IL “MISTERO” DELLA POVERTA’ ASSOLUTA

IL “MISTERO” DELLA POVERTA’ ASSOLUTA

Poveri assoluti

di Alberto MICALIZZI

L’ISTAT ha appena comunicato che nel 2016 i poveri assoluti in Italia sono saliti a 4,7 milioni, triplicando in 10 anni! (Il Fatto Quotidiano: “Nel 2016 poveri assoluti 4,7 milioni di italiani..in dieci anni sono triplicati”).

Secondo l’ONU, la povertà assoluta si verifica quando “non si dispone – o si dispone con grande difficoltà o intermittenza – delle primarie risorse per il sostentamento umano, come l’acqua, il cibo, il vestiario e l’abitazione“.

Queste statistiche, assolutamente drammatiche per l’Italia, giungono al termine di un decennio nel quale si sono verificati stimoli straordinari all’economia:

1) i tassi di interesse in Italia sono crollati dal 5% all’1%, quindi in teoria il sistema economico avrebbe dovuto avere accesso agli investimenti come mai in precedenza nella storia;

2) la rivoluzione digitale ha provocato incrementi senza precedenti di produttività del lavoro, aumentando i margini di profitto e creando ricchezza per tutti;

3) Il PIL mondiale è cresciuto del 47%, una media del 4% all’anno (da $51.300 a $75.600 miliardi), creando dunque un effetto traino generale che avrebbe dovuto trascinare il nostro Paese in un percorso virtuoso di domanda, investimenti e aumento della produzione e della ricchezza pro-capite.

E invece? Invece negli stessi dieci anni (2007-2016) l’Italia ha visto TRIPLICARE i poveri assoluti, aumentare di 1,5 milioni gli italiani fuggiti all’estero, raggiungere un disoccupazione giovanile del 40% ed arretrare il PIL del -5% (da $1.943 a $1.850 miliardi – tutti i dati sono presi dal sito di Banca Mondiale).

Dunque, mi domando: Di quali condizioni abbiamo bisogno per crescere in linea con il mondo, se questa tragedia si è prodotta nel decennio forse più favorevole che si annoveri nella storia contemporanea?

Una domanda che mi posi già a Marzo del 2016, commentando i risultati tragici del PIL 2015.. (Demolizione controllata del PIL).

Provo ad immaginare di porre la domanda ad uno dei tanti imbonitori del main-stream, chiamati sistematicamente nelle TV di regime per mentire agli italiani. Ed allora immagino di ascoltare le solite menzogne …che dobbiamo fare le riforme, che dobbiamo recuperare competitività, che dobbiamo ridurre la corruzione, che occorre combattere l’evasione fiscale…… ed addirittura che stiamo pagando la mancata riforma della Costituzione!

Bene, all’imbonitore che mi propinasse tutto ciò risponderei allora che dovrebbe spiegarmi quali riforme, quale incremento di competitività, quale lotta alla corruzione e all’evasione fiscale hanno compiuto Turchia, Polonia e Svezia, tanto per citare tre Paesi molto vicini e caratterizzati da dinamiche geo-economiche simili alle nostre.

La domanda è lecita perché negli stessi 10 anni, il PIL della Turchia è cresciuto del 55% (!), quello della Polonia del 36%, quello della Svezia del 22%, ed infine quello USA del 34%….. mentre quello italiano è ARRETRATO del -5% portando il Paese sul baratro della povertà assoluta!

Ma non è finita qui, non basta lo scempio che hanno compiuto.

Nei rapporti di Standard&Poor’s e di Moody’s di inizio 2017 si chiede maggiore austerità e tagli al welfare, da Bruxelles si impone rigidità di bilancio, il FMI dice che non cresciamo abbastanza e la Troika ci chiede di rimborsare quote di debito pubblico in applicazione del fiscal compact….. siamo accerchiati!

Mentre questa immane tragedia viene messa in scena, gestita con meticolosità quotidiana e farcita da messaggi di distrazione di massa, la schiera di servi che ha occupato l’esecutivo del Paese sta scientemente portando a termine la missione più importante affidatagli, cioè il progetto di rafforzamento delle banche private italiane in modo che siano pronte ad entrare nell’Unione Bancaria Europea.

