TRATTATIVA STATO-MAFIA: ADESSO È STORIA

TRATTATIVA STATO-MAFIA: ADESSO È STORIA

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del Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Corte di Assise di Palermo ha sancito quello che, a tanti di noi che lo dicevamo, è sempre valso come appellativo di complottisti: la Trattativa Stato-mafia è esistita.

Questa sentenza ha di fatto messo un punto fermo nella storia del nostro paese, ovvero ha DIMOSTRATO quanto è avvenuto.
Nino Di Matteo è andato fino in fondo sfidando minacce di morte e nell’isolamento delle stesse Istituzioni ed ha vinto.

Nel 1991, a seguito della condanna all’ergastolo di Salvatore Riina e di molti altri boss mafiosi, Cosa Nostra progettò di scatenare una reazione feroce contro lo Stato attraverso omicidi e attentati.

Nel 1992, intanto, con Tangentopoli quel sistema di potere democristiano che conoscevamo, a cui erano subentrati in compartecipazione i socialisti di Craxi, ebbe il suo epilogo.

Con la fine dei partiti storici che da sempre avevano garantito un certo sistema di potere, non esisteva più il referente con cui la criminalità organizzata faceva affari in cambio del controllo dei territori e del mantenimento di grandi serbatoi di voti a cui attingere.

Proprio questo il punto nodale che ha generato la trattativa, secondo il nostro modo di vedere: il vuoto politico che si è creato, l’impossibilità delle mafie di ottenere il potere economico di sempre, unitamente a quelle misure atte a permettere a grandi criminali mafiosi di assicurarsi ancora un posto sicuro all’ombra delle Istituzioni, la fase di ripiegamento al sistema della sinistra italiana.

È proprio nel 1992, infatti, che vennero assassinati i magistrati Falcone e Borsellino che, ormai consapevoli del piano in atto, lavoravano incessantemente per fermare il progetto eversivo della criminalità organizzata.
Alle loro morti seguirono, per tutto il 1993, una serie di stragi che tolsero la vita a numerosi cittadini italiani innocenti.

Nel corso delle indagini che furono aperte dopo quegli orrendi e sanguinari fatti, sull’ipotesi di trattativa Stato-mafia, emerse che già all’inizio del 1994 la mafia era disposta ad abbandonare i propri progetti eversivi e le stragi, per appoggiare il nuovo partito emergente guidato da Silvio Berlusconi e il ruolo di Marcello Dell’Utri è di fatto ormai storia.

Se fino ad oggi tutto ciò era solo una teoria o un’ipotesi, dopo questa sentenza è evidente, è provato quale fosse il disegno criminale e quale la sua completa realizzazione. Infatti attraverso quegli atti oscuri, costati decine di vite umane e il ripiegamento della democrazia alla criminalità organizzata, la mafia ha potuto trovare il suo nuovo referente. Proprio attraverso quella trattativa a cui si sono piegate parti rilevanti delle Istituzioni.

Invece, non sapremo mai, purtroppo, quale fu il ruolo di Giorgio Napolitano vista la distruzione delle intercettazioni tra lui e Nicola Mancino, registrate nellì’ambito dell’inchiesta sulla trattativa.

La Trattativa Stato-mafia è stata un passaggio decisivo anche per la storia di oggi.

Di fatto ha cambiato le sorti di questo paese ed ha avuto un ruolo preciso nel generare le condizioni per l’avvio di un processo volto a minare lo Stato e la politica stessa, favorendo l’attecchimento del sistema di potere quale è il neoliberismo che necessitava si creassero proprio quelle stesse condizioni determinate dalla trattativa, per riuscire ad opprimerci oggi.

UCCISIONE DI PASOLINI: SIAMO TUTTI IN PERICOLO

UCCISIONE DI PASOLINI: SIAMO TUTTI IN PERICOLO

 

di Giovanni GIOVANNETTI

 

L’uccisione di Pasolini e le molte verità negate

«Chi tocca il Principe avrà del piombo; chi non lo tocca avrà dell’oro», scrive Giorgio Steimetz in “Questo è Cefis”: piombo tipografico o di un qualche calibro?

Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi detto “Pelosino”, si è autoaccusato dell’omicidio di Pasolini.
Il 7 maggio 2005, in una intervista televisiva a Franca Leosini, conduttrice di Ombre sul giallo, Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava…Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “arruso”, “fetuso”»

Stando a questa che è la seconda versione di Pelosi, Pasolini viene massacrato da «tre siciliani o calabresi». Lo stesso racconto viene poi riproposto con varianti e nuovi particolari a Claudio Manicola del “Messaggero” (23 luglio 2008), agli autori di Profondo nero Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere, 2009) e nell’autobiografico Io so… come hanno ucciso Pasolini (Vertigo, 2011): non più tre «siciliani o calabresi» (nel 2005 «diedi una falsa pista dichiarando che gli aggressori parlavano dialetto siciliano o calabrese»), ma «in tutto cinque persone»; non più una sola auto ma due («una fiat 1500 scura e una GT identica a quella di Pier Paolo»).

E sopra una moto Gilera c’erano anche i fascistissimi fratelli catanesi Franco e Pino Borsellino – ormai deceduti – indicati quali autori materiali del furto delle “pizze” originali del film Salò o le 120 giornate di Sodoma rubate in agosto a Cinecittà per conto di Sergio Placidi, un “pappone” che mirava a un riscatto: “pizze” forse usate come esca, e mai più ritrovate.

I due (all’epoca minorenni) l’anno successivo confidano a Renzo Sansone (appuntato dei carabinieri infiltrato nella bisca di via Donati a Roma) la loro partecipazione al delitto «insieme a un certo Johnny il biondino» ovvero il bergamasco “Johnny lo zingaro”, nome d’arte di Giuseppe Mastini, pluriomicida ergastolano vicino alla destra fascista nonché amico di Pelosi, ora in libertà vigilata.

Mastini, “scagionato” da Pelosi, in carcere avrebbe vantato l’uccisione di Pasolini. Nel racconto di “Pelosino” si fa largo soprattutto «un certo Mauro G., un tizio ben vestito, pettinato con la riga e l’aria misteriosa – Franco me lo dipinse in quel modo – che gravitava nell’ambiente fascista e particolarmente nella sede del Movimento Sociale di via Subiaco». Bugie? Mezze verità e per giunta a rate? Verità monche. La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, sotto un cielo senza luna Pasolini e Pelosi sono all’idroscalo di Ostia, in attesa – sostiene Pelosi – della restituzione di Salò:

«Dal buio assoluto, quasi irreale, vidi spuntare i fari di due autovetture, davanti a una di loro una moto. Le macchine si fermarono a raggiera puntando entrambe gli abbaglianti verso la GT, come fosse la scena di un film. Non capivo cosa stesse succedendo. I fari delle auto si incrociarono, riconobbi immediatamente la Gilera dei Borsellino. Franco era alla guida, Giuseppe dietro di lui. Riuscii a riconoscere le due auto: una FIAT 1500 scura e una GT identica a quella di Pier Paolo. Dalla GT non scese nessuno mentre dalla FIAT uscirono tre uomini. Uno, alto, grosso e con la barba folta venne dritto verso di me. Mi afferrò per il giubbetto e mi sbatté con violenza addosso alla rete. «Adesso fatti i cazzi tua. Statte fermo qui e non te move»

«Gli altri due si diressero verso la macchina di Pier Paolo, il quale non era riuscito neppure a rendersi conto di quello che stava accadendo. Non fece neppure in tempo a rimettersi gli occhiali e a percepire il pericolo. Avrebbe potuto rimettere in moto e scappare, ma i due furono così veloci che aprirono di scatto la portiera, lo afferrarono per il collo della camicia e lo tirarono violentemente fuori dalla macchina. Per evitare qualsiasi reazione lo colpirono immediatamente alla testa e al volto con delle mazze di ferro.»

«Pier Paolo cominciò a urlare, si mise una mano in testa e si accorse che sanguinava, provò a divincolarsi cercando di rientrare in macchina per tentare disperatamente la fuga. Poggiò le mani sul tetto dell’auto, ma venne trascinato via e gettato a terra. Io cercai di reagire, di liberarmi per andare a soccorrerlo. Strillai per richiamare l’attenzione di qualcuno, urlando: «Ma che cazzo state a fa’, lasciatelo stare!». Il tipo che mi teneva fermo mi diede prima un pugno sul naso poi, siccome insistevo, mi colpì in testa con un corpo contundente. Stordito dalla botta, fui costretto a desistere. La mia reazione distolse l’attenzione dei malfattori, permettendo a Pier Paolo di scappare verso il buio, nella direzione della moto dei Borsellino.»

