IMMIGRAZIONE: DISINFORMARE PER DIVIDERE

IMMIGRAZIONE: DISINFORMARE PER DIVIDERE

 

di Gianluca LEO

Vorrei rispondere a tutte quelle persone che, in buona fede, dicono tante sciocchezze prive di senso sull’immigrazione.
Tengo a sottolineare che non è tutta colpa loro, ma è colpa di una percezione distorta della realtà.

Questa percezione è creata da una parte, dall’azione di molte fonti di informazione che hanno ben chiaro che si fa più audience agendo in questo senso.

Tutti sappiamo che l’immigrato che ruba fa più scalpore dell’italiano che ruba. Quindi non dico che inventino le notizie, anche se a volte capita, dico che quanto meno vanno a sottolineare volutamente questi aspetti. D’altra parte, questa percezione distorta è dovuta anche al ruolo di alcune forze politiche che non fanno altro che alimentare malcontento, odio e razzismo.

Per il principio di “divide et impera” mettono a punto una propaganda che seleziona appositamente per noi solo le notizie che vanno a creare questa percezione di invasione. Selezionano articoli, video, foto, che suscitano in noi forti sentimenti negativi e di indignazione.

Fatta questa doverosa premessa, vorrei dire che io non sono tra quelli che vengono a raccontarvi che il problema non esiste, il problema c’è ed è evidente. Ma va analizzato per quello che è e non per la percezione che si è creata intorno ad esso.

Ora, io ho provato a documentarmi, a studiare e a fare ricerca, e con umiltà vorrei dirvi tutto quello che ho capito riguardo a questo fenomeno.
Rispondo allora ad alcune tipiche esclamazioni.

1) DOBBIAMO RIMANDARLI A CASA LORO!

Per riportare un immigrato da dove proviene bisogna innanzittutto aver chiaro che non sempre si riesce a identificare queste persone che possono dichiarare di provenire da qualsiasi paese; in secondo luogo anche nel caso si sapesse con certezza il paese di provenienza, per riportarcelo bisogna necessariamente avere un accordo bilaterale con questo paese e non sempre questo accordo esiste.
Inoltre c’è anche un problema tutt’altro che poco rilevante, relativamente ai costi di rimpatrio e pensare di riportare i migranti agli hotstop libici, è davvero un crimine di cui la storia parlerà in futuro.

2) NON FACCIAMOLI PIÚ ENTRARE!

A questo proposito, oltre ad implicite regole di tipo umanitario, la legislazione italiana prevede una normativa sulla navigazione e sui trasporti. L’articolo 490 del codice della navigazione impone di salvare l’essere umano e portarlo al porto più vicino. Qualora la si volesse volontariamente infrangere tutto il personale sulle nostre unità in mare, assistere impotente e vedere con i loro occhi le persone morire nel mar Mediterraneo? Bisogna anche dire che per un marinaio tutto questo è inaccettabile perchè va contro proprio il codice di comportamento che appartiene alla marineria ed esiste praticamente da secoli. E lasciarli morire in mare non è proprio la soluzione.
Il blocco navale così tanto nominato, inoltre, prevede l’uso della forza, prevede quindi di imporre a ONG straniere che hanno soccorso dei bisognosi di trovarsi davanti ad un atto di forza, una dichiarazione di ostilità che l’Italia non può neanche permettersi. A quelli che affermano che per il G7 di Taormina hanno fermato gli sbarchi rispondo che non è esattamente così, infatti li hanno solo dirottati verso altri porti.
Infine, se si pensa ad una simile manovra, bisognerebbe anche dare una lettura allo Statuto delle Nazioni Unite e capire cos’è “l’operazione Triton”, perché l’Italia non può prendere da sola certe decisioni, a meno che non voglia chiudere tutti i rapporti internazionali, isolarsi e andare di conseguenza verso un totale disastro che porterebbe ad un collasso dei rapporti internazionali.

3) AIUTIAMOLI A CASA LORO!

