GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

GERMANIA 1918, DA WEIMAR AL NAZISMO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Germania del 1918 era all’inizio di quel percorso che conosciamo tristemente tutti: il nazismo, la Shoah.

Era uscita dalla I guerra mondiale in condizioni drammatiche.
La attraversavano momenti di grande confusione.
Momenti in cui i movimenti politici ebbero un ruolo preciso in termini di equilibri che non si crearono mai.
Momenti di tentate rivoluzioni soffocate nel sangue e con gli omicidi di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Di interessi particolari della socialdemocrazia e divisioni di partiti comunisti e socialisti.
Di accuse e tensioni reciproche continue tra comunisti e socialdemocratici.
Di rapporti di forze dominati dal potere borghese e dalla protervia del sistema capitalistico.

In quel primo dopoguerra la Germania era segnata dalla disoccupazione, dal debito economico, dall’essere stata sconfitta nel conflitto bellico.
Umiliata da Francia e Inghilterra col Trattato di Versailles, per anni fu preda di sconquassi che trovarono un equilibrio solo qualche anno dopo la nascita sofferta e difficoltosa della Repubblica di Weimar.
Fu proprio quell’umiliazione imposta al popolo tedesco, per aver perso la guerra, a far radicare profondamente il germe del nazionalismo.

Un passaggio storico importantissimo, la nascita della Repubblica, che vide la Germania dotarsi della prima Costituzione scritta in un paese europeo e contenente articoli che vedevano il riconoscimento e l’istituzione di principi democratici adottati poi in tutta Europa, ma conteneva anche un articolo che avrebbe dovuto preservare la democrazia da eversione e reazione ma che non venne mai applicato: l’articolo 48.

Ottenere la Costituzione e proclamare la Repubblica fu un passaggio inviso alla nobiltà e alla grande borghesia. In quegli anni nacquero anche i Freikorps, una sorta di gruppi estremistici di destra militarizzati

Tra il 1919 e il 1923, in soli 4 anni dalla nascita della Repubblica di Weimar, la Germania visse 2 tentativi di colpo di stato uno dei quali proprio per mano di Hitler – andato fallito – che vide l’arresto e la condanna di lui stesso a cinque anni ma che comunque non scontò se non per pochissimi mesi. Si verificarono centinaia e centinaia di omicidi politici, si susseguirono fasi economicamente drammatiche, tra queste un’inflazione spaventosa mai vista nella storia e il collasso del marco.

Nel clima di quegli anni difficili e tumultuosi quanto confusi, Monaco divenne il centro del nazionalismo più estremo.
Infatti fu proprio a Monaco che nel 1919 nacque il Partito dei lavoratori tedeschi – capeggiato da Hitler – che in seguito prese il nome di Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP), ma venne chiamato da tutti semplicemente partito “nazista”.

L’umiliazione di veder occupata la Ruhr da parte della Francia per il mancato pagamento del debito di guerra da parte della Germania oltre a quanto sopra espresso, furono buona parte delle cause che generarono un terreno fertile che stimolò l’espansione delle ideologie razziste in tutto il paese e diedero una grossa spinta alla crescita del partito nazista.
La propaganda hitleriana cominciò a sostenere che tradire l’esercito tedesco fossero stati i comunisti e gli ebrei.

Il paese era profondamente lacerato e le forme di lotta politica, a destra e a sinistra si inasprirono ed estremizzarono in una contrapposizione netta.
Al popolo tedesco quasi non importava di quanto la democrazia avesse concesso loro, perchè economicamente, in quel passaggio, le condizioni di vita erano spaventosamente peggiori di prima della guerra.

Scioperi ad oltranza, scontri e tumulti erano all’ordine del giorno.
La Germania era di nuovo in mezzo ad una grave crisi economica.

Fu solo grazie al governo di Gustav Stresemann, capo del Partito Popolare divenuto cancelliere, che la Germania riuscì a trovare un periodo di più ampio respiro poichè, proprio per merito della politica estera del cancelliere, gli U.S.A concedettero un ingente prestito che finalmente servì a pagare il debito di guerra a condizioni più vantaggiose. Così, la Germania riuscì a vedere una ripresa economica unitamente ad un fiorire di tutte le arti che permisero al popolo tedesco di immaginare il proprio futuro.

