MATEMATICA DELLA POVERTÀ

MATEMATICA DELLA POVERTÀ

povertà

 

 

di EmmeTI – [MovES]

 

Non sono un’appassionata di matematica, anzi, detesto i numeri, le percentuali, le statistiche e tutto quello che ne deriva. Ricodo che alle superiori in contabilità e amministrazione avevo 3 nel primo quadrimestre e nel secondo trovavo sempre qualche compagno/a che impavido e sprezzante del pericolo, mi aiutava a recuperare, così raggiungevo il 4.

Negli ultimi mesi, mio malgrado, ogni volta che leggo un quotidiano o guardo un TG, mi ritrovo prepotentemente inserita in una di quelle statistiche che tanto aborro.  Quali direte voi? Quelle sulla povertà.

 

Adesso non sto qui a snocciolare numeri e percentuali per i motivi di cui sopra. In alcuni casi, a seconda della testata giornalistica, faccio parte della schiera dei poveri assoluti, in altri vengo collocata in quella a rischio povertà.

Tali statistiche, però, non includono l’incazzatura e la frustrazione che io ed altri come me, proviamo.
Faccio parte dei lavoratori dipendenti ed ho iniziato a lavorare a 13 anni. Ricordo bene le prime buste paga e anche quelle successive.

Mi preme sottolineare che mi sono sempre mantenuta e ho vissuto da sola pagando l’affitto e fino all’avvento dell’euro maledetto, riuscivo, non solo ad avere un tenore di vita decoroso, ma a risparmiare per le vacanze e per eventuali brevi gite spalmate nell’arco dell’anno, nonostante avessi pure dei vizi piuttosto costosetti.

Adesso, pur lavorando, sono finita in povertà, io sono povera!
A metà mese ho già finito i soldi e questo mi spinge a chiedere prestiti e a rincorrere continuamente i debiti perché non ce la faccio mai a tappare tutti i buchi.

Negli ultimi anni poi, abitando in campagna mi sono organizzata un piccolo orto, qualche gallina per le uova, ma non basta. Avevo l’auto e a mano a mano che la cambiavo ne prendevo una sempre più piccola di cilindrata per risparmiare fino ad eliminarla del tutto in cambio di uno scooter 50 del ’97.

Insomma, mi è venuto a mancare non solo il soddisfacimento dei bisogni secondari, ma anche di quelli primari perché sempre più spesso mi manca il cibo in tavola.

Ora il mio scritto va guardato solo come uno sfogo, non voglio fare la vittima e per principio non mi piace l’assistenzialismo. Sono una donna non più giovane che ha sempre lavorato con dignità e dedizione e vorrei essere ripagata con altrettanta dignità.

Non basta creare occupazione, come non basta quel ridicolo decreto ‘dignità’, ma dignità di cosa?
Se prima ti liquidavano dopo 36 mesi, adesso lo faranno dopo 24 e di casuali se ne possono inventare a iosa.

 

Io rivendico il diritto al lavoro con la L maiuscola, quello dignitoso con la D maiuscola.
Per spazzare via la povertà, con ciò che significa e comporta, non basta creare occupazione, è necessaria la qualità dell’occupazione.
IL SINDACATO SIAMO NOI LAVORATORI

IL SINDACATO SIAMO NOI LAVORATORI

sindacato-lavoratori

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

In questi giorni, in cui la strage di lavoratori è stata agghiacciante a causa delle riforme del governo PD al soldo del neoliberismo europeo, la riflessione sul sindacato si impone con forza.

Proprio la rappresentanza sindacale che non c’è più, proprio la difesa dei lavoratori e la lotta del sindacato che non ci sono più, proprio la stessa coscienza di classe che non c’è più, hanno consentito al padronato ogni abuso fino al punto che si generassero quelle morti.

Il sindacato sono i lavoratori o, per lo meno, questo dovrebbe essere visto che sono essi stessi a dare vita al sindacato in tutte le sue espressioni fino ad eleggere il proprio delegato sindacale.

Un concetto che imparai alla fine degli anni 80 quando frequentavo la scuola sindacale di Ariccia e lo stesso  concetto lo sentivo ripetere da mio padre negli anni, sin da quando ero bambino, da lui semplice operaio.

