il genere di appartenenza, la violenza è continuativa e anche se il prezzo più alto lo pagano le donne, produce conseguenze che ricadono su ogni singolo, donna o uomo che sia.

Non ce ne rendiamo nemmeno conto, non ci accorgiamo di quanta violenza una donna debba sopportare quotidianamente.

Crediamo che le botte, i roghi e le coltellate siano solo quelli materiali.

In realtà ci sono roghi che vengono accesi silenziosamente, ci sono coltellate e botte che sono nascosti allo sguardo e distanti dall’essere individuati anche quando tutti li hanno sotto agli occhi.

C’è una violenza sottile che viene quotidianamente perpetrata ai danni delle donne senza clamori, senza riti purificatori e quasi ancestrali e istintuali da mostrare al mondo come esaltazione della propria potenza.

C’è una violenza in cui poter proiettare, trasfigurare e appagare la propria sadica voglia di sopraffazione, la propria vendetta contro la libertà di una donna e, di fatto, contro le libertà di tutti.

Ogni repressione della libertà di UN solo individuo, è la repressione di TUTTE le libertà.

È la violenza psicologica il VERO FLAGELLO, la vera arma di distruzione contro milioni di donne e milioni di donne che non sono libere generano società di schiavi.

Ma è una violenza di cui nessuno parla mai abbastanza e non a caso.

Nell’era in cui si uccide una democrazia senza armi, altresì si distruggono le donne NON con l’esternazione plateale della violenza che incontrerebbe la messa al bando di tutti, così come vediamo accadere, ma in modo subdolo, in modo strisciante, senza mai farlo apparire e addirittura isolando anche di più chi ne è vittima.

Infatti c’è altro di ancor più distruttivo in questa dinamica.

Quando una donna parla di violenza psicologica, non solo troppe volte non viene creduta ma, peggio, si assiste ad una sorta di ulteriore violenza anche da parte di altre donne che rifiutano a priori la violenza cui è esposta l’altra per non accettare di esserne vittime loro stesse.

Basterebbe declinare al maschile questo concetto e non si faticherebbe a riconoscere la violenza dell’intero sistema contro ciascuno di noi che trova la sua massima espressione proprio attraverso la violenza psicologica contro le donne.

Ma se in un simile sistema un uomo è in difficoltà, una donna diventa addirittura invisibile.

La famiglia o gli amici stessi faticano a credere a quanto la donna racconta perchè tutta la società partecipa più o meno consapevolmente al dettato patriarcale e non sa riconoscere la gravità e la pericolosità di gesti e parole.

È proprio nelle famiglie che si consumano i peggiori drammi in un silenzio ovattato permeato dal conformismo e dalla falsa morale che ancora vige, famiglie che tramandano il patriarcato ai figli proprio attraverso il modello che praticano e il tutto finisce col diventare società.

Infatti, in famiglia come nel lavoro, quasi sempre il dominio ha un volto benevole e bonario, mantiene un profilo accattivante con tutto ciò che gravita attorno alla relazione di qualunque natura essa sia.

Il risultato finale, per una donna, è il totale isolamento, è introiettare la sensazione di assoluta impotenza e di profondo disvalore.
Tutte le donne subiscono abusi psicologici, chi più chi meno, sin dalla più tenera età da parte di un sistema di dominio che sfrutta il bisogno di affermazione e riconoscimento in quanto persone e il bisogno di amore di ogni essere umano.

Non esiste abuso peggiore di questo, per assurdo nemmeno la violenza fisica lo è.

Un dominio attuato abusando della richiesta d’amore, è il più devastante e il più vile che esista in quanto dominio che crea una sudditanza totale perchè arriva all’annichilimento assoluto della sfera emotiva della persona, è un dominio che agisce deteriorando la percezione di se stessi, delle proprie sicurezze, la propria autostima e quindi minando la propria capacità di ribellione.

Come si possa costruire una società rispettosa di tutti e di tutte le diversità, una società che diventa nucleo protettivo verso i disagi e la sofferenza di chiunque, con un simile modello, non è dato sapersi.

