BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

BULLISMO, IL SESSISMO NON C’ENTRA PROPRIO NIENTE?

 

di Laura BASSANETTI, insegnante
(COMITATO PER LA SCUOLA PUBBLICA PADERNO DUGNANO)

 

Bullismo, cyberbullismo, ostilità: un pugno all’insegnante.
Il sessismo non c’entra proprio niente?
Meno maschilismo = meno bullismo.

Il maschio spacca tutto è accettato, la femmina no. La sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e così vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento”.
Ancora: “I movimenti del corpo, i gesti, la mimica, il pianto, il riso sono pressoché identici nei due sessi all’età di un anno o poco più mentre cominciano in seguito a diversificarsi.. a quest’età sono aggressivi maschi e femmine. […] Mentre più tardi l’aggressività del bambino continuerà ad essere diretta verso gli altri, la bambina diventerà auto aggressiva per aderire al modello che la società impone e che le vuole incanalate verso la debolezza, la passività, la civetteria”.

Queste sono riflessioni tratte da un libro pubblicato nel 1973 dalla scrittrice sociologa Elena Gianini Belotti.
Un testo, senza esagerare, in grado di cambiare l’esistenza di chi lo legge, posto che fino a quel momento sia stata vissuta (come spesso accade), nell’incoscienza e nell’adesione acritica allo stereotipo: genere maschile/genere femminile. “Dalla parte delle bambine” è stato letto e apprezzato da tante donne come testo importante nella battaglia femminista.

Si può riscontrare, anche nelle più banali esperienze personali, il fatto che ogni volta in cui si subisce la prepotenza, la denigrazione di chi è “bullo” si ripropongono gli argomenti del machismo, si estremizza la polarizzazione di genere e si ricalcano gli schemi della gerarchia tra esseri umani.

Le bambine sono vittime di illazioni, scherni o aggressioni per ciò che riguarda il loro aspetto fisico: poco attraenti, non abbastanza formose, goffe, troppo introverse, troppo “secchione”.
O al contrario: troppo vivaci, troppo appariscenti, troppo carine.

Ogni qualvolta, anche con la scusa di “educare” si propongono con (forse) buone intenzioni delle “regole”: no ai pantaloni strappati, si al codice di abbigliamento per le donne, al di là del sostenere che in un certo contesto si dovrebbe adottare l’abbigliamento adeguato, bisognerebbe tenere i piedi per terra e il contatto con la realtà.
In questa società il dress code femminile avvalla l’idea che la donna provoca un certo tipo di attenzione, è un “oggetto” per altrui sfogo e va coperto.

Ma nessuno si domanda se tra tutto ciò e i femminicidi esista un qualche tipo di nesso.
Per ciò che riguarda i ragazzi invece, quelli che sono disinteressati agli sport, alle squadre di calcio, al fare la lotta o che amano giocare a cucinare o alle bambole rischiano di passare gli anni scolastici additati come strani o sfigati.
Inoltre: se sono le ragazze a fare “le bulle” vanno all’attacco di quante stanno fuori “dai canoni”, di quelle che non si interessano di trucco o di abbigliamento, dei ragazzi che si distinguono come i più timidi o più riflessivi.

Senza parlare di coloro che fin dagli anni della scuola manifestano la loro personalità e se è vista come fuori dai canoni (se un maschietto volesse sposare un altro maschietto, per esempio) possono trascorrere gli anni della gioventù in un incubo dai contorni medievali: non pochi purtroppo hanno commesso gesti estremi o sono rimasti tutta la vita segnati da vili atti di razzismo subito.

È quindi così peregrino affermare che se ci fosse meno sessismo, ci sarebbe meno bullismo?

Non a caso, alcuni sistemi educativi d’avanguardia insistono molto perchè bambini e bambine facciano le stesse cose cioè entrambi accudiscano bambolotti, stirino, cucinino o giochino a calcio, rugby e quant’altro.