Dovrebbe essere così, ma qualcosa non ha quadrato soprattutto a partire dal 1989 quando si decise di chiudere quella scuola per motivi finanziari: troppo costosa a fronte di un sempre minore tesseramento e dalla fine della funzione di “cinghia di trasmissione“ che aveva col PCI da un lato e per la sempre minore fiducia dei lavoratori nelle organizzazioni sindacali per motivi “morali” dall’altro.

Come diceva Berlinguer, è l’uomo a fare il partito e ciò avrebbe dovuto essere anche per il sindacato, ma tant’è.

Una decina dopo, ne capii i motivi “morali” ancora meglio. Partono dalla “moralità” stessa di molti lavoratori, ma soprattutto dalla coscienza di classe che è ciò che è venuto a mancare ed ha fatto una enorme differenza.

Quello che ho visto e ho vissuto mi ha fatto comprendere i veri motivi per i quali la funzione dei sindacati è venuta meno, fino ad arrivare all’oggi dove essi sono ridotti a meri uffici di mediazione senza averne più ne le caratteristiche originarie e la funzione di tutela dei diritti dei lavoratori se non in sporadici casi.

Anche la rappresentanza al tavolo delle trattative è stata fortemente indebolita negli anni dai vari governi che si sono succeduti fino ad arrivare all’abrogazione dell’art.18 e alle dichiarazioni di leader politici, giova ricordare  quella di qualche mese fa proprio di Di Maio. Auspicava l’estinzione completa del sindacato riportando la memoria all’epoca fascista quando essi erano illegali e il solo ammesso non era altro che una propaggine del PNF.
Mancava solo una simile dichiarazione e presto vedremo quali intenzioni avranno; ci mancherebbe che prossimamente il governo ne riproponga la fotocopia a colori, visto il diverso millennio.

Ritorno alla “moralità“ di molti lavoratori, dicevo…Per esperienza vissuta nel mondo del lavoro, in questo caso ben 15 anni di mio servizio nel settore logistico di una grande società, in una grande piattaforma nella quale erano impiegati circa 200 lavoratori dei quali 120 di cooperative ad essa facenti capo, ho visto e udito di tutto.
Proprio della serie “ho visto cose che voi umani nemmeno immaginate” se ci riferiamo alla “moralità”.
Tutti i soggetti coinvolti, gli operai e il padronato in un ambiente a dir poco dantesco considerato che la quasi totalità degli operai stessi era fascista e che essi esprimevano delegati di loro fede come rappresentanti sindacali all’interno della CGIL.

Ad ogni mia protesta verso l’OOSS, mi veniva risposto che i lavoratori avevano espresso democraticamente quel o quei soggetti! La logica della difesa delle rendite di posizione anche nel sindacato: una questione di numero di tessere da giocarsi da parte del segretario provinciale di categoria per avere peso nella sua candidatura alle elezioni comunali di Roma quando fu eletto Marino come sindaco.

La cosa più assurda che potessi vedere e sentire non era tanto tanto il fatto che molti di questi lavoratori erano raccomandati o che molti di essi per arrotondare si portassero via ciò che potevano più o meno di nascosto. O il farmi il saluto fascista perché consapevoli della mia fede politica, ma pure la presenza di un busto di Mussolini o di una immagine del loro duce in qualche loro ufficio. Oppure far carriera per motivi amicali e parentelari e di fede, dato che erano stati scelti per date finalità, ossia quelle di tenere tutto sotto controllo e non importava che non ne fossero all’altezza.

No, la cosa più assurda era vedersi un bel giorno tutti convocati dal datore di lavoro con a fianco il segretario provinciale di categoria e sentirsi dire che tutti noi dovevamo fare la tessera sindacale alla FILT-CGIL perché altrimenti avremmo perso tutti il posto di lavoro. Allucinante.

Da li a poco cominciarono i problemi: aumento del 50% dei ritmi produttivi passando dai 900 colli per 8 ore di lavoro ai 1350, diminuzione dello stipendio e divieto di applicare i CCNL di categoria. Buste paga con voci tra gli emolumenti illegali come “trasferta Italia“ esenti dal reddito e quindi dai contributi legali, CUD irregolari e cambio denominazione delle cooperative periodico senza nè versamento dei contributi nè erogazione del TFR.

Dopo il mio protestare presso datore di lavoro e FILT-CGIL fui isolato e messo nelle condizioni di non poter più lavorare e quindi anche “nuocere”. Arrivarono a chiamarci uno ad uno per farci un’esplicita richiesta relativa ad un documento del sindacato che dovevamo firmare e consegnare immediatamente dove si chiedeva di accettare un nuovo cambio di società con ancor più tragiche condizioni di remunerazione e un ulteriore aumento della produttività di un altro 10% a fronte di un regalo di 300 euro lordi e la certezza di essere assunti nella nuova società. Ma venivano comunque esclusi da questa proposta, gli ultra quarantenni.