Il fatto, poi, che non esista sufficiente consapevolezza in ciascuno di noi, impedisce anche di ricostruirsi, di proteggersi ma soprattutto di ribellarsi.

Non dovremmo dimenticare neanche un solo giorno della nostra esistenza che la cancellazione di te come individuo fa parte di un sistema di potere che, poco o tanto, annienta le donne ma che, proprio per questo, di fatto non risparmia gli uomini.

Dovremmo riflettere attentamente su ciò che genera la violenza contro le donne e cominciare davvero a pensare che ogni donna abusata, coercita, ricattata psicologicamente significa abuso e negazione della libertà di TUTTI.

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

Donne in rivolta - America Latina

di Nazaret CASTRO

Il 3 giugno è tornato in piazza Ni Una Menos in Argentina.

Cosa significa internazionalismo femminista e popolare? Come arriva il femminismo nei quartieri popolari? Perchè la lotta delle donne diventa centrale in questa fase di violenta offensiva neoliberale?

Desendeudadas nos queremos: verso il 3 giugno, le donne argentine contro il ricatto del debito

Il 3 giugno Ni Una Menos è tornata in piazza in Argentina: per l’occasione pubblichiamo qui un approfondimento da Equal Times sul movimento femminista latinoamericano.

l risveglio è arrivato da un giorno all’altro, con estrema urgenza, ma si preparava sottotraccia da decenni.

Il 3 giugno del 2015, giorno del primo corteo Ni Una Menos, le donne argentine hanno assunto la leadership di un movimento tellurico che si è poi esteso a decine di altri paesi, con delle parole d’ordine inequivocabili che nascevano dal rifiuto della brutalità del femminicidio: “Smettete di ucciderci”.

L’anno successivo, il 3 giugno, Ni Una Menos si consoliderà come simbolo di un movimento delle donne rinnovato, che si internazionalizza straripando e tessendo reti che creano sorellanza e uniscono le donne di tutto il continente latinoamericano, fino a sentir risuonare nelle sempre più frequenti manifestazioni il celebre slogan:

Alerta, alerta, alerta que camina: mujeres feministas por América Latina. Y tiemblan, y tiemblan, y tiemblan los machistas: América Latina va a ser toda feminista”.

Questo tremore si è sentito in tutto il mondo, e con particolare intensità negli Stati Uniti lo scorso 21 gennaio quando le donne hanno risposto con forza all’atteggiamento misogino del loro presidente, Donald Trump.

Il successo del primo Ni Una Menos ha sorpreso tutti, comprese le organizzatrici: è stato però possibile grazie ad un lento processo di accumulo di attivismo decennale, tra cui occorre ricordare l’Incontro Nazionale delle Donne ormai giunto alla trentunesima edizione, che ad ottobre a Rosario ha riunito 90.000 donne.

Così come avvenuto alla fine dell’immensa manifestazione di questo 8 marzo a Buenos Aires, si presentano spesso al termine delle manifestazioni dell’Incontro momenti di tensione davanti alla cattedrale (lo scorso 8 di marzo la fine della manifestazione è stata teatro di una pesante repressione della polizia, con diversi arresti “arbitrari” e una vera e propria “caccia alle donne” come denunciato dai collettivi di donne).

Nella foto qui sotto, tratta da Lavaca.org, una immagine dell’azione poetico-politica #FemicidioEsGenocidio, da parte di diversi collettivi di donne contro i femminicidi e le responsabilità dello Stato, tenutasi il 30 maggio 2017 a Buenos Aires.

Feminicido es Genocidio

Rompere il silenzio

Ni Una Menos è stato, prima di tutto uno strumento comunicativo, organizzato da giornaliste femministe, che è riuscito a rendere visibile una realtà tanto mostruosa quanto naturalizzata: ogni 30 ore una donna muore in Argentina, solo per il fatto di essere donna. Questo è stato allo stesso tempo un tentativo di mettere in luce la catena di continuità che va dall’abuso per strada, il divario retributivo o i micro-machismi quotidiani, fino alla violenza sessuale ed il femminicidio. Le cifre ballano, perché ora negli stati latinoamericani, nessuno si è occupato di elaborare le statistiche della guerra silenziosa che l’antropologa Rita Segato chiama “femi-genocidio”.