Non solo, ma sta perpetrando il piano di demolizione degli ultimi scampoli di struttura industriale con l’annunciata privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti per rimborsare 5 miliardi di (fittizio) debito pubblico e sta smantellando le strutture di difesa ed i beni demaniali nazionali così da renderci totalmente dipendenti da organismi sovranazionali.

E’ il più grande inganno nel quale il nostro Paese sia mai caduto, un inganno iniziato circa 40 anni fa… Questa non è una crisi come tante altre.

E’ una guerra di occupazione, sia chiaro a tutti, una guerra che sta piegando anzitutto i nostri anziani ed i nostri bambini. Per questo, soprattutto per questo, è la più infame delle guerre che potevano muoverci.

fonte: https://albertomicalizzi.com/2017/07/13/il-mistero-della-poverta-assoluta/

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

Piigs, opera di Claire Fontaine
 

Alcune riflessioni sull’Europa e sull’ordoliberalismo a partire da un libro recente.

di Olimpia MALATESTA

«Governance» è una delle parole maggiormente utilizzate nel lessico politico contemporaneo.

Ricorre con frequenza nei documenti ufficiali dell’OCSE, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea e designa il passaggio dalle forme decisionali verticistiche e «Stato-centriche del policy making (tipiche del fordismo)» a forme di coordinazione politica ed economica orizzontali in cui i programmi da attuare vengono concordati attraverso reti che intrecciano diversi livelli: locale, regionale, statale, europeo e globale.

Inserendosi nell’ampio novero di studi governamentali sul neoliberalismo, il libro di Giuliana Commisso, dal titolo La genealogia della governance: Dal liberalismo all’economia sociale di mercato (Asterios, 2016), si pone l’obiettivo di far luce sul significato e i limiti della governance, espressione nient’affatto disinteressata di un mondo che si vorrebbe post-ideologico.

A tale scopo l’autrice individua nelle categorie concettuali foucaultiane lo strumento più adatto per ripercorrerne l’origine e si cimenta in un impegnativo riepilogo dei principali nodi teorici del pensatore francese, riuscendo a restituire la complessità del «dispositivo potere-sapere», a ricostruire la nascita della ragion di Stato nella sua accezione di pratica di governo e ad evidenziare il passaggio da questa alla governamentalità liberale prima e a quella neoliberale poi.

A dispetto di quanto annunciato dal sottotitolo del libro, che recita “L’ordoliberalismo tedesco”, il significato e la portata storica e politica di quest’ultimo vengono presi in esame solamente negli ultimi capitoli, ciò nondimeno densi e ricchi di spunti: se, da una parte, Commisso propone un’efficace sintesi dei principi fondamentali della teoria ordoliberale, dall’altra, la sua totale adesione all’interpretazione foucaultiana dell’ordoliberalismo ‒ oggi dominante anche grazie alla sua ripresa da parte di Pierre Dardot e Christian Laval in La nuova ragione del mondo ‒ pone dei seri dubbi sulla capacità di quest’ultima di afferrare un aspetto cruciale del pensiero ordoliberale: la decisa neutralizzazione dello scontro di classe da realizzare attraverso uno Stato che, come sottolinea Commisso, assimila i meccanismi della governance senza che ciò comporti la sua scomparsa.

Il filo rosso che unisce le diverse sezioni del libro, infatti, è l’argomento secondo cui nel contesto europeo della governance lo Stato non scompare affatto: semmai diviene lo spazio istituzionale attraverso il quale imporre i nuovi vincoli politici ed economici, che vedono nell’esautorazione della sovranità democratica la vera condizione di possibilità della loro esistenza.

Emblematico in questo senso è il ruolo che gli ordoliberali ‒ gruppo di economisti che avviano le loro riflessioni alla fine degli anni Venti e che nel ’48 fondano la rivista «ORDO» ‒ assegnano allo Stato, trasformato in un arbitro incaricato di vegliare sulla concorrenza: rifiutando sia i principi del liberalismo del laissez faire – basato su una visione autoregolativa e armonizzante del mercato – sia qualsiasi forma di pianificazione economica di stampo keynesiano – ai loro occhi intrinsecamente totalitaria – quegli economisti asseriscono che la dinamica capitalistica non sarebbe governata da un «fatalistico processo di sviluppo» (Eucken), essendo piuttosto il risultato di un ordine economico-giuridico, in quanto tale modificabile.

