THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

THYSSENKRUPP, LA STRAGE VOLUTA DAL PROFITTO

 

 

Sono passati DIECI ANNI da quella notte spaventosa in cui Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Rosario Rodinò, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni persero orrendamente la vita per una VOLUTA mancanza di sicurezza dell’azienda ThyssenKrupp di Torino.
Giovani vite spezzate dalla mano feroce del neoliberismo che usa gli esseri umani come fossero carta straccia. Morti anch’essi senza giustizia.
Da allora nulla è cambiato se non in peggio.
Li vogliamo ricordare con il testo di qualche tempo fa, scritto da un loro collega, ma non per deporre un fiore su chi è stato immolato come un agnello sacrificale sull’altare del sistema ma per non dimenticare MAI, che questo sistema di potere e di dominio va SPAZZATO VIA al più presto per ridare dignità e sicurezza a tutti i lavoratori.
Perchè nessun essere umano sia più costretto a perdere la vita in nome del massimo profitto per guadagnarsi da vivere.

Il Coordinamento Nazionale del MovES

 

 

di UN OPERAIO della ThyssenKrupp di Torino

Il profitto, i soldi, capitale, volume d’affari, budget, target, aumenti, tagli, ottimizzazioni, flessibilità, deroga, libero mercato, liberismo, merce.
Ecco, io vorrei raccontarvi, una storia, con parole mie, molti la conoscono, superficialmente, altri la eludono, altri pensano che sia frutto del caso e che sia un caso, altri credono nella sfortuna, certuni credono in Babbo Natale.
La strage della ThyssenKrupp di Torino.

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante azienda d’Europa nel settore siderurgico. Tra le molte aziende che controlla c’è pure l’acciaieria di Terni.
Ma qui siamo a Torino, la fabbrica oramai obsoleta, improduttiva e che continua a produrre acciaio anziché oro, deve essere smembrata e trasferita a Terni. I dirigenti decidono e impongono il trasferimento, senza però smettere di produrre. L’acciaio va fatto fino all’ultimo giorno, senza se e senza ma.
E la sicurezza? Inutile. Il gioco non vale la candela.

La fabbrica non è a norma. Ma non rispetto al D.Lgs 81/2008 e successive modifiche, non rispetta nemmeno i dettami dell’abrogato D.P.R. 547 del 1955.

I nastri trasportatori, non sono MANUTENUTI, nemmeno registrati, lo sfregamento dei fogli d’acciaio causa scintille, che almeno una o due volte per turno causano piccoli INCENDI.
Sempre domati dagli operai con i presidi antincendio presenti e disponibili.

I nastri non hanno cordelle di blocco, i pulsanti di emergenza sono stati DISATTIVATI, (potrebbero nuocere alla produzione).

I “funghi” di emergenza, (non funzionanti), furono progettati, per sezionare parti delle linee di produzione, ma NON tutte. Omicidio progettuale.

I bacini di contenimento degli oli lubrificanti, posti sotto ai nastri sono stracolmi di liquido infiammabile, per la mancata manutenzione. Non ha senso manutenere una linea da ELIMINARE.

I fogli di carta che separano i fogli di lamiera, per SCELTA direttiva, non vengono eliminati, ma sono bruciati nel processo, per RISPARMIARE.

Carta, olio in pozze su tutte linee, ma tanto fra poco si dismette.
Gli estintori, idonei, per spegnere gli incendi da idrocarburi sono quelli a polvere, mentre quelli a CO2 si utilizzano sui quadri elettrici. Ed infatti per scelta aziendale, TUTTI gli estintori a polvere vengono sostituiti con quelli a CO2, meno efficaci, certo, ma almeno non “sporcano” l’acciaio.
Mica abbiamo tempo di pulire. Dobbiamo produrre. Fino alla fine. Fino alla fine.

La ditta che effettua la manutenzione e revisione semestrale OBBLIGATORIA dei presidi antincendio, non riesce a tenere il passo degli estintori vuotati e consumati.
Certo, con due principi di incendio a turno, se non di più non è facile ricaricare TUTTI gli estintori.
Il getto di CO2 è poco efficace sugli olii, ha però l’AGGRAVANTE di spostare ed ACCUMULARE i liquidi all’interno dei bacini di contenimento, creando così grossi accumuli di materiale infiammabile.
Una BOMBA.

