LA SCUOLA DELLE FONDAZIONI

LA SCUOLA DELLE FONDAZIONI

 

Proponiamo un post apparso su Comune-info.net che riprende interamente un capitolo del libro del Prof. Matteo Saudino e della Professoressa Chiara Foà, “Il Prof. Fannullone” che vi consigliamo caldamente di leggere.

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È accaduto qualche mese fa in un liceo di Torino, potrebbe ripetersi ovunque, sempre più spesso. Un giorno un insegnante di filosofia ha trovato la sua classe vuota, i ragazzi erano in un altro incontro: che tipo di lezione si è svolta, con chi e cosa è emerso meritano molte, molte attenzioni. Si tratta di difendersi dall’assalto dalla “scuola azienda” e dai “presidi manager”, che hanno smesso di essere slogan astratti. Un libro sostiene in modo brillante questo percorso di resistenza

 

Chiara Foà e Matteo Saudino sono gli autori di Il prof fannullone – Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi).

Con ironia, sarcasmo e amarezza, due professori, compagni di vita, affrontano il tanto radicato quanto infondato mito del “professor fannullone”, raccontando la loro ventennale esperienza nel mondo della scuola. Un vero viaggio psichedelico tra classi pollaio e prove Invalsi, tra diplomifici e presidi manager, tra edifici pericolanti e riforme deliranti, tra burnout galoppante e finta inclusione.

Il paragrafo “La scuola delle fondazioni” mostra uno dei volti della scuola azienda, che molti insegnanti, studenti, genitori si ostinano a mettere in discussione.

Gli autori sono disponibili a presentare il libro in giro per l’Italia, per discutere di scuola pubblica come bene comune da difendere (per contatti [email protected] e [email protected]). Il libro cartaceo è acquistabile on line in questa pagina.

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di Matteo Saudino

La scuola delle fondazioni

Ovvero “macchisenefrega” di Guglielmo da Occam

Quel mercoledì mattina di un ottobre torinese soleggiato e senza nebbia – perché la Torino della nebbia è ormai un lontano ricordo degli anni ottanta come la scala mobile salariale o le spalline sotto le giacche e i capelli cotonati – avevo programmato per la mia IV C del liceo scientifico, una lezione rigorosamente frontale (finché non sarà illegale io continuerò a farne, almeno una ogni tanto) sull’invincibile Dottor Sottile. No, no, non fraintendetemi, non avevo deciso di trattare in classe la figura politica di Giuliano Amato, socialista craxiano, sopravvissuto a Tangentopoli e al declino e alla morte in terra marocchina del Bettino nazionale, che ha ricoperto per ben due volte la carica di primo ministro di governi tecnici “lacrime e sangue” per i lavoratori e che chissà per quale strano motivo, probabilmente il deserto culturale della classe politica italiana della cosiddetta seconda repubblica, era stato rinominato Dottor Sottile.

Il mio Dottor Sottile era, il ben più lontano nel tempo, Guglielmo da Occam, il raffinato pensatore inglese, il geniale filosofo tardo medievale che ha avuto l’onore di scrivere i titoli di coda della Scolastica, l’inventore del celeberrimo e liberatorio rasoio anti-metafisico, il quale si era conquistato tale sopranome sul campo, in quanto imbattibile nelle disputatio della sua epoca. La lezione era prevista per le 9. Dopo il primo caffè della giornata, mi recai, con sottobraccio il tablet in modalità registro datomi in prestito dalla scuola, previa stipula di un contratto che prevedeva penali in caso di furto, perdita e danneggiamento, in classe e… sorpresa! Non trovai nessuno: banchi vuoti, sedie vuote, Lim spenta (tanto era guasta da un mese) e un silenzio assoluto.

Conoscendo la mia scarsa propensione a leggere tutte le circolari (trattasi anche di una forma più conscia che inconscia di autodifesa psichica, poiché in alcuni istituti, in cui ho avuto il piacere di insegnare, la presidenza ha sfondato il tetto delle 230 circolari annue, le quali potevano arrivare a ogni ora del giorno, notte compresa), ho pensato che la classe fosse in uscita didattica, magari al museo del Risorgimento, o a una conferenza sulle energie rinnovabili. Che ingenuità! Che pensieri vecchi e banali.