«La seconda GT si avviò; fece marcia indietro per tentare di fermarlo. Gli girò intorno, ma la strada era troppo sconnessa per riuscire a prenderlo. Pier Paolo riuscì ad allontanarsi ma le sue urla intervallate da ripetuti colpi di legno che si rompeva non lasciavano adito a una possibile fuga. Io ormai non lo vedevo più ma immaginavo dove fosse dalle urla sue e dei suoi aggressori che provenivano dal buio. Mi colpì specialmente quando disse: «Aiutami mamma» che ripeté urlando più volte, fino a spegnersi del tutto. Erano delle urla tremende, disumane, come di un animale ferito a morte. Poi il silenzio.»

Un resoconto molto simile è quello di Ennio Salvitti a Furio Colombo, la mattina di quel 2 novembre:

«Il mio cognome si scrive co’ due t: Salvitti Ennio. E lei tanto pe’ correttezza?» Lavoro per “La Stampa”, mi chiamo Furio Colombo. «“La Stampa”, ah, Agnelli» Sì, Agnelli. «Lo scriva che è tutto ‘no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe’ mezz’ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque». Ma lei questo lo ha detto alla polizia? «Ma che, so’ scemo?»

Del testimone Salvitti non si è più saputo nulla. Lì nei pressi sembra ci fossero 12 baraccati, ma solo due di loro saranno interrogati. Un altro anonimo testimone oculare, un pescatore ormai deceduto ha poi raccontato l’omicidio a Sergio Citti. E il regista a Dino Martiano del “Corriere della Sera” il 7 maggio 2005, lo stesso giorno dell’intervista televisiva a Pelosi:

«Quella notte Pelosi era insieme ad altre quattro persone e quelle persone erano lì per uccidere Pier Paolo. Pier Paolo era scomodo. Scriveva cose scomode, anche sul “Corriere”. No, non fu un incidente, una lite: Pier Paolo fu giustiziato. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire. […] Picchiarono per uccidere, professionisti. Ho sempre pensato che, quei quattro, potessero essere anche poliziotti o agenti segreti. Pier Paolo era scomodo. Aveva attaccato la Democrazia cristiana».

Quanto alle auto presenti in quella tragica notte, Giorgio Iorio, subito accorso a Ostia, quella mattina vede «tracce estese in un’ampia zona, orme di scarpe diverse fra loro e anche di macchine diverse: tracce di più macchine, sicuramente recenti». Lo stesso anonimo pescatore ha poi riferito a Citti di «due autovetture

Di chi era la seconda? Forse era del quarantaduenne Antonio Pinna, legato al Clan dei Marsigliesi.
Secondo Silvio Parrello detto “er Pacetto” (è tra i protagonisti di Ragazzi di vita) l’Alfa 2000 di Pinna – quasi identica alla GT di Pasolini – il giorno dopo l’omicidio viene portata in una carrozzeria sulla via Portuense: «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata». Il 22 febbraio 1976, subito dopo l’arresto dei fratelli Borsellino, Pinna scompare.
L’auto, la stessa, sarà infine ritrovata all’aeroporto di Fiumicino.

Ma in quanti erano lì a infierire su Pasolini o comunque presenti al massacro? C’era Pelosi, c’erano quello «alto, grosso e con la barba folta» e i due in auto con lui; c’erano i fratelli Borsellino e almeno un’altro alla guida della «GT identica a quella di Pier Paolo»: almeno sette persone. Il 26 aprile 1976 il Tribunale di Roma ha condannato “Pelosino” alla pena di nove anni, sette mesi e dieci giorni di carcerazione per omicidio volontario «in concorso con altre persone rimaste ignote», oltre a una multa di 30.000 lire per atti osceni. Lezione all’“arruso”?

