FORMAZIONE DEL GOVERNO, AVANTI CON LA FICTION

FORMAZIONE DEL GOVERNO, AVANTI CON LA FICTION

fiction-governo

 

di Marta CONTINI – MovES

 

Anche questa volta parrebbe essere andata buca.
Prima sì, poi no, poi forse, poi ancora sì e infine no ma forse se…

Roba da far invidia agli autori delle fiction che si trasmettono proprio nelle tv berlusconiane. E già questo dice molto…

 

Aprono un tavolo programmatico: M5s e centrodestra che SEMBRAVA poter andare a segno e invece…
Invece Di Maio dopo qualche ora cambia idea (olè!) e si nega: logico dedurre che andare al governo con Berlusconi praticamente li “brucerebbe” (effettivamente non è che sia bellissimo governare con colui che hanno perculato per anni…dagli torto ai pentavotanti…)

 

Salvini si mette a disposizione, afferma che è ora di dire basta ai tatticismi e che non gli importa di chi gli dice di stare attento a non bruciarsi. Inoltre, afferma che questo governo non lo vuole anche una parte dei suoi. Superfluo dire chi…

 

Passa un altro po’ di tempo e Di Maio ri-cambia idea e dice che con la Lega andrebbe bene ma che potrebbero accettare solo l’appoggio esterno di Forza Italia (leggi Berlusconi).
Ma, UDITE UDITE, si parla di un altro CONTRATTO. Allegriaaa!!!
Mancava, vero?
Di Maio dice che questo contratto lo dovrebbero firmare solo due parti, cioè il M5s e la Lega. Berlusconi docet…
Meloni e FI dicono di no. E te pareva! Fortuna che tutti si sperticano a dichiarare nei vari TG che sono preoccupatissimi per il paese.
Pensa se non era così, che cosa avremmo visto…

 

E mica è finita qui, perchè la ciliegina sulla torta è che quella che, anche dovessero mettersi d’accordo, già si apre lo scenario su CHI dovrebbe assumere la Presidenza del Consiglio.
No, vabbè, ma gli elettori di tutti questi partiti, cosa aspettano a mandarli cortesemente a zappare o un mesetto in catena di montaggio da Marchionne per riportarli alla realtà?

 

Definire osceno questo balletto è poco.
Osceno a fronte di un paese che patisce di giorno in giorno gli effetti delle cosiddette riforme del PD che in nome de “ce lo chiede l’Europa”, ha effettuato la PEGGIORE MACELLERIA SOCIALE MAI VISTA nell’Italia repubblicana, in perfetto neoliberismo style.

 

Un paese per il quale, ribadiamo, sono tutti così preoccupati da non vedere l’ora di poter fare un nuovo miracolo tutto italiano e diventare così il governo più amato dagli italiani.
Un governo pop, con un esecutivo pop che fa leggi pop, a colpi di slogan marchettari e jingle pubblicitari.

 

Insomma, questa fiction è peggio di una telenovela brasileira (quelle ventennali da 3857 puntate) in cui gli attori principali sognano tramonti rosati e albe luminose, in cui tutti si sposano con tutti, tutti si separano da tutti, poi ci ripensano, infine dicono no ma vorrebbero dire sì agli amori proibiti o dicono sì ma vorrebbero dire no, sapendo che questo decreterà la loro perdizione.

 

Noi, intanto, siamo in trepida attesa di vedere se queste forze politiche che, tanto hanno dichiarato di essere in grado di cambiare il paese a forza di ruspe e di apriscatole, poi saranno davvero coerenti fino in fondo (ma a giudicare dagli obiettivi non la vediamo semplice) o se ancora una volta finirà con una coalizione a tarallucci e PD.

 

SULLA SQUOLA DEGLI SQUALI

SULLA SQUOLA DEGLI SQUALI

squali-bulli

 

 

Il bullismo dilaga.
Ma le responsabilità di questo genere di squali, di questi potenziali sociopatici che la società sta producendo, di chi sono?

 

 

di Potnia THERON – MovES

 

È da qualche giorno che girano questi video  [1 e 2], che – beninteso – rappresentano un caso singolo (non sia mai che si generalizzi…): due cocci non fanno una città, diceva una mia professoressa, ma qualche migliaio di palazzi sicuramente sí!