Non è che l’Italia e l’Europa non si siano mai impegnati in tal senso, ma ci sono dei ma. Punto uno, i territori in difficoltà sono davvero molti e sono proprio l’Italia e l’Europa molto spesso a metterceli per poter così ottenere più agevolmente il profitto che traggono dalle risorse dell’Africa. Punto due, in alcuni casi l’aiuto occidentale non è gradito e sulla scorta del punto 1 non è difficile capirne le ragioni. Punto 3, l’intervento occidentale in alcune zone critiche potrebbe causare l’aumento dei disordini, degli scontri e quindi anche della repressione.
Utilizzare i soldi della gestione dei migranti per aiutarli a casa loro, quindi, è una affermazione altamente demagogico-populista. Intanto perché in qualsiasi caso il problema non si risolverebbe immediatamente con quegli stanziamenti di denaro e comunque sono risorse che servono per gestire le persone che per forza di cose vengono qui. È quindi inutile dire “usiamo quei soldi” perche le persone sono qua adesso, arrivano qua adesso e dobbiamo gestirle adesso.
Poteva sicuramente essere una forma di prevenzione dei flussi migratori, ma ora ci sono e vanno gestiti.

4) VENGONO TUTTI IN ITALIA!

Questo è falso, non vengono tutti in Italia e anzi, il nostro paese è una delle mete meno ambite e spesso, quando lo è, è per via provvisoria con la speranza di passare in altri paesi. Il Medioriente e il Nord Africa sono molto più soggetti a forti flussi rispetto all’Europa. L’Italia inoltre non è proprio tra i primi posti in termini di accoglienza, siamo ad esempio superati da paesi come Francia, Svezia, Germania, Austria, Danimarca, Belgio e altri.

5) NON SCAPPANO TUTTI DALLA GUERRA!

Questo è vero, non scappano tutti da una guerra. Scappano anche da violazioni di diritti umani, carestie, fame.
State pur certi che molti di loro farebbero a meno di lasciare le loro terre e le loro famiglie, la loro esistenza, se non fossero costretti.
State pur certi che non rischiano di morire durante il viaggio se non è strettamente necessario e durante il viaggio sono parecchi a morire, o a veder morire, muniti solo della speranza di rifarsi una vita, lontano dalle atrocità che hanno vissuto.

Ho risposto solo ad alcune delle affermazioni riguardo a questo complesso fenomeno, anche con il video pubblicato sul mio profilo Facebook.
Sicuramente molte cose mi saranno sfuggite e per questo continuerò le ricerche. Esorto però tutti a smetterla di usare questi luoghi comuni e a fare uno sforzo in più, documentandosi seriamente.

Il problema c’è e va gestito, ma tutte queste visioni demagogiche non fanno altro che distogliere l’attenzione dal problema concreto e ci fanno solo cadere in un mondo di parole che non trovano conferma nella realtà.
Intanto, però, questo mantra  continua ad alimentare la guerra fra poveri generata proprio da chi depreda quei territori da cui provengono gli immigrati.
Per una volta, dunque, proviamo ad impegnarci in una vera azione di autoinformazione.

NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

NUOVE ARMI: I ROBOT PROGRAMMATI PER UCCIDERE

di Nia GUAITA

Nuove armi: i robot programmati per uccidere. La scorsa settimana, più di 100 esperti di tecnologia hanno scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, chiedendo di vietare le armi capaci di uccidere in modo autonomo.

Tra i 116 firmatari ci sono:
Mustafa Suleyman, cofondatore e capo di AI (Intelligenza Artificiale) applicata presso il DeepMind Technologies di Google (UK);
Elon Musk, fondatore di Space X e OpenAI (USA);
Toby Walsh, scienziato e docente di intelligenza artificiale presso l’Università del Nuovo Galles del Sud (Australia);
Esben Ostergaard, fondatore e CTO di Universal Robotics (Danimarca);
Yoshua Bengio, fondatore dell’AI (Canada);
Jerome Monceaux, fondatore di Aldebaran Robotics, creatori di robot Nao e Pepper (Svizzera).

Nella lettera scrivono:

“Le armi autonome letali minacciano di rivoluzionare la guerra. Una volta sviluppate, consentiranno ai conflitti armati di essere combattuti su una scala più ampia che mai e più veloce di quanto l’uomo possa comprendere…….
Queste possono diventare armi del terrore, le armi che i despoti e i terroristi potranno utilizzare contro popolazioni innocenti…… Una volta aperto questo vaso di Pandora, sarà difficile chiuderlo”.