Però in Italia siamo ancora pieni di spot pubblicitari, cartelloni, testi scolastici nei quali
le mamme fanno rigorosamente “le mamme” (cioè puliscono, stanno dietro ai figli) e i papà (per strani, non scientificamente comprovabili, motivi) sembrano più “naturalmente” portati per dipingere le pareti e andare in bicicletta.

Nel ragazzo che colpisce l’insegnante, si può vedere una delle estreme conseguenze della filosofia maschilista?
Arrivando alla violenza fisica su una donna, si esprime una profonda incommensurabile frustrazione, un’intolleranza radicata e forse quel gesto cerca di riproporre un potere.

Quello stesso potere che venne descritto ancora, dalla stessa Elena Gianini Belotti dopo “Dalla parte delle bambine” in un successivo saggio “Prima della quiete“, che attraverso la vicenda dell’insegnante elementare Italia Donati denunciò le terribili condizioni di vita di molte maestre del primo novecento italiano.

Perseguitata dalle attenzioni violente del suo padrone di casa, calunniata e discriminata dall’intera comunità cittadina, la maestra Donati giunge al suicidio: nell’impossibilità di trovare alcun sostegno al suo dramma di sottomissione e solitudine.

I meccanismi del bullismo sono sempre identici, ogni qualvolta un gruppo di persone cerca di imporre il potere della maggioranza o mostra paura di qualcuno che mostra un punto di vista diverso.
Ecco che si manifesta come è già stato notato nelle “chat” purtroppo, di genitori.
E può finire solo in un modo.
PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

PERCHÈ SBATTERE LO STUPRO IN PRIMA PAGINA

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Sbattere lo stupro in prima pagina, farlo diventare volutamente un tassello delle tante paure che formano un mosaico, meglio se commesso dallo “straniero” per renderlo più utile all’opera.

Un mosaico che una volta completo servirà allo scopo: quello di arrivare insieme a tanti altri di essi ad ingenerare nella popolazione quel senso di precarietà, di incertezze e di timori al fine di barattare le paure con una presunta sicurezza imposta da una entità tramite, in questo caso, la formazione di una opinione pubblica all’uopo.

In questo è necessario l’apporto di un pensiero che sia anche xenofobo e comunque limitato, superficiale, colpevolmente complice, salvo poi nascondere o minimizzare – perché di “sistema” – reati quali la pedofilia quando toccano il Vaticano in alcuni suoi componenti o politici (caso Ruby), prostituzione, prostituzione minorile e turismo sessuale (e noi italiani abbiamo un record tristemente notorio al riguardo) e che sono gli aspetti più estremi.

Oppure registrare e archiviare velocemente, a volte quasi in sordina, fatti di cronaca anch’essi estremi come il femminicidio e le violenze sulle donne che scaturiscono dalle paure di alcuni uomini che le combattono con differenti modi e mezzi perchè temono la loro forza e la loro indipendenza, non rivestendole della dovuta importanza e gravità quando i fatti non concorrono a creare un mostro comodo al sistema.

Partono dall’interno delle nostre mura domestiche (i panni sporchi vanno lavati in casa) trovando poi riscontro e terreno fertile in una società maschilista, aggressiva e arrogante, volta all’annientamento, al non rispetto, alla cultura del nemico, alla mercificazione dei corpi (non solo mediante la pubblicità) togliendo dignità all’essere, e il più delle volte la donna non riesce a sottrarsi essendone vittima più o meno inconsapevole.

Lo stupro sbattuto in prima pagina serve allo scopo, data la sua gravità, e quindi sono più evidenti gli effetti che sortisce nel volerli vedere risolti ai fini della sicurezza senza analizzarne però mai, sia la causa dalla quale scaturisce e sia le concause per le quali viene favorita nel manifestarsi.