Sette operai, stanno facendo il turno di notte sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino.
E’ l’una di notte del 6 Dicembre 2007, quando, il solito piccolo incendio ha inizio sulla linea.
L’addetto al nastro, scorge il solito, piccolo, ennesimo, principio d’incendio. Prova a domarlo con l’estintore più vicino, senza risultato. L’incendio aumenta.

L’operaio chiama gli altri sei colleghi in turno. Escono dalla piccola sala quadri che controlla la produzione.
Si precipitano agli estintori. La maggior parte sono scarichi.

I lavoratori cercano altri mezzi di estinzione, sulle colonne, dietro la linea, davanti alla linea.
Un operaio corre alla manichetta di un idrante. La srotola.
E’ tardi.

La linea in pressione, degli oli idraulici, non sezionata, non bloccata da nessun interruttore di emergenza, per il grande calore esplode.
La flangia viene ritrovata a circa 250 metri dalla zona del primo innesco.
Scoppia l’inferno. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, le ambulanze arrivano all’una e quindici minuti.

Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone.
Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.

Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Non è stato un incidente, non sono stati infortuni, non è stato il caso.
La strage della ThyssenKrupp di Torino è un emblema è la vittoria del profitto sulla vita, è la vittoria del capitale sugli uomini, è la vittoria di un sistema, di un modus operanti, di una inciviltà che mette i soldi davanti a tutto.

Gli omicidi della acciaieria ThyssenKrupp di Torino, sono la vittoria di un sistema malato sulla dignità.
In tuta blu. Quella notte, sulla linea 5 muore l’Umanità, schiacciata dal demone insanguinato del neoliberismo criminale e corrotto.
La violenza “dolce” del sistema

La violenza “dolce” del sistema

suicidio

La violenza del nostro sistema economico. Un killer spietato, ma nessuno vuole farci caso.

di Turi COMITO

E’ passata pressoché inosservata la notizia del suicidio di un operaio che si è impiccato ieri a Leinì, vicino Torino, per i ritmi di lavoro forsennati che subiva, per il rischio di licenziamento cui era (assieme ai suoi compagni) costantemente sottoposto, per l’assenza di tempo da dedicare a sé stesso e alla sua famiglia cui gli impegni di lavoro lo costringevano sprofondandolo in una solitudine e in una depressione invincibili.

Come mai questa notizia, questa morte (che non è l’unica che si verifica per questi motivi da qualche tempo in Italia vedi i dati dell’Osservatorio per i suicidi economici) è passata quasi in silenzio sulla stampa mentre la morte di quel giovane di Alatri massacrato da un gruppo di altri giovani è ancora sulle prime pagine della stessa stampa?

Eppure di violenza inaudita in entrambi i casi si tratta, almeno a giudicare dai resoconti giornalistici.

Nel caso dell’omicidio del ragazzo si è di fronte alla selvaggia brutalità di individui mossi da desiderio di prevaricazione, da una anomia morale prossima allo stato di natura mentre nel caso del suicidio si è di fronte ad una violenza più felpata, più sottile ma egualmente feroce: la violenza del sistema di produzione capitalistico (nella sua versione più ripugnante che è quella liberista) che fa non solo disoccupati, ma anche marginali, anche disadattati, anche malati di male oscuro. Costringere qualcuno, pena la perdita di lavoro, a sottoporsi a ritmi di lavoro massacranti fino a ridurlo all’incapacità di resistere fisicamente e psicologicamente è meno violento che massacrarlo di botte? E se lo è (meno violento), lo è talmente tanto da giustificare titoli da home page o da prima pagina per l’omicidio e trafiletti in coda per un suicidio come quello?

Io credo che non lo sia. Credo che quel rivoltante omicidio non sia meno rivoltante di un suicidio dovuto alla pressione che esercita su un individuo un lavoro fuori dai limiti umani.

Sapete, questo tipo di suicidio (ne ho parlato tempo fa qui) ha un nome.

Un nome giapponese, si chiama karoshi.

Perché questa tipologia di “morti sul lavoro” ha cominciato a verificarsi ed essere fenomeno studiabile sociologicamente in Giappone già parecchi decenni fa, ai tempi del boom economico post guerra.

E continua tutt’ora.

Ritmi di lavoro massacranti, annullamento della personalità, riduzione fino alla eliminazione del tempo libero provocano su molti soggetti veri e propri disturbi della personalità che arrivano, appunto, fino al passo finale: alla morte.