La lettera è stata presentata da Toby Walch, all’apertura della Conferenza Internazionale sull’Intelligenza Artificiale a Melbourne ed è la prima volta che gli esperti di intelligenza artificiale e le aziende di robotica hanno preso una posizione comune su questo tema.

Nel dicembre del 2016, le Nazioni Unite hanno votato per iniziare colloqui formali sul futuro di queste armi. Finora, solo 19 dei 123 Stati membri hanno votato per un divieto totale.

 

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

di Giorgio BERETTA

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è appunto più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il riconoscimento di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa“che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportare sistemi militari?

(fonte)

L’IPOCRISIA DEL PAESE DEGLI SCIACALLI

L’IPOCRISIA DEL PAESE DEGLI SCIACALLI

di Mario GALLINA

Si stracciano le vesti sulle fotografie dei volti dei bambini siriani gasati dal governo di Assad o chi per lui, poco importa, e si alza forte il grido di dolore dei paesi civili, democratici ed industrializzati attraverso i media ed i loro strumenti di propaganda.

In questo modo credono di lavarsi le coscienze e gridando pensano di prendere le distanze dagli assassini che oggi sono alla ribalta dei giornali!

In verità una sola è la domanda alla quale dobbiamo cercare di dare risposta :

quale bambino è più meritevole della nostra compassione, quello che con la famiglia tentava la fuga dalla guerra e ripreso sulla riva, mentre onde indifferenti ne accarezzavano il piccolo capo affondato nella sabbia, o quello che Boko Haram ha bruciato vivo o decapitato a filo di machete in Nigeria, o ancora quell’altro smembrato dal kamikaze arrivato a bordo di una motocicletta in Ciad?

Quali di questi piccoli esseri è più meritevole dello spreco del tempo dei nostri media?

E sì perché alla fine l’unico costo che siamo disposti ad affrontare è quello dei media che se ne occupano per un breve lasso di tempo che ci lava la coscienza e poi subito dopo ci distraggono con la pubblicità di un bel dentifricio o di un bel reality show!

Proprio in concomitanza con la conferenza internazionale che si è tenuta a Bruxelles sul futuro della Siria, con la presenza dell’organo internazionale più importante quanto inutile come l’Onu con il suo inviato in Siria Staffan de Mistura!

E di cosa avranno parlato a Bruxelles? Semplicemente per non essere ipocriti, di come tenere i Siriani a casa loro, di come evitare che la loro morte sia fragorosa e a tal punto da invadere i nostri giornali e televisioni, del fare in modo che stiano lì lontani a casa loro e non ci costringano a registrare le loro morti con le nostre armi di distruzione di massa e non!

Noi abbiamo già i nostri di problemi, l’euro, l’equilibrio di bilancio, le privatizzazioni, non possiamo distrarci, quindi, per favore morite in silenzio!

NIGERIA: EMERGENZA PER IL RIENTRO DI PROFUGHI NIGERIANI IN FUGA DAL CAMERUN

NIGERIA: EMERGENZA PER IL RIENTRO DI PROFUGHI NIGERIANI IN FUGA DAL CAMERUN

Campo profughi Cameroon

 

Reuters / United Nations / VoA /

Emergenza profughi nella città di Baki nell’est della Nigeria, dove mancano adeguate condizioni sanitarie e alimentari a causa del rientro di migliaia di profughi dal Camerun.

I profughi nigeriani – 12.000 solo nel mese di maggio, in base ai dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) – che si erano rifugiati in Camerun per scappare dai violenti attacchi di Boko Haram, stanno infatti tornando nel loro paese di origine in Nigeria, nuovamente in fuga da azioni terroristiche compiute dal movimento jihadista oltreconfine.

I rifugiati nei campi in Camerun vivevano infatti in condizioni estremamente difficili, a causa della scarsità di cibo, e insicure, per dei frequenti episodi di attacchi suicidi. Nel campo di Kolofata, due kamikaze si sono fatti saltare in aria il 2 giugno scorso, uccidendo almeno nove persone e ferendone più di una dozzina.

Tuttavia, gli sfollati, non trovano condizioni migliori nella città nigeriana d’arrivo, Baki: la gente è costretta a bruciare plastica in assenza di combustibili per cucinare e a bere acqua non filtrata, aumentando il rischio di diffusione di malattie.

In risposta alle limitate risorse di acqua potabile, cibo e servizi, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sta intensificando gli aiuti di emergenza.

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