Furono solo cinque, gli anni di stabilità e di crescita che conobbe la Repubblica di Weimar.
Infatti, con la crisi economica americana del ’29, quello che poteva essere l’inizio di una era per il popolo tedesco, divenne un altro incubo.
La ripresa tedesca era legata a filo doppio all’economia americana e a seguito del venerdì nero di Wall Street, anche quello che doveva essere il boom economico tedesco, si rivelò essere solo una bolla.
In poco tempo fallirono le banche, tutti ceti sociali risentirono della pressione che la crisi economica imponeva a tutti.
I ceti meno abbienti tornarono a vivere la condizione della miseria e della disoccupazione.

Ma soprattutto la sofferenza fu della classe media che cominciò a guardare con interesse a Hitler che nel frattempo stava emergendo sempre più anche grazie ad un sistema propagandistico che fece leva sul protezionismo più integralista, sulla difesa dei beni del popolo tedesco minacciati dalla presenza degli ebrei, sulla narrazione della conservazione della razza germanica pura.

Fino a quel momento i nazisti erano ancora un piccolo partito, ma grazie alla crisi economica e quindi al profondo scontento creato dal crescente numero dei disoccupati, si rafforzarono in maniera impressionante e si presentarono alle elezioni politiche del 1930 come l’unica forza politica capace di proporre un governo nazionale.
Promisero di ristabilire la sovranità militare tedesca e dichiararono di voler riarmare il Paese in sprezzo ai trattati di Versailles

Le responsabilità del consenso che ottenne Hitler, sono da ascriversi però, anche all’incapacità delle forze di sinistra di trovare coesione e di unirsi contro la minaccia incombente del nazionalismo hitleriano.

La democrazia tedesca, giovanissima, aveva generato rifiuto nella popolazione per tutto ciò che aveva negativamente creato e la pessima risposta della politica chiuse il cerchio.
Basti solo pensare che in 14 anni, la Repubblica di Weimar vide avvicendarsi 20 governi e il verificarsi di 5 elezioni politiche solo negli ultimi 6 anni.
La sfiducia era totale per la povertà ingravescente e dilagante e il caos per le strade. Questo era procurato soprattutto dallo scontro continuo che ogni giorno lasciava morti e feriti dietro a sè, tra comunisti e nazisti.
Questi ultimi si stavano espandendo e crescendo sempre più, fecero il resto sul precipitare degli eventi.

Proprio in questa fase, anche grazie al fatto che, quel famoso art. 48 della Costituzione che dava ampi e straordinari poteri al presidente per contrastare una possibile presa del potere, non venne mai applicato alla nascita del nazismo.
L’articolo 48, infatti, era scaturito soprattutto dalla paura di una rivoluzione comunista, aspetto più temuto dai governi e dalla borghesia capitalista di quegli anni.
Fu così che Hitler iniziò la sua ascesa al potere e tutto avvenne tragicamente in maniera almeno apparentemente democratica.

Il 30 gennaio 1930, infatti, Hitler fu proprio democraticamente eletto.

La storia tedesca ci lascia una traccia su cui riflettere.
Tante sono le analogie che riscontriamo su quanto avvenne allora.

Dalla crisi economica e quello che rappresentò per il popolo tedesco, all’indebitamento e quindi la perdita di sovranità.
Dal bisogno del popolo tedesco di vedersi garantito un conservatorismo e un protezionismo radicali, proprio in risposta alla crisi.
Dal veicolare un razzismo che in poco tempo, proprio date le condizioni, dilagò contro chi poteva rappresentare una minaccia.
Dall’uso di un sistema di informazione totalmente piegato ai voleri del potere.
Da una propaganda capillare e feroce che istigava all’odio contro ebrei, comunisti, omosessuali e tutti i diversi del mondo.

Dal mancato rispetto della Costituzione.
Dall’incapacità di trovare un punto di dialogo e unitarietà delle forze comuniste e socialiste.
Dalla socialdemocrazia che si contrappose nettamente ad una possibile avanzata dei comunisti per non perdere l’occasione di ottenere consenso elettorale, dopo aver aspettato per anni il momento.
Da tutto questo possiamo possiamo trovare spunto di immedesimazione specialmente perchè allora, come oggi, la crisi era mondiale.