Conseguentemente, la crisi del ’29 non viene ricondotta alle contraddizioni inerenti al modo di produzione capitalistico condannato alla sua Selbstaufhebung ‒ alla sua autodissoluzione ‒ ma esclusivamente alle modalità miopi e irresponsabili con cui il suo processo era stato gestito a livello tecnico.

Occorreva, quindi, costruire quelle «condizioni quadro» che, come puntualizza Wilhelm Röpke, avrebbero assicurato il corretto funzionamento dell’economia di mercato e della sua dinamica concorrenziale senza, ovviamente, intervenire attivamente in essi.

Tra queste condizioni quadro Walter Eucken individua nella stabilità monetaria (quindi nel principio anti-inflazionistico), sottratta a ogni controllo politico, il dogma sacro da non violare. Di qui anche l’abbandono deciso di ogni politica di pieno impiego: «se l’azione di governo si limita a controllare l’inflazione e a ridurre la fiscalità, il tasso di disoccupazione si stabilirà a un tasso “naturale” relativo», chiarisce Commisso.

Un tasso «naturale» che l’Unione Europea fissa oggi attraverso il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), l’indicatore economico del tasso di disoccupazione che non genera spinte inflazionistiche (nel caso dell’Italia oscilla tra il 10,5% e il 12,7%!).

Si tratta dei medesimi principi che ispirano il Trattato di Lisbona, che all’articolo 2.3 indica in «un’Economia sociale di mercato fortemente competitiva» ‒ espressione coniata dall’ordoliberale Müller-Armack nel 1947 ‒ il quadro di riferimento per «uno sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi».

L’indipendenza della BCE e le regole di bilancio dell’Unione sono perfettamente in linea con i principi economici ordoliberali.

Si pensi per esempio al pareggio di bilancio inserito in Costituzione all’articolo 81 che, vincolando la spesa pubblica, elimina ogni spazio operativo per politiche fiscali espansive da parte dello Stato.

Anche il principio di sussidiarietà, di esplicita derivazione ordoliberale, orienta l’intero quadro del Trattato di Maastricht: esso «vincola la potenza pubblica, sia lo Stato che la comunità, dall’intervenire in quei settori sociali in cui le “persone” e le “aggregazioni della società civile” (ad esempio, le imprese sociali, le associazioni, il volontariato, il terzo settore) possono provvedere al soddisfacimento dei bisogni sociali».

In questo contesto, se è pur vero che la capacità dei singoli Stati di modificare le condizioni quadro del mercato viene sistematicamente ridotta – se non eliminata del tutto –, essi, lungi dallo scomparire, incorporano attivamente i nuovi criteri gestionali, mentre, come puntualizza Commisso, «l’Unione ha il potere di coordinamento e di sorveglianza, e la possibilità di raccomandare modifiche nella politica fiscale e applicare sanzioni contro i governi per la violazione delle norme concordate».

Michel Foucault si accorge prima di molti altri che la specificità della governamentalità ordoliberale non consiste tanto nella chiara delimitazione del campo di azione dello Stato – quale era invece l’operazione condotta dal liberalismo del laissez faire – quanto, piuttosto, nella ridefinizione del suo ruolo: lo Stato diviene il garante del meccanismo concorrenziale.

Commisso elogia la straordinaria preveggenza di Foucault nell’aver compreso con estremo anticipo i meccanismi della governance, molto prima, cioè, che si manifestassero i segni della sua attuale crisi.

È però arrivato il momento di riflettere sui limiti della lettura foucaultiana che non sono solo di natura puramente storiografica, come Commisso puntualmente segnala. Si deve infatti riconoscere che, diversamente da quanto afferma Foucault, l’ordoliberalismo non fu affatto una corrente d’ispirazione liberale sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e affetta da una «fobia dello Stato».