Per semplice schiantarsi o per suicidio. Che in questo modo non risulta più essere un vero e proprio atto di deliberata volontà personale (cioè un suicidio), ma un omicidio a tutti gli effetti. Omicidio dovuto al “sistema” economico (di produzione).
Ora, ripropongo la domanda: perché tanto spazio all’omicidio di Alatri e tanto poco al “suicidio” di Leinì?

Azzardo una risposta. Che è la seguente.

Un karoshi è considerato un accidente di percorso, un atto deprecabile ma comprensibile in virtù del fatto che esso è contenuto dentro alla accettazione del “sistema” – economico, sociale e culturale – di stampo liberista nel quale viviamo. Un omicidio per “futili motivi” è invece considerato un attentato alla convivenza civile, un pericolo cui tutti si è sottoposti, un atto deliberato di violenza assurda in cui ciascuno è potenzialmente vittima. L’omicidio per pestaggio può capitare a tutti e quindi prima si isolano i facinorosi prima si esce dal rischio.
Una morte, un suicidio per eccesso di lavoro (specie in periodi di scarsità di lavoro) invece non è percepito né considerato un pericolo sociale. E’ considerato un fatto personale e come tale merita lo spazio che merita un qualunque suicidio per debiti di gioco o per delusione d’amore.

Il che, se è vera questa interpretazione dei fatti, porta a pensare che la stampa (e quindi l’opinione pubblica che su di essa si basa per farsi una idea di qualunque cosa) non abbia capito, sottovaluti, non voglia capire o addirittura giustifichi il fenomeno di distruzione sociale cui sta portando l’ideologia dominante in ogni ambito.

Perché la dominanza estrema – l’egemonia culturale si sarebbe detto in altri tempi – del liberismo porta alla giustificazione di tutto quello che produce di nefasto e di mortale.

Nel nome della “crescita”, del “Pil”, dello “sviluppo economico”, del “consumo” (che produce crescita e quindi aumenta il Pil e quindi anche lo sviluppo economico) si può accettare, e si accetta, anche la negazione del benessere individuale e sociale. Degli altri prima di tutto (degli immigrati per esempio, carne da macello nelle piantagioni di pomodori o nelle “fabbrichette” della piccola e media impresa senza diritti) e poi di sé stessi (accettando compensi umilianti per lavori di qualunque genere, soprusi, minacce di licenziamento, licenziamenti per “giustificato motivo”, ecc.).

Si può accettare, infine, con un misto di rassegnazione e di indifferenza non solo la morte di chi estrae Coltan dalle miniere del Congo per i nostri fiammanti telefonini ultima generazione (morti che crepano lontano, nessuno li vede e, come si dice, “occhio non vede, cuore non duole”) ma anche di chi ti sta accanto. Come si vede nell’agghiacciante scena nel film “Il venditore di medicine” quando un rappresentante di tali prodotti, licenziato in tronco e senza preavviso per scarso rendimento, si suicida quasi davanti agli occhi dei colleghi che, superato il primo momento di sorpresa, dopo qualche ora sono di nuovo pronti per riprendere la routine di venditori a salario variabile.

La violenza del sistema capitalistico liberista, io credo, non è meno disgustosa della violenza perversa di quattro marginali senza morale e senza prospettive.

Poiché perversa, senza morale e senza prospettive di umanità è anche la violenza “dolce”, felpata, fatta di vetrine e telefonini colorati, del capitalismo liberista.

Solo che non pare interessi nessuno – tantomeno i grandi commentatori da prima pagina dei giornali e delle Tv – se non per riempire qualche vuoto, il disastro umano che il liberismo dalla violenza “dolce” ci fornisce quotidianamente con i suoi suicidi, i suoi disoccupati di lungo corso senza avvenire, i suoi lavoratori mutilati di diritti, l’esercito di riserva della carne da macello fatto di immigrati qui e di schiavi nei loro paesi.

Il costo della vita

Il costo della vita

di Angelo FERRACUTI

[Dal Libro di Angelo Ferracuti, Il costo della vita, Einaudi, la storia di tredici operai del cantiere Mecnavi di Ravenna che nel 1987 morirono asfissiati nelle stive di una nave, la Elisabetta Montanari. Quello che segue è un estratto dal primo capitolo. Accompagna il volume un viaggio per immagini di Mario Dondero. Una delle sue foto è riprodotta qui sopra].