Lo stupro è una malattia sociale ma anche mentale sia come forma di dominio sia come forma di depravazione e come tale deve essere considerata e trattata, ma qualcosa non quadra: sbattere lo stupro in prima pagina e mai le concause, il continuo sottrarre risorse da parte del governo e delle istituzioni per effetto domino alla salute dell’individuo negandogli il diritto all’accesso anche in chiave preventiva è volto al perseguimento di questo obiettivo ed è lo stesso modus operandi utilizzato in tutti i settori del sociale che concorrono allo stato di fatto.

Il tutto viene intenzionalmente ignorato, i mass media asserviti lo devono ignorare, l’opinione pubblica non deve rendersi conto che anche lo stupro viene usato, violentando due volte la donna, per alimentare paure e fra sì che si punti ad uno stato repressivo ma che non sa fare prevenzione, anzi, non vuole farme.

Il maschilismo invece è storico ed ha una sua origine storica che coincide con la scoperta della pratica dell’agricoltura facendo essa da spartiacque nel passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale e rafforzato poi dalle posizioni ideologiche delle religioni monoteiste: per questo il maschilismo è sempre attuale ma fa meno paura dello stupro proprio perché strutturato e portato alla normalizzazione all’interno della società.

Di certo non è meno grave, anzi, visto che millenarmente ha mietuto molte più vittime e ne miete ancora.

Bisogna rifondare la società ripartendo dalle famiglie, dalla scuola, dal lavoro, dalla società intera ma vivere una condizione politica che sottrae volutamente le risorse all’educare e dove possibile, rieducare al rispetto e al riconoscimento dei diritti delle donne – che logica vorrebbe invece essere destinate in quanto naturali ad un adeguato sviluppo sociale a 360 gradi – impedisce di prendere la via di questo processo di presa di coscienza.

Il pesce puzza dalla testa e si continuerà a fare i conti invece con donne stuprate, donne ammazzate, donne abusate, si continuerà a sbattere lo stupro in prima pagina utilizzandolo come notizia del giorno per orientare la massa e al tempo stesso per nascondere impunemente i reati del sistema.
STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

vittima dello stupro
di Maria G. DI RIENZO

La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato”.

A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato, denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta.

Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate.

Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”.

E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?“

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì.

Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”.

Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide.

Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/30/e-questa-la-giustizia/

Chi ha paura della cultura femminista?

Chi ha paura della cultura femminista?

Giovane donna

di Lea MELANDRI

Perché, mi chiedeva Rossana Rossanda, in uno degli ultimi incontri che abbiamo avuto in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perché il femminismo non è riuscito a generalizzare la sua cultura? E’ la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni ’70 e che torna ancora oggi di sconfortante attualità.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficoltà e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne: la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano “connaturati” al loro sesso, e a cui fa da copertura più o meno consapevole la “neutralità”; l’intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao già trent’anni fa, “comporta affrontare punti di fondo dell’origine della società in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, forme e natura dell’assistenza” (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

E’ questa “rivoluzione” dell’ordine esistente – e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici- che spaventa?

Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell’autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermità e dipendenza infantile dal corpo che l’ha generato? 

Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l’interrogativo che più inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l’adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico.

Se la bontà come virtù ha perso smalto, non si può dire lo stesso per l’imperativo che vuole le donne “brave e belle”.

Non è forse questa l’immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica? Se non sono corpi-sfondo-cornice, esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome.

Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell’ascolto come nella mediazione, in quell’arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.

A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società – a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell’altro -, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilità nuove.

Quello che qualcuno ha chiamato sprezzantemente “piccoli cenacoli autoreferenziali”, residui di una “vecchia guardia” femminista preoccupata di mantenere la propria “egemonia, sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all’arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo.

L’indignazione per le donne-oggetto, per lo scambio sesso-carriere, per la prostituzione trattata come opportunità di emancipazione femminile, ha portato anni fa un milione di donne e uomini nelle piazze.