Semmai sarebbe più opportuno parlare di una ‘fobia dirigistica’, e cioè di una profonda sfiducia verso qualsiasi forma di pianificazione economica. L’impiego dell’espressione «fobia dello Stato» conduce a facili fraintendimenti (anche se una lettura attenta di Nascita della biopolitica dovrebbe prevenirli).

Gli ordoliberali, infatti, non difendono in alcun modo una concezione di Stato minimo à la Nozick: la simpatia non troppo velata di Alfred Müller-Armack per il fascismo italiano, ma anche la fraseologia antidemocratica che auspica l’intervento di uno Stato forte ‒ di esplicita derivazione schmittiana ‒ che avrebbe dovuto ristabilire una netta separazione tra lo Stato e la società civile viene impiegata senza eccezioni da tutti gli ordoliberali già all’inizio degli anni Trenta. Anche se sarebbe ingiusto, prima ancora che scorretto, liquidarli come dei criptonazisti.

L’insopprimibile disprezzo da essi manifestato nei confronti delle masse proletarie colpevoli di esercitare pressioni sullo Stato non può però di certo farli apparire come dei campioni di democrazia parlamentare, contrariamente alla mitologia sociale che all’alba della fondazione della Bundesrepublik Deutschland li voleva da sempre coraggiosamente antinazisti e convintamente democratici.

Al di là delle imprecisioni di «ordine genealogico» occorrerebbe però sondare le capacità esplicative della concezione foucaultiana del potere.

Questa visione trasversale, molecolare e acefala, che disciplina i corpi e dirige le condotte individuali modulandole sulle esigenze del sistema economico nel suo complesso, fornisce indubbiamente degli strumenti preziosi per comprendere il livello «microfisico» su cui si esercita la governamentalità ordoliberale: del resto, in uno scritto del 1946, lo stesso Franz Böhm segnala la necessità di stabilire legalmente «un comportamento economicamente corretto» attraverso un sistema di «punizioni» e di «ricompense» capaci di «orientare» ‒ che qui significa ‘disciplinare’ ‒ la condotta economica del singolo individuo.

Tuttavia, questa lettura ‘individualizzante’ dell’ordoliberalismo si arresta proprio lì dove una critica compiuta dovrebbe invece iniziare ad articolarsi.

Essa non riesce, o forse non vuole, cogliere gli aspetti strutturali dell’ordoliberalismo: ossia la centralità che il conflitto di classe (o meglio, la sua decisa eliminazione) assume nella logica stessa del suo discorso.

Ciò che Foucault in definitiva non esplicita, ma che sarebbe purtuttavia presente nelle premesse della sua analisi, è che l’obiettivo politico (teorico e pratico insieme) dell’ordoliberalismo è la disattivazione dell’opposizione di classe, la soppressione di qualsiasi immaginario di contrapposizione di interessi, quindi la creazione di una società in cui il conflitto è strutturalmente sedato.

Questa ferma negazione del conflitto si esprime nella volontà di depoliticizzare interamente l’economia ed è presente sia nella teoria ordoliberale delle origini, sia nella sua ‘applicazione’ politico-economica dell’era Adenauer, durante la quale veniva messa in piedi una potente macchina propagandistica che decretava la fine del conflitto sociale: der Klassenkampf ist zu Ende ‒ «la lotta di classe è finita» ‒ recitava lo slogan principale della campagna finanziata dalla Aktionsgemeinschaft Soziale Marktwirtschaft, think thank per la promozione dell’economia sociale di mercato composto da imprenditori ed economisti ordoliberali, tutt’oggi attivo.

Si consideri a tal proposito il disprezzo di Wilhelm Röpke per quella che definisce Interessentenherrschaft ‒ «il dominio dei soggetti d’interesse», generatrice di disordine e discordia, cui contrappone invece l’ordinata e imperturbabile «democrazia del consumatore».

Ciò che agli occhi degli ordoliberali risulta inammissibile è quindi quella che sempre Röpke definisce la «politicizzazione della vita economica»: che lo Stato divenga il terreno di scontro di interessi sociali tra loro confliggenti è una circostanza assolutamente intollerabile.