Sono sempre più numerosi, complici anche i nuovi mezzi di comunicazione, i casi di studenti bulli che esercitano pressioni, intimidazioni e violenze sui professori.

È ora forse di smettere di commentare schifati, indignati, sconvolti e fare invece una riflessione concreta e costruttiva sul fenomeno. Occorre soprattutto che questa riflessione sia portata all’attenzione delle istituzioni e rompa quel silenzio che, attorno al palazzo, si è fatto assordante.

Molto facilmente si attribuiscono le colpe: ora ai genitori, ora ai ragazzi, ora alla scuola.
È, come più verosimile, un concorso di colpe che trova un’unica radice: la pedagogia. Proprio quella pedagogia che il ministero si è affrettato con la Buona Scuola ad inserire nei piani studio dei futuri insegnanti e sotto l’ausbergo della quale intende organizzare la scuola del futuro.
Sempre più divertente, partecipata, paritaria, ma soprattutto – ed è il refrain più indisponente – COCOSTRUITA.

Sarebbe lungo ripercorrere le tappe che dal sessantotto in poi hanno condotto a un costante e progressivo indebolimento dell’autorità scolastica e genitoriale.
L’assunto è sempre pedagogico e la pedagogia è il Vulnus aperto alla base di tutte e tre le cause.

I genitori dei ragazzi ora in età scolare provengono da famiglie cresciute con il dictat dell’educazione morbida, della cooperante sinergia tra agenti educativi per concorrere all’assenza di ogni trauma.
Mai un limite, dunque, ché il pupo si traumatizza.
Guai a parlare di una sberla, per carità… forse diventa masochista.
Il fanciullo deve sperimentare, perché questa è la parola d’ordine, senza limiti e non deve fare fatica.
Tutto gli è perdonato perché è solo alle elementari.

La scuola? La scuola ha abbandonato da tempo i contenuti perché la verità è che le università sfornano perfetti ignoranti (ormai chi non prende 110 e lode, almeno in ambito umanistico)?

Per nascondere la vuotezza dei contenuti si assiste a una superfetazione* ipertrofica della forma, cosicché i tre anni di FIT (Formazione iniziale e tirocinio) sono dedicati per lo più alla programmazione (quella stessa programmazione intuitiva per i maestri e i prof dei secoli precedenti): ora invece ci vuole un percorso di tre anni, bisogna apprendere una molteplicità di ambienti di apprendimento dai nomi che fanno rabbrividire (siamo ancora insegnanti di lettere o esperti marketing da assalto?): CSILE**, knowledge building, community of learners e via dicendo. Perdonate le inesattezze ma cito a memoria… la parola chiave che costituisce il comune denominatore è la parità, lo smantellamento programmatico di ogni spunto cosiddetto “cattedratico”.

L’insegnante diviene un animatore del sapere cocostruito. Gente, dovete saperle queste cose quando andate a votare, perché si gioca il futuro della nostra nazione.

L’insegnante diviene agli occhi del pargolo un animatore che deve ben celare la fatica, il sacrificio, il sudore della mnemotecnica con cui ha appreso i contenuti che ora sta insegnando perché l’apprendimento deve essere una scoperta… non è contemplata la fatica, la noia e l’apprendimento mnemonico perché sono deleteri per la formazione (i greci, dunque, vertice di civiltà, erano tutti cretini!).

L’insegnante è soltanto uno tra tanti, uno studente tra studenti e sta al di qua della barricata, ammesso che abbia ancora senso questo termine quando pecoroni, a cui hanno rubato anche le mutande, non scendono mai in piazza, non discutono, temono di avere un’opinione diversa dagli altri.

Cade l’auctoritas, quella che ha reso grande la nostra civiltà.
Capitolano le convinzioni certe, tutto è relativo, perché, è proprio questa pedagogia che finisce per teorizzare e suggerire l’assoluta identità ontologica tra un professore universitario e l’ultima concorrente del grande fratello, perché nessuno deve avere conoscenze certe (dubitare sempre)…
Cade il rispetto e la lealtà, che – guai a nominarli – sono concetti fascisti.
Parità è la parola chiave.
Non ce la fai? Non preoccuparti arriva una bella certificazione DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ndr) o BES (Bisogni Educativi Speciali, ndr), così non fai più nulla e hai sei finché ti sbattono fuori con un calcio in culo.
Cade la possibilità di bocciare perché sennò la scuola azienda cade nella valutazione nazionale (poi non vi sgolate contro le paritarie, dato che questa è la Buona Scuola contro cui non avete detto beh!).