Da ciò che fu il nazismo.
Da tutto questo possiamo anche fare un passo in più: IMPARARE.
ANNA FRANK: VEDO IL MONDO CHE…

ANNA FRANK: VEDO IL MONDO CHE…

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare.
Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore.
Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte.

Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità.

Anna Frank

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

LESBICA, SPOSATA CON UNA STRANIERA E NAZISTA

 

di Ivana FABRIS

 

Cosa dovrebbe mai delineare il fatto che, ioDonna il periodico del Corriere della Sera, abbia titolato il suo articolo “Lesbica e sposata con una straniera“, relativamente ad Alice Weidel, la leader dell’AfD, l’estrema destra tedesca?

 
Da quando le tendenze sessuali di una persona ne definiscono la caratura umana o l’identità politica o il ruolo sociale e quant’altro?
 
Perciò, cosa volevano dire il giornalista o il titolista con quel titolo relativo all’articolo dell’inserto del Corriere?
Forse che le lesbiche sono ascrivibili alla categoria della destra estrema?
Non è per nulla chiaro l’intento. O, meglio, lo è ma non è dichiarato al lettore meno politicizzato e meno addentro alla comunicazione del mainstream, alla propaganda occulta del sistema.
 
Risulta per caso a qualcuno che nel momento in cui una etero si presta alla politica e diventa un personaggio pubblico, qualche giornale abbia mai titolato “ETERO e sposata con uno straniero“?
 
Ora, A PRESCINDERE dalla contraddittorietà del personaggio che penso sia chiaro non sto difendendo in quanto tale data la distanza siderale che mi separa da lei, è opportuno rilevare che tra i titolisti e i giornalisti di testate cotte, mangiate e digerite da una massa di persone, sia in atto una precisa volontà che di certo non è espressione di un certo (falso) puritanesimo, ma della veicolazione di un particolare messaggio su larga scala.
 
Il taglio della comunicazione effettuata in questi termini è francamente di bassa lega (ogni riferimento al partito dei razzismi di vario genere, è tutt’altro che casuale) e non mira di sicuro all’identità sessuale della Weidel.
 
L’operazione è un bel po’ più sporca.
Da un lato etichetta tutta una parte della società tedesca e non, dall’altro afferma una SUPREMAZIA degli etero che è tale per il solo fatto che fa RILEVARE che questa donna sia lesbica.
 
Invece di titolare “Alice Weidel, leader antisistema allevata da Goldman Sachs” che avrebbe avuto BEN ALTRO impatto e significato, ioDonna si rivolge alla contraddizione di una lesbica che difende la famiglia tradizionale allegando tutti gli eccetera che la riguardano ma IN TAL SENSO e non per il reale pericolo sociale e politico che rappresenta.
 
Certo, si dirà che quel periodico ne fa un fatto di costume più che politico ma è ancora una volta una menzogna.

Se parli di un leader politico e fai un titolo partendo dalla parola LESBICA, compi nè più nè meno che un indirizzamento dell’opinione pubblica verso lo screditamento e la discriminazione su base SESSUALE, tipico della cultura patriarcale, cui fa tanto comodo usare questi modelli comunicativi per manipolare l’opinione pubblica e mantenere intatto il suo dominio.

 
Senza parlare di come opera subdolamente nel far percepire come un pericolo tale fascia di persone poichè, nel pensiero comune, ragionare per sillogismi non è affatto raro: la Weidel è una lesbica, è una lesbica nazista, le lesbiche sono naziste.
 
Perchè se una lesbica è questo, di fatto lo sono tutte o tutti e, pertanto, nel pensiero comune diventa vero che sono loro la minaccia alla famiglia tradizionale cattolica – che invece non è per nulla capace di mostruosità e aberrazioni (!) – per cui come tali è legittimo negare i loro diritti umani e sociali, NON solo civili.
 
