DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

Mamma anni '50

di Ivana FABRIS

E così, dopo averci fatto fare, per oltre 50 anni, DUE lavori pagandoci per UNO solo perchè lo sanno tutti che “two is meglio che one” e spesso anche pagate male.

Dopo averci sfruttate come peggio non si sarebbe potuto: casa, figli, lavoro e ancora figli, lavoro e casa.

Dopo averci penalizzate rispetto alla maternitá.

Dopo averci COLPEVOLIZZATE per la maternità: prima perchè facevamo troppi figli, tra cui troppe femmine in quanto incapaci di figliare dei maschi, poi perché lavorando toglievamo loro troppo tempo, poi perchè li facevamo e questo creava problemi ai datori di lavoro, adesso perchè non ne facciamo più.

Dopo averci tolto il lavoro, dopo averlo tolto ai nostri compagni costringendoci a qualunque lavoro sottopagato e sfruttato pur di mettere insieme almeno un pasto al giorno.

Dopo averci tolto la 194 costringendoci a tenerci figli che non possiamo o non vogliamo avere.

Dopo aver devastato quel po’ di stato sociale che avevamo togliendo consultori e servizi sanitari gratuiti grazie ai colpi di scure su tutto ciò che è pubblico per ingrassare coi nostri soldi le banche.

Dopo averci ricondotte alla sudditanza…OGGI il governo ci dice che ha istituito il Dipartimento Mamme.

Beh, potevate farci sapere senza tante cazzate semantiche che in realtá avevate in mente di trascinarci indietro al 1920 e che da questo momento in poi possiamo solo essere deputate o al ruolo di schiave o al ruolo di fattrici.

Magari diteci anche che se i nostri compagni ci pesteranno o ci faranno fuori, sarà stato perchè ce la siamo cercata e il quadro è completo.

Poi vi stupite se siamo furiose ma state sereni, niente di personale da parte nostra, ci mancherebbe!

Solo così, giusto per essere informate quel tanto che basta a noi per dirvi che il vostro Dipartimento Mamme, popolato da mamme con stipendi da 15.000 euro o da signore e signorine la cui più grande preoccupazione è decidere per noi quello che neanche sanno delle nostre vite, ve lo potete mettere dove non batte il sole perchè se pensate che quando ci chiederete figli per la patria col vostro Dipartimento, ci troverete rassegnate e arrese, avete sbagliato a capire.

DIPARTITEVI VOI membri di questo partito patriarcale anarco-capitalista che è il PD, le vostre dipartimentiste Signore e Signorine Coccodè e tutto il vostro Dipartimento a mammeta e pure a soreta!

IL NEOLIBERISMO, UN MONDO DI MODELLI CONTRO LE DONNE CHE SCELGONO DI ESSERE MADRI

IL NEOLIBERISMO, UN MONDO DI MODELLI CONTRO LE DONNE CHE SCELGONO DI ESSERE MADRI

Lavoro donna madre

di Patrizia GALLO

Ricordo gli scritti di un noto pediatra, Marcello Bernardi autore di libri come “La maleducazione sessuale -Dalla repressione alla liberazione del piacere come premessa ad una società non autoritaria”.

Lo stesso spirito informava la famosa guida per genitori: “Il nuovo bambino“.

Mi colpivano allora, giovane mamma, l’apertura, il buonsenso, lo humour, e nel contempo il rigore con cui trattava di argomenti pedagogici e di cura, nel porgere i suoi consigli preziosi ai genitori.

Ecco, penso a quanto lontani siano da quei suggerimenti, i modelli ansiogeni e distruttivi e il delicato equilibrio di una donna alle prese con un bambino piccolo e con il lavoro.

Si cerca di stare a galla, al prezzo della rinuncia a prendersi cura di sé nella relazione.

Tutto urge e spinge alla prestazione perfetta, al distinguersi in qualche modo in ogni campo.

Ma i tempi della cura e degli affetti, della maturazione della consapevolezza e dell’alterità nei rapporti, sono lenti e si misurano con l’ascolto e il darsi tempo sufficiente per comprendere chi siamo, e in relazione a chi.

Perché quel bimbo è altro da noi e abbiamo tutto il diritto di conoscerlo e farci conoscere da lui.

Per poterlo amare e proteggere e consentire a lui di farci crescere insieme.

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

Una riflessione psicologica sull’utero in affitto

 
Il mondo nuovo
 
 
L’immagine è tratta da una delle copertine del libro “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che nel suo libro ha descritto una società futura, non troppo lontano per la verità, nella quale la procreazione è completamente sganciata dai rapporti sessuali.
 
di Sergio STAGNITTA

Monica Ricci Sargentini è una giornalista del Corriere della Sera che, volendo capire meglio come viene gestita nei centri specializzati la maternità surrogata, ha deciso di prendere un appuntamento in un Centro Californiano. Nel suo articolo racconta come si è svolto questo primo appuntamento, scoprendo fatti molto importanti (a fine post, vi lascio il link al suo racconto completo).

Nella sua descrizione si presentano scenari ai quali io, e molto probabilmente molti come me, non avevano nemmeno pensato: uno mi ha colpito in particolare… La Sargentini ad un certo punto chiede: “ma se la mamma surrogata dovesse cambiare idea e tenersi il bambino?” La coordinatrice dei pazienti le risponde: “La mamma sei tu, lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto.

Non commento subito e parto da alcune informazioni tecniche.

Si definisce utero in affitto o meglio, maternità surrogata, la pratica di procreazione nella quale una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per altri.

Ci sono due forme di maternità surrogata o “gestazione per altri” (GPA): la Surrogazione gestazionale, che consiste nel trasferimento nell’utero della madre surrogata di embrioni formati con il seme del padre e della madre (o di donatori nel caso di sterilità di uno dei due). Questa forma viene utilizzata da donne che non possono sostenere una gravidanza. La Surrogazione tradizionale, in cui il seme del padre è utilizzato per fecondare la madre surrogata che è quindi anche la madre biologica del bambino.

Chi può ricorrere a queste forme di maternità? In genere donne prive di utero o ovaie, donne che soffrono di patologie che metterebbero a rischio la vita della gestante e coppie di uomini gay.

Il primo mito da sfatare riguarda il collegamento, ormai praticamente quasi assoluto nei dibattiti pubblici e privati, che chi usufruisce dell’utero in affitto è gay.