Delitto politico? Comunque sia, fu un agguato e forse il diciassettenne era solo un’improvvisato tramite (consenziente?). Stando ancora a Pelosi:

«L’uomo con la barba mi tirò via dalla mano l’anello che indossavo. Lo gettò via. Poi mi minacciò: «Caro ragazzo. Scordati tutto, perché questa sera tu non hai visto niente e nessuno. Pino» mi chiamò per nome «noi sappiamo chi sei e dove abiti. Conosciamo tua madre, tuo padre e tua sorella. Se fai lo stronzo tu sai che vi succede, no?». Montarono sulla Fiat e si allontanarono.»

Non saranno le uniche intimidazioni (un biglietto nel carcere di Civitavecchia: «L’appello è vicino. Comportati bene. Ricordati che qui fuori ci sono mamma e papà»; un carcerato di nome Franco: «Pino continua così, che salvaguardi te e la tua famiglia»).

L’avvocato Rocco Mangia «mi suggerì di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io. […] Mi disse che c’erano alcune foto fatte dalla Scientifica relative al sormontamento del corpo da far sparire ma che a questo ci avrebbe pensato qualcun altro».

Rocco Mangia viene indicato ai famigliari di Pelosi dal giornalista del “Tempo” Franco Salomone: nessun problema per l’onorario, già che «ci avrebbe pensato qualcuno molto in alto».

Mangia (tra i suoi assistiti, i neofascisti assassini e violentatori del Circeo Andrea Ghira, Angelo Izzo e Giovanni Guido) nomina suoi periti di parte il professor Franco Ferraguti (tessera P2 n. 849) e lo psichiatra neofascista e massone Aldo Semerari, altro piduista. Legato alla Banda della Magliana e alla destra eversiva di Ordine Nuovo, Semerari era diplomatico del Sovrano militare Ordine di Malta nonché a libro paga del Sismi. Il 1° aprile 1982 verrà rapito e decapitato dalla nuova Camorra cutoliana.

Lo stesso giorno muore anche la dottoressa Maria Fiorella Carraro, terzo perito di parte del Pelosi, compagna di Semerari. Nel frattempo altri avrebbero provveduto a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni. Il cugino di Pasolini, Guido Mazzon (a voce, il 24 ottobre 2005):

Mia cugina Graziella [Chiarcossi, erede del poeta] mi telefonò due volte: il giorno del delitto – «I fascisti hanno ucciso Pier Paolo» – e qualche tempo dopo, un mese, non ricordo bene. Mi ricordo bene quello che mi disse: «sono venuti i ladri in casa, hanno rubato della roba, gioielli e carte di Pier Paolo».

Mazzon lo ha poi ripetuto a Paolo Di Stefano (sul “Corriere della Sera”, 4 marzo 2010):

«Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: “Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa”. E pensai anche: “Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?”. Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse»

Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo».

Ancora Mazzon a Matteo Sacchi (“il Giornale”, 4 marzo 2010):

«Io ricordo bene che dopo la morte di Pasolini mia madre ricevette una telefonata proprio da Graziella Chiarcossi che le comunicava che c’era stato un furto. Avevano portato via delle carte e dei gioielli. Mia madre era molto turbata. All’epoca non pensammo affatto a Petrolio. Ma col senno di poi e con queste rivelazioni, tutto potrebbe assumere un senso».

«L’ho letto, è inquietante, parla di temi e problemi dell’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese». Così parlò Marcello Dell’Utri il 2 marzo 2010, annunciando che di Lampi sull’Eni – il capitolo mancante di Petrolio – proprio di quelle pagine proprio lui, beffardamente era entrato in possesso.

Una notizia clamorosa due volte: perché l’amico dello stalliere di Arcore stava dando (inconsapevolmente?) una “notizia di reato” e perché nonostante Dell’Utri ci saremmo trovati di fronte a pagine di rilevante interesse sia storico che letterario. Presto Dell’Utri si corregge: «in realtà non l’ho letto… me ne hanno riferito un sunto… sembra che in quelle pagine Pasolini parli… parli dell’Eni… di Cefis… di Mattei…».

E a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”, 12 marzo 2010): ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano».

Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni».

Alessandro Noceti (collaboratore di Dell’Utri) su “il Giornale” del 4 marzo 2010 dice che quelle pagine «erano all’interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario». A quanto sembra, le veline sparite sarebbero in mano a un antiquario – un intermediario – che le avrebbe offerte a Dell’Utri.