Solennemente garibaldina e massonica, Ravenna sembrava respirare un’aria di festa ottocentesca, con le borse in pelle di coccodrillo bianche rosse e verdi in bella vista, una dietro l’altra, coccarde fissate sui cappotti, bambini con in mano bandierine tricolore. Il contagiorni che il sindaco aveva fatto installare davanti al municipio era finalmente sullo zero.

La notte precedente, proprio in piazza del Popolo le immagini di un filmato aderivano perfettamente alle finestre del palazzo della Prefettura, dove un fascio di luci illuminava la facciata con in mezzo il numero 150, e al centro della piazza una bandiera italiana sventolante la faceva da padrona. Anche a notte fonda, dall’accogliente stanza dell’hotel Byron sentivo la voce narrante di un documentario che usava tutti i miti del Risorgimento.

Ci eravamo parlati al telefono un paio di volte e la voce reticente di De Renzi mi era parsa avara di discorsi, quindi mi aspettavo un uomo taciturno e torvo, anziano e dall’aria vagamente depressa.

Gli avevo detto che avrei indossato uno zainetto marrone, che in realtà era color panna, e alle cinque del pomeriggio, nel cuore popolatissimo della città, con famigliole e signori eleganti a passeggio, lo aspettavo tra le due colonne veneziane con i santi protettori, segno del dominio della Serenissima, di lato al palazzo comunale, spaurito e con gli occhi aperti.

Da dove sarebbe arrivato? Come poteva essere fatto quell’uomo? Alle cinque e un quarto, dopo essermi guardato intorno più volte, mi avvicinai a un signore che proprio come me era in attesa di fianco al caffè Roma e aveva tutta l’aria di aspettare qualcuno, chiedendogli timidamente, sicuro di non essere smentito: ≪De Renzi, vero?≫
I
l tipo elegante dai capelli folti e ben curati mi rispose serafico: ≪No, mi dispiace≫, giustificando la sua attesa solitaria con un ≪Mi stavo guardando intorno≫.

La stessa cosa si è ripetuta con un altro paio di signori anziani, i quali debbono avermi preso per scemo.

Quando ero sul punto di desistere, pensando che non ci saremmo più incontrati, dopo aver chiamato al suo telefono di casa senza che nessuno rispondesse, vidi venire verso di me il tipo con il basco blu comunardo che avevo seguito con lo sguardo per almeno una decina di minuti.

Mi indicò con l’indice della mano destra e pronunciò il mio cognome, praticamente facendomi tana.

Mi disse subito che a trarlo in inganno era stato lo zainetto.
≪Panna, non marrone≫, ci tenne a precisare.
Ryszard Kapuściński avrebbe tradotto così questo sentimento: ≪Non sappiamo mai chi stiamo per incontrare, anche se si tratta di una persona di cui conosciamo da tempo il nome e l’aspetto. Figuriamoci poi se si tratta di qualcuno che vediamo per la prima volta. Ogni incontro con l’altro è dunque un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura di segreto≫. Verissimo.

Cosi ci facemmo largo tra la folla, cercando nella ressa un tavolino.

Adesso Giacinto De Renzi, tutta la vita sindacalista, si materializzava diverso dalla voce fossile, ritrosa, timidissima che avevo conosciuto al telefono. Anzi, in realtà aveva un’aria allegra e un paio di baffi simpatici, la fronte spaziosa, il fare spiritoso di uno che vorresti avere come amico.

Tornando indietro nel tempo, ricordammo inevitabilmente l’ultimo grande sciopero operaio alla Fiat, quello dei trenta giorni, linea di demarcazione e punto di non ritorno, che c’era stato sette anni prima della tragedia di Ravenna.

Proclamato l’11 settembre 1980, un giovedì, era partito da tutti i reparti del gruppo torinese: Rivalta era stata bloccata, e anche la Lancia di Chivasso, da Mirafiori e dal Lingotto altri cortei di operai si erano fatti largo spavaldi negli stabilimenti.

L’anno precedente erano stati licenziati sessantun operai tra quelli più politicamente attivi e sindacalizzati, e i primi giorni di maggio 1980 l’azienda aveva posto in cassa integrazione 78000 operai, tanto che il 1° luglio l’amministratore Umberto Agnelli rese pubblica all’assemblea degli azionisti la volontà di licenziare 15000 lavoratori.