La classe non era impegnata in attività derubricabili alla voce “perdita di tempo”, rispetto alle mission della scuola 2.0. La mia quarta stava partecipando a un incontro organizzato dalla fondazione di una celebre e potente banca torinese per promuovere un piano di risparmio e di accesso al credito facilitato, finalizzato a sostenere gli studi.

Basito, disorientato e infastidito chiedo alla mitica bidella in pantofole del primo piano, con un tono a metà tra la signora Rottelmeyer di Heidi e l’istruttore di Full Metal Jacket, come mai la IV C non fosse in classe, ma in auditorium. La risposta fu semplice ed esaustiva: “Professore, non lo sa che tutte le quarte avevano l’incontro con quelli delle banche?”. “Tutte? Ma chi ha deciso?”, risposi sbigottito e ancor più alterato”. “Prof”, continuò la bidella (a me piace ancora chiamarla bidella!), “la circolare della Preside parlava chiaro”. Ecco, lo sapevo, è sempre una fottutissima questione di circolari, che ormai appaiono on line inaspettate come Freddy Krueger in Nightmare. D’altronde la vita social è sempre una questione di circolari, sms, mail, messaggi WhatsApp o Messenger letti male, ignorati, rimossi o spediti alle persone sbagliate.

A questo punto non mi restava che cercare di capire cosa fare. Di fronte a me si aprivano quattro strade:

– far finta di niente, andare al bar a prendere l’ennesimo caffè, sedermi seraficamente in auditorium, indossare gli occhiali da persona colta e intelligente, correggere le verifiche della V B su Hegel ripetendomi nella testa che non sempre il reale è razionale, oppure sedermi in auditorium in ultima fila e leggere, neanche troppo di nascosto, qualche news e post su Facebook;

– entrare in auditorium come il mitico Bud Spencer in “Lo chiamavano Bulldozer”, inveire come Giordano Bruno quando viene arso vivo in piazza Campo dei fiori dalla Santissima Chiesa Cattolica Romana;

– entrare in auditorium e reagire come un padre che di fronte alla propria figlia si appresta a uscire con un ragazzo che la vuole condurre a un concerto di Gigi d’Alessio e portarla via con la forza, quasi bruta;

– entrare in auditorium, con una lanterna in pieno giorno, come il folle di Nietzsche, e annunciare la morte di Dio e contemporaneamente l’avvenuto tramonto dell’Occidente.

Alla fine scelgo una quinta via, inizialmente non prevista: mi siedo in fondo alla sala e, con rinnovata curiosità filosofica, inizio a osservare e ad ascoltare, come se fossi una sorta di tertius super partes. Di fronte a me si staglia la vincente figura di un trentenne, vestito finto casual con capi rigorosamente firmati, barba hipster che avrei voluto immediatamente rasare per rispetto alla mia barba tardo ottocentesca, il quale usa una neo lingua post orwelliana, fatta di parole vuote ma appariscenti e di stucchevoli slogan fondati sull’ideologia del successo e del merito come, ad esempio, “investi sul tuo futuro”, “metti in gioco i tuoi talenti”, “affronta la vita in modo dinamico”.

Dopo appena dieci minuti, un senso di nausea sartriana mista all’ira di Achille mi assale. Vorrei intervenire per smascherare le menzogne del moderno imbonitore al servizio delle banche. Vorrei gridare che non ho scelto di fare il professore nomade di filosofia per accompagnare gli studenti alla corte di fondazioni bancarie che invitano ad aprire un conto corrente legato allo studio! Sto per intervenire, sto per togliere le catene che mi sono auto-imposto quando, a squarciare il velo di Maya di tale fenomenica ipocrisia, giunge puntuale, come il controllore del bus quell’unica volta che non hai fatto il biglietto, la domanda di un allievo, all’apparenza dormiente. “Ma a cosa ci serve tutto ciò se in Italia non c’è lavoro? Se la disoccupazione giovanile è al 35 per cento? E se quando per miracolo riesci a lavorare sei precario e sottopagato. Mio fratello lavora per una cooperativa nelle biblioteche di Torino e si becca quattro euro e cinquanta l’ora”.