Nell’ottobre 1974 Pasolini dichiara di essere arrivato a 600 pagine (un mese prima erano 337), mentre al filologo Aurelio Roncaglia la cugina Graziella Chiarcossi ne consegna 522: 492 pagine dattiloscritte, le altre a mano, «senza contare – osserva Gianni D’Elia nel suo prezioso libro-inchiesta Il Petrolio delle stragi – che in pochi mesi ne aveva scritte circa 200». Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? Domande in sospeso su cui insistono oltre a D’Elia anche Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (lo stesso titolo di uno dei capitoli del libro di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro). Lo Bianco e Rizza:

Ragioniamo. Se il delitto Pasolini è un delitto «politico» complesso, effettuato su commissione, ordinato dagli stessi ambienti che hanno voluto la morte di Mattei e depistato le indagini su De Mauro, per comprendere bene la dinamica bisogna fare ricorso alla teoria dei «cerchi concentrici», più volte utilizzata per spiegare i delitti eccellenti. Quelli in cui non c’è un rapporto diretto, un vero e proprio contatto tra mandanti ed esecutori, ma un sistema di «cerchi concentrici», che, partendo dall’interno, trasmette l’ordine (o, meglio, «la volontà») all’esterno per l’esecuzione, in una compartimentazione di informazioni che tutela i livelli più alti ed espone solo la manovalanza.

Assieme al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna uscito su “Micromega” n. 6/2005, alle tante firme italiane e internazionali raccolte dalla rivista “Il primo amore” per la riapertura del processo e al presunto ritrovamento di una parte del capitolo mancante Lampi sull’Eni, i libri di D’Elia e Lo Bianco e Rezza hanno portato ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista e poeta friulano. Nuova anche l’ipotesi di reato: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.

Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini, affidata al sostituto procuratore Diana De Martino. L’identità degli esecutori materiali potrebbe essere oggi accertata analizzando le tracce ematiche sulla camicia di Pasolini, conservata in uno scatolone al Museo criminologico di Roma insieme agli altri reperti ritrovati sull’auto, alcuni dei quali (un maglione verde, un plantare misura 41 e altri ancora) non appartenenti a Pasolini.

Secondo il comandante del Reparto Carabinieri Investigazioni Scientifiche (Ris) Luciano Garofano (in Delitti e misteri del passato, Rizzoli 2008), «la disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto di quelli di Pelosi ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulle modalità dell’aggressione».

Quasi quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate agli italiani, in un Paese esposto alle pulsioni mafiose del Potere.

È la pasoliniana «mutazione antropologica della classe dominante», che ritroviamo nel linguaggio narcotizzante della televisione, (la grande scommessa P2 persa da Cefis, vinta da Berlusconi), nelle parole vuote – menzognere e terroristiche – della pseudopolitica e nell’immutata logica del Potere, che ha portato al mondo in cui viviamo adesso.

Scrive Gianni D’Elia nel suo Petrolio delle stragi: «le parti di Petrolio che non si trovano più davano forse molto fastidio al Nuovo Potere, che si andava consolidando. Forse avrebbero fatto lo stesso botto di Mani pulite, contro la Tangentopoli stragista di quella stagione, invece sepolta nella rimozione che siamo diventati, pasolinianamente, “a mutazione criminale avvenuta».

E allora leggiamo il mutilato Petrolio, il «viaggio dantesco dentro i “gironi” della notte repubblicana, della sua “mutazione antropologica” e politica infernale».

 

fonte: Il primo amore

PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

PIER PAOLO PASOLINI, L’INCHIESTA INFINITA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

immagine di Eretico e Corsaro

 

di Simona ZECCHI (pubblicata il 4 novembre 2014)

 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità». È quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

 

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.

 

3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).

 

4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.

 

5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.

 

6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.

 

Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare il Dna di decine di persone sospettate e a sentire 120  testimoni.

Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.

Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché.

La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.

È cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi.