Come mai allora tanto silenzio sulla cancellazione dell’intelligenza che ha saputo negli anni costruire un’immagine del maschile e del femminile fuori dagli stereotipi di genere, un’idea di individuo “intero”, né solo corpo né solo mente, la prospettiva di una collettività responsabile della conservazione della vita, di quello che è rimasto finora destino di un sesso solo?

Non c’è bisogno di richiamare l’attenzione, come abbiamo fatto tante volte, sui grandi eventi culturali – la Fiera del libro di Torino, il convegno annuale dei filosofi di Modena, ecc. – dove i libri e le riviste del femminismo sono pressoché assenti.

filosofi Modena

Nel suo delirante ma lucidissimo sessismo, Otto Weininger ebbe almeno il coraggio di scrivere che

“si può ben pretendere l’equiparazione giuridica dell’uomo e della 
donna senza perciò credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale”.

Non mi sembra che, a oltre un secolo di distanza, si sia andati molto oltre.

 

(foto di proprietà di Margherita Fabris)

Una donna dell’est? Presente!

Una donna dell’est? Presente!

rivoluzionaria

di Ivana FABRIS

Dell’est da secoli di generazioni, nel mio sangue la traccia degli avi, delle sorelle di cui parla mamma RAI e mi permetto di smentire categoricamente il dettato dei 6 punti segnalati col seguente elenco:

 

1) più che il fisico, di marmoreo dopo il parto ci troviamo le palle che ci spuntano immediatamente a forza di tener fuori dalla nostra vita tutti i dogmi, le restrizioni e i luoghi comuni legati alla maternità – ma pure col parto, con le mestruazioni, con la menopausa non si scherza – e a dover subito accudire, oltre al nuovo nato, anche il padre del poppante che ritorna figlio in un nanosecondo appena il nostro bambino ha emesso il primo vagito.
Non entro nel merito dell’enorme numero di suocere che ci considerano solo fattrici e per definizione pessime madri (donne contro donne, tanto per capirci) con le quali ci troviamo a combattere sin dal primo giorno del puerperio. Lì, proprio, le palle da marmoree si trasformano in acciaio forgiato e cementato;

2) sexy lo sono sempre, a prescindere dalla guêpière o dal pigiamone e la tuta. La sensualità appartiene all’intelligenza, non agli indumenti che si indossano e quindi solo al corpo e alle sue forme;

3) perdono il tradimento, ma non quello affettivo e quello intellettuale quindi occhio a chi mi tradisce in quel senso perché se accade, non mi vede più neanche disegnata su una tavola lignea come fossi la Madonna del Cardellino e nemmeno se fa la scala santa in ginocchio per dimostrare il suo pentimento;

4) non sono disposta a far comandare proprio nessuno.
Non comando io, non voglio essere comandata perché come non sono io stessa subalterna a chicchessia, non considero gli altri come tali e non reputo gli uomini, in blocco, come delle amebe da manipolare a mio uso e abuso. Idem per quanto riguarda il MIO uomo. Non posseggo nessun essere umano pertanto non ho prezzo e non sono disposta ad essere la proprietà di nessuno;

5) vero, sono bravissima nei lavori di casa, ma non sta scritto da nessuna parte che debba svolgerli solo io. Sono invece altrettanto brava ad insegnare ad un altro come si fanno, in più sono molto paziente e per nulla maniaca della perfezione, insomma, mi accontento perchè la libera iniziativa e l’autonomia, vanno incoraggiate;

6) anche questo è vero. Non frigno, non mi appiccico e non metto il broncio. Dico quello che penso e sono una specialista dei vaffanculo a quelli che mi trattano come una sottosviluppata mentale al punto di volermi far digerire che le donne dell’est siano delle mentecatte integrali come descritto da questo programma spazzatura della RAI.

Cari uomini che amate le donne dell’est, dopo aver letto questo, siete sempre dell’idea di scegliere una di noi come fidanzata?

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