Di colpo un silenzio pesante come un macigno scende sull’auditorium. Il giovane saltimbanco delle banche, balbettando, tenta di sostenere che, quando si è in un periodo di crisi e vi è poco lavoro, è ancora più importante investire in formazione e nell’acquisizione di competenze, dunque la loro proposta di conto corrente agevolato e di prestito per studenti è un’occasione da non perdere, una porta da aprire sul futuro. Ma è tutto invano. L’incantesimo di plastica è ormai stato rotto dalla domanda dello scaltro e incauto studente. Al silenzio tombale segue il rumore di una platea a quel punto distratta, stanca e disillusa. Il campanello dell’intervallo scatena un fuggi fuggi generale, peggio di Caporetto, lasciando, vicino al pc e alle slide mestamente proiettate sullo schermo, il giovane laureato in economia in compagnia di un paio di studenti dall’aspetto “nerdoso”, i quali, più per un innato senso del dovere che per reale interesse, prendono le brouchures della fondazione bancaria, così come avrebbero preso i volantini di Tecnocasa o dell’Auchan.

Lentamente decido di avvicinarmi. “Buongiorno professore”, mi dice, con una sicumera minata dalla faticosa e infruttuosa prestazione con gli studenti, il giovane cantore delle opportunità del mercato del lavoro. “Buongiorno”, replico con moderata gentilezza. “Posso chiederle una cosa?” “Certamente mi dica, sono a sua disposizione”. “Ma lei, crede veramente in quello che dice e propone agli studenti?”. Il ragazzo della Fondazione subito mi guarda stupito e poi mi dice: “Non capisco, cosa vuole insinuare, perché mi chiede ciò?”. E io: “Sicuro di non aver capito?”. “Mi dispiace, ma non capisco proprio!”, mi risponde stizzito. Mi guardo intorno. Vedo il tecnico pronto a spegnere il proiettore, la bidella intenta a raccogliere un paio di cartacce lasciate a terra dagli studenti e non mi par vero di poter pronunciare la frase che Kirk Douglas pronuncia al termine di Orizzonti di Gloria al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, il quale crede che il giovane colonnello abbia cercato di salvare la vita dei suoi soldati condannati a morte per codardia solo per mostrarsi coraggioso e intraprendente agli occhi dei generali e far così carriera militare. “Dispiace a me per lei, che non capisce”.

Metto lo zaino in spalle, raccolgo gli appunti su Guglielmo da Ockam, le verifiche di Hegel, e mi dirigo in terza C, nella speranza di poter leggere con gli studenti l’Apologia di Socrate, ma con l’incubo di trovarmi un promotore di Apple o Samsung che sta proponendo ai ragazzi uno stage in azienda.

 

 

 

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

di Matteo SAUDINO

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico.

Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.

Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi.

Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona.
Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica.

La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.

La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.

Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8 paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).

In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento dei quell’idea di scuola democratica, ormai incompatibile, con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.

Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.

In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie.

La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale.

Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva.

E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo.

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e delle vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa.

Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.

Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente.

Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.

Un albero per crescere necessità di tempo.
L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo.
La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo.
Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo.
La bellezza necessita di tempo.
Per essere felici ci vuole tempo.

La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

LA MATURITA’ DI DONNARUMMA

LA MATURITA’ DI DONNARUMMA

Gigi Donnarumma e Alessia Elefante

di Matteo SAUDINO

Care studentesse e cari studenti che nelle scorse settimane avete sostenuto l’esame di stato, se per qualche secondo avete invidiato la scelta di Gigio Donnarumma di non sostenere la maturità e di volare ad Ibiza con la fidanzata per godersi le meritate vacanze dopo gli impegni calcistici con l’Under 21, sappiate che non siete degli stupidi, dei lavativi, degli ignoranti o dei menefreghisti. Non avete nulla di cui vergognarvi. Se avete fatto questo pensiero è semplicemente perché siete figli del vostro tempo e non siete ipocriti come gli adulti.