In Argentina, ci sono organizzazioni femministe come MuMaLa che pubblicano le cifre dei femminicidi: nel 2016 sono state 322 le donne assassinate; nel 66% dei casi, per mano del proprio compagno o ex compagno. Nel resto del continente la situazione non è più promettente. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne uccise, nel 2013 sono state assassinate 4.762 donne o, detta in altro modo, 13 donne al giorno. In Honduras, nonostante la sua piccola dimensione, nel 2014 ci sono stati 531 femminicidi; El Salvador ne conta 230. Uno stillicidio silenzioso e mortale.

Fino a quando non si è rotto il silenzio. A pochi giorni dopo il ritorno dall’ultimo Incontro, le donne argentine hanno saputo che, mentre manifestavano per le strade di Rosario, Lucia, 16 anni, era stata torturata, violentata ed assassinata a Mar del Plata.

È morta di dolore, impalata, lacerata.

Le donne argentine nel giro di poche ore hanno convocato la manifestazione del 19 ottobre, il mercoledì nero. Ed hanno continuato a tessere: hanno convocato un inedito sciopero il 25 di novembre, che ha avuto risonanza in decine di paesi. In Ecuador, il 26 novembre scorso c’è stata la prima manifestazione nazionale contro i femminicidi.

Le donne colombiane si sono date appuntamento, con l’hashtag #rompeelsilencio, per una gigantesca donazione di scarpe che rappresentasse il vuoto che lasciano le donne quando spariscono. Si trattava di “mostrare che solo per il fatto di essere donne abbiamo davanti una enorme possibilità di morire e che questo, che è grave ed inconcepibile, lo assumiamo come qualcosa di normale”, ” nelle parole di una delle ispiratrici del movimento, María Isabel Covaleda.

Ni la tierra

Internazionalismo femminista e popolare

“E’ stata impressionante l’espansione del movimento, ma è stato possibile solo perché c’era una costruzione a fuoco lento nei territori” afferma la ricercatrice Veronica Gago.

Nuove alleanze vengono tessute fuori e dentro il paese, e prendono forma in modalità che spesso gli esperti di relazioni internazionali non riescono a rinchiudere nelle loro categorie. “Comincia a crearsi una specie di internazionalismo che si intreccia con il popolare in un modo molto potente, articolandosi in una forma non-verticale” sostiene Gago.

E parafrasando Emma Goldman, possiamo dire che la rivoluzione che interessa alle donne latinoamericane è a ritmo di danza. Le esperienze sono differenti e combinano rivendicazione politica con arte e divertimento.

Come la rapper cilena Anita Tijoux che nella canzone Antipatriarca ci ricorda che “Non sarò quella che obbedisce / perchè il mio corpo mi appartiene”. O i differenti femminismi periferici o delle donne nere, che dopo anni passati a rendere lisci i propri capelli perché gli avevano fatto credere che i loro crespi fossero brutti, scoprono nei ricci indomabili il miglior simbolo della loro forza e libertà. O i graffiti provocatori e le performance delle boliviane “Donne creando”.

E’ il caso delle centinaia di donne afrodiscendenti che da dodici anni scendono in piazza a San Paolo in Brasile con uno spettacolare spezzone carnevalesco Ilù Obà de Min, che nella lingua africana yoruba significa “donne che suonano i tamburi per il dio Xangò”. “Molte donne dicono che il tamburo rende più forti. Ognuna ha i suoi motivi per dirlo. Unite, facciamo camminare Ilù Obà per il mondo” racconta una delle donne del gruppo che ogni anno rende omaggio ad una donna nera.

Tra tamburi, graffiti e canzoni, scoprono quanto di speciale accade ogni volta che si incontrano le donne, quello che l’attivista messicana Raquel Gutierrez chiama “entre mujeres” (“tra donne”) “Costituire spazi per riunirsi, per parlare, per sostenersi l’un l’altra… la lotta si intinge di nuovi colori che cominciano a vedersi e ad attaccare problemi sociali molto pesanti come la violenza intrafamiliare.