Qualche giorno fa ho letto una statistica ripresa dall’Ansa che riporta due dati molto significativi: il primo, che le gravidanze in affitto portate a termine aumentano, negli Stati Uniti, ogni anno del 20%; il secondo dato riguarda gli “utilizzatori finali” di questo metodo di procreazione, secondo la Sai (Surrogate Alternatives Inc.), sette su dieci sono coppie eterosessuali, il resto sono coppie gay e uomini single.

Io ritengo che questo dato sia estremamente importante e significativo perché spesso, soprattutto in Italia, si prova a strumentalizzare i temi legati ai diritti civili e la procreazione, legandoli esclusivamente agli omosessuali, introducendo così una distorsione che spesso rende difficile ragionare in modo produttivo sulle diverse situazioni.

Svincolato quindi l’utero in affitto dalla sola pratica omosessuale possiamo ragionare in libertà sul valore della stessa da un punto di vista psicologico.

Il titolo del mio post “L’oscuro oggetto del desiderio” che riprende il titolo di un famoso film di Luis Buñuel, mette l’accento sull’aggettivo “oscuro”, nel senso che io non riesco a trovare nessun vantaggio nell’uso di questa pratica di procreazione nella ricerca di un desiderio di maternità o paternità.

Proverò di seguito ad argomentare la mia affermazione da tre punti di vista, tre angolazioni differenti ma, come capita spesso, legate le une alle altre: il dono, il mercato e il corpo. 

È solo un dono…

 
Molti affermano, e alcuni paesi tra i quali l’Inghilterra lo inseriscono in modo esclusivo nella propria legislazione, che la sola e giusta modalità per legittimare questa pratica è che sia un dono, ovvero che non ci sia alcun interesse economico. La maternità surrogata è legittima ed eticamente accettabile solo se si trasforma in un atto di generosità.

Rifletto, molto semplicemente, sul senso di un regalo: io posso donare qualcosa di mio, sono libero di regalare ad altri un oggetto, anche molto prezioso, tutti i miei beni, compresa la mia stessa vita, e nessuno può contestare la mia decisione.

Il problema in questo caso è che il dono riguarda un essere umano che per giunta non è neanche nostro.

Sì, perché i figli non sono una nostra proprietà privata, come avveniva nell’antica Roma, e allora come posso donare una cosa che non è mia?

I figli sono affidati ai genitori i quali hanno il diritto/dovere di accudirli ed educarli, cercando di dargli gli strumenti per essere persone più possibile felici, facilitando, nella crescita, soprattutto l’indipendenza e la libertà, l’esatto contrario del possesso che prevede che una cosa comprata è mia per sempre.

Il concetto di dono si basa, quindi, sull’erronea concezione che l’utero sia una sorta di incubatrice, un luogo neutro che produce un prodotto, una proprietà, che si può scambiare, barattare o donare.

È solo libero mercato…

Il secondo aspetto è quello che in assoluto mi fa più rabbia, già la categoria del “dono” è molto ambivalente, figuriamoci quella della compra-vendita.

Vedremo, più avanti, ciò che la psicologia dice rispetto alla relazione madre-bambino e i danni di questa modalità di procreazione, qui però mi soffermo sulla dimensione sociale, quindi politica, dell’utero in affitto.

La maggioranza degli stati che consentono la maternità surrogata, tranne poche eccezioni, come abbiamo visto, permettono anche che quest’ultima si possa quantificare in denaro.

Si definisce un contratto nel quale la donna si impegna a portare avanti una gravidanza e cedere il bambino alla nascita ai “legittimi proprietari” in cambio di un compenso in denaro.

Ma chi può accettare un simile contratto? In generale mi chiedo: quale potrebbe essere la motivazione di una donna che accetta la richiesta di un estraneo a portare nel suo utero per nove mesi il suo bambino?

Sarà un preconcetto, ma è difficile immaginarla benestante, felicemente sposata con prole e con una bella professione e disposta ad accogliere per nove mesi un bambino trascurando magari figli, marito e lavoro!

Io penso, e credo di non discostarmi troppo dalla realtà dei fatti, che le donne disponibili a questa pratica semplicemente sono persone povere che “concedono” il loro utero per soldi.

E allora provo rabbia perché questo legittima la prepotenza dell’uomo ricco sul povero, legittima lo sfruttamento del corpo degli altri (come nella prostituzione) a fini economici; solo perché io sono più fortunato e ricco posso permettermi di pagare una donna che per necessità si deve sottomettere ai miei desideri!

Non importa se la coppia sia composta da omosessuali, un uomo solo, una donna sola o una coppia eterosessuale, qui è in gioco il principio più profondo della dimensione umana: la libertà, che purtroppo molto spesso si perde quando siamo in difficoltà e con essa si perde anche la dignità.

Nel mondo esistono milioni di bambini che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza, in orfanotrofi, brefotrofi, bambini sfruttati, violentati, senza cure e molto spesso anche senza cibo, mi chiedo: ma perché mai noi dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza?

Qui è in gioco quindi non solo la dimensione psicologica, ma anche e soprattutto quella di classe di appartenenza, la casta che mi legittima la spesa di oltre 100 mila euro per portarmi a casa “l’oggetto, oscuro, del mio desiderio”.

Anni di lotta di classe, comunismo, emancipazione economica e culturale buttati al vento.

Secondo me, prima ancora della destra ancorata ai tradizionali valori della famiglia si dovrebbero indignare gli uomini e le donne di sinistra, le femministe (ed infatti lo hanno fatto con diversi manifesti, come quello pubblicato da Libération e firmato da oltre 160 personalità), chi combatte le ingiustizie salariali, sociali, chi parla di uguaglianza di diritti: ecco perché ritengo che la mia riflessione non è, e non vuole essere, in nessun modo, una riflessione ideologica o di parte. 

È solo un corpo…

 
 

“Noi siamo esseri relazionali”

Arrivo quindi alla terza e ultima riflessione, quella psicologica, sulla pratica dell’utero in affitto.

La caratteristica più importante degli esseri umani, quella per la quale penso che valga veramente la pena vivere è che noi siamo esseri relazionali; fin dal concepimento siamo nati per amare ed essere amati.