Lo spiega bene Alexander Rüstow all’inizio degli anni Trenta, quando, richiamandosi a Schmitt, definisce lo Stato «la preda della società civile». Soltanto la «prestazione economica» del singolo individuo può incidere sui processi economici e sul successo personale, non la politische Machtstellung ‒ «posizione di potere politico» ‒ delle classi sociali, ammonisce Röpke. Si comprende come questa «morale prestazionale», basata su un sistema di ricompense e punizioni, possa funzionare solamente se applicata ad individui: è precisamente per questo motivo che ogni opposizione tra classi deve essere rimossa. Essa rappresenta un potente elemento di discordia che minaccia di turbare l’armonia della società, la quale, a sua volta, si deve appunto fondare esclusivamente sulla prestazione economica del singolo individuo, unico soggetto al quale è possibile elargire «ricompense economiche».

In che modo, infatti, si potrebbe valutare la performance economica di intere classi sociali? Una risposta a questo interrogativo, forse, la formula Alfred Müller-Armack, il quale, nel ’32 elaborò l’idea profondamente antimarxista per cui le classi sociali, lungi dal risultare da rapporti di forza e di dominio, sarebbero invece conseguenza del loro «servizio al progresso» (Dienst am Fortschritt). In altre parole, il profitto non dipenderebbe affatto dal possesso dei mezzi di produzione concentrati nelle mani di pochi, ma sarebbe «un risultato della funzione dinamica», del «merito» della classe imprenditrice.

Ciò che quindi la Weltanschauung ordoliberale, così come l’ideologia della governance, sistematicamente obliterano è il conflitto sociale, di classe, consustanziale al modo di produzione capitalistico, rimosso integralmente grazie alla pervasiva diffusione del modello dell’autoimprenditorialità che sposta il conflitto dalla dimensione sociale a quella interpersonale. In definitiva, proprio perché hanno in orrore gli Interessenten e la lotta derivante dalla loro interazione politica, gli ordoliberali eliminano dal loro orizzonte di pensiero la contrapposizione di interessi caratteristica dello spazio statuale.

Al suo posto, il cieco rispetto delle condizioni-quadro, ossia dei vincoli economici e politici transnazionali, da parte di una governance europea ideologicamente neutra e appassionatamente disinteressata, tenta oggi di sbarazzarsi di quell’ingombrante prodotto della modernità che è la sovranità popolare, pericoloso strumento attraverso il quale le classi subalterne potrebbero far valere la loro forza.

TUTELARE LA SALUTE: IL DOVERE PRIMARIO DI UNO STATO

TUTELARE LA SALUTE: IL DOVERE PRIMARIO DI UNO STATO

Caos al pronto soccorso.

di Giovanni NUSCIS

La vita è tutto, e la tutela della salute non può che essere il massimo obiettivo, per ogni persona e per una società organizzata.

Il bilancio della regione Sardegna destina 3.5 miliardi l’anno al sistema sanitario.

Ma un sabato notte di luglio come ieri, a Sassari, ci sono solo due medici a presidiare un servizio vitale come il pronto soccorso.

Con una fila di ore per gli accidentati e per i loro congiunti, tra urla e sofferenze.

Siamo nelle mani di Dio, direbbe qualcuno.

No, dico io, siamo nelle mani di una dirigenza che fa scelte decisive per la salute di ognuno di noi; alla quale, non per pedanteria ma per stato di necessità, andrebbe una buona volta chiesto il conto.

Come? Spulciando bilanci e delibere, verificando e punendo eventuali sprechi; imponendo di investire sulle strutture pubbliche, dove si assume o si dovrebbe assumere con concorsi pubblici.

Nazionalizzando, magari, le imprese farmaceutiche, e quelle che producono materiali e attrezzature mediche.

Neutralizzando in questo modo le lobby vampire di denaro pubblico, il potere e l’avidità dei tanti Poggiolini…

PEZZI DI RICAMBIO

PEZZI DI RICAMBIO

Pezzi di ricambio

di Giuseppe MASALA

Quando crollò il blocco dei paesi comunisti centinaia e centinaia di ricercatori di altissimo livello si ritrovarono da un giorno all’altro a fare i lavori più disparati per sbarcare il lunario: tassisti, guide turistiche e in qualche caso pure peggio.