 

fonte: Pier Paolo Pasolini – Eretico e Corsaro

 

 

QUANDO IL PALAZZO TREMAVA PER LE BOMBE DI COSA NOSTRA

QUANDO IL PALAZZO TREMAVA PER LE BOMBE DI COSA NOSTRA

In questo articolo di cinque anni fa, di Attilio Bolzoni su “la Repubblica”, esiste una delle poche  ricostruzioni precise e fedeli di tutte le fasi della Trattativa Stato-Mafia.
È un articolo che resterà una pietra miliare del giornalismo d’inchiesta per come ha saputo ricostruire, passo dopo passo, la Trattativa che fu ciò che generò la decisione da parte di Cosa Nostra dell’assassinio di Paolo Borsellino subito dopo quello di Falcone.

Le stragi della mafia avevano la funzione di destabilizzare lo Stato e costringerlo a trattare. Furono una serie e Borsellino lo aveva capito.

I giudici Falcone e Borsellino furono dapprima isolati all’interno delle Istituzioni e successivamente lasciati soli dall’informazione. Conseguentemente venne a mancare la vigilanza democratica del paese da parte del popolo italiano.

Da leggere assolutamente.
Per comprendere.
Per non dimenticare.

(dal CN del MovES)

 

* * *

di Attilio BOLZONI, La Repubblica

Che cos’è l’inchiesta sulla trattativa dei magistrati di Palermo? È lo Stato che processa se stesso. È lo Stato che si guarda dentro, che si autoaccusa di colpe gravi, che si riconosce traditore per avere patteggiato con il nemico. È tutto così semplice e tutto così complicato che vent’anni dopo c’è ancora un’Italia che ha paura.
Non è solo un affare di mafia. È soprattutto un affare di Stato. Dove i protagonisti non sono quei boss delle borgate ma ministri dell’Interno e ministri della Giustizia, capi di governo, funzionari di alto rango, forse anche ex Presidenti della Repubblica che hanno subito ricatti per proteggere la Nazione.

L’alta tensione di questi giorni  –  con il Quirinale trascinato nel gorgo di polemiche incandescenti  –  è la dimostrazione che non siamo ancora in grado di sopportare certe verità.

Ricominciamo daccapo. Ricordiamo i fatti. Raccontiamo i personaggi. Spieghiamo cosa è avvenuto fra il 1992 e il 1993.

I DELITTI, LE STRAGI E LE PAURE DEI POLITICI

Il 12 marzo del ’92 uccidono Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia. Muore perché non “ha garantito il buon esito del maxi processo”, l’ammazzano perché in Cassazione tutti i mafiosi incastrati dal giudice Giovanni Falcone vengono condannati all’ergastolo. È la rottura di un patto che resiste da almeno quattro decenni. Cosa Nostra si ritrova improvvisamente senza “coperture” politiche. “D’ora in poi può accadere di tutto”, dice Falcone davanti al cadavere di Lima. E di tutto, in effetti accade.

Il rapporto mafia-politica si spezza con quell’omicidio. Salvo Lima è il punto di equilibrio fra lo Stato e la mafia, morto lui tutti gli altri ras della politica si spaventano. Il più preoccupato  –  e questa è la tesi dei procuratori di Palermo  –  è il ministro siciliano per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino. Si sente in pericolo, c’è una lista di uomini che i boss intendono colpire. Il primo è Mannino. Poi c’è Carlo Vizzini, ministro delle Poste. C’è il ministro della Giustizia Claudio Martelli. C’è anche il ministro della Difesa Salvo Andò. E Giulio Andreotti.

Secondo la ricostruzione dei pm, per salvarsi la pelle Mannino incontra il capo dei reparti speciali dei carabinieri Antonino Subranni e il capo della polizia Vincenzo Parisi per “aprire” un contatto con i boss e arrivare a un patto. Ma la mafia siciliana ha già deciso  –  con qualcun altro  –  di non fare patti. Il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria Falcone a Capaci. Giulio Andreotti, il candidato più accreditato nella corsa al Quirinale, è fuori dai giochi per sempre.

COMINCIA LA PRIMA TRATTATIVA

Falcone è morto da 15 giorni e i carabinieri del Ros – il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno – contattano l’ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. E fermare le stragi. Trattano con lui. Per conto di chi? Dicono loro: “Di nostra iniziativa”. Nessuno ci crede. Ne sono al corrente almeno tre persone: il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali di via Arenula Liliana Ferraro (quella che ha sostituito Falcone) e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante.