Una volta si tornava a casa e si veniva massacrati, da qui il sacro timore dell’insegnante che non deriva allo studente da null’altro che dalla violenza.
In questa totale caduta gli studenti percepiscono l’assoluta vuotezza degli insegnanti, la loro ignoranza (a cui li hanno costretti: chi ricorda ancora la poetessa Corinna, dopo tre anni di puttanate pedagogiche e di circoncisioni Lese?), la mancanza di passione, la maestrinità di chi si limita a correggere apostrofi e accenti.

Ecco gli studenti non sentono più vibrare violenta la passione.
Non sentono più nulla: cade l’autorità e anche l’autorevolezza. Insomma cade tutto.
E poi si spendono soldi pubblici per seminari contro il bullismo in una società di legulei che si appella sempre alla legalità, come fosse un valore assoluto (nel ’38 era legge denunciare l’ebreo, ma era giusto?): impera una logica spionistica di denuncia reciproca, si sono smantellate le bande, fare la spia non è più riprovevole, si denunciano allegramente i bar che non emettono scontrino per un caffè ma si usano a cuor leggero gli schiavi moderni (Foodora e Co.)

Occorre pensare a tutto ciò e non ripetere più che la colpa è dei ragazzi.
Essi sono la nostra speranza e noi la calpestiamo ogni giorno. L’abbiamo privata di ogni trauma e, conseguentemente, di ogni passione…

 

 

 

*superfetazione: fecondazione ulteriore
**CSILE: Computer-Supported Intentional Learning Environments

AZIENDA SANITÀ: SVALORIZZAZIONE DEL LAVORO DI CURA

AZIENDA SANITÀ: SVALORIZZAZIONE DEL LAVORO DI CURA

 

Sanità - svalorizzazione

 

di Luigi FOSSATI – MovES

Processo di valorizzazione e successiva svalorizzazione del lavoro del singolo Operatore, inserito in un Gruppo di Lavoro, una Equipe, dalla nascita delle Aziende Sanitarie.

Sono “nato” professionalmente grazie ad un gruppo di lavoro originatosi in un grosso comune della provincia di Milano che aveva inizialmente un mandato di natura apparentemente assistenziale e settoriale, descritto dal nome stesso del Centro dove ho prestato la mia opera per un decennio: AIAS, Associazione Italiana Assistenza Spastici.

Il desiderio di andare alla sostanza dei problemi della sanità via via emergenti, ha permesso alle persone che vi hanno lavorato di travalicare sia la dimensione assistenzialistica sia quella settoriale enunciati dalla sigla del “datore di lavoro”.
Quale fu la natura di tale “sostanza” che ebbe il potere di valorizzare il lavoro di coloro che vi si interrogarono e molto probabilmente anche le persone che percorsero insieme un decennio di pratica professionale? Alcune “parole chiave”: Cura-Relazione-Conoscenza-Integrazione-Globalità dell’Essere.
Tradotto: benessere e qualità della vita del paziente.
Questo più di trent’anni orsono.

Oggi l’opera di un gruppo di lavoro analogo, è costretta a declinarsi in questo modo: Prestazione Sanitaria-Valutazione strumentale – Parcellizzazione Testistica-Sanitarizzazione-Analisi delle Funzioni-Efficienza.
Tradotto: massimo rendimento con la minima spesa.

È evidente che il valore (non la retribuzione, che è altro argomento di valorizzazione) dato ad un Operatore indotto a “normalizzare” attraverso “prestazioni sanitarie”, sia differente da quello impegnato a “Curare” attraverso continue interazioni tra “mondi” apparentemente distanti e spesso assai sofferenti.

Un conto è il mondo delle sensazioni, degli affetti, delle emozioni, delle relazioni famigliari e sociali, cucendo e stabilizzando pazientemente legami di significato molto frequentemente appena intuibili e sempre fugaci.
Un conto è ciò che invece accade oggi.

