SCUOLE SICURE? SOLO INUTILI MENZOGNE

SCUOLE SICURE? SOLO INUTILI MENZOGNE


di Comitato Nazionale Scuole Sicure

È settembre, e a settembre si saluta l’estate, tornano gli acquazzoni e si riaprono le scuole.
Gli studenti italiani continueranno ad abitare scuole, sempre le stesse, come se questo territorio a forma di stivale non fosse altamente sismico.
Torneranno a scuola.

Le istituzioni, come hanno sempre fatto, continueranno a far finta che gli edifici di loro proprietà, in cui ospitano il nostro futuro, siano sicure.
I genitori molti, continueranno a preferire parole di rassicurazione invece che chiedere ed esigere valutazioni tecniche e scuole sicure per i propri figli.
Le dirigenze scolastiche, convinte di non opporsi al potere della politica, continueranno a ripetere come un mantra che le loro scuole sono sicure.
Gli insegnanti, seppur preoccupati, preferiranno tacere.

La nostra battaglia, quindi, non può che continuare.
Continuerà fino a che a livello nazionale non si prenda davvero in considerazione una scuola in cui si vive e in cui si impara.
Continuerà fino a che lo stato, non prenda in carico la vicenda, fino a che lo stato, seriamente, non inizi una vera politica atta a stravolgere la situazione precaria e pericolosa degli edifici scolastici.
Le piccole battaglie, combattute localmente e vinte, non possono bastare.
Non si può aspettare un sindaco o un presidente di provincia illuminato per star sicuri.
Non deve essere il caso a stabilire ciò che si deve perentoriamente fare in tutta Italia.
Questa la nostra lotta.
Questa la finalità.
Siamo stufi di parole vuote e di frasi retoriche.
Non si salvano vite con le parole o con le preghiere.
Dopo la tragedia di San Giuliano del 2002 tutto sarebbe dovuto cambiare.
Ma agli italiani e all’Italia bastano le parole.
Tipo queste:

Prendiamo l’impegno che nessuno verrà lasciato da solo, nessuna famiglia, nessun comune, nessuna frazione. E mettiamoci al lavoro” (Renzi dopo il 24/8/2016)

Sarà subito dopo necessario un rapido sforzo corale per garantire la ricostruzione dei centri distrutti, la ripresa delle attività produttive e il recupero della normalità di vita” (Mattarella dopo il 24/08/2016)

La burocrazia uccide più del terremoto“, “Qui la gente è stata uccisa nelle fragili case e da chi le ha impedito di riappropriarsi della vita col lavoro“, “Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti” (Belice 14/15 gennaio 1968)

Ad oggi, complessivamente, per una ricostruzione non del tutto completata, sono stati spesi ai valori attuali oltre 6 miliardi di euro.
Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopoterremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del Nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto.” (Rocco Caporale) (Irpinia 1980)

Il procuratore Magrone nella sua requisitoria nell’aula del processo di primo grado sottolineò che la vicenda della scuola di San Giuliano rappresenta l’Italia peggiore, «quella delle violazioni, del sistematico calpestamento delle leggi e delle normative». «Se è vero – disse – che il sisma del 31 ottobre 2002 fu l’evento scatenante della tragedia, è anche vero che, se le norme fossero state rispettate quando si decise di sopraelevare l’istituto scolastico, quella scossa da sola non sarebbe bastata a far crollare l’edificio, e prova ne sia che nel resto del paese ci furono crolli e danni anche gravi a case e palazzine, ma nessun edificio implose come la scuola, fino a polverizzarsi». Mancanza dei calcoli necessari, mancanza dei collaudi, mancato rispetto delle norme e mancato adeguamento alla riclassificazione sismica del 1998: queste, secondo l’accusa, furono le vere cause della morte dei bambini e della loro maestra. (San Giuliano di Puglia 2002)

Queste solo alcune delle dichiarazioni e delle parole usate senza alcun criterio.
Questi i fatti che descrivono l’incapacità italiana alla prevenzione.
La scuola ricomincia.
E no, davvero, noi non vi lasceremo in pace.
CNSS

LA RABBIA DEI PROF PERDENTI IL POSTO

LA RABBIA DEI PROF PERDENTI IL POSTO

 

di Alessandro GIULIANI (da La Tecnica della Scuola)

La rabbia dei prof perdenti posto: la Schiforma Renzi ci ha sbattuti negli ambiti a fare curriculum.
Cosa prova un prof docente di ruolo da trent’anni che perde la cattedra, scivola negli ambiti territoriali e deve produrre il curriculum al preside per essere accettato?