Esistono innumerevoli studi che descrivono il profondo legame che si costituisce tra la madre e il bambino, ricerche che hanno dimostrato che il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre donne; lo stesso per l’odore del suo latte e alcuni tratti comportamentali.

Tutto è programmato affinché il bambino e la madre (in futuro anche il padre), si leghino tra di loro in nome di una protezione e un sano sviluppo.

Ricerche a parte, veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente?

Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?

Io, addirittura, mi spingo ancora oltre…

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo anche di coppie e mi è capitato di avere in terapia donne e uomini che provavano ad avere un bambino, e così ho potuto verificare personalmente che la relazione tra genitori e figli nasce ancora prima del concepimento.

Mi ricordo di una giovane donna che aveva deciso con il suo compagno, dopo un periodo di difficoltà, di avere un bambino.

Ho capito che il suo desiderio si stava consolidando dentro di lei quando mi ha iniziato a parlare di come si immaginava sarebbe stato questo bambino, lo prefigurava nella sua mente, si immaginava il suo viso, le serata passate insieme e molto altro.

Questi aspetti – i desideri, le fantasie, i legami, la costruzione di una maternità, la nascita e poi tutto lo sviluppo affettivo – sono solo alcuni degli elementi che ci rendono e ci permettono di rimanere umani nonostante il progresso e i nuovi diritti acquisiti.

Annullare queste spinte profonde vuol dire trasformare le persone in oggetti.

Naturalmente è chiaro che ci sono, come ho affermato prima, bambini che nascono in condizioni di grande disagio, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori adottivi affidabili, che si sono legati a loro con profondo amore, consentendogli di sanare la loro ferita.

La genitorialità si costruisce ed è proprio vero che un bambino si lega alla persona che lo ama, anche se non è il genitore biologico.  

Io però mio chiedo perché farlo nascere già con questa ferita?

Una cosa è sanare una ferita, altra cosa è crearla!

Riferimenti

Se volete approfondire il tema del mercato dell’utero in affitto, vi consiglio di leggere questo breve racconto di una giornalista, Monica Ricci Sargentini, che ha contattato un centro Californiano per la maternità surrogata, ecco il link: “Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri” https://goo.gl/Yiegrm

fonte: http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/psicologia-della-vita-quotidiana/utero-in-affitto-quell-oscuro-oggetto-del-desiderio/

PARTIGIANE OGGI, CONTRO LA RESTAURAZIONE DELLA MINISTRA LORENZIN

PARTIGIANE OGGI, CONTRO LA RESTAURAZIONE DELLA MINISTRA LORENZIN

Beatrice Lorenzin

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES

Oggi il nostro blog e tutto il MovES, ricordano la Resistenza parlando delle donne che l’hanno resa possibile.

Parla delle Partigiane e di come queste, malgrado l’apporto dato alla lotta di Liberazione non solo del paese ma anche quella delle donne stesse, abbiano subito, persino dai loro stessi compagni di lotta, l’emarginazione e il controllo sociale.

Bene, proprio in considerazione di questo, e a pochi giorni dal 25 Aprile con tutti i suoi significati, le donne si sono ritrovate a dover fronteggiare un nuovo attacco alla loro indipendenza, alla loro capacità di autodeterminazione, ai loro diritti.

Non più di tre giorni fa, la Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ci ha dis-onorate ancora una volta delle sue esternazioni. Ed anche discriminate.

Ha fatto affermazioni che qualcuno imputerà incautamente alla sua pochezza – così come spesso si sente dire per strada o si legge nei social – ma che invece è ben altro.
Infatti, le sue parole, sono qualcosa che definire aberrante non rende neanche lontanamente l’idea.

Qualcosa che ha PROFONDAMENTE DISGUSTATO TUTTE LE DONNE, madri naturali, madri affidatarie o adottive, non madri. Tutte le donne. Tutte quelle donne consapevoli di cosa significhi ed abbia significato essere RICONOSCIUTE come PERSONE prima ancora che come donne.

Qualcosa che attinge ad una forma sottile – ma non meno oscenamente grave – di violenza e che veicola altrettanta violenza per l’immagine che continua a costruire per il modello femminile che vorrebbe questo sistema: SOLO CORPI DA USARE.

In pratica ha affermato che: “…siamo destinate alla gravidanza”.

Ha parlato, quindi, di tutte noi come fossimo fattrici al pari delle vacche di una stalla di bovini da latte o da riproduzione, come fossimo soltanto corpi e corpi regolati unicamente per la riproduzione, come se tutto il nostro universo gravitasse solamente attorno alla maternità, come se il nostro unico scopo nella vita fosse quello riproduttivo, come se in quanto solo corpi non avessimo diritto ad essere consapevoli di cosa significhi maternità.

Come se quarant’anni di diritti per AUTODETERMINARCI e per una maternità consapevole con ciò che questo comporta e rappresenta, conquistati con sangue, sudore e lacrime, fossero stati spazzati via con un colpo di mano picchiato con violenza sul tavolo della politica di questo paese insieme a tanti altri diritti sociali.

La frase in sé, dunque, è semplicemente rivoltante.

È decontestualizzata, osserverà qualcuno, ma spiace disilludere i soliti noti perché non è che contestualizzandola poi suoni meglio o suoni diversa, anzi, è persino peggio!

Peggio perché ci descrive come un ammasso di cellule e chimica organica, perché ci riduce al rango di organismi viventi ma NON SENZIENTI.

Peggio perché subdolamente usa argomentazioni che parlano di diversità e di diritto alla maternità, di protezione dei diritti delle donne e sono argomentazioni che hanno l’ardire di voler veicolare che il suo è un messaggio che va VERSO le donne e NON CONTRO di esse.

In pratica USA qualcosa che appartiene al nostro linguaggio CONTRO DI NOI.

Esattamente come agisce un certo femminismo borghese e radical-chic che non fa meno orrore delle affermazioni della Ministra ma che proprio per questa tecnica comunicativa, sa come infiltrarsi tra la massa delle donne che non sono addentro alle vere tematiche femministe e quindi inculcare argomentazioni ancora manipolatorie a favore del sistema.

MAI, dal dopoguerra ad oggi, abbiamo assistito ad un tale attacco ai diritti delle donne. MAI.

Mai perchè oggi non partiamo dall’anno zero dei diritti e qui, invece, si sta facendo una vergognosa opera di restaurazione!