Assisto, infatti, in questo ultimo decennio ad un parallelo mutare del nome delle Strutture sanitarie Pubbliche (e, si noti, solo quelle pubbliche), denominate in varie salse “Aziende”, al nominare la clinica e le procedure che la riguardano, nella progressiva svalorizzazione delle capacità progettuali degli Operatori di Base (quelli a diretto e continuativo contatto con i Pazienti).

Essi sono il pilastro della Sanità orientata al benessere della persona, in favore, invece, della creazione di una pletora di quadri intermedi, con apparenti funzioni di coordinamento, più spesso con reali funzioni di controllo e normalizzazione dell’ordine gerarchico dettato dai vertici amministrativi.

Il processo di aziendalizzazione delle Strutture Sanitarie, sottolineo, Pubbliche, ha comportato, più ancora del fatto visibile dei ticket, l’induzione ad un sostanziale mutamento della forma mentis di chi si occupa di riabilitazione in età evolutiva (si intende con ciò un arco di vita dalla nascita ai 18 anni compiuti, una serie di “universi” esistenziali…), ma, suppongo, anche di altre branche della medicina.

L’idea dell’operatore di trent’anni orsono era quella della “missione”, indotta dai sistemi dominanti dell’epoca, di stampo cattolico, fortunatamente controbilanciati da potenti istanze democratiche (intese in questo caso come ricerca di una alleanza con la persona che chiede di essere curata) ed antipsichiatriche, sia nell’area della salute mentale adulta (Basaglia) sia della riabilitazione Infantile (Milani-Comparetti, Aucouturier, Bottos, ecc).

Oggi l’idea dominante è invece quella di “fatturare a favore dell’Azienda” che solo in ultima istanza finisce con al’avere la mission di “curare”.
È evidente l’esproprio compiuto ai danni della relazione Operatore-paziente, che diviene nè più nè meno, prodotto finito, quindi merce.

Il guaio è che NON ESISTE PIÙ alcuna istanza equilibratrice, se non nelle “isole resistenti” di Operatori più o meno miei coetanei, frequentemente visti come “archeologia del sistema sanitario” o come “inutili e verbosi contestatori” e perciò messi in un angolo dal punto di vista progettuale.
Non viene attaccato il “cuore” della specifica prestazione professionale, MA viene reso poco coerente l’intorno.

A proposito di “coerenza dell’intorno”, in un tempo ante-aziendalizzazione erano possibili e incentivati (mai economicamente, comunque) progetti di integrazione “sul campo” che prevedevano l’interazione di Operatori dell’area sanitaria, Insegnanti ed eventualmente Volontari del mondo associazionistico (Scout, Oratori, Centri Giovanili…) a favore della creazione di contatti tra area “dell’agio” e del “disagio”, della socialità con la potenziale asocialità e ora ciò è progressivamente reso impossibile.

L’interrogativo di fondo non è più “stiamo lavorando per nostra ambizione personale o per dare dignitosa esistenza a chi ne ha diritto?”, bensì per “Chi paga chi?”.

È evidente che in Sanità sono campi epistemologicamente ed operativamente molto distanti e tutto verte alla svalorizzazione di ciò che è l’essere umano, sia esso paziente od operatore.

LA NUOVA FRONTIERA DELLA LOTTA DI CLASSE

LA NUOVA FRONTIERA DELLA LOTTA DI CLASSE

frontiera-nuova

 

di Franco CAMERINI – MovES

 

Si profila un’ultima alba per i lavoratori o quella che dovremo affrontare sarà invece una nuova frontiera della lotta di classe?

Pochi giorni fa, durante una riunione politica, l’intervento di un vecchio militante di sinistra, grazie alla precisazione con la quale si è presentato, ha attirato particolarmente la mia attenzione: questo signore ha infatti esordito dicendo “sono un comunista con la c minuscola”.

Questa cosa mi è suonata sospetta poiché, se mi accingo a parlare ad un pubblico di Compagni e sminuisco la mia persona, probabilmente sto per dire qualche castroneria, e ne sono consapevole.
Così ho drizzato le orecchie ed ho ascoltato.