Sicuramente tanta rabbia. Lo testimoniano le lettere che periodicamente riceviamo dai nostri lettori, che nell’ultimo biennio hanno perso posto e sono incappati nella procedura introdotta dal comma 66 della Legge 107/2015.

Ecco l’ennesima testimonianza, di un prof docente quasi 60enne, nativo della Calabria, che insegna Storia dell’Arte a Roma.

Finire trasferito negli ambiti: ecco cosa può capitare ad un docente con trent’anni di servizio. Doversi sottoporre alla dimostrazione tramite curriculum ai presidi. Orribile…non lo auguro a nessuno”.

Il prof, collocato d’ufficio questa estate nell’Ambito territoriale 5 della capitale, se la prende con “ministri, deputati, senatori, sostenitori della Schiforma della scuola”.

Non l’ha presa bene: “Sono veramente disperato. Non so cosa fare. Perché il destino mi riserva questo dispiacere: sono un modesto insegnante che ha fatto il suo lavoro onestamente per 30 anni dopo aver studiato una vita e continua a farlo, aggiornandomi e dare il meglio”.

Poi il prof spiega il perché del suo malessere: “Provate a immaginare; dopo esserti laureato, aver acquisito l’abilitazione all’insegnamento, aver lavorato, veramente, a scuola per trent’anni, tredici di precariato, al Nord, al Sud, al Centro, aver autoprodotto libri di testo, didattiche controcorrente, successi formativi, ti dicono sei senza posto, sei trasferito nell’ambito e devi produrre un curriculum e competere con neolaureati e giovani docenti che non hanno mai insegnato in vita loro”.

Ma quello che più fa male è il pericolo, continua il docente, di finire “davanti a dirigenti che dovranno sceglierti o mandarti a casa, proponendoti dei progetti ‘fantasma’ o 18 ore di materia alternativa o 18 ore da tappabuchi”.

La conclusione, o meglio lo sfogo finale del prof, è contro chi ha introdotto la procedura degli ambiti territoriali e la chiamata diretta: “Tutto questo grazie a Renzi e alla buona scuola. Grazie a tutti quelli che lo condividono e lo lodano”.

 

fonte: http://m.tecnicadellascuola.it/item/32308-la-rabbia-dei-prof-perdenti-posto-la-schiforma-renzi-ci-ha-sbattuti-negli-ambiti-a-fare-curriculum.html

LA SETTIMANA CORTA: DA STUDENTE A FUNZIONARIO DI BANCA

LA SETTIMANA CORTA: DA STUDENTE A FUNZIONARIO DI BANCA


di Pietro GALANTE

Storico liceo classico milanese. Di gran carriera il dirigente scolastico ha un’interessante novità da proporre. Cinque giorni di lezioni e non più sei, per tutti.
Che bella cosa la settimana corta anche al liceo! Già il venerdì sera ci si sente in vacanza.
Cosa sarà mai un’ora in più ogni giorno?

Qualcuno nel collegio docenti fa notare che forse è troppo pretendere di spiegare a degli adolescenti fisica o greco alle 14.00 o alle 15, dopo che sono sui banchi dalle 8.00.
Quale sarà la loro attenzione e quale, dunque, la loro comprensione? Poi non tutti abitano vicino alla scuola; c’è chi ci mette più di un’ora a tornare a casa.

Oltretutto, non si capisce bene perché, pare che la redistribuzione del monte ore del vecchio e scomodo sabato non sarà omogenea: le cinque ore incriminate non saranno spalmate dal lunedì al venerdì, ma ci saranno alcuni giorni che rimarranno con il vecchio orario, mentre altri incrementeranno fino a sette, o anche otto ore di lezione.