Quello di questa Ministra, è un attacco continuativo che non conosce sosta, per giunta sostenuto e diffuso proprio da quel sedicente femminismo da centrosinistra salottiero che, esattamente come accade anche su altre tematiche politiche manipolate dallo stesso, si rende perfettamente funzionale e organico al sistema.

Un esempio fra tanti è come questo femminismo liberal (come se femminismo e liberal non fosse un ossimoro) sostiene che la prostituzione sia un lavoro come un altro, come raccoglier pomodori o fare i letti.

Lo chiamano infatti “lavorare con la vagina”, che soltanto a leggerla è un’affermazione che dovrebbe solo fare ribrezzo visto quello che implica, visto che usare la propria sessualità NON COINVOLGE solo pezzi anatomici ma anche la sfera intima di una donna con quel che ne consegue.

Corpi come merce, il dettato tanto caro al neoliberismo qui declinato al sistema patriarcale.

Ma tornando in tema, questa gentil signora, al di là dell’essere Ministra, parla dall’alto della sua condizione sociale di privilegiata.
Parla da donna che a differenza delle comuni mortali, ha potuto diventare madre usufruendo della fecondazione artificiale ottenuta con un certo dispendio economico e all’estero e che, in tasca alle donne che ogni giorno devono barcamenarsi per far sopravvivere dignitosamente la propria famiglia, fa i conti da perfetta adepta del sistema che rappresenta e decide chi ha diritto e chi no di accedere alle cure e alla salute.

Ma soprattutto parla da donna del regime, anzi, parla come parlerebbe una delle tante virago che fiancheggiavano e sostenevano il famigerato ventennio, opprimendo e schiavizzando altre donne in funzione del servizio che esse facevano alla dittatura, quando una donna doveva essere solo animale da riproduzione e prona ai voleri del patriarca e del patriarcato sociale che veniva esercitato oltre che da tutto il contesto ambientale, anche dall’intera cerchia famigliare.

Il modello che la Ministra insiste col voler diffondere come fosse un virus letale, attraverso l’immagine che tratteggia e continua a tratteggiare di ciò che le donne devono essere per compiacere il regime italiano che ci ha imposto il neoliberismo, è un’immagine che risale agli inizi del ‘900 e forse anche prima di quel periodo.

Una donna TOTALMENTE al servizio di un potere che non ha comunque mai smesso di tentare di sottometterla in quanto soggetto che alleva gratuitamente la forza-lavoro necessaria al capitalismo, in quanto principale soggetto che forma individui che devono essere graditi al sistema che, laddove una donna fosse veramente libera di scegliere, se ne guarderebbe BENE dall’esserne omologata.

Per questo le prime ad essere colpite all’inizio della crisi economica sono state le donne che sono state ricondotte loro malgrado, mediante la disoccupazione, al “focolare domestico”.

Per giunta con quell’orrenda frase consolatoria propalata dalla società intera, che tutto sommato è normale e pure benefico per una donna stare a casa “con tutto quello che ha sempre da fare!”, perché come sappiamo tutte, la miglior forma di controllo del sistema di potere, è rendere DIPENDENTI le donne, è togliere loro la possibilità di esercitare la propria volontà, le proprie scelte e di poter essere rilevanti e contare dentro e fuori la famiglia.

In più è comodo avere comunque costantemente forza lavoro gratuita nell’allevare figli – meglio se a ripetizione perché così non hai neanche la forza di ribellarti e di renderti conto che sei ancora viva – ed è altresì comodo avere badanti a titolo gratuito per accudire gli anziani di un nucleo famigliare, vicariando se non sostituendo l’assenza dello Stato sociale di un paese e a zero costi.

Per questo si rende impossibile alle donne di abortire malgrado l’esistenza di una legge dello Stato come la 194: ti prendono per consunzione e sfinimento nel peregrinare in cerca di un non obiettore, in molti casi fino a farti rassegnare a tenerti un figlio che non avevi previsto e ti condannano non solo a maggiore esclusione sociale ma anche a sentirti umanamente e intimamente sempre più invisibile e inconsistente, socialmente parlando.

Per questo, oggi che la crisi e l’austerità imposta dalla UE mediante leggi che deprimono l’occupazione, le donne servono per sopperire alla disoccupazione dei loro compagni mediante lavori in nero di qualunque natura che le donne riescono a reperire più di quanto offra il mercato del lavoro sommerso, quando riguarda gli uomini.

Per questo si veicola sistematicamente l’immagine della donna che finalizza tutta la sua esistenza alla maternità (attuando una restaurazione storica spaventosa) e si diffonde a reti unificate dai media mainstream e dai social, colpendo l’immaginario soprattutto delle giovani, che le donne sono solo corpi, carne, ammassi di cellule, tessuti organici ma MAI pensiero, MAI intelligenza, MAI professionalità, MAI capacità e, peggio del peggio, MAI autonomia.

In tutto quanto sta avvenendo, a me che sono nata proprio all’inizio degli anni ’60, la propaganda di sistema a mezzo Lorenzin, riporta l’immagine di quegli anni.

Solo che in mezzo c’è passato mezzo secolo e mezzo secolo estremamente rilevante per le conquiste delle donne malgrado siano state sempre inadeguate perché il patriarcato, in questo paese, non è MAI morto anche a causa della cultura e l’indottrinamento ricattatorio, moralista e colpevolista catto-clericale italiano esercitato anche da una parte della componente maschile della stessa sinistra.

Le donne della mia generazione e quella precedente, sanno di cosa parlo e sanno esattamente dove ci vuole portare questo governo servo di un sistema colonialista che mira alla distruzione e alla schiavizzazione delle donne proprio per piegare un’intera società.

Quindi di sicuro le donne meno politicizzate rischiano di essere manipolate comunque da questa propaganda di sistema.

Non è infatti difficile pensare che il modello che tenta di imporre la Lorenzin costringa molti cervelli a fare un grosso sforzo affinchè quelle immagini non si sovrappongano alla realtà storica vissuta.

È anche vero, però, che da qualche parte nella mente di tante donne come me, la memoria storica delle nostre battaglie e delle nostre conquiste, comunque residua ed è viva, chiusa in qualche cassetto della mente, ma viva.