Indubbio, un problema marginale rispetto alla disoccupazione, ma fino ad un certo punto.
Oggi sono le lesbiche e gli omosessuali, l’altroieri sono stati i comunisti (vedasi le proposte di alcuni comuni italiani in quest’ultima settimana e di alcune forze politiche di rendere il comunismo fuorilegge, privandolo quindi di cittadinanza e di diritto all’esistenza), un mese fa i profughi e chissà, magari domani la scuola, i malati, i pensionati.
Di sicuro anche QUALUNQUE altra donna (bruna, bionda, con una squadra di calcio di figli o una novella Erode Antipa, separata o bigama, magra o curvy, ogni ragione sarà buona per la discriminante necessaria) che si schieri politicamente contro il sistema e ottenga consensi.
 
Insomma, nel gioco del “Cecco mi tocca, toccami Cecco” delle campagne mediatiche del potere, non resta che constatare il sotto a chi tocca quando il sistema teme di essere toccato nel vivo.
DON ANDREA GALLO, PARTIGIANO E UTOPISTA

DON ANDREA GALLO, PARTIGIANO E UTOPISTA

 

di Don Andrea GALLO

Se il tuo Dio è bambino di strada
umiliato, maltrattato, assassinato,
bambina, ragazza, donna violentata, venduta, usata,
omosessuale che si dà fuoco senza diritto di esistere,
handicappato fisico, mentale, compatito,
prostituta dell’Africa, dei Paesi dell’est,
che tenta di sfuggire la fame e la miseria creata dai nostri stessi Paesi,
transessuale deriso e perseguitato,
emigrato sfruttato e senza diritti,
barbone senza casa né considerazione,
popolo del Terzo mondo al di sotto della soglia di povertà,
ragazza mai baciata, giovane senza amore,
donna e uomo cancellati in carcere,
prigioniero politico che non svende i suoi ideali,
ammalato di Aids accantonato,
vittima di sacre inquisizioni,
roghi, guerre, intolleranze religiose,
indigeno sterminato dall’invasione cattolica dell’America,
africano venduto come schiavo a padroni cristiani,
ebreo, rom, omosessuale o altro dissidente
sterminato ad Auschwitz e negli altri lager nazisti
o nei gulag sovietici,
morto sul lavoro sacrificato alla produzione,
palestinese, maya o indigeno derubato della sua terra,
vittima della globalizzazione;
se il tuo Dio ti spinge a condividere con loro
ciò che hai e ciò che sei,
a difendere i diritti degli omosessuali e degli handicappati,
a rispettare quelli che hanno altre religioni e opinioni,
a stare dalla parte degli ultimi
a preferire loro all’oppressore
che vive nei fasti di palazzi profani o sacri,
viaggia con aerei privati,
viene ricevuto con gli onori militari
e osannato dalle folle;
se egli considera la terra e i beni
non come privilegio di alcuni, ma come proprietà di tutti,
se ama ricchi e oppressori
strappando loro le ingiustizie che li divorano come cancro
togliendo il superfluo rubato
e rovesciando i potenti dai loro troni sacri o profani,
se non gli piacciono le armi, le guerre e le gerarchie,
se non fa gravare, come i farisei,
pesi sugli altri che lui stesso non può portare,
se non proibisce il preservativo che ostacola la diffusione dell’Aids,
se ha rispetto per chi vive delle gravidanze non desiderate,
se non impone alle donne le sue convinzioni sull’aborto
ma sta loro vicino con amore e solidarietà,
se non è maschilista e non discrimina le donne,
se non toglie alle persone non sposate il diritto di amare,
se non consacra la loro subordinazione,
se non impone nulla, ma favorisce la libertà di coscienza,
se rispetta gli altri dei e le altre dee,
se non pensa di essere il solo vero Dio,
se non è convinto di avere la verità in tasca e cerca con gli altri;
se è umile, tenero, dolce, a volte smarrito e incerto,
se si arrabbia quando è necessario
e butta fuori dal tempio commercianti e sacri banchieri,
se ama madre terra, piante, animali, fiori e stelle;
se è povero tra i poveri,
se annuncia a tutti il Vangelo di liberazione degli oppressi
e ci libera da tutte le religioni degli oppressori;
allora qualunque sia il suo nome, il suo sesso, la sua etnia
il colore della pelle, nera, gialla, rossa o pallida,
qualunque sia la sua religione, animista, cattolica, protestante,
induista, musulmana, maya, valdese, shintoista,
ebrea, buddista, dei testimoni di Geova,
Chiesa dei santi degli ultimi giorni,
di qualsiasi Chiesa o setta
non m’importa
egli sarà anche il mio Dio
perché manifestandosi negli ultimi
è Amore con l’universo delle donne e degli uomini,
nello spazio e nel tempo
e con la totalità dell’essere,
amore cosmico
che era, sta e viene
nell’amore di tutte le donne e di tutti gli uomini,
nei loro sforzi per la giustizia, la libertà, la felicità e la pace.