Nella società di mercato che noi grandi vi abbiamo costruito, sono le sacre regole economiche della domanda e dell’offerta a stabilire chi vale e quanto vale, chi è libero e chi è schiavo, chi merita di vivere o di annegare in mare.

Tutto è una variabile del profitto, istruzione e formazione compresa. Vi abbiamo insegnato e ripetuto che bisogna studiare per prendere i voti, per avere un diploma, per superare i test a numero chiuso, per andare all’università e per lavorare.

Dunque, perché mai, dopo aver firmato un contratto quinquennale a sei milioni l’anno, il giovane portiere del Milan dovrebbe impegnarsi a sostenere l’esame di stato? Per l’amore della conoscenza? A cosa gli serve oggettivamente un diploma se il sistema scolastico è finalizzato ad avere successo nella vita? Mal che vada, un domani, avrà sempre tempo e denaro per ottenerne uno. Non nascondiamoci in queste occasioni dietro il valore educativo e formativo dell’istruzione e del sapere.

Viviamo in un Paese in cui l’arte è finanziata dal super-enalotto, in cui i governi costantemente tagliano le spese per teatro, cinema, musica, in cui ci sono soldi per salvare le banche ma non per mettere in sicurezza gli istituti scolastici, in cui la cultura è presentata e percepita come elitaria, noiosa e superflua a meno che non sia veicolata sotto forma di quiz, reality e talent da personaggi più o meno famosi o abbinata ad eventi mondani culinari o sportivi che siano.

Perché in una società che ha come unici criteri di giudizio della realtà il denaro, il successo e l’utilità privata, un diciottenne plurimilionario dovrebbe faticare per conseguire un diploma? La scuola e l’istruzione sono quotidianamente offese e derise da politici, giornalisti, cantanti, stilisti e opinionisti di ogni sorta: i professori sono un branco di incapaci fannulloni, chi studia e legge è uno sfigato, le lauree e i diplomi servono a poco o a nulla.

Care studentesse e cari studenti che state sostenendo l’esame di stato, in realtà io prima mi sbagliavo.

Probabilmente di quelle giornate vi rimarranno le notti insonni, gli in bocca al lupo dei nonni, le paure di aver sbagliato tutto e di non valere niente, le telefonate e i messaggi con gli amici per carpire informazioni sui commissari o per consolarvi a vicenda; probabilmente vi rimarranno i baci e gli abbracci prima di entrare agli orali, le delusioni e le gioie per il tema sulla Natura, per la versione di latino su Seneca o per il quesito di matematica sulla bici con le ruote quadrate; o forse vi rimarranno nella memoria la tesina assemblata negli ultimi giorni, il 60 raggiunto per miracolo o il 90 ottenuto con caparbietà e impegno.

Qualunque cosa vi rimarrà, però sarà stata vissuta in modo autentico e profondo e nessuno potrà togliervi la bellezza di quei sacrifici, di quei successi o di quelle delusioni.

Prima mi sbagliavo perché anche se vi daranno dei moralisti o peggio degli idealisti, dovete indignarvi per un mondo che ha mercificato il sapere sino a renderlo inutile, superfluo o funzionale solo al lavoro e al denaro. Dovete incazzarvi perché 6 milioni l’anno ad un diciottenne saranno giusti per le regole del calciomercato, ma non per quelle dell’etica.

Dovete arrabbiarvi perché la spavalderia con cui Donnarumma non è andato a sostenere l’esame di maturità va di pari passo con la boria di chi paga decine di migliaia di euro per frequentare Università esclusive che ti rendono uno studente più prestigioso e dunque oggi più appetibile e domani più ricco nel mercato del lavoro e della vita trasformata in merce.