Il “tra donne” prolifera in tutte le lotte e nei molteplici angoli del paesaggio sociale dell’America Latina”.

Queste reti, informali però molto reali, hanno preso forma con il lancio dello sciopero dello scorso 8 marzo che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Concretamente in Paraguay è diventato uno “sciopero contro il patriarcato e il capitalismo che ci sfrutta. La forza e la resistenza delle donne si vedono e sono in movimento” dice a Pagina12 l’attivista paraguaiana Alicia Amarilla Leiva, leader del Coordinamento nazionale delle donne lavoratrici indigene (Conamuri).

La sfida che lancia Rita Segato al movimento rende l’idea della dimensione dell’opportunità che hanno davanti le donne latinoamericane: “Credo che questo 8 marzo ha come obiettivo ricostruire lo stile di far politica delle donne. Se negli anni sessanta il femminismo ha detto “il personale è politico”, il cammino che propongo non è la traduzione del domestico in termini pubblici, ma l’opposto: domesticizzare la politica, de-burocratizzarla, umanizzarla in chiave domestica”.

 

Donne in lotta

Il femminismo arriva nei quartieri popolari

Le donne latinoamericane ballano, manifestano, si sciolgono i capelli, tessono assieme una internazionale femminista delle donne indigene, afrodiscendenti e dei settori popolari, che si espande con sempre maggiore protagonismo nei quartieri popolari. Sembra essere questo uno dei tratti caratteristici di questo movimento rinnovato: “Il femminismo era rifiutato nei quartieri, era percepito come una ideologia delle elites, legato alla classe media e all’accademia.

Adesso sembra che il discorso della violenza sui corpi sia diventata una questione abbastanza importante nei quartieri; e questa sensibilità attraversa trasversamente le classi sociali “afferma Veronica Gago. Cosi lo spiega Gabriela Olguin della Confederazione dei lavoratori dell’economia popolare e dirigente della cooperativa El Adoquin, composta da 400 lavoratori ambulanti: “L’incontro tra settori popolari e femminismo si è dato molto lentamente. Il discorso femminista è stato nelle mani delle progressiste colte, ed inoltre il femminismo è stato antiperonista.

Fino ad ora si è imposta una visione classista, ma per essere un movimento di massa realmente capace di apportare trasformazioni il femminismo deve andare avanti con tutte noi”.

Dall’altra parte della frontiera, nella periferia di San Paolo in Brasile, Helena Silvestre, leader del movimento di base Lotta popolare, afferma: “Il mondo capitalista ci sfrutta, ci opprime, ci impacchetta, ci etichetta e ci vende”.

Il capitalismo trasforma le donne in colpevoli delle violenze che soffrono sul proprio corpo.

Le povere, le negre, le indigene, le LGTBI, sono, da secoli, quelle che più di tutte muoiono assassinate, quelle che vengono violentata, quelle che muoiono a causa di un aborto illegale mentre le bianche possono abortire nel confort delle cliniche speciali”.

Ma adesso, continua, “le donne povere, doppiamente sfruttate, si ribellano alla situazione in cui si trovano. Le donne nere incontrano nella propria storia la forza di cui hanno bisogno per prendersi carico dei propri capelli ricci e del proprio posto in battaglia”.

“Se il capitalismo cresce frammentando, per lottare contro il capitalismo dobbiamo fare l’esatto opposto: stare unite. La violenza machista è profondamente strutturata” commenta Olguin.

Per dirlo con le parole di Helena “Il mondo ci uccide quando ci trasforma in culo e tette, quando ci nega il diritto alla pensione, quando non abbiamo una casa dovre crescere i nostri figli, quando ci fa credere che è più bello avere il naso fine e le labbra rosa”.

“Sono tanti i dolori che soffriamo, che possiamo diventare forti assieme solo se ci uniamo, noi donne lavoratrici”.