Tutti e tre – Martelli, la Ferraro e Violante – per 17 anni non dicono nulla di tutto ciò. Stanno zitti.
Quando il figlio di Vito Ciacimino, Massimo, racconta nel 2010 ai magistrati di Palermo di quegli incontri fra suo padre e i carabinieri, Martelli, la Ferraro e Violante ritrovano i ricordi e ammettono tutto. Smemorati di Stato. Hanno parlato solo perché costretti.
Cosa sapevano? Perché non hanno detto prima di quei contatti fra Stato e mafia? Quali segreti custodivano o ancora custodiscono?

Mentre loro nel 1992 nascondono verità, muore anche Paolo Borsellino. Il 19 luglio del 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, l’autobomba di via Mariano D’Amelio.
Totò Riina scrive il suo “papello”, le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia stragista in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo, la revisione del maxi processo.

C’è un nuovo governo, il premier è Giuliano Amato. Il vecchio ministro degli Interni Vincenzo Scotti, considerato un “duro”, salta. E al suo posto viene improvvisamente nominato Nicola Mancino.

LA MISTERIOSA CATTURA DI RIINA E LA SECONDA TRATTATIVA

Il 15 gennaio del ’93 i carabinieri – quegli stessi che stavano trattando con Ciancimino – arrestano dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza Totò Riina.
E’ una cattura “strana”. Non perquisiscono il suo covo, non inseguono i suoi complici. Il ministro Mancino annuncia – a sorpresa – l’arresto di Riina qualche giorno prima. Il sospetto è che Riina sia stato “venduto” da Bernardo Provenzano, l’altro capo mafia di Corleone già in contatto con il senatore Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che con l’aristocrazia mafiosa di Palermo ha rapporti da più di un quarto di secolo.

Si tratta ancora fra Stato e mafia. Provenzano è libero e – secondo le indagini dei pm di Palermo – protetto dai carabinieri che avevano incontrato Vito Ciancimino.
Si tratta ma la mafia alza ancora il tiro. Chiede tanto.
Dopo il ministro dell’Interno salta anche il ministro della Giustizia. Al posto di Martelli arriva Giovanni Conso.
E’ il febbraio del 1993.
Dopo l’attentato al giornalista Maurizio Costanzo in via Fauro, c’è la bomba di via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti.

È la mafia che diventa terrorismo.
Poi gli attentati di Milano e Roma.
Cosa sta accadendo in Italia nella primavera-estate del 1993? Chi mette bombe e semina terrore?
Il Presidente della Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, che è stato ministro dell’Interno e che ha come capo della polizia Vincenzo Parisi.
In quel momento comincia probabilmente la terza trattativa.

REVOCATO IL CARCERE DURO AI MAFIOSI

Sotto la regia di Scalfaro vengono improvvisamente sostituiti tutti i vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Presidente della Repubblica in quelle settimane riceve una lettera di minacce dai familiari dei boss in carcere. Lo Stato in pubblico mostra i muscoli, in realtà cala le braghe. Nel 1993, dopo le bombe, 441 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di “normalità” carceraria. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso dice che ha deciso tutto “in solitudine”, il sospetto è che abbia ubbidito a una “ragion di Stato”.

E’ in quei mesi del 1993 che gli apparati di sicurezza non riescono a trattare con la mafia in una posizione di forza. Dopo le stragi siciliane e quelle in Continente, i Corleonesi progettano di abbattere la Torre di Pisa e disseminare le spiagge di Rimini con siringhe infettate dal virus dell’Hiv. Poi preparano l’attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994 per uccidere “almeno 100 carabinieri”. Il massacro è evitato perché  –  altro mistero mai chiarito  –  il congegno non funziona.

E’ la svolta. La pace fra Stato e mafia è raggiunta. La mafia si placa. Ha trovato nuovi “referenti”. Sarà una coincidenza  –  sicuramente una coincidenza  –  ma per vent’anni la mafia non spara più un colpo. E’ l’Italia di Berlusconi. Governo dopo governo, è sempre trattativa.

 

FONTE: la Repubblica

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