Una frase – nel suo breve e sinceramente troppo autoreferenziale oltre che noioso discorso mi ha colpito, quasi alla conclusione – ovvero, egli ha affermato che un progetto che vuole ricostruire una sinistra di classe, debba per forza dare priorità alla mission impossible: fermare il progresso tecnologico, che toglierà posti di lavoro sostituendo i lavoratori con macchine e tecnologie.

Ecco svelato il mistero, ecco perché i giovani si lasciano convincere dai propri aguzzini neoliberisti che non ha più senso avere ideologie, che la sinistra è fallimentare, che debbono arrendersi alle spietate leggi di sopravvivenza imposte dal capitale, alla cessione di diritti fondamentali, alla rinuncia alle garanzie, alla sicurezza, alla dignità di un lavoro garantito.

Ecco perché quando bonariamente cerchiamo di affrontare una discussione sul sociale e sul politico con un giovane, questi ci tronca dicendo: “siete un freno per il progresso, avete paura di essere inadatti, e volete cancellarci il futuro.”
Ci tappa la bocca con quegli slogan che un certo populismo e una certa demagogia, sparge come gramigna su terreni fin troppo fertili e che sono facilmente assimilabili, dai giovani, se a casa il nonno fa eco al nostro compagno con la c minuscola.

Nel frattempo, un Liberista con la L maiuscola, economista di alto livello, nonché Governatore della Banca di Inghilterra, tale Mark Carney, al simposio Canada Growth Summit, ghiaccia la sua platea citando Marx ed Engels, riconoscendo l’attualità ridondante del loro pensiero ed avvisando tutti quegli attenti capitalisti presenti, che l’impatto della tecnologia rischierà di massacrare il mondo del lavoro, sostituendo con percentuali inaccettabili con una sola macchina, la mano d’opera di 5 su 10 operai.

Attenzione però, non lo dice sorridendo e fregandosi le mani per miraggi di immenso business con buona pace di coloro che diverranno zombies della società, ma cercando di accendere la preoccupazione e la sensibilità della propria platea su questo problema, riflettendo sul fatto che se il capitale farà lavorare soprattutto le macchine, queste non mangeranno, non andranno al supermercato, non andranno in vacanza, non acquisteranno autoperciò, una massa di persone moriranno di fame e le merci prodotte marciranno sugli scaffali, le automobili andranno invendutee sarà la catastrofe di tutta l’umanità, non solo dei poveri.

E sta già accadendo. Anche a casa nostra.

Quindi l’offerta del lavoro dovrà adattarsi consapevolmente al progresso, creando un equilibrio di rendita tra lavoro meccanizzato ed ex operai.
Questo lo ha praticamente fatto intuire il nostro nemico, quindi una luce in fondo al tunnel, ci deve essere.

Io la vedo così: tecnologia, robotizzazione, potranno essere la rivoluzione globale della qualità della vita.

Ma solo ad una condizione: che si sposti anche l’ago della bilancia verso una nuova frontiera della lotta di classe in tema di vantaggi della fruizione di tecnologie dalla parte dei lavoratori piuttosto che dalla parte del padronato, del piccolo o del grande capitale.

Praticamente il mondo cambia, ma il pensiero Socialista, avrà sempre ragione di esistere.

Il capitalismo cercherà di convogliare i maggiori guadagni dati dalla robotizzazione nelle proprie tasche rendendosi completamente indipendente dalla forza-lavoro, completando così il progetto di annientare le classi lavoratrici iniziato col neoliberismo.
Invece no. Starà a noi tutti fare in modo che debba parallelamente garantire redditività ai lavoratori per i motivi descritti prima.

Per ottenere tutto questo, serve che un nuovo Stato nasca e che il suo compito sia quello di equilibrare la nuova frontiera del lavoro, garantendo redditività alla famiglia anche a fronte di un impegno lavorativo di poche ore al giorno.

Ogni macchina impiegata dovrà produrre reddito per i lavoratori, non contro di essi e la battaglia sarà sulla spartizione degli utili tra padrone ed operaio o lavoratore che sia.

Di conseguenza, se ne facciano una ragione gli interclassisti della prima o della seconda e della terza ora, insieme ai demagoghi e populisti odierni: per forza di cose ancora la politica, di destra o di sinistra, sarà arbitro della questione.