Logico pensare che fosse stato fatto per me e per quelli come me. A fronte di un simile abuso, praticamente tutti gli altri lavoratori si astennero dall’essere solidali mediante la protesta, con quei pochi che venivano esclusi e al mio fargli presente che in altre epoche recenti questo non sarebbe mai successo e che gli operai solidarizzavano tra loro, mi fu risposto dai piu “ognuno si fa i cazzi propri“.

Comunque fuori io e quelli come me, senza la tutela del sindacato che, anzi, nemmeno ci riceveva o ci prendeva per sfinimento a forza di rimandare gli appuntamenti. Comprati per 300 euro lordi che poi furono tolti subito e tutti zitti: il risultato di “ognuno si fa i cazzi propri” ma hanno mantenuto il loro posto di lavoro usurante da schiavi e io senza lavoro, indubbiamente, ma finalmente libero.

Nessuno ha capito che il sindacato lo fanno i lavoratori, anche con le loro tessere. E quelle pesano sempre più del dovuto, ormai.
In una crisi così profonda in cui il sindacato perde credibilità e quindi iscritti, tragicamente invece di ricominciare dalla difesa dei lavoratori, sono le tessere a fare tutta la differenza.

Questo agire per il numero delle tessere l’ho ritrovato anche nella CGIL SUNIA di Pomezia dove il responsabile e la sua segretaria che conosco personalmente sono fascisti, il primo persino inneggiante ogni tanto al duce sul suo profilo Facebook.

Il sindacato lo fanno i lavoratori ed è un valore assoluto e lo è il fatto che i lavoratori hanno disperato bisogno di esso, ma non così, mai più così.
Questo odierno, da parte del sindacato è un continuo tradimento del senso più alto e nobile del sindacato stesso.
EMBRACO, LA VERGOGNA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

EMBRACO, LA VERGOGNA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

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di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del MovES

 

La vicenda Embraco, quella per cui una multinazionale in sfregio alle norme Costituzionali che regolano la vita civile di un paese che si dice democratico, USA sistematicamente i lavoratori come merce di cui disfarsi all’occorrenza e senza porsi il benchè minimo disturbo sul renderli carne da macello, sul non considerare minimanente la proposta del governo, presenta tutta la dinamica tipica di questo sistema di potere.

Si smantella un’azienda e si delocalizza per fare massimo profitto, si respinge la proposta del governo perchè di fatto i governi non hanno nessun peso contro lo strapotere che il neoliberismo consegna alle multinazionali e ad un padronato reso sempre più feroce da leggi inique e antidemocratiche volute dalle élite europee del capitalismo globalizzato.

Risultato: a NESSUNO importa se quei lavoratori finiranno nell’invisibilità di un sistema che non ha più neanche la possibilità di attivare tutele adeguate al consentire un’esistenza dignitosa a chi perde l’occupazione.
D’altro canto non potrebbe essere che così, visto che l’Italia persegue il diktat neoliberalista europeo pedissequamente.

Ma intanto Calenda va a piagnucolare in Europa sul disastro Embraco, come se agli oligarchi potesse importare qualcosa in merito, visto che questo sistema lo hanno voluto loro.

E i sindacati? Dove sono?
Perchè non organizzano i lavoratori della Embraco affinchè prendano in autogestione la fabbrica?
Ma più ancora, perchè il sindacato non lavora per creare coscienza e lotta di classe?

Dinnanzi ad un simile quadro, non si sa se essere più incazzati o se aspettare che il peggio si tramuti in tragedia, sperando che a quel punto i lavoratori sappiano fare piazza pulita di false sirene millantatrici di un sindacato e di una politica fintamente di sinistra che malgrado i proclami non difendono gli interessi delle classi lavoratrici e non rispondono concretamente ai loro bisogni.
STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Leggiamo in un’ANSA della denuncia da parte del sindacato, di un Call Center che retribuisce i suoi dipendenti con degli stipendi da 92 euro PER UN MESE di lavoro.

Ma non solo, in caso di assenza di TRE minuti dalla postazione per andare in bagno, si viene pure penalizzati (!), al punto che la paga oraria scende fino a 33 CENTESIMI l’ora.