 

Nazaret Castro è una giornalista e ricercatrice spagnola. Vive da anni in America Latina e collabora con diverse testate giornalistiche oltre ad essere co-fondatrice del progetto Carro De Combate che si occupa di inchieste su consumi alimentari e grande distribuzione.
fonte: http://www.dinamopress.it/news/il-tempo-della-rivolta-delle-donne-in-america-latina

APRI LE ORECCHIE, SINISTRA

APRI LE ORECCHIE, SINISTRA

Soldi e prostituzione

 

di Rebecca MOTT

(“Left Unity Talk”, Rebecca Mott, 21 aprile 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.
Left Unity è un partito inglese “socialista, femminista, ambientalista e antirazzista” fondato nel 2015).

Grazie per avermi invitata a parlarvi.

Vi sto parlando come una donna uscita dalla prostituzione che lotta per la sua abolizione.

Io mi sono prostituita solo “in interni”, tipo nei clubs, facendo la escort o fingendo di essere una fidanzata (“girlfriend experience”).

Tutto questo è dipinto come “lavoro sessuale sicuro”, o almeno sicuro abbastanza per essere mostrato all’opinione pubblica.

Io sono stata una prostituta da quando avevo 14 anni a quando ne avevo 27. Parlo a partire dalla mia verità e dalle mie molte relazioni a livello internazionale con donne uscite dalla prostituzione.

Per capire che significa essere prostituita, dobbiamo guardare al concetto di scelta con molta chiarezza.

La lobby del “sex work” vuole parlare di scelta solo in relazione alle donne prostituite: di proposito rendono invisibili le scelte dei puttanieri e dei profittatori del commercio di sesso e perciò rendono invisibile tutta la violenza maschile subita dalle prostitute.

A queste ultime è strappato via ogni accesso a scelte libere e complete.

Usualmente le donne entrano nel commercio di sesso dopo o durante abusi sessuali, mentali e/o fisici. Molte donne entrano nel commercio di sesso a causa della povertà o della mancanza di accesso a istruzione e impiego.

La maggioranza delle donne prostituite hanno molteplici vulnerabilità che le spingono entro il commercio di sesso – e nessuna di queste vulnerabilità può essere mistificata come scelta.

Dall’altro lato, i puttanieri possono scegliere e liberamente scelgono se comprare o no un altro essere umano per soddisfare la loro avidità sessuale e il loro senso di possesso.

I puttanieri hanno la libera scelta di essere violenti quanto li hanno resi tali i loro sogni pornografici.

Perché nella mente del puttaniere lui non sta comprando un essere interamente umano con diritti alla sicurezza e alla dignità, sta comprando merci sessuali da possedere, da controllare e da gettare via. I puttanieri pagano per stuprare, per torturare e possono pagare anche per far scomparire le donne prostituite.

Questa è la ragione per cui nessun aspetto della prostituzione può essere reso “sicuro” ed è la ragione per cui le donne uscite dalla prostitute lottano così appassionatamente per l’abolizione del commercio di sesso, non per la riduzione del danno, non per la decriminalizzazione o altri modi di mantenere lo status quo di chi del commercio di sesso profitta.

Ogni puttaniere sa perfettamente di possedere e controllare la prostituta e in tale ambiente può essere violento quanto desidera senza avere conseguenze.

Il commercio di sesso, come istituzione, è assai abile a far svanire tutti i danni subiti dalle prostitute.

E’ la norma, nel commercio di sesso, che donne e ragazze possano semplicemente sparire. Molte sono uccise e i loro corpi sono gettati via.

Molte sono forzate all’interno di altri aspetti del commercio di sesso, spesso nella pornografia, di solito come castigo minaccioso o violento, o come modo per “spezzare” le donne.

Io, come tutte le donne uscite dalla prostituzione che conosco, ho vissuto all’interno di estrema violenza.

Noi sappiamo di tutte le donne e ragazze prostituite che sono state fatta scomparire. Ogni volta in cui parliamo in pubblico teniamo nel cuore queste nostre Sorelle perché abbiamo promesso loro di impedire che altre donne attraversino quell’inferno. Questo è un genocidio invisibile.

E’ reso tale perché per quante donne e ragazze spariscano esse sono rimpiazzate da altre ancora più vulnerabili.