In pratica, non ci sarà niente di nuovo sotto il sole perchè questo è ciò che controlla la lotta tra capitale e lavoro: l’ideale socialista e la concezione di uno Stato che lo rappresenta ed esercita.

Quindi non cambierà nulla, in questa nuova frontiera, se non gli obiettivi per i quali lottare.

 

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Audi: i robot in fabbrica

SUDDITI DEI FRANCESI CON LA LEGION DEL DIS-ONORE

SUDDITI DEI FRANCESI CON LA LEGION DEL DIS-ONORE

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di Giuseppe MASALA

Ora, dite quello che volete, ma nessuna nazione aderente a Schengen si è mai permessa di mandare la propria polizia oltre confine senza almeno avvisare il paese dove sarebbe stata posta in essere la “visita”.

I francesi lo fanno semplicemente perché per anni abbiamo avuto governi imbelli e sciagurati: hanno bombardato la Libia danneggiando l’economia italiana e per prendersi i pozzi di petrolio dell’ENI e darli alla loro Total.

Lo hanno fatto anche per motivi personali a Sarkozy che la magistratura francese ci sta spiegando.

Non solo, per anni e anni abbiamo permesso loro di colonizzare l’economia italiana.
Dalla Grande Distribuzione Organizzata fino alle banche e alle assicurazioni per non parlare del settore manifatturiero legato all’alta moda.

Li ha solamente bloccati Berlusconi quando stavano scalando Mediaset con Bolloré. Questo ovviamente non depone a suo favore, visto che si è mosso solo pro domo sua.
E tutto questo scempio l’abbiamo fatto senza chiedere un minimo di reciprocità: se io do una cosa a te, tu dai una a me.

Particolarmente grave è stata la colonizzazione finanziaria; da Mediobanca, alle Generali, fino ad arrivare ad Unicredit. In quest’ultimo caso abbiamo un amministratore delegato, tale Mustier, che sta lavorando alacremente per distruggere la banca. E scemo chi non se ne accorge.

Distruggere la banca, con il chiaro intento di tenere – come si usa dire – per gli zebedei la nazione e lo Stato italiano.

Sconcertante la vendita ai francesi del fondo Pioneer fatta da Unicredit (sotto guida francese, ripeto). Con il bel risultato che i francesi hanno oltre un centinaio di miliardi di titoli di stato italiani che possono minacciare di vendere quando vogliono.

Abbiamo una pistola puntata alla tempia. E questa pistola ai francesi gliela abbiamo data noi.

Nihil novum sub sole, vi ricordate quando il Re di Francia Francesco I si scornava con Carlo V sul suolo italiano e dove i signorotti locali si vendevano al miglior offerente per il proprio particulare. “Franza o Spagna purchè se magna” viene proprio da quel periodo storico.
Lo stesso accade ora.

I nostri politicanti da quattro soldi si son venduti per meri interessi di cosca: andatevi a vedere quanti politici italiani hanno avuto la Legion d’Onore in questi anni.

Per meriti e servizi concessi allo stato francese. E certo, noi li abbiamo votati per fare gli interessi della Francia, mi pare ovvio.
Pensiamo a Bini Smaghi, Presidente della Société Générale a Parigi. In cambio a loro dai Mustier Amministratore Delegato Uncredit.

A noi una carica onorifica (con vaste prebende per chi la ricopre) a loro una carica fondamentale da dove muovere le leve.
Insomma, i nostri “potenti” sono in vendita e in svendita.
È normale che in una situazione del genere ordinano e noi eseguiamo.

Vogliamo parlare della cervellotica decisione di mandare una “missione di pace” in Niger “concordata” con i francesi?
A noi non ci frega nulla (però paghiamo) a loro difendiamo i giacimenti di uranio di Areva. Roba da matti.

E in questo panorama sconcertante voi vi scandalizzate che mandino la gendarmeria in Italia senza manco avvisarci manco per educazione. Si sentono padroni.

Ma il fatto grave è che hanno ragione perché una classe politica sciagurata gli ha consegnato i nostri zebedei su un piatto d’argento.

P.S.: Rimando l’accusa di nazionalismo al mittente in via preventiva.

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