SUICIDIO, LA MORTE INVISIBILE DI UNA SOCIETÀ

SUICIDIO, LA MORTE INVISIBILE DI UNA SOCIETÀ

 

di Claudia PEPE

Un uomo di sessant’anni venerdì pomeriggio, si è tolto la vita lasciandosi andare nel vuoto dal parcheggio multipiano di Ikea a Padova.
Con sé aveva un bigliettino di scuse per i familiari. Forse aveva scritto il perché, forse ha pensato che scrivendo non avrebbe mai più potuto tornare indietro, forse quelle sue stesse parole lo condannavano a morte. In un vuoto che non aveva ascolto.

Il suicidio di una persona è sempre il fallimento per una società, per una famiglia, per l’uomo stesso. È una comunicazione estrema che forse non trovava spazi d’aria, una comunicazione segreta fra l’io e l’essere sociale.

Chissà quante volte questo uomo ha finto di stare bene, ha finto che tutto andava bene, quante volte ha sorriso mentre il suo dolore lo stava inghiottendo.
Quante volte noi stessi non ci accorgiamo di gesti, di piccole testimonianze di sofferenza che la corsa della vita non ci permette di vedere.

Un uomo che sceglie un centro commerciale per morire è la dichiarazione di una civiltà sofferente, malata, una civiltà che non coglie più i significati e nemmeno il dolore. Tutto passa velocemente, tutto diventa irrilevante, tutto diventa anonimo.

Anche la morte, come la nostra vita. Presi a rincorrere quella coda di volpe che ci illude vincitori di un premio che non arriverà mai. Perché c’è sempre un dopo, un domani, il giorno seguente. E suicidarsi all’Ikea ha qualcosa di drammatico e sconvolgente insieme.

Un suicidio premeditato e conclamato in un centro commerciale, un non luogo come diceva Augè.

Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento. Un cambiamento avvolto in un buio pesto.

Luoghi incentrati solamente sul presente e altamente rappresentativi della nostra epoca. Un’epoca caratterizzata dalla precarietà assoluta, dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone percorrono i non luoghi, ma nessuno vi abita.

E una morte in un corridoio di passaggio, è ancora più incisiva, più tagliente.
Una morte in mezzo a persone che viaggiano in dei fini settimana affollate in corsie dense di mille vite, spesse di emarginazione, grida di bambini. In una rincorsa ad un oggetto che magari non ti serve, non ti appaga, ma riempie la tua giornata.

Cosa pensava quell’uomo prima di sancire la sua morte? Forse guardava manichini omologati con la bocca piena di polpette svedesi, file alla cassa, persone che compravano oggetti apparenti ma non reali. E lui ha preso la rincorsa e si è buttato giù. In un parcheggio.

Mentre volava avrà pensato al perché, sicuramente avrà avuto un lampo di pentimento, una voglia di risalire, il desiderio di abbracciare ancora la sua famiglia. Perché il suicidio può essere vissuto giorno per giorno consapevolmente e, a volte, preso per la gola.

E in un giorno di ordinaria follia, puoi pensare che anche l’Ikea diventi il tuo cimitero, il tuo non luogo, il tuo deserto. L’anonimato di una morte non deve diventare l’oblio di una persona. Il suicidio è un atto di colpa per tutti noi, per la nostra noncuranza, per non avere il coraggio di soffermarci, di ascoltare, di guardare sempre il selciato e mai il viso della gente.

Nessun giudizio per quest’uomo, nessun pre-giudizio, nessun pettegolezzo come diceva qualcuno molto più importante di me.

Non potremo mai sapere quanto sia stato forte il suo dolore, quanto sia stato insopportabile. La sua tortura del vivere ha trovato la sua fine.
In un parcheggio di Ikea.

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