Si studia o non si studia per essere merci più pregiate in grado di dominare le merci più scadenti. Tutto ciò non ha nulla a che fare con lo studiare e il crescere come uomini e donne liberi in una comunità che voglia collaborare.

L’arroganza del denaro apre sempre la porta dell’ignoranza, varcata la quale viene meno la bellezza del sapere ed ogni felicità è meramente illusoria perché fugace e fondata sull’esclusione e sul dolore degli altri.

Siamo di fronte ad uno scontro tra paradigmi educativi senza precedenti nella storia.

L’IMBECILLITÀ DEL RAZZISTA

L’IMBECILLITÀ DEL RAZZISTA

di Matteo SAUDINO

Il razzista, di ogni colore e di ogni latitudine, è probabilmente la massima epifania dell’imbecillità.

Ecco in breve il perché di tale incommensurabile imbecillità.

1. Il razzista è imbecille perché è razzista nel suo agire e parlare, ma, quasi sempre, nega pubblicamente di esserlo. Pertanto il razzista è un paradosso spazio-temporale: esiste e non esiste al contempo.

2. Il razzista è imbecille perché pur non esistendo le razze, egli pretende comunque di esistere e di importunare tutti sparando una quantità industriale di cretinate e fandonie. Il razzista costruisce la sua identità per antitesi, è un nulla che esiste a partire da alterità inventate: gli ebrei hanno ucciso Gesù, hanno diffuso le peste e continuano a controllare le banche; oppure, gli indios, conquistati e sterminati a decine di milioni, erano senza dio, non avevano l’anima ed erano tutti cannibali: e ancora, gli immigrati, in fuga da guerre, vogliono invaderci, conquistarci e convertirci. Cretinate su cretinate, falsità su falsità che il razzista imbecille tramuta in verità.

3. Il razzista è imbecille in quanto non comprende la realtà sino a deformarla e rovesciarla. Facciamo alcuni esempi: i profughi ricevono 2.5 euro al giorno e dormono in strutture che costano allo stato 20 euro al giorno, ecco che per l’imbecille razzista i rifugiati vivono in alberghi a 5 stelle e ricevono 35 euro al giorno; gli immigrati pagano le tasse, contribuiscono al sistema pensionistico italiano, ma per l’imbecille razzista, spesso evasore fiscale, sono un costo e uno spreco di denaro; gli immigrati raccolgono pomodori, mele, peperoni, arance, uva per 5 o 8 euro al giorno, ed ecco che per l’imbecille razzista ci rubano il lavoro; i governi riducono i diritti del lavoro, aumentano l’età pensionabile e tagliano lo stato sociale, stai certo che il razzista imbecille farà un bel corteo contro gli immigrati che invadono il suo Paese, Italia, Ungheria o Gran Bretagna che sia.

4. Il razzista è imbecille perché si fa manipolare da chi è ricco e potente. Non c’è montatura, idiozia, stupidaggine, falsità che governi, partiti, network, multinazionali decidono di propagandare senza che l’imbecille razzista non la sostenga con cieca e ottusa dedizione, l’importante è che abbia sempre una buona carica di odio e violenza, in modo da liberare le frustrazioni represse. Ed è così che c’è sempre uno zingaro, un ebreo, un musulmano, un negro, un napoletano, un marocchino, o qualcuno più a sud o est di lui, su cui sfogare rabbia e fallimenti.

5. Il razzista è imbecille perché riduce i problemi complessi a soluzioni semplici, binarie: la colpa è dell’altro, di chi è da sempre diverso da me. Siccome io non capisco la complessità la annullo. Non riesco a fare un puzzle da 500 pezzi, allora faccio quello da 4 di mio nipote che ha tre anni.

La dimostrazione più elevata, direi quasi inconfutabile, dell’imbecillità del razzista c’è la offre la storia e nello specifico il nazismo. Infatti, se un pederasta, basso, bruno con i baffi (Hitler), uno storpio sociopatico (Gobbels) e un panzone pervertito (Goering) sono riusciti a spacciarsi come teorici, esempi e difensori della razza ariana, allora il razzista è veramente l’incarnazione suprema dell’imbecillità. Va bene il contesto sociale ed economico post prima guerra mondiale, va bene la genialità maligna del Fuhrer, ma guardandoli e osservandoli anche di sfuggita qualche dubbio sulla purezza della razza poteva anche sorgere, invece… niente di niente, perché gli imbecilli non hanno dubbi: credere, obbedire e combattere.