QUESTI i soli numeri che contano per noi poichè riguardano i lavoratori che sono i numeri primi della società.
Per noi, quindi, i numeri che contano non sono e non saranno mai quelli degli schieramenti elettorali che, alla fine e in buona sostanza, guardano solo a se stessi.

Si continua a pensare, anche oggi, che basti un’elezione per fare argine al sistema e che basti uno schieramento per rafforzarsi.
Per giunta con dentro un’entità politica che continua a contribuire a questa macelleria sociale.
L’appoggio al PD nelle giunte locali e al neoliberismo, restando nel gruppo UE, da parte di questa forza, dichiara palesemente che di fatto all’interno della lista “Potere al Popolo” NON esiste una concreta volontà di superamento del vecchio in favore di qualcosa di davvero diverso.

Se invece si fosse puntato a investire sulla LOTTA senza più mezzi termini, questi lavoratori, sfruttati fino al midollo, oggi avrebbero maggior sicurezza di non essere soli e di essere davvero politicamente rappresentati.

Unirsi a chi ha pesatemente contribuito e contribuisce alla definitiva sparizione della sinistra di lotta in favore di quella di governo per amministrare l’esistente e un po’ ovunque in Italia, non ci pare la soluzione giusta per combattere simili drammatiche piaghe che stanno devastando la carne viva del paese.

Allo stesso modo non ci sembra risolutivo affidare ad un movimento di giovani tanto entusiasti quanto poco addentro alla conoscenza della politica e dei problemi di TUTTO il paese, le sorti della ricostruzione della lotta di classe.

Perchè a scrivere enunciati o a lanciare proclami, siamo bravissimi tutti, ma se qualcuno non dice COME si pensa di risolvere questo massacro, poi diventa alquanto difficile essere credibili.

Non tanto presso altre entità politiche, proprio presso quei lavoratori che ormai non solo non hanno più voce e forza per reagire ma che per bisogno sono costretti ad accettare qualunque ricatto e si ritrovano a non avere nemmeno più gli occhi per piangere sui 92 euro di stipendi che dichiarano la loro schiavitù.

 

FONTE: ANSA

MONDO GLOBALE E L’ISOLA CHE NON C’È (PIÙ)

MONDO GLOBALE E L’ISOLA CHE NON C’È (PIÙ)

 

di Franco CAMERINI – MovES

Il neoliberismo che a livello globale regola le economie più rapaci del pianeta, nella sua (apparentemente irrefrenabile) espansione ha come inevitabile obiettivo l’appiattimento di ogni forma ideologica di salvaguardia del diritto al lavoro.

In ogni Paese allineato la Politica di potere tende allo smembramento di regole costituzionali più o meno esplicite su tale diritto, per portare all’appiattimento globale delle aspettative del popolo dei lavoratori.

In questa strategia entrano in ballo diversi passaggi, il più importante sicuramente è l’allontanamento dell’individuo dalla cultura, poiché “la cultura dell’individuo è da sempre nemica del Potere”.

La dinamica con cui oggi si persegue questa strategia è semplice: accorciare (e quindi scarnificare di contenuti) il percorso scolastico, ed introdurre in un ovattato limbo lavorativo (gratuito) il soggetto, che assimilerà così un concetto basilare per la buona riuscita della dittatura globale:

Lavoro gratis, e se lavoro meglio e più gratis di altri, un giorno il mio premio sarà un lavoro remunerato; poco, che c’è la crisi, ed è colpa di chi ha per anni preteso un lavoro, se c’è la crisi.

Ecco quindi che l’intellighentia politica si fa in quattro per legiferare in questo senso: invece di investire in cervelli per una riclassificazione del mondo del lavoro mirato ad un miglioramento della qualità di vita delle masse, (che risponderebbero conseguentemente con maggiori consumi e relativo rimbalzo economico) si va alla ricerca di sofisticati sistemi di sempre maggior sfruttamento dell’individuo per far sopravvivere il concetto di capitalismo che sta distruggendo l’Umanità.

In tutto questo i sindacati che fanno? Si sono via via adattati al sistema assumendo l’aspetto e la forma giuridica di gigantesche aziende, ponendosi di fatto sullo stesso piano di coloro che dovrebbero combattere.

Solo una Sinistra unita nell’intento di riportare il concetto di Socialismo nella nostra società può evitare un collasso globale.
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