(da “Il Vangelo di un utopista”)

SULLA NATURA UMANA

SULLA NATURA UMANA

di Potnia THERON

Prima di farmi un profilo Facebook, avevo solo un vago presagio sul mondo che mi circonda, un sospetto, un’intuizione che – credevo –, non andava immune da quella sospettosità misantropica e da quell’indole paranoica che mi contraddistingue.

In ogni faccia incontrata per la strada scorgevo un nemico, pronto a sferrare subdoli attacchi a ogni torno d’angolo; quando incontravo per via una persona con determinate caratteristiche, individuate dal mio occhio ricorrendo non raramente a categorie lombrosiane, mi voltavo quasi per un riflesso pavloviano per scorgere se si fosse a sua volta girata a riguardarmi, con l’intenzione di parlar male di me (ovviamente!) o di meglio studiare la mia figura, per colpirmi al momento opportuno.

La sera, sul tram, di ritorno a casa, tenevo stretto il mazzo di chiavi nel pugno, facendo passare ogni chiave fra le dita, sì da formare un rudimentale tirapugni.
Il mio occhio sempre vigile e sollecitato, con inesausta vocazione allarmistica, danzava frenetico sulle mie “dotazioni”, per studiare la possibilità di ricavare ogni dove un’arma da uno zaino, una cartella, una penna nell’astuccio, un taglierino nella tasca.

Riprovavo in cuor mio mille e mille volte l’assalto, la difesa. Provavo i colpi, li paravo.
Studiavo i punti precisi in cui sferrare il pugno, le vie di fuga da imboccare, le strade da evitare, i sentieri che è meglio non frequentare.

Ma poi, per quella stessa curiosità che spinge all’abisso, mi inoltravo in silenzio nei vicoli bui della città, mi aggiravo la notte quasi aspettando l’attacco… scrutavo i mostri nei volti sfatti dei tranvieri che smontavano il turno, indovinavo assassini nelle mani degli spazzini che gettavano la sigaretta dopo aver svuotato un cestino, immaginavo vortici di sadismo nel ghigno dell’infermiera che tornava a casa dopo la notte, con la testa appoggiata al finestrino.

Ogni rictus (*) involontario di quei volti scavati era per me indizio schiacciante di un’anima turbata, pronta ad esplodere.
Trasformavo le liti di condominio per un “Siegfried” un po’ troppo alto, per il cigolio troppo prolungato di una porta, in epiche avventure di resistenza e vagheggiavo di partigiani nel cortile condominiale… sospettavo la delatrice al quarto piano, quella che se si fosse stati nel ventennio – ne ero certa – ti avrebbe denunciato al comitato della razza.

Che dire di quello del primo piano, che, ancorché triste ritratto di checca, ti avrebbe mandato al confino a sciacquare i tuoi giorni attaccandoti addosso l’infamia di una denuncia “morale?

L’assemblea si tramutava in un’occasione straordinaria di studio, durante la quale, con lo sguardo dell’etologo, passavo in rassegna minuziosamente tutti i tratti dei partecipanti, il minimo movimento involontario, il contegno del viso, quel modo nervoso di lasciar vagolare gli occhi.

Testavo le tempre, le osservavo nei loro “duelli”, smontando il coraggio che sa solo parlare e divinando invece la forza omicida nell’omuncolo colto e misantropo.

Tentavo persino di penetrarne i gusti erotici, perché certo non possono essere disgiunti dall’intimo carattere dell’individuo. Nello sguardo lascivo che cadeva su uno stivaletto intrecciato, e chiuso quasi da fermare il sangue, si precisava il livore feticistico del collezionista che adora e non osa, nella sicumera tronfia dell’uomo virile si profilava la sua sottomissione tra le lenzuola domestiche, sull’affabile sorriso rossastro del buon parrocchiano lasciavo che si dischiudessero i castelli di De Sade: vi vedevo vergini imprigionate, violenze domestiche e catene trascinate per notti insonni.