Pian piano, si capisce che tutta questa architettura taglia, copia e incolla dipende – così dice il plenipotenziario dirigente – dalla necessità di ottimizzare il riscaldamento dell’istituto.

Esatto, avete letto bene. In barba a qualità della didattica e benessere psicofisico degli studenti (perché voglio vedere in che stato uscirano da scuola quei poveretti e come affronteranno il pomeriggio).

E quando si studierà? Quando si farà sport? Quando si andrà a ripetizioni?

Ma quante storie! C’è la settimana corta apposta, c’è persino il weekend libero apposta, così finalmente si può partire il venerdì sera!
E se uno non abita in zona 1, non ci mette un quarto d’ora da casa a scuola, non ha una casa vacanza, beh…cazzi suoi!
DIRIGENTE SCOLASTICO, IL RE DI TUTTI I RE!

DIRIGENTE SCOLASTICO, IL RE DI TUTTI I RE!

 

di Laura BASSANETTIComitato Scuola Pubblica di Paderno Dugnano

Bonus valorizzazione, ricatti e iniquità e lui, il DIRIGENTE SCOLASTICO, il re di tutti i re!

L’hanno strillato i titoli di qualche giornale: gli insegnanti che definiscono il proprio Preside “sceriffo” e che sostengono che in Italia si viene “deportati” in altre regioni per lavorare a Scuola non sono educatori, non sono degni della professione di docente!
Parola di Valeria Fedeli, Ministro forse animata solamente dal valido (?) intento di ristabilire un po’ di decoro e di disciplina in queste disorganizzate Scuole, in questi Plessi democratici, in questi Istituti sindacalizzati, orrore.
Che poi forse purtroppo non lo sono neanche tutti!

Il re é il re, ma gli insegnanti italiani non sono stupidi: il Re é nudo !
Conosciamo la retorica del rispetto e delle regole e la sua apparente inattaccabilità, anzi, si tratta di un concetto rassicurante: tutti sentendolo citare pensano a Tata Lucia e al suo sorriso Durbans, alla sua divisa che ci fa ripensare all’abito naftalinato di nostra nonna, all’infanzia come porto sicuro (e “stretto”) tra confini e ruoli definitissimi.

Dall’indottrinamento sul “rispetto delle regole” al dare valore all’obbedienza acritica e alla gerarchia il passo, ci chiediamo, quanto é breve?
Ed é così strana la sensazione di sospetto nei confronti dell’insistenza o la quasi ossessione della vulgata attuale per l’obbedienza e il legalismo?

Ci sono (crediamo non molti) insegnanti che in alcuni casi ritengono di dover richiamare all’ordine i loro colleghi: “non si parla male del Ministro, noi siamo docenti!”
In questa frase si intravede la volontà di mantenere attuale la cultura dell’autoritarismo, secondo la quale il maestro é funzionario dello Stato e tutore dell’ordine, e se qualcosa di questa idea é corretto il rischio di questa tendenza é variabile e riguarda forse i docenti più che i discenti.

Siamo docenti, cioè dobbiamo trasmettere la compostezza, che non si delegittima l’autorità e che non ci si arrabbia con coloro che ci impongono un certo modo di vivere.

Un’estremizzazione dell’idea di “ruolo”, infatti, implica che ce ne sia sempre uno gerarchicamente superiore non discutibile a prescindere dalla correttezza delle sue scelte e azioni e, mi chiedo, come questa si pone nel momento in cui la società modernizzandosi propone o ricerca ruoli più fluidi?

Donne con ruoli diversi da quelli tradizionali, per esempio, padri con ruoli di madri, nonni con ruolo di genitori?
Il tarlo del dubbio insiste: entro i confini delle “regole”, come insinuare che l’obbedienza non é più una virtù, forse, invece, qui é più facile sponsorizzare il principio dell’azione-controreazione: infatti, chi l’ha detto, uno dei più grandi educatori della storia italiana, é finito al confino!

Come solleticare la dignità delle persone per cui: quando l’ingiustizia diventa legge, la disobbedienza diventa dovere?