Ed è questo a darmi speranza per il domani, in un simile momento.

È il pensiero che per aprire quel cassetto, serva solo la forza di una mano.

È il sapere che quella mano può essere solo quella che appartiene ad una sinistra autenticamente femminista.

È il sapere che quella mano è proprio qui.

È il sapere che sono già tante mani, tutte unite attraverso le azioni e il pensiero del Movimento Essere Sinistra.

Mio figlio, allontanato da me per un “disturbo relazionale”

Mio figlio, allontanato da me per un “disturbo relazionale”

senza giustizia

La lettera di una madre

Contro la violenza sulle donne,  per promuovere la pace evitando di scivolare in falsa retorica, affinché tutte le donne siano informate di ciò che è accaduto a me come donna e come mamma e per non permettere che certe cose succedano ancora ad altre donne e altre mamme, voglio far conoscere a tutti coloro che vorranno leggere questo mio racconto sulle violenze che sono state fatte a me e a mio figlio minore, a mia madre, unica nonna vivente del minore (di anni 76) e a tutta la mia famiglia, per mano di cosiddette “donne” di alcune Istituzioni, perché ciò che dico corrisponde a verità.

Il giorno 5 marzo 2014 la Giudice (omissis) del Tribunale di (omissis) ha commesso la più grande violenza si possa fare nei confronti di una donna madre, quella di toglierle il proprio figlio.

 

    • Il fatto è accaduto nel corso di udienza di divorzio tra la sottoscritta, (omissis) e il mio ex marito (omissis).

 

    • La giudice (omissis) dopo aver ascoltato a lungo mio figlio (omissis) (nato il ../../2004), che continuava a ripetere di non voler andare a casa del padre perché diceva che veniva sempre maltrattato e umiliato offeso e deriso dal padre e dalla compagna, lo ha costretto ad andare con il padre “promettendogli “ falsamente che dopo soli 3 giorni sarebbe stato riconsegnato alla mamma.

 

    • Due giorni dopo il giorno 7 marzo 2014 la giudice (omissis) ha emesso ordinanza di allontanamento di (il figlio) dalla mamma, disponendo divieto per la mamma di avvicinarsi a tutti i luoghi frequentati dal figlio, divieto di vederlo non prima che fossero trascorsi 45 giorni e successivamente di vederlo solo in luogo “protetto” alla presenza di operatori specializzati all’interno della stanza, per non più di 45 minuti, in incontri videoregistrati.

 

    • Nella stessa ordinanza la giudice (omissis) ha disposto 1 telefonata al giorno tra madre e figlio della durata massima di 10 minuti, registrata e sotto il controllo del padre o di persona di sua fiducia, il collocamento di mio figlio presso l’abitazione paterna, l’affidamento di mio figlio al consultorio ASL (omissis) di (omissis), sito in (omissis), (omissis), la presa in carico di mio figlio da parte del servizio tutela salute mentale (omissis) di (omissis), e terapia psicologica (Neuropsichiatra (omissis)).

 

    • Dal giorno dell’allontanamento attuato, venivano improvvisamente troncate tutte le relazioni affettive del minore: l’unica nonna vivente, descritta da tutti gli specialisti chiamati a relazionare nel merito negli anni su disposizione del Tribunale quale riferimento affettivo significativo, presente sin dalla nascita del nipote quotidianamente nella sua vita, insieme a tutti i parenti di ramo genitoriale materno, venivano estromessi dalla vita del minore, e anche interrotte le sole comunicazioni telefoniche tra gli stessi.

 

    • La sottoscritta poteva rivedere il figlio solo dopo 50 giorni in spazio neutro.
      Il bambino in quella data stava malissimo presentava tic agli occhi (muoveva ripetutamente le palpebre con moto rapidissimo e poi sgranava gli occhi continuamente), aveva la bocca escoriata, le pellicine delle unghie tirate a sangue, croste sulle gambe, orticaria e pruriti diffusi ovunque e “pancia stranamente gonfia, rotonda e durissima” e continuava a ripetere “mamma sto male, mamma sono preoccupato, tanto preoccupato”.

 

    • L’incontro è stato videoregistrato ma non è mai stato consegnato il relativo supporto seppur richiesto.

 

    • La sottoscritta ha fatto presente alle istituzioni e alle Autorità della situazione osservata, e, prima è stato risposto che “ovviamente” il bambino stava male perché aveva subito il trauma dell’allontanamento, poi è stata richiesta e ottenuta la sospensione della potestà della mamma, in modo che la stessa non desse più fastidio e non avesse modo di interferire nelle loro decisioni, e, contestualmente è stata richiesta nuova ennesima perizia psichiatrica sulla mamma con nomina di nuovo e diverso CTU psichiatra, e a distanza di soli 3 mesi da quando era stata depositata l’ultima perizia psichiatrica sulla mamma, nonostante fosse stato accertato e concluso che non c’erano disturbi a suo carico.

 

    • Il CTU che veniva nominato era il Prof. (omissis), che, stravolgendo i dati psicometrici dei test psicodiagnostici da me effettuati modificava i risultati e riportava indice PTI = 4 (positivo a 5) laddove risultava dai documenti depositati agli atti nel fascicolo di causa indice PTI = 1, diagnosticando dunque di conseguenza disturbi di pensiero alla mamma che incidevano sulle capacità di cura del figlio e sulla possibilità di prendersi cura dello stesso. L’indice PTI infatti, è l’indice che segnala i disturbi di pensiero
      Dunque, sebbene la sottoscritta sia stata sottoposta a ripetute perizie psichiatriche psicodiagnostiche da specialisti pubblici incaricati dal Tribunale di (omissis) e di (omissis) dal 2011 alla data odierna, le quali tutte uniformemente hanno sempre continuativamente e costantemente escluso nel tempo qualsiasi patologia a carico della sottoscritta, e anzi hanno certificato la perfetta condizione psicofisica e le capacità e intelligenza superiori alla media, il dottor (omissis) sulle carte, perché bisogna sottolineare che NON ha mai visitato la mamma e nemmeno l’ha mai incontrata, è stato capace di stravolgere i dati diagnostici per diagnosticare la presenza di disturbi a carico della sottoscritta, e, determinare la sospensione della potestà della mamma sul figlio.