Mentre parlavamo di quello sciopero e della manifestazione che fecero i ≪quarantamila≫ colletti bianchi per protestare contro i picchetti operai che impedivano agli impiegati di entrare negli stabilimenti, cambiai improvvisamente discorso e gli chiesi quale era la situazione a Ravenna nella meta degli anni Ottanta. De Renzi era già sufficientemente a proprio agio per raccontarmi quello che sapeva, le voci intorno a noi anziché disturbare proteggevano. ≪Allora le nostre preoccupazioni erano più per il Petrolchimico, dove si utilizzava l’amianto, – esordì. – Perché quando si scaricava questo minerale micidiale, mettevano i cocomeri e le bibite a ghiacciare nell’amianto, sulle navi≫.

Mi disse che in quegli anni non solo nella cantieristica, ma anche all’Enichem e in altri settori ≪cominciava il lavoro in affitto, in un momento in cui ancora la figura del rapporto di lavoro era quello a tempo indeterminato, nel sistema degli appalti i lavoratori venivano presi in prestito. Queste aree pescavano pure nelle fasce di emarginazione e di precarietà.

C’era pure qualcuno, non mi ricordo più chi, che aveva avuto storie di tossicodipendenza.

Perché quella gente, che comprendeva una vasta area di immigrazione clandestina dai paesi del terzo mondo (Africa, paesi arabi, Filippine, Sri Lanka), era probabilmente attratta anche dal punto di riferimento per la droga rappresentata dal porto≫.

La sua memoria, che fu importantissima nel corso delle indagini, disegnava uno scenario allarmante: nella zona del ravennate, in quel periodo, c’erano circa 20000 disoccupati iscritti alle liste di collocamento, molti dei quali giovani, e migliaia di cassaintegrati di aziende in crisi nel settore metalmeccanico, edile, chimico, tessile e calzaturiero. ≪Era un momento di grande crisi, – riprese dopo aver ordinato una cioccolata calda con dei pasticcini, – quindi si doveva rendere tutto più competitivo per stare sul mercato≫.

In realtà cominciò una politica di assegnazione delle commesse di lavoro che favoriva le aziende scorrette, quelle che eludevano i contratti, violavano le più elementari norme che regolamentavano gli aspetti assicurativi, fiscali, previdenziali e, ovviamente, non rispettavano la tutela e la salute dei lavoratori. “Lì è cominciata a circolare la parola flessibilità, tanto e vero che nel corso di un convegno che si tenne a Ravenna dove c’erano anche Trentin e Pizzinato, proprio Treu, che allora faceva il consulente della Cisl, teorizzava queste cose“.

La politica delle aziende che davano commesse di lavoro puntava esclusivamente ad avere i minor costi possibili, i tempi di consegna più rapidi e la massima flessibilità.

Tanto che molti di quei ragazzi che morirono nelle stive della Elisabetta Montanari lavoravano in nero. Non erano denunciati all’ufficio di collocamento, o all’Inail, Seconi era addirittura al suo primo giorno di lavoro. E poi alla Mecnavi c’era anche qualche nostro iscritto, ma non facevano mai sciopero. Con l’azienda e i fratelli Arienti, che allora per le riparazioni navali lavoravano in regime di monopolio all’interno del porto, in quanto da poco avevano assorbito anche la Cmt, c’erano solo rari rapporti epistolari≫.

Descrisse Enzo Arienti come un giovane imprenditore spregiudicato, di una razza tipicamente provinciale e italiana che in quegli anni si affacciava sulla scena. ≪Con lui c’erano rapporti solo formali, non c’è mai stata una trattativa. Qual è la mia impressione? Lo vuoi proprio sapere? – mi fece serio e deciso. – Beh, l’impressione non è una bella impressione, era un imprenditore d’assalto, una persona fredda, un cinico≫.

Giacinto De Renzi continua poi a raccontarmi di quegli anni: ≪Era un momento difficilissimo, molte aziende metalmeccaniche avevano chiuso i battenti, come per esempio la Marini, che faceva macchine stradali, e la Fornace, le uniche che funzionavano erano quelle della costruzione “offshore” e navale, e quelle appaltatrici che operavano dentro il Petrolchimico≫.

