BEN POCO (O NIENTE) DI NUOVO SUL FRONTE ELETTORALE

BEN POCO (O NIENTE) DI NUOVO SUL FRONTE ELETTORALE

leadership

di Ivana FABRIS

Ormai, a risultati definitivi, possiamo dire che la tendenza generale suggerisce – e conferma – che nel locale gli italiani votino sempre pensando “per casa loro” e quindi considerando con ben altro metro i vari partit

Il voto alle politiche nazionali non li riguarda mai veramente da vicino, segnale che si consolida e struttura di volta in volta.

Più lo Stato è lontano da essi, meno gli italiani si sentono popolo e meno pensano alla cosa pubblica come cosa loro.

Quindi andrei piano a dire che il M5s è sconfitto proprio per le ragioni suddette e alle prossime politiche dubito di venir smentita di quanto sto affermando, dai risultati elettorali.

Nel locale, dopo le esperienze di Parma, Torino ma soprattutto Roma e includerei Pomezia, si può pensare che gli italiani non si siano sentiti di affidare le proprie città ad un movimento che sino ad ora non ha dato riscontri positivi nell’amministrazione dei comuni.

È anche vero che l’attività dei 5 stelle sui territori è presente geograficamente a spot e non è cosa da poco quando si tratta di scegliere, specie perchè gli italiani di chiacchiere e proclami ne hanno accumulato, obtorto collo, una discreta scorta per usare un eufemismo.

Torna dunque la politica dei due schieramenti contrapposti, centrodestra e centrosinistra, almeno sulla carta, visto che sappiamo tutti molto bene che il confine fra le due parti è, come dire, alquanto labile.

Comunque, sarà interessante vedere l’esito dei ballottaggi per capire chi appoggia e dà indicazioni di voto per chi.

Mi riferisco alla nascente sinistra che si dichiara lontana dal Partito Democratico ma che ho il sospetto darà, in molti luoghi, come indicazione di voto ancora il sostegno al PD, naturalmente, tanto per cambiare, per scongiurare un possibile governo locale 5 stelle o di destra.

Come se facesse differenza…

Intanto a nord-est il quadro non cambia mai.

La Lega, munita dei mitici elmi cornuti in stile Pontida, cavalca a pelo le sconfinate praterie politiche di quelle aree, priva com’è di avversari capaci di proporre davvero qualcosa di serio e affidabile più che altrove in Italia.

Ma è il dato sull’astensione quello su cui riflettere a fondo.

Da un lato il non voto è senza dubbio un voto e un voto netto, deciso e per giunta non fraintendibile che dovrebbe suggerire qualcosa ai tanti partiti, ma soprattutto a quelli che si definiscono di sinistra.

Se da un lato il dato è sconfortante, dall’altro viene da dire che è una gran bella risposta a chi propone di continuo sempre e solo il vecchio modello di una sinistra disfatta, malconcia e non più padrona di se stessa che mira solo all’autoconservazione di posti nelle istituzioni, quella che sui territori appare solo in funzione delle elezioni.

È la sinistra dei cartelli elettorali, quella delle ammucchiate dell’ultimo minuto giusto per presentarsi e garantirsi come abbiamo visto accadere in moltissimi piccoli comuni, quella che gli italiani non vogliono più e lo dicono con forza col solo linguaggio che questi politici capiscono: il NON voto.

Intanto, chi si era convinto che il PD fosse finito, come ho sempre sostenuto, nutriva una pia illusione e temo, tra l’altro, che questa si trasformerà pure in una delusione cocente. Un’altra.

D’altro canto ad improbabili accrocchi che non suscitano fiducia e sanno di scelta al buio, l’italiano informato solo dal mainstream e sempre più spaventato dalla crisi, preferisce di sicuro quello che già conosce perché sa in anticipo di che “morte dovrà morire”.

Questo è un paese che per 50 anni ha votato DC sapendo che non era la scelta giusta per la paura dei comunisti mangiabambini prima e del terrorismo colorato di rosso, dopo e che oggi si avvia ad altri 50 di PD per la paura dello spread, del debito pubblico, del perdere quel poco di miseria di cui vive, ignaro del fatto che proprio così la perderà.

Magari se qualcuno insieme a noi del MovES, avesse la buona volontà e la determinazione di dirglielo, magari spiegandogli anche le vere ragioni della pericolosità del PD, non sarebbe una cattiva idea.

Poi, giusto per non ripetere gli errori del passato recente, in vista delle politiche del 2018, se nel frattempo ci dessimo tutti una scrollata e rimettessimo in piedi una sinistra che va a chiedere voti SOLO DOPO esser tornata se stessa ovunque il disagio sociale e il conflitto brucino, forse vedremmo un film ben diverso da quello proiettato dal 1948 ad oggi ad ogni tornata elettorale, invece della solita soap opera che dura da 70 anni.

Soprattutto visto e considerato che persino l’Inghilterra ha cambiato visione, ma che addirittura il famoso (e famigerato) sequel americano “Sentieri” ha chiuso i battenti e che a girare continue puntate infinite di questi ‘drama’ siamo rimasti solo noi italiani.

IL MIO RICORDO DI GIOVANNI FALCONE. LE PAROLE DI PAOLO BORSELLINO

IL MIO RICORDO DI GIOVANNI FALCONE. LE PAROLE DI PAOLO BORSELLINO

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

A 25 anni dall’attentato mafioso che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la sua scorta pubblichiamo questo intervento di Paolo Borsellino in suo ricordo. Paolo Borsellino fu poi assassinato il 19 Luglio 1992.

(Il testo è un estratto da: LE ULTIME PAROLE DI FALCONE E BORSELLINO. Prefazione di Roberto Scarpinato. A cura di Antonella Mascali . Ed. Chiarelettere, Milano 2012).

Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso.

Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.

Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva.

Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!

La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.

Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo.

E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.

La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta [il pentito Tommaso Buscetta, ] egli mi disse: «La gente fa il tifo per noi». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa.

Questa stagione del «tifo per noi» sembrò durare poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per invocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottimali condizioni del suo lavoro.

Per poter continuare a «dare». Per poter continuare ad «amare». Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Menzogna!

Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece!

Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita.

Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare!

Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi.

La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta.

Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia.

Il potere politico trovi il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerchi di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.

Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera.

Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia.

Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.

Parole pronunciate alla Veglia per Giovanni Falcone, nella chiesa di Sant’Ernesto, a Palermo il 23 giugno 1992.

Dimensione carattere
Colors