 

    • Per di più, la giudice (omissis), ha disposto che la madre doveva seguire “percorso terapeutico presso il centro salute mentale di (omissis), e sostegno genitoriale presso il centro (omissis) di (omissis), pur essendo domiciliata in (omissis) (da far notare anche che sempre la stessa giudice (omissis) ha disposto che l’ex marito versasse alla sottoscritta assegno mensile per il mantenimento pari a euro 100,00, impedendole di fatto la possibilità di “sopravvivenza” che lo Stato riconosce con assegno sociale pari a euro 500,00 circa – senza tener conto che l’ex marito è comandante pilota di aerei e negli anni versava alla moglie mensilmente per il mantenimento suo e del figlio su disposizione del Tribunale complessivamente prima euro 2.000,00 (anno 2000), divenute poi 1.500,00 (anno 2008), divenute poi, 900,00 ( anno 2010 ), divenute oggi 100,00 (anno 2014)

 

    • Successivamente, la stessa giudice (omissis), “sulla base delle dichiarazioni rese dagli operatori incaricati di seguire il caso, assistente sociale (omissis) e psicologa (omissis), e tenuto anche conto di quanto evidenziato dalla neuropsichiatra infantile (omissis), e, considerando che (la madre) non ha intrapreso alcuno dei percorsi indicati dal Tribunale volti al recupero della relazione madre figlio (senza tener conto che la madre si trovava in (omissis) e non poteva effettuare i percorsi arbitrariamente e scriteriatamente disposti a (omissis) e a (omissis) nemmeno volendo perché con 100 euro al mese non riusciva nemmeno a sopravvivere figuriamoci a sostenere viaggi di centinaia di chilometri (!!!), ha emesso ulteriore ordinanza restrittiva delle visite e delle telefonate tra madre e figlio ritenendo e disponendo “nel solo ed esclusivo interesse del minore che il minore possa vedere ed incontrare la madre unitamente alla nonna materna 2 volte all’anno in occasione delle festività Natalizie e del suo compleanno in uno spazio neutro e sotto la supervisione di operatori specializzati, in un incontro che avrà durata non superiore a 45 minuti, e possa sentire la mamma per non più di 10 minuti nella giornata di mercoledì in una fascia oraria compresa tra le ore 18 e le ore 21, allorché (la madre) sarà contattata telefonicamente da (il padre) o dallo zio paterno del minore o dalla compagna del padre”, e la nonna, insieme alla mamma e preferibilmente in unica telefonata, la domenica per non più di 15 minuti complessivamente” (ord.del 09 aprile 2015 )

 

    • Infine, il Tribunale di (omissis) con ordinanza del 17 maggio 2016 ha mandato al servizio affidatario del minore (omissis) di organizzare e calendarizzare nell’interesse del minore, 4 incontri tra la mamma e il figlio e la nonna e il nipote, in una fase sperimentale relativa al periodo maggio/novembre 2016, “avuto riguardo al parere favorevole reso dal servizio affidatario di concerto con la dottoressa (omissis) psicoterapeuta privata che effettua psicoterapia al minore (dottoressa ulteriormente aggiunta nel tempo per ulteriore psicoterapia da effettuarsi sempre sullo stesso minore che però i servizi affidatari continuano a dichiarare che “sta bene”), indicata dalla dottoressa (omissis), neuropsichiatra infantile del servizio (omissis), servizio incaricato dal Tribunale di (omissis) di prendere in carico il minore successivamente all’attuato allontanamento dalla mamma. Il risultato di questa fase sperimentale di osservazione e valutazione sarebbe dovuto essere funzionale alla predisposizione delle future modalità di incontro tra gli stessi, come riportato nella relazione di aggiornamento depositata nel fascicolo d’ufficio della causa R G n. (omissis), in data 30/03/2016.

 

L’ultimo incontro di questa fase sperimentale è avvenuto in data 12/10/2016.

Tuttavia da quella data alla data odierna non è mai stato predisposto nessun calendario di incontri tra me e mio figlio, né tra la nonna e il nipote.

Nemmeno risulta depositata agli atti alcuna relazione nel merito contenente eventuale motivazione dell’attuata inibizione degli incontri.

Anzi, risulta audio videoregistrazione del colloquio di restituzione intercorso al termine dell’ultimo incontro avvenuto tra me e mio figlio, dalla quale è possibile sentire che lo specialista del Centro Risorse di (omissis), luogo individuato dal Tribunale per lo svolgimento degli incontri “protetti “ tra madre e figlio , mi ha riferito che gli incontri hanno avuto esito positivo e che sarebbe stato necessario modificarne le modalità in quanto quelle attuali non risultavano essere utili né tanto meno costruttive.

Dopo oltre 2 mesi, in data 21 dicembre 2016, al termine dell’incontro avvenuto in occasione delle festività natalizie tra me e mio figlio, lo specialista del centro Risorse nel corso del colloquio di restituzione relativo, mi ha confermato l’esito positivo anche di questo ulteriore incontro e ha continuato sulla necessità di modificarne le modalità nell’interesse preminente del minore.

Inoltre, il dottore mi ha riferito che nella riunione intercorsa con le operatrici del servizio affidatario, le stesse hanno dichiarato che non sarebbe stata apportata nessuna modifica alle modalità degli incontri tra madre e figlio perché la signora (la madre) non aveva effettuato il percorso terapeutico disposto dal Tribunale e dunque non avrebbe potuto vedere il figlio.

Informato sui fatti, lo specialista psicologo del Centro Salute Mentale competente territorialmente per residenza della sottoscritta, (servizio pubblico competente), in data 17 ottobre 2016 ha inoltrato formale comunicazione dichiarando che i percorsi disposti dal Tribunale risultavano già avviati da oltre 1 anno.

Tuttavia, dopo alcuni mesi, esattamente il giorno 23 gennaio 2017, la Neuropsichiatra del servizio (omissis), dottoressa (omissis), che segue mio figlio in qualità di medico specialista incaricato dal Tribunale, e opera in rete con i servizi affidatari, è stata ascoltata come teste in un procedimento penale (pendente nei miei confronti per denunce strumentali presentate dal mio ex marito in merito a fatti MAI accaduti e comportamenti pregiudizievoli che io avrei tenuto nei confronti di mio figlio e che oggi sono risultati infondati e non corrispondenti) e, ha riferito al Giudice lo stesso identico concetto espresso dalle operatrici dei servizi affidatari dichiarando anch’essa che “la signora (la madre) non ha intrapreso il percorso di sostegno alla genitorialità disposto dalla giudice (omissis)”, pertanto, “NOI riteniamo che non possa vedere il figlio”, palesando accordo di intenti con i servizi incaricati.