Magari, e noi non lo sappiamo, nei nostri primi viaggi organizzati nei paesi dell’Est post caduta del Muro siamo stati accompagnati – chissà – da un grande matematico o da un grande fisico o da un grande biologo.

Il collasso della ricerca scientifica e il malessere dei ricercatori è senza dubbio un buon misuratore empirico dello stato di salute di una nazione.

Mi è ritornata in mente questa cosa oggi, dopo aver letto che un ricercatore di storia dell’integrazione europea di 39 anni dell’Università di Catania ha piantato tutto – dopo 20 anni di studio, 3 monografie, 25 ricerche e decine di articoli – per mettersi a vendere pezzi di ricambio per automobili.

La strada è stretta e il margine per svoltare è sempre più ridotto.

UNITÀ DELLA SINISTRA, TRA MITO E REALTÀ

UNITÀ DELLA SINISTRA, TRA MITO E REALTÀ

di Ivana FABRIS

Grande la confusione sotto al cielo dell’unità della sinistra e si resta sconcertati perchè proprio si comprende che si parla di sinistra ma si fa riferimento a forze politiche che di sinistra non hanno che il nome o che unicamente ne parlano come fosse un’entità astratta priva di fondamenti identitari.

Non si riesce neanche a capire, in fase di confronto, se sia una questione meramente legata al lessico ormai mistificato quando non addirittura perduto o se invece tutto nasca dalla consistente perdita di coscienza storica e politica di ciò che rappresenti, di come sia strutturata, a cosa tenda e come agisca una sinistra antisistema.

Ed è proprio sull’agire che vorrei porre uno spunto di riflessione.

La sconfitta della sinistra nasce UNICAMENTE dall’aver perso il contatto con i territori ossia con i BISOGNI delle persone.

Nella mutazione genetica subita a livello dirigenziale, si è scelto di abbandonare le sezioni e i circoli come centri di intensa attività che comportavano anche CRESCITA POLITICA E SAPERE POLITICO della base, al fine di trasformare TUTTO l’agire della sinistra, in attività pre-elettorale.
Quindi da centri di politica attiva, i presidi sul territorio sono diventati unicamente COMITATI ELETTORALI PERMANENTI che si attivano esclusivamente allo scopo.

Dovremmo ormai sapere tutti che la sinistra ha perso terreno così, andando incontro ad una sconfitta spaventosa che ha permesso al neoliberismo di infiltrare il sistema-paese, eppure si evince che si insiste con il voler basare tutta la ripartenza NON dal tornare a fare politica sul territorio, ma dalle famigerate fusioni a freddo basate solo su sondaggi e calcoli statistici.
Fusioni che sono ovviamente decise dai vertici dei partiti e a prescindere dalla volontà espressa dalla base di ciascuno di essi.
Spiace dirlo, ma questa non è sinistra, è un’altra cosa, è un pacchetto all-inclusive di tipo mercantilistico solo che non vogliamo ammetterlo.

Infatti, stante la realtà oggettiva, a questo punto è tragicamente vero che 30 anni di CENTRO sinistra hanno alienato il patrimonio storico di un secolo di lotte e di conquiste, portando molti a dimenticarsi che sinistra e centrosinistra hanno DIFFERENZE POLITICHE SOSTANZIALI e che volere un’autentica sinistra NON è vagheggiare la purezza ma ritornare a dare, in primis, RISPOSTE a chi vive ormai al margine.

Senza mai dimenticare, inoltre, che sia INDISPENSABILE ridare un assetto democratico a questo paese.
A meno che crediamo non ci riguardi il fatto che in Francia – ma anche in alcuni comuni italiani per le recenti amministrative – si son confrontate ai ballottaggi due DESTRE.

Voler creare una sinistra antiliberista, significa avviare la lotta di Liberazione del nostro tempo per sconfiggere il colonialismo ordoliberista tedesco che presto ci ridurrà come la Grecia e questo implica necessariamente una serie di prese di posizione coraggiose e l’ammissione di verità scomode.