E’ un’emergenza che riguarda i diritti umani, non una questione di “lavoro”.

Quel che rattrista molte donne uscite dalla prostituzione è il vedere che troppi appartenenti alla Sinistra si sono bevuti la propaganda della lobby del “sex work”.

La prostituzione è capitalismo nella sua forma più cruda.

Lo scopo della prostituzione è ottenere enormi profitti trasformando principalmente donne e ragazze in merci sessuali subumane.

Queste merci sono vendute ai puttanieri che hanno il diritto di possederle, controllarle e danneggiarle per quanto possono economicamente permettersi. Non c’è alcun interesse al benessere fisico o mentale chi si prostituisce.

Come potete dire di essere contro il capitalismo e spalleggiare la lobby del commercio di sesso?

Questo è tradire profondamente le donne prostituite.

Le donne uscite dalla prostituzione vedono il “modello nordico” come il primo passo per ottenere pieni diritti umani e dignità per chiunque si prostituisca.

Puttanieri e magnaccia devono essere ritenuti responsabili per la distruzione delle prostitute.

Le decriminalizzazione deve riguardare le prostitute, nel mentre si creano programmi olistici a lungo termine per quelle che vogliono uscire dalla prostituzione.

Sarebbe bello se multassimo i puttanieri di una somma che corrisponda almeno al 10% del loro reddito. Se uno può permettersi di pagare per il sesso, dovrebbe potersi permettere di pagare la multa.

I puttanieri recidivi o che usano violenza dovrebbero essere imprigionati, così come chi profitta dal commercio di sesso.

Sarebbe bello se le multe fossero usate per finanziare i programmi di uscita e per i risarcimenti relativi a tutti i danni mentali e fisici inflitti alle prostitute.

Tutti i programmi di uscita dovrebbero avere la consulenza di donne uscite dalla prostituzione e magari essere diretti da esse.

I programmi dovrebbero fornire di più dell’aiuto economico e dei consigli, di più degli avvisi sulla riduzione del danno, di più del solo accesso ad alloggi, impieghi o istruzione: tutto ciò è vitale, ma senza terapia specialistica per i traumi complessi, stiamo solo rammendando le prostitute e non stiamo restituendo loro la piena umanità che a loro appartiene.

Dobbiamo lottare per costruire una società e una cultura che non riescano nemmeno a immaginare come la prostituzione possa essere mai stata considerata una buona idea.

Ascoltate le donne uscite dalla prostituzione, e pensate in modo più radicale.

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/05/22/apri-le-orecchie-sinistra/

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

25 Aprile

di Maria G. DI RIENZO

25 aprile 1945: l’Italia è libera dall’occupazione nazista e dal fascismo.

Ogni 25 aprile: ricordo, celebro e spero che l’Italia si liberi di nuovo. Da cosa, mi state chiedendo?

La liberazione si dà su livelli molteplici.

La lotta per la liberazione a livello sociale ha come traguardo l’eguaglianza (cittadinanza, diritti, rispetto) per tutti/e.

La nostra liberazione individuale concerne la nostra capacità di esprimere pienamente noi stesse/i, di muoverci nel mondo liberamente con l’aspettativa di essere al sicuro nel farlo, di incontrare altre persone con il cuore aperto e la mente libera dagli stereotipi che la società attuale ci inculca ogni giorno: noi sperimentiamo l’oppressione che la permea in modo diverso sulla base di fattori culturali e identitari, ma la mia liberazione è legata indissolubilmente alla tua, di te che leggi. La tua è legata alla mia ed entrambe sono legate a quella collettiva. Nessuna/o sarà completamente libero sino a che non lo saremo tutte/i.

La liberazione parla di cambiamento. Suggerisce o richiede azione.

Non accetta che quel che è ora sarà per sempre. La liberazione fa luce sull’impatto della diseguaglianza, del privilegio, del dominio, del razzismo, dell’omofobia, del sessismo, della misoginia, della violenza intessuta in tutto ciò e ci dice che le cose non devono necessariamente andare così.