E di fatto, gli incontri tra me e mio figlio da allora e fino alla data odierna sono stati inibiti.

Nemmeno risultano calendarizzati incontri futuri né depositati agli atti relazioni nel merito.

Oltre a ciò, risultano anche inibite le frequentazioni tra la nonna e il minore dalla data del 14 settembre 2016 e, in assenza di motivazioni.

Come anche inibite risultano le frequentazioni del minore con tutti i parenti di ramo genitoriale materno e anche le comunicazioni telefoniche, e, sempre in assenza di motivazioni.

Alla data odierna, 08 marzo 2017 risulta pertanto:

  1.  che gli operatori incaricati di seguire il caso e la dottoressa (omissis) Neuropsichiatra del servizio pubblico (omissis), hanno riferito alle Istituzioni preposte alle cure educazione e istruzione del minore e alle Autorità Giudiziarie competenti fatti che sono risultati non conformi al vero e circostanze che sono state smentite dalle testimonianze rese in sede civile e penale oltre che dalle prove acquisite nei procedimenti pendenti
  2. che le parole utilizzate dall’assistente sociale (omissis) e dalla dottoressa (omissis) nel corso della deposizione resa nel giudizio penale il giorno 23 gennaio 2017 sono chiare ed inequivocabili e non lasciano spazio a fraintendimenti di alcun tipo. I termini utilizzati dalle dottoresse nel corso delle loro deposizioni esplicitano comportamento continuativo e costante nel tempo nei confronti dei coniugi (omissis), di assoluta parzialità e pregiudizio nei confronti della sottoscritta, volontà punitiva e coercitiva nell’esercizio delle loro funzioni. Ad ogni buon fine in via esemplificativa e non esaustiva riporto testualmente quanto dichiarato dalle stesse: (omissis) “la (la madre) doveva sottostare … noi con lei non parlavamo, il signor (il padre) diceva, il signor (il padre) ci informava, ci comunicava, ci chiedeva, e noi facevamo … senza accertare, non era compito nostro … lei non eseguiva e così io ho scritto una relazione al tribunale dei minorenni raccontando quello che ci diceva (il padre) per fargli sospendere la potestà che infatti gli hanno sospeso”; (omissis) “il signor (il padre) mi diceva, mi telefonava, mi chiedeva … che il bambino stava tutto il giorno sul divano a guardare la televisione, senza frequentare nessuno, senza andare a scuola, senza avere contatti con i coetanei … obeso …”
  3. che dalle testimonianze rese risulta che il signor (il padre) aveva contatti costanti e continuativi con assistenti sociali e Neuropsichiatra (omissis) (omissis), che lui scriveva telefonava riferiva chiedeva e i servizi affidatari inoltravano le prescrizioni alla signora (la madre), che doveva eseguire e sottostare (si fa notare che le prescrizioni venivano inoltrate alla signora (la madre) senza preavviso di tempo utile e necessario per l’organizzazione dello svolgimento della visita, ma su questo punto l’assistente sociale ha risposto che “ tanto la signora non lavorava e dunque … mentre il signor (il padre) lavorava e dunque…), ma, poiché non sottostava andava punita con inoltro relazioni strumentalmente create sulla base di fatti segnalati dallo (il padre), e non accertati da nessuno, e, le andava tolta ogni possibilità di intervento e gestione sul figlio con minacce, poi di fatto attuate, di sospensione di potestà e di allontanamento del figlio, con collocamento presso il padre o addirittura presso casa famiglia (da notare che i servizi affidatari hanno accuratamente evitato di contattare qualsiasi parente di ramo genitoriale materno estromettendoli dalla vita del minore – quegli stessi parenti che il bambino vedeva quasi giornalmente sin dalla nascita e con i quali aveva costruito legami affettivi significativi e stabili, che ancora oggi cerca e che gli vengono inspiegabilmente negati)

Che dopo 3 anni di costante e continuativo lavoro svolto in rete dai i responsabili delegati dal Tribunale nella cura educazione e istruzione di mio figlio (omissis) e di interventi attuati e ritenuti utili a tutela della sua salute psicofisica, risultano documentati i seguenti risultati nei rispettivi ambiti:

  1. in ambito scolastico, laddove risulta che quel bambino che quando era collocato dalla mamma frequentava serenamente la scuola con profitto, partecipava dinamicamente alle lezioni e si rapportava con i coetanei interagendo con gli stessi, oggi risulta un bambino con “bisogni speciali e necessità di sostegno”
  2. in ambito relazionale laddove risulta che viene ignorato dai suoi coetanei “nessuno si vuole sedere accanto a lui”, disadattato, vittima di bullismo
  3. in ambito familiare, laddove è stato audio video registrato di continui maltrattamenti subiti dal minore, punizioni inflitte che durano oltre 15 giorni consecutivi dove il bambino viene privato di giochi, tv, svago, frequentazioni e uscite, recluso in camera sua a studiare e ristudiare la stessa materia ossessivamente o fare e rifare lo stesso compito per “perfezionarlo”, sgridato quotidianamente e condizionato e manipolato mentalmente dalle figure di riferimento, impaurito dalle stesse con le quali “non può parlare”, “è preoccupato” e manifesta sintomi ansiosi e stressogeni completamente ignorati, e anzi, il bambino viene colpevolizzato “sono preoccupato … mi sudano le mani, poi le mani sudate si appiccicano al foglio che si sporca e lo devo fare rifare e rifare”. Alle ore 21.00 il bambino dice “è da questa mattina alle ore 11.15 che faccio sempre lo stesso compito che già avevo fatto prima di Natale … la mia scrittura è con le zampe di gallina… (la compagna del padre) mi sgrida sempre … ma io devo andare veloce e allora viene così … ho paura di andare all’inferno … io spero di andare in paradiso, ma se uno fa cose sbagliate … non posso raccontarti … io voglio andare in paradiso”
  4. in ambito affettivo, laddove il bambino risulta privato totalmente del rapporto affettivo della mamma con la quale non gli è permesso nessun contatto, e dell’unica nonna vivente di anni 76, con la quale non gli è permesso nessun contatto, e di tutti i parenti di ramo genitoriale materno che non gli è permesso neanche solo di sentire telefonicamente dal giorno 5 marzo 2014, ovvero dall’attuato allontanamento dalla mamma
  5. in ambito sanitario, laddove è stato certificata in data 29/03/2016 diagnosi di disturbo mentale in asse I “disturbo oppositivo compulsivo”

Nonostante ciò, il padre del minore continua a rappresentare impunemente al Tribunale attraverso il suo legale fatti non conformi al vero che continuano a determinare inverosimilmente emissione ordinanze “immediate” e in accoglimento di ogni sua istanza.