6. Il razzista è talmente imbecille da renderti imbecille, in quanto le sue non argomentazioni e le sue stupidità sono talmente irrazionali, illogiche e infondate da non poter esser confutate e contraddette. L’imbecillità del razzista ti trascina nel buco nero della stupidità dove si comparano le mele con le pere, le altezze con le lunghezze, i minuti con i litri e in cui le cose sono così perché sono così. E così gli zingari rapiscono i bambini, i musulmani sono violenti, i napoletani rubano e puzzano, i profughi sono terroristi, i rumeni sono violenti, gli ebrei sono usurai, gli extracomunitari violentano le nostre donne. Ed è così perché è così. O al massimo è così perché l’ho sentito dalla D’Urso, lo ha detto Salvini, l’ho letto su Libero o su Facebook.

7. Infine, il razzista è il massimo dell’imbecillità perché non si scaglia contro l’attore, lo sportivo e la modella di colore o lo sceicco con il panfilo, anzi chiede loro quasi sempre un autografo o di farsi un selfie; l’imbecille razzista discrimina con violenza i deboli, i poveracci e i marginali, coloro che fuggono da guerra e miseria in cerca di vita e fortuna. Il razzista è imbecille, ma non per questo non è pericoloso, anzi. Di imbecillità in imbecillità, la Storia ha prodotto tragedie, violenze, discriminazioni che hanno alimentato il dominio dei pochi sui molti. Per questo l’imbecillità del razzista non va giustificata, ma combattuta con tutti i mezzi culturali che abbiamo a disposizione.

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Prima guerra mondiale. Perchè io non festeggio il 4 Novembre

Prima guerra mondiale. Perchè io non festeggio il 4 Novembre

guerra

di Matteo SAUDINO

Ricordo con rabbia e con dolore

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori. 

La prima guerra mondiale sancì la sconfitta del pacifismo e la drammatica fine della sinistra internazionalista, che fu sostituita dalla miope nascita delle sinistre chiuse nei recinti delle patrie.

Dalla macerie economiche e dalla macelleria sociale di tale intervento in guerra, che il governo italiano firmò in segreto a Londra contro la volontà del Parlamento, a maggioranza neutralista, e con il decisivo appoggio del re Vittorio Emanuele III, sorgeranno la dura repressione del movimento operaio e il ventennio di dittatura fascista.

La lucida cecità e crudeltà della classe dirigente liberale e nazionalista e dei vertici militari europei condusse il vecchio continente al suicidio politico ed economico e alla morte di oltre dieci milioni di persone.

Per questo, oggi come ieri, davanti alle guerre di “lor signori“, mascherate da conflitti per la nazione, per dio, per la pace, per la giustizia o per la libertà, l’unica soluzione è l’obiezione di coscienza, come atto di virtù e di lungimiranza politica.

Nota a piè di pagina.

Il 4 novembre come festa delle forze armate e della vittoria della prima guerra italiana fu reintrodotto nel calendariano repubblicano da Carlo Azeglio Ciampi, al fine di aumentare il senso di appartenenza alla patria del popolo italico, il quale si identifica nella nazione solo quando giocano gli azzurri del calcio.

Una mossa ideologica che prova a trasformare un giorno di lutto e disperazione in una ricorrenza pubblica in cui poter celebrare le patrie virtù.

Ma la memoria di quell’inutile strage non può essere stravolta.

La festa del 4 novembre non cancellerà mai il vero volto della grande guerra: quello di Cadorna che scappa mentre i soldati muoiono a Caporetto o quello dei carabinieri che sparano alle spalle dei soldati che ripiegano in trincea perché non vogliono morire trafitti dalle mitragliatrici nemiche.

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