La liberazione racconta storie di Resistenza e attesta l’ovvio: che una nuova Resistenza è necessaria ora.

La liberazione parla di un futuro differente e ci chiede di crearlo.

 

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2016/04/24/il-giorno-della-liberazione/

“LIBERE”: IL FILM CHE PARLA DELLA RESISTENZA VISTA DAGLI OCCHI DELLE DONNE

“LIBERE”: IL FILM CHE PARLA DELLA RESISTENZA VISTA DAGLI OCCHI DELLE DONNE

Partigiana Ada

di Carmen PALMA

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo.

 

Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi.

Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l‘Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri. Quadri da ammirare per la loro incredibile bellezza, ma soprattutto quadri che fanno riflettere. La sola presenza di voci e video non rende la cosa meno intima e più impersonale, ma suggerisce l’idea che non sono importanti i nomi, i titoli, le onorificenze. Ciò che resta sono le azioni, le parole, i sentimenti e il profondo messaggio che queste cose portano dentro di loro.

Dal docufilm Libere

E soprattutto resta l’idea che queste donne erano donne qualunque, operaie, donne di casa, donne di piccoli paesi, donne di grandi città. Donne che hanno messo da parte tutto non solo per la patria, ma soprattutto per rispondere a una grande sentimento di ribellione che nasceva dentro il genere femminile durante quegli anni. Donne che alla domanda «Perché l’hai fatto?» rispondono: «Perché volevo essere libera».

 

Rossella Schillaci, con questo documentario, accetta la sfida lanciata da Ada Gobetti ad un convegno del Comitato di Liberazione Nazionale nel 1965. Giornalista, insegnante, traduttrice e partigiana, la voce di Ada Gobetti riecheggia nei primissimi minuti del docufilm. Il suo invito al Comitato fu quello di parlare delle donne e di far luce sulla condizione femminile, ma soprattutto che a farlo fossero tutti, senza distinzione di sesso.

Le storie raccontate in Libere sono le storie di donne che hanno trovato nella vocazione partigiana la strada per la libertà. Libertà da una società fortemente sessista, una società dove le donne potevano aspirare al solo ruolo di moglie e madre. Loro, le partigiane, non si sono arrese.

Come racconta la voce della scrittrice e partigiana Giuliana Gadola Beltrami, il movimento partigiano corrisponde al primo momento di risveglio del movimento femminile in Italia. Le rivendicazioni portate avanti dalle femministe durante gli anni Sessanta, sottolinea la partigiana, rappresentavano la stessa rivoluzione che nacque all’interno di quel piccolo mondo che si nascondeva tra i monti e scendeva in battaglia. Di quelle “piccole rivoluzioni” non se ne parla mai, eppure queste diedero avvio a una presa di coscienza, un aumento di consapevolezza del proprio ruolo nella società.

I momenti raccontati nel docufilm sono tanti. Il semplice atto di fumare una sigaretta in compagnia degli uomini, un momento di parità tra uomo e donne. La reazione dei loro famigliari alla decisione di unirsi al movimento partigiano. Il modo libero di vivere il sesso e l’amore con i compagni. Soprattutto, la difficoltà incontrata durante il Dopoguerra.

Come emerge dal film, la vera battaglia per le donne partigiane cominciò dopo il conflitto. Non c’erano armi da impugnare, ma solo voglia di rimboccarsi le maniche e di riappropriarsi del proprio ruolo. Un ruolo che non doveva essere necessariamente quello di donna di casa. Alcuni racconti hanno dell’assurdo: ad esempio, donne costrette dai propri mariti a rimanere a casa e non presentarsi alle urne per il voto nel 1945. Ancora, donne costrette a lasciare il proprio posto da operaie perché riconosciute come partigiane e, in quanto tali, pericolose. Una donna che si ribella è scomoda e non piace a nessuno.

Donne votano

Alcune di loro si sono arrese, altre hanno portato avanti i propri ideali e la propria sete di libertà diventando così un modello.

Un esempio per tutte le giovani donne di oggi che hanno ancora tanto da combattere.

fonte: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/17/libere-docufilm-resistenza-donne/