L’educazione massiva non tanto al “rispetto delle regole” che dovrebbe essere visto come un concetto naturale e che si può insegnare banalmente attraverso un approccio anarchico e libertario, ma alla stigmatizzazione continua del ruolo di “capo” viene da pensare che non sia diretta solo a studenti, ma anche AI LAVORATORI e che si voglia far normare il rapporto tra dirigente e scolastico e sottoposti secondo alcune idee applicate rigidamente.

Se non si può contestare e discutere il Dirigente Scolastico – ora molti diranno che lo si può fare secondo gli strumenti predisposti dalla Democrazia e dal diritto: esempio, mozioni al Collegio docenti, modifiche ai regolamenti eccetera, peccato che il ricatto del PRECARIATO renda tutte queste formule totalmente vane, e le leggi che sostengono il lavoro a termine non saranno mai modificabili secondo una semplice mozione d’ordine – si lascia libertà all’esercizio dell’arbitrio.

Sembra, per dire, che siano molte le Scuole (anche a Paderno ce ne sono) dove é stato presentato senza discuterlo prima (guarda caso, durante le ferie estive) il regolamento dell’attività del Collegio Docenti.

Di questi tempi la burocratizzazione dell’organismo di base della democrazia scolastica può trasformarsi in un arma impropria per zittire i dissidenti rispetto alle idee del Preside-Manager (ops…), se il tutto avviene in un ambiente che coltiva coscienziosamente la “cultura dell’assenso assoluto” chi lotta nel suo posto di lavoro per una Scuola diversa non ha vita facile, non si sa se per caso o perché da fastidio (meditate gente…)

Come Comitato per la Scuola pubblica, a fianco dei lavoratori che non temono di dichiararlo apertamente, esprimiamo la nostra ferma contrarietà altresì all’introduzione del dispositivo premiale nelle scuole, altro strumento antidemocratico di sfruttamento dei dipendenti e di delegittimazione della rappresentanza sindacale che introduce tra i docenti una dinamica di competizione, sul modello del premio aziendale di produttività, totalmente inadeguata al contesto della scuola e alle sue finalità.

Anche il tentativo di condivisione di criteri di valutazione volti a valorizzare il lavoro quotidiano di cooperazione tra colleghi viene sempre nei fatti vanificato dalla compilazione di una graduatoria che quantifica e differenzia il contributo di ciascuna e ciascuno in base al giudizio del/della dirigente.

Crediamo si possa riscontrare l’effetto di disgregazione che inizia a prodursi nelle comunità scolastiche a seguito di ciò, in contrasto con il principio della collaborazione e della collegialità che dovrebbe regolarne le attività.

L’opposizione all’utilizzo del bonus è al tempo stesso la denuncia dell’utilizzo ideologico e propagandistico di queste risorse economiche (a cui va aggiunto il bonus dei 500 euro) che andrebbero immediatamente destinate al rinnovo contrattuale, come parziale risarcimento del blocco pluriennale degli stipendi.

Non vogliamo insegnanti asserviti, acritici e “meritevoli” e non vogliamo presidi-manager che distribuiscano premi, né la degradante concorrenza tra docenti per una misera integrazione salariale

Vogliamo un aumento della paga base per tutte e tutti, che ponga fine alla progressiva erosione delle retribuzioni e restituisca dignità al lavoro degli e delle insegnanti della scuola pubblica.

E ALLORA TAGLIAMO LA SCUOLA

E ALLORA TAGLIAMO LA SCUOLA

 

di Claudia PEPE

Questa è l’estate torrida della Scuola Italiana. Siamo passati in poco tempo dal liceo breve all’innalzamento dell’obbligatorietà scolastica, dall’abolizione di un anno delle medie e, a pochi giorni dall’inizio delle attività scolastiche, si conclude in bellezza con questo editto: “Bocciature “abolite” per decreto alle elementari e medie, nuovi esami e test Invalsi rivoluzionati in terza media.”

Il nostro governo evidentemente pensa che per affrontare il grave problema della dispersione scolastica basterà non bocciare più, accorciare i tempi di studio e rimettere gli insegnanti in un angolo senza possibilità decisionale. Praticamente, i docenti non conteranno più nulla.