Intanto, però, mentre il MovES non recede dalla sua volontà di fare del voto la FINE del percorso e non l’inizio e di riportare la politica della sinistra tra la gente che soffre la disperazione, da ogni parte ci giunge l’invocazione all’unità della sinistra quasi come se dovessero convincerci che ci voglia.

Ma chi lo ha mai negato?

Il punto però è un altro: COS’È L’UNITÀ della sinistra?
Su cosa si fonda?
Da che cosa deve partire?
Di cosa deve occuparsi sin dai primi incontri tra le varie parti in causa?

Si deve partire sapendo cosa si voglia e come ottenerlo, oppure si crede realmente che basti fare un cospicuo drappello di formazioni di sinistra?
Si crede davvero che basti questo acchè chi è nell’astensione torni a votare?
E perchè mai, di grazia, dovrebbe?

La visione sull’unità, però, attinge anche ad una discrepanza della conoscenza tra ciò che era ieri la politica e ciò che è oggi, da parte di chi era di sinistra ieri e continua a sentirsi tale pensando che anche le dirigenze ragionino come noi tutti comuni mortali.

NON È così.
La politica è cambiata radicalmente.
Alla platea, agli elettori, a chiunque ascolti, i vertici dicono esattamente tutte le cose che devono essere dette, quelle cioè che la base vuol sentir dire.
Pura demagogia ed è superfluo dire perché.

NESSUNO oggi, a certi livelli della politica, fonda un partito e si muove senza PRIMA sapere quali percentuali di voto potrebbe raggiungere.

NESSUNO oggi, a certi livelli della politica, andrebbe a coalizzarsi con altre formazioni se non sapesse che i sondaggi a monte delle elezioni politiche, danno esito insoddisfacente presentandosi da soli.

Ovvio, tra la base non si vuole mai credere a questo scenario e il primo pensiero è che noi che lo affermiamo ci riteniamo quelli con la verità in tasca, gli unici e i soli.
Sbagliato.
Semplicemente ci siamo passati e abbiamo già elaborato il nostro bel lutto accettando che quella che un tempo era l’etica della politica, oggi sono semplici regole d’ingaggio.

Inoltre è difficile accettare che i propri segretari non siano quell’esempio di appassionata partecipazione alla politica perché il fideismo nelle dirigenze gode ancora di ottima salute, perchè il culto della personalità ha ormai intaccato anche la sinistra.

Da che sono spariti i contenuti e l’azione politica, anche a sinistra le dirigenze hanno spinto sull’acceleratore del leaderismo: se non vinciamo perchè non abbiamo più contenuti e la prassi, facciamo in modo di vincere col carisma.
Questo è ciò che per anni si sono detti. Questa è ormai la regola.

Ma tornando all’unità. Per quanto riguarda noi come MovES, CERTO che siamo interessati ad unirci ad altri ma NON SIAMO INTERESSATI all’elettoralismo e a fare accordi al ribasso sulla pelle di chi sta pagando amaramente gli esiti di una crisi ormai senza fine.

Noi pensiamo che PRIMA debba venire l’impegno politico.
Voglio ribadirlo: strada per strada, casa per casa, per far sì che ogni persona che vive il dramma che il neoliberalismo sta progressivamente generando per milioni di esseri umani, sappia di non essere più isolato e lasciato da solo nella sua disperazione.

Il popolo errante della sinistra continua a non voler comprendere che la strada delle fusioni a freddo crea solo ulteriori sofferenze al paese.

Continua a non voler vedere che la politica dei numeri NON PORTA RISULTATI se non per un pugno di senatori e deputati che verranno eletti.

A nostro modo di vedere, dunque, il problema nasce a monte ma è anche vero (e lo diciamo con affetto) che a valle questo fiume in piena di residui tossici per la sinistra e per i bisogni del popolo italiano – che non sono certo il verticismo e il dirigismo, unitamente alle alchimie e le ingnegnerie elettoralistiche ma programmi e azioni – viene accolto in un bacino ancora troppo capiente, ancora troppo disponibile ad accoglierlo e finisce col permettergli di avvelenare ulteriormente, ogni possibile pozzo rimasto.