Proprio in data 30 gennaio 2017 ha depositato una memoria difensiva evidenziando ancora

  • che la (la madre) ha svolto opera demolitoria dell’equilibrio psicofisico del fanciullo fino alla data che il minore aveva abitato con la madre, laddove è risultato l’esatto contrario, essendo stato dichiarato dai testi ascoltati in questo procedimento, oltre che risultare da tutta la documentazione medica in essere dalla nascita del minore e fino alla data odierna, che il minore fino a quando era collocato dalla mamma era un ragazzo sereno, che andava a scuola con piacere, che andava bene a scuola, era motivato e aveva normali quotidiani rapporti di relazione con i coetanei con i quali si rapportava e interagiva. Non era obeso e faceva sport continuativamente e costantemente (docenti scuola elementare; genitori coetanei; maestri sportivi;sanitari e specialisti strutture pubbliche e private) e laddove è risultato che sono stati prodotti “guasti” al minore a causa e per effetto dell’allontanamento richiesto e disposto, e delle terapie intraprese, e dei comportamenti attuati, come spiegato scientificamente e descritto dalla letteratura
  • chiedendo strumentalmente al giudice di richiedere alla (omissis) una relazione di aggiornamento sull’andamento della terapia intrapresa da (il figlio) “al fine di verificare gli esiti del percorso riabilitativo intrapreso dal minore” laddove la (omissis) ha già certificato che il minore presenta disturbo oppositivo compulsivo, che dalla disamina di tutta la documentazione medica esistente sin dalla nascita del minore, oltre che dalle testimonianze rese sia nel civile che nel penale, oltre che dalle audio videoregistrazioni in essere alcune delle quali disposte per ordine della stessa Giudice (omissis) e di altre di autorità, NON ERA PRESENTE fino a quando il minore era collocato presso la madre e intratteneva continuativamente e costantemente rapporti equilibrati con tutti i parenti dei rispettivi rami genitoriali, oltre che con i coetanei e in assenza degli attuali registrati maltrattamenti e comportamenti “punitivi” e deprivazioni in ogni ambito, con condizionamento psicologico e manipolazione mentale attuati attraverso inibizione della propria autodeterminazione e della inibizione degli affetti e nonostante sia stata proprio lei a seguire “psicologicamente” il minore; la giudice, Dottoressa (omissis), ha prontamente accolto l’istanza e disposto in conformità, evidentemente senza porsi alcun dubbio sulla strumentalità dell’istanza, laddove a chiunque viene spontaneo chiedersi cosa mai dovrebbe relazionare una professionista che ha avallato l’allontanamento del minore dalla mamma, che ha espresso parere sulle visite e telefonate tra la mamma e il figlio e tutti i parenti di ramo genitoriale materno nonché relativamente a tutti gli ambiti della vita del minore determinando emissione sentenze relative conformi e sulla base del suo parere medico espresso? Potrebbe forse riconoscere i propri errori? Potrebbe mai non difendere le proprie sciagurate scelte? Potrebbe mai riconoscere di aver imposto al minore terapie psicologiche e percorsi psicologici non necessari, né risultati utili, e addirittura ammettere di aver danneggiato il minore, la mamma, la nonna modificandone l’esistenza e il corso della vita degli stessi … oppure tenterà ad ogni costo e in ogni modo di difendersi?

La verità che emerge è che mio figlio minore (omissis) è stato allontanato da me e da tutto l’ambiente di riferimento materno per “disturbo relazionale” diagnosticato dalla CTU dottoressa (omissis) “a vista” e su impressioni/valutazioni soggettive, in assenza di qualsiasi indagine diagnostica/testologica

, e che le misure disposte e attuate conseguentemente dal Tribunale di (omissis) nel procedimento in corso RG (omissis) corrispondono alle misure suggerite per i casi di “PAS/alienazione parentale”, ridefinito “disturbo relazionale”.

Che la teoria relativa al disturbo è priva di riconoscimenti ufficiali a causa della assenza di evidenze scientifiche e non è codificata dai principali sistemi classificativi delle malattie DSM–5 e ICD 10, oltre a non essere basata su studi fondati e replicabili, ma costruita sulla base di una falsa premessa, ovvero un forte pregiudizio secondo il quale la stragrande maggioranza delle accuse di maltrattamento in famiglia in particolare quelli mossi dalla parte nel caso di controversia per l’affido, sono risultate false, artificiosamente costruite allo scopo di ottenere indebiti vantaggi in sede giudiziale, come appunto nel mio caso, laddove le procedure di valutazione offerte hanno rifiutato di prendere in considerazione tutte le spiegazioni alternative al comportamento della/e parte/i coinvolta/e, mettendo a rischio l’incolumità e la salute del minore, che di fatto a distanza di 2 anni dal giorno dell’attuato allontanamento dalla mamma e da tutto l’ambiente familiare materno è stata certificata come danneggiata con emissione diagnosi di disturbo mentale in asse I al minore “disturbo oppositivo compulsivo” (cert. 29/03/2016)

Che appare quanto meno inopportuno che professionisti si siano riferiti a una patologia non riconosciuta a livello scientifico e non classificata come malattia, laddove anche la federazione nazionale dell’ordine dei medici, la società italiana di psichiatria e la società italiana di pediatria si sono espresse contro il suo utilizzo, sottolineando come in assenza del necessario conforto scientifico si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”, come infatti accaduto nel mio caso.

Una madre

 

fonte: https://mammeinrete.wordpress.com/2017/04/16/mio-figlio-allontanato-da-me-per-un-disturbo-relazionale/

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