Cullavo in me simili pensieri, consapevole della loro natura egotica e solipsistica, certa che non li avrei mai condivisi con anima viva.
Come avrei potuto condividerli, quando gli amici, i parenti, i conoscenti liquidavano tutti i miei sospetti con una diagnosi di paranoia? Eh certo, quella è paranoica! Psicosi! Ma figurati: non parlavano di te…Ha detto così…ebbene? Sei tu che ci romanzi sopra…che ti fai i film!

Eppure film e romanzi fanno la storia, ben più delle inutili azioni di popoli e guerrieri. Eppure i prodotti dell’arte sanno spiegare il reale ben più che gli accidenti del caso, prodotti del molteplice variegato. L’arte risponde all’intima vera coscienza dell’animo umano e delle ombre che in esso di adivano.

Oggi che ho Facebook, mi accorgo che i miei sospetti rimanevano sempre molto al di sotto del vero.

Quando leggo di tifosi di una squadra che arrivano ad augurare la morte al figlio di quello che era stato il loro eroe fino a un momento prima, fino a quando almeno un’altra squadra non lo ingaggiasse, mi rendo conto di come intravvedevo solo da lontano la miseria e la meschinità umana.

Quando leggo che è stato provvidenziale che un giovane pakistano sia morto, ché altrimenti dovevamo pagare per “farlo campare”, capisco che non c’è nessuna fiducia da nutrire in questo tristo animale, che nasce senza un pelo e, forse per questo, così miserevolmente vergognoso.

Quando leggo gli insulti, la cattiveria, l’invidia che, con codardia vile e meschina, si digita da una tastiera, nella placidità delle proprie stanze, si definisce in me lo schifo per il genere umano.

Arrivo a vagheggiare lo stato di natura, in cui simili perversioni della specie umana sarebbero falcidiate dalla strozzatura della selezione, non supererebbero la prima notte in savana, divorati dai leoni e lasciati poi in pasto agli avvoltoi, in una terra desolata dove albergano scorpioni e serpi velenose.

Quando osservo la serialità di commenti “coraggiosi” sento la pena e lo schifo e torno a sognare di guerre, guerre in cui non sporcherebbero un piede, ché, dal vero, non sarebbero in grado di dirti che dissentono da quello che dici.

Ci culliamo beati nel miraggio del nostro progresso, nel sogno pacifico di questa bella Europa che ha steso il suo manto sul tramonto dei popoli e, come una compassionevole regina, ci ha accolti quando giungemmo supplici, con il corpo dilaniato dai nostri nazionalismi, con le vesti sporche dei nostri regimi. Eppure, io lo so. Io sono sicura che non è cambiato niente.

Sono certa che se domani tornasse un regime quella del terzo piano mi denuncerebbe, quello del quinto manderebbe il mio amico al confine. Io sento la loro perfidia, corre sulla loro pelle, la sento in virtù di una sensibilità animale che si sviluppa quando a lungo si sia covata rabbia e paura.

Non sono lontani gli olocausti, i genocidi, la follia disumana. I delatori sono qui, nelle nostre città… le vili spie, gli squadristi che si rifugiano nell’abbraccio dei commilitoni sono in giro per le nostre strade.

Attendono solo il fischio di tromba, che dopo un lungo silenzio, li risvegli come se Rabbi Loew, improvvisamente, ficcasse lo schem (**) nella bocca di un golem immane.

Nulla è cambiato.

Nulla cambia, ché in fondo l’uomo è sempre lo stesso, sempre questo triste funambolo in bilico sul baratro dell’abisso più vasto: il peccato della ragione contro la natura.

 

.
(*) rictus: contrazione spasmodica dei muscoli facciali periorali, per cui la bocca assume un atteggiamento simile al riso;
(**) schem: foglietto su quale scrivere la parola “EMET” da ripiegare e riporre sotto la lingua del Golem al fine di animarlo

Dimensione carattere
Colors