Un gran colpo di coda del Ministero all’Istruzione (?) per farci capire che di tutte le nostre conoscenze, del nostro sapere, della nostra professione, rimarranno solo moduli da formulare, corsi di aggiornamento, registri elettronici e soprattutto dovremo chinare il capo.

Repubblica cita: “Nei casi di promozione “agevolata”, le scuole dovranno attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento”.

Da quando insegno, strategie per il miglioramento le ho sempre attivate e non solo in procinto di una bocciatura, ma in itinere, quando incominci a capire i disagi, le problematiche, quando vedi dei ragazzini che incespicano. Noi tutti insegnanti usiamo il recupero come strumento di insegnamento, ma non solo quello. Ci sono moltissimi metodi che viviamo in classe. Ma questo forse non interessa a chi nella Scuola non vive, ma manovra nelle stanze del potere il nostro lavoro.

Naturalmente in questa torrida estate per la Scuola pubblica, non si è parlato del rinnovo del contratto, di un aumento salariale che non fosse il costo di un caffè, e soprattutto non hanno fatto caso, dell’annullamento di principi costituzionali che sono tra i fondamentali della nostra società.
Parlo dell’art.33 che recita: ”L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”

Leggiamo le parole del sottosegretario all’Istruzione dott.ssa Angela D’Onghia: “La sperimentazione del diploma delle scuole superiori in 4 anni può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato. Ma perché non esaminare l’intero percorso scolastico degli otto anni rimodulandolo nella sua interezza e semmai modificando il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni?”

‘Tagliamo’ sembra la parola d’ordine del nostro Ministero: tagliamo tutto, tagliamo il tempo della maturazione, dell’elaborazione, della sperimentazione.
Tagliamo il tempo a questi ragazzi, tanto chi se ne frega di loro, a chi importa se i nostri ragazzi arriveranno a sfidare il mondo senza saper leggere un contratto di lavoro se la vita sarà benevola con loro.
Tagliamo classi, insegnanti.
Tagliamo e aggiungiamo ignoranza.

Queste sono prove di regime, perché se non si educa un popolo, sappiamo che le conseguenze saranno gravissime. Ma sembra che questo, per le poltrone del MIUR, non rappresenti un problema.

La Scuola pubblica la stanno frantumando in mille pezzi di tessere di partito, in una negligenza intellettuale che mieterà vittime che porteranno il nome della non cultura. E saremo noi insegnanti a dover spiegare ai nostri ragazzi che studiare è giusto, anche quando vedranno ragazzi che l’impegno lo hanno regalato ad una vita già buttata nel cestino.

Dovremo noi insegnanti spiegare l’importanza del fallimento, dei no, delle cadute e quanto sono utili per rialzarsi con più slancio. Saremo noi insegnanti a dover spiegare l’importanza del sacrificio, il senso della responsabilità, il senso della vita.

Come possiamo pensare a tagliare il tempo a ragazzi disabili che devono trovare nel tempo e con cura la loro possibilità di crescere e di migliorare?

Abbiamo bisogno di tenere i ragazzi a scuola di più, sostenere il tempo pieno, l’autonomia scolastica, il sostegno per le disabilità, aumentare le attività e gli approfondimenti, aver i docenti il primo giorno di scuola, gli edifici sicuri e mille altre cose.

Così facendo, creeremo una generazione che verrà stritolata dalla realtà della vita.

Sarà la fine della Scuola come luogo di formazione culturale, e con un piccolo sforzo riformatore, alla fine dell’anno si riuniranno gli studenti per bocciare i professori.

Siamo un paese alla frutta per quanto riguarda l’istruzione, e con questa buffonata stanno dichiarando che andare a scuola è una perdita di tempo.

Povera Italia un tempo fucina di scienze e cultura.
Povera Italia in mano all’ignoranza.
Povera Italia che ammazza la Scuola pubblica.
Povera Italia e poveri ragazzi a cui stanno negando la possibilità di crescere e di diventare cittadini con una consapevolezza civile e sociale.

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