Ecco che in questo contesto di crisi spietata occorrono operai altamente specializzati (saldatori, carpentieri, tubisti, tracciatori) che le aziende si rubano l’una con l’altra, si lavora a qualsiasi ora, l’uso indiscriminato del subappalto cresce a dismisura, la riduzione al minimo del personale occupato e un altro indicatore sensibile, e si concretizza quello che De Renzi descriverà cosi nella sua deposizione al processo: ≪C’è infatti uno stretto nesso di causalità fra deterioramento del mercato del lavoro e abbassamento (fino al loro azzeramento) delle condizioni di sicurezza≫.

Su una cosa pero non aveva dubbi: ≪Ravenna era in quel periodo il meridione del nord, il meridione dell’Emilia, e gli operai li reclutavano con il metodo tradizionale. I caporali, uno di questi veniva chiamato “il napoletano”, raccoglievano le disponibilità della gente a lavorare fuori regola e a determinate condizioni di paga. Li trovavano nei bar, uno di questi era il bar del porto San Vitale, o utilizzando il passaparola≫.

Disse che quei ragazzi non li avrebbe mai più dimenticati. ≪Quella storia ha messo in discussione anche quello che facevo io. Si poteva evitare, si poteva intervenire≫. Tutto era accaduto a Ravenna, dove c’era una sindacalizzazione molto forte. ≪Pensa, noi sindacalisti si andava il sabato nei cantieri edili insieme agli operai a vedere se venivano rispettate le misure di sicurezza. E se succedeva qualcosa ci chiamavano eppure e successo quello che è successo≫.

Ma i sindacati avevano denunciato queste cose già tre anni prima che avvenisse la tragedia, chiedendo di incontrare l’Associazione degli industriali e delle piccole imprese, i politici, gli amministratori, i partiti, che a venticinque anni di distanza si sono estinti quasi tutti (Pci, Dc, Pri, Psi, persino il Pdup). Un volantino della Flm del 1° ottobre 1986 ha un tono grave, e adombra una situazione minacciosa di pericolo: ≪Il mercato del lavoro nel settore della cantieristica e impiantistica metalmeccanica si è notevolmente deteriorato e si sono sviluppati e radicati veri e propri fenomeni di intermediazione di mano d’opera e di caporalato.

Tale fenomeno ha portato con sé violazioni delle norme contrattuali, evasioni fiscali, mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza. E’ nato prima negli appalti legati alle piattaforme di perforazione e poi si è allargato a macchia d’olio in tutte le realtà a partire dalla cantieristica navale.

Le aree dove si e sviluppato sono i cantieri Agip, la Sarom, l’Anic e il porto in generale. Quello che è più grave è che l’atteggiamento delle varie società delle partecipazioni statali ha favorito lo svilupparsi di questo fenomeno≫.

De Renzi, mi avevano detto, non si era più riavuto dopo quella storia.

Invece a raccontarla, incalzato dalle mie domande, il discorso sembrava filare liscio, fin quando non gli chiesi dove si trovava esattamente quel giorno maledetto, una data che a Ravenna si è fissata come un marchio a pelle nelle menti di più generazioni. ≪Il ricordo più vivo è quello nella testa delle persone, – dice cupo, malinconico. – Invece nell’espressione politica è rimasto rituale, e io non amo le cose rituali perché non vanno mai al nocciolo≫.

Precisò che molte cose non le ricordava più, e neanche gli dispiaceva. ≪C’è una parte della memoria che esclude certi ricordi. Ti rimane il quadro, la cornice, ma dentro ci sono delle cose che non riesci più a ricordare. Cosi ti salvi un po’≫.

Il passeggio nella piazza era sempre più folto, così come il chiacchiericcio che pero non minava la conversazione.

≪Vedi, oggi è la festa del centocinquantesimo anniversario della Repubblica e la Costituzione di questa Repubblica dice che bisogna garantire l’integrità fisica del lavoratore. Invece viene sempre prima l’organizzazione del lavoro, viene prima l’impresa, il profitto… in quella storia c’erano i prodromi di quello che sarebbe successo dopo, e qui si e giocata una grossa partita. Non credo che i lavoratori abbiano vinto≫.

[Immagine: La nave Elisabetta Montanari nel Cantiere Mecnavi – Marzo 1987. Foto di Mario Dondero (af)].

fonte: http://www.leparoleelecose.it/?p=10243

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