CONFESSIONI DI UN SICARIO DELL’ECONOMIA

CONFESSIONI DI UN SICARIO DELL’ECONOMIA

di John Perkins

“…Utilizzavamo varie tecniche, ma probabilmente la più comune era di recarsi in un paese dotato di risorse ambite dalle nostre aziende, come il petrolio, e ci accordavamo per un prestito enorme a quel paese da parte della Banca Mondiale o una delle sue consorelle.
Ma quasi tutto il denaro va alle aziende americane, non al paese, aziende come Bechtel e Halliburton, General Motors, General Electric, che realizzano grandi progetti di infrastrutture nel paese: centrali elettriche, autostrade, porti, zone industriali, cose che servono a chi ha molto denaro, e raramente toccano i poveri.

Infatti i poveri soffrono perché i prestiti devono essere ripagati e sono ingenti, quindi ripagarli significa che essi non ricevono istruzione, servizi sanitari o sociali, e il paese viene lasciato intenzionalmente alle prese con un grande debito.

Noi sicari dell’economia torniamo in questo paese e diciamo: “Guardate, ci dovete molti soldi, non potete ripagare i debiti, allora dateci le vostre risorse vitali”. […] Appena uno di questi presidenti antiamericani viene eletto, uno di noi torna nel paese e dice: “Congratulazioni Presidente, ora che è stato eletto voglio informarla che io posso renderla molto ricco, insieme alla sua famiglia: ho diverse centinaia di milioni di dollari in questa tasca, se lei sta al nostro gioco; altrimenti in questa tasca ho una pistola e una pallottola con sopra il suo nome, nel caso in cui lei decida di mantenere le promesse elettorali e ci allontani.

“Vendete a bassissimo prezzo il vostro petrolio alle nostre compagnie petrolifere, votate con noi alle prossime elezioni dell’Onu, o inviate le vostre truppe a supporto delle nostre in luoghi come l’Iraq, ecc.”

E in tal modo, siamo riusciti a creare un impero mondiale, e solo pochissime persone ne sono a conoscenza.”

 

Fonte: Wikipedia “Confessioni di un sicario dell’economia”

E’ DARWINISMO SOCIALE: OGGI I MIGRANTI, DOMANI I MALATI O I PENSIONATI

E’ DARWINISMO SOCIALE: OGGI I MIGRANTI, DOMANI I MALATI O I PENSIONATI

Migranti da salvare

di Jean DE MILLE

Finalmente! “Finalmente” il senatore della Repubblica Stefano Esposito ha frantumato una barriera, ha sbriciolato quell’argine che impediva di proclamare apertamente che i diritti umani sono merda.

Lo ha fatto pochi giorni fa ad Agorà, nel modo più cinico, dichiarando che “alcune ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo”.

La gravità dell’affermazione è palese: il senatore pro-Tav, trasmigrato di maggioranza in maggioranza all’interno del Pd, brillante “giovane” in carriera, ha sfondato una breccia, nella quale dietro a lui si precipiteranno tutte le iene che rappresentano l’egoismo e la meschinità di questo paese putrescente.

Il darwinismo più feroce, prodotto di un liberismo che non conosce limiti etici, è “finalmente” sdoganato: oggi assume un carattere etnico, e si rivolge contro quei migranti ai quali si indirizza l’odio scomposto di larga parte della comunità nazionale.

Domani lo stesso darwinismo avrà un contenuto sociale, e con la stessa pragmatica violenza si riverserà sui vecchi, sui malati, sugli indigenti, su tutte quelle categorie improduttive che rappresentano un carico economico per i garantiti e per le classi dominanti.

Il senatore Esposito, per cui provo l’immensa vergogna di essere coetaneo, si qualifica come apripista di un “pragmatismo della morte”, di una società costruita sulla selezione spudorata e aperta dei più forti e sul sacrificio umano dei marginali, immolati sugli altari della razionalità economica, sullo scannatoio del dio-capitale.

Mi piacerebbe ora che l’infame partito di cui il senatore è dirigente non avesse mai più il coraggio di chiederci un solo voto in nome dell’antifascismo. Ma so bene che non accadrà: spero però che in tanti ce ne ricorderemo al momento di deporre la scheda nell’urna, e ancor più nella prassi quotidiana, nella costruzione di coalizioni elettorali e alleanze politiche.

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

PIETRO CALAMANDREI: IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA

Piero Calamandrei

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali.

C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.

Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato.

Lasciare che vadano in malora.

Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.

Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private.

Non controllarne la serietà.

Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare.

Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.

Dare alle scuole private denaro pubblico.

(Discorso di Piero Calamandrei, III congr. dell’Ass.ne Difesa Scuola Nazionale, Roma 11/2/1950)

CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE, OVVERO IL SOLITO GIOCO DELLE TRE CARTE

CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE, OVVERO IL SOLITO GIOCO DELLE TRE CARTE

abolizione province
di Ivana FABRIS
 
Infine gli italiani si sono accorti che la cancellazione delle province è stato solo un altro attacco contro i cittadini di tutt’Italia.
 
Il passaggio è stato solo sulla carta ma anche di carta, nel senso che le funzioni a cui erano preposte non sono state trasferite ma gli sono stati tolti i finanziamenti, creando un disagio mostruoso (strade, spazzatura scaricata a lato delle strade intercomunali e provinciali, scuole sempre più malridotte e soffitti che cadono in testa a ragazzi e docenti) oltre al personale deputato a manutenere tali entità.
 
Intanto, però, la vulgata pensa di aver eliminato spese inutile e spese della casta.

E ci siamo cascati ancora.

Di fatto hanno eliminato SOLO LA POSSIBILITÀ per gli italiani di ESPRIMERSI politicamente sull’operato degli amministratori provinciali delegando tutto così ad un potere che si arrocca sempre più e si chiude nelle sue stanze a decidere tutto sulla testa di intere aree geografica, tra l’altro che sono profondamente diversificate le une dalle altre, in questo paese.
 
Un potere accentrato è sempre qualcosa da temere come un’epidemia di peste bubbonica, ma pare che gli italiani, esasperati da un sistema politico ormai degno della decadenza di fine Impero, se ne siano completamente dimenticati.
 
Ancora una volta il sistema neoliberista ha colpito e affondato lo Stato cioè tutto ciò che è PUBBLICO, col solito giochino delle tre carte.
Prima ha ridotto al maggior malfunzionamento possibile l’istituzione pubblica, poi ne ha propagandato a livelli giganteschi i disservizi e infine l’ha affossata col placet dei cittadini stanchi di quel malfunzionamento.
Ma l’aspetto tragico è che quest’altro colpo al funzionamento del paese lo hanno propagandato come cambiamento.
 
Il nostro governo ha di fatto demolito un sistema che si poteva invece SANARE se solo ce ne fosse stata la volontà politica e un sistema consolidato da anni infischiandosene dei disagi che avrebbe comportato.
 
Ma tanto che importa a questa classe politica dello Stato, visto che risponde al neoliberismo che mira proprio allo SMANTELLAMENTO dello Stato?
IL MECCANISMO PERFETTO DEL CAPITALE FINANZIARIO

IL MECCANISMO PERFETTO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Buco nero finanziario

di Jean DE MILLE

Un meccanismo perverso e criminale, che permette al capitale finanziario di perseguire i propri interessi, di realizzare enormi profitti, di piegare alle proprie esigenze l’intera economia nazionale e con essa l’esistenza di milioni di persone.

Le banche speculano, privatizzano i guadagni, li rendono invisibili, e continuano in questo modo la loro attività, sistematicamente, finchè le dinamiche stesse della speculazione finanziaria e dell’occultamento di capitale producono una perdita, con conseguente erosione dei risparmi degli azionisti e dei correntisti.

Il fallimento di una banca non è un incidente di percorso, è parte integrante di una strategia a costo zero: quando una banca fallisce lo Stato è costretto a intervenire, a trasferire risorse pubbliche in favore degli istituti privati per evitare il tracollo complessivo dell’economia, legata in maniera ormai indissolubile al destino della finanza.

E il gioco si ripete, immutabile, e tornerà a ripetersi in una spirale devastante.

Recentemente il governo Gentiloni ha regalato la parte sana delle banche venete a Intesa San Paolo: la quale è stata “risarcita” del dono ricevuto con 5 miliardi di euro, prima tranche di quei 20 miliardi messi a disposizione per il salvataggio.
Sono cifre significative, anche per il bilancio di una nazione.

Sono risorse sottratte alla sanità, all’istruzione, alla previdenza sociale.

Sono letti in meno negli ospedali, sono cure negate, sono farmaci non rimborsabili: sono morti in più, una trascurabile variazione statistica di cui non si occuperanno gli economisti, e che non turberà il sonno degli squali della finanza e dei loro valletti seduti al governo e in parlamento.

Sono incentivi per l’occupazione che spariscono, sussidi per i poveri che vanno a farsi fottere, magari insieme agli stessi poveri, materiale di scarto delle nostre società fondate sulla disuguaglianza.

Ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio a partire dal fallimento della Lehman Brothers nel 2008, considerato da molti analisti come la causa principale della successiva recessione mondiale, mostra con chiarezza e con abbondanza di riscontri fattuali che il sistema non è riformabile.

Un sistema fondato sul dominio del capitale finanziario non potrà imporre vincoli a quello stesso capitale, sottoporlo a controlli ed a regolamentazioni: non ne ha la convenienza, né i mezzi, né l’opportunità.

I provvedimenti presi in favore delle banche, se ancora ci fosse bisogno di dimostrazioni, indicano la totale inutilità dei piccoli aggiustamenti di rotta, delle riforme di facciata che monopolizzano con la loro vacuità il dibattito quotidiano.

Ciò che occorre è una trasformazione radicale della struttura economica e della sua rappresentanza politica: tutto il resto, gli accordi elettorali, le alchimie di governo, non è che chiacchiera da bar ed elemento ingombrante di distrazione.