AIUTARLI A CASA LORO DEPREDANDO RISORSE IN TUTTA L’AFRICA

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di Nia GUAITA

Africa. La narrazione ufficiale, ci parla della lotta in corso in Africa contro il terrorismo, ma è così oppure, è iniziata la guerra del XXI secolo per accappararsi le ultime risorse?

Vediamo un po’: l’Africa subsahariana ospita sei delle 10 economie in più rapida crescita del mondo.
Il Nord Africa conta enormi depositi di petrolio e di gas naturale, il Sahara detiene moltissime risorse come il coltan, l’oro e il rame.

Il 60% del cobalto mondiale, viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo.
Al centro del Sahel (la regione che attraversa il Sahara) c’è il Mali, uno tra i Paesi più poveri del mondo ma che occupa una posizione strategica tra l’Africa settentrionale e l’Africa che raggiunge l’oceano e le foreste.

Nonostante il caos, le guerre e le rivoluzioni, l’interesse degli europei, degli americani, dei russi e dei cinesi è molto elevato per quelle che sono considerate le più grandi riserve di petrolio: “l’El Dorado del Sahel” così viene chiamato e che si estende dalla Mauritania all’Algeria, sino a nord del Mali.

Nel maggio 2014, dopo l’annuncio di Obama di assegnare ulteriori 5 miliardi di dollari per la lotta contro il terrorismo globale, un numero crescente di governi africani firma il programma AFRICOM (gli Stati Uniti sono l’unico Paese a dividere il mondo in settori militari separati: NORTHCOM, PACOM, SOUTHCOM, EUCOM, CENTCOM, AFRICOM).

Anche il Niger firma il programma e i militari USA riuniscono forze provenienti da 17 Paesi per “esercitazioni militari”.
Vengono istituite basi a Gibuti, Niger, Kenya, Etiopia, Somalia, Sudan, Burkina Faso e inviate truppe in Liberia durante la crisi di Ebola.

Per non essere da meno, la Francia comunica i piani per aumentare la sua presenza nel Sahel con una ridistribuzione di 3.000 militari.

La crescente militarizzazione dell’Africa, diventa quindi anche un notevole centro di profitto per il complesso militare-industriale, con milioni di dollari di contratti per produttori di armi e imprenditori privati.

Nel frattempo, anche le multinazionali cinesi si dedicano alla conquista del continente africano, con un piano di investimenti di oltre 60 miliardi di dollari in infrastrutture, delocalizzazione della produzione e manodopera, il tutto in cambio di risorse naturali (il 90% del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo finisce in Cina) e, recentemente, con la sua prima base militare a Gibuti.
Ci sono poi l’Inghilterra, l’Italia, la Norvegia, l’Olanda e la Russia che si ritagliano la loro parte.

Per concludere, più di 130 anni dopo la Conferenza di Berlino, se ancora non ve ne siete accorti, è in corso una nuova divisione del continente africano. Ah, dimenticavo: si combatte anche il terrorismo….

 

(Nelle foto, risorse e multinazionali in Africa. Fonte: Al Jazeera)

LE GUERRE NASCOSTE. IL CONFLITTO IN MALI

LE GUERRE NASCOSTE. IL CONFLITTO IN MALI

Jiadisti

di Nia GUAITA

il conflitto in Mali (ottavo Paese più grande in Africa e terzo produttore di oro) e il Jihadismo che si rafforza nel Sahel.

Quella del Mali, è un’altra guerra della quale nessuno parla. 

Si è sviluppata a seguito del colpo di Stato del 2012, conseguenza diretta dell’intervento militare internazionale in Libia dell’anno precedente. 

Nel gennaio 2013, una forza multinazionale (Operazione Serval) è intervenuta, su mandato ONU, con l’obiettivo di ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali, controllati dai Jihadisti. 

Il 20 febbraio 2015, a seguito di un cessate il fuoco, la guerra è ufficialmente finita. 
Perché dico ufficialmente: perché, in realtà, la presenza di Jihadisti si è ulteriormente rafforzata e dal 2015 vi è la persistente presenza di soldati francesi nell’ambito dell’operazione Barkhane (nonché dei peacekeepers delle Nazioni Unite MINUSMA) e solo ieri (30 aprile 2017, ndr), il Mali ha prolungato lo stato d’emergenza nel Paese. 

I conflitti vanno al di là delle frontiere del Mali e non solo per gli attacchi dell’anno scorso rivendicati da Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) a Ouagadougou (Burkina Faso) e Grand-Bassam (Costa d’Avorio). 

Sia che siano considerati terroristi o riconosciuti come interlocutori legali (e anche qui troviamo la definizione “ribelli moderati”!), i gruppi armati del Mali si spostano da un Paese all’altro e la natura porosa delle frontiere dei vari Stati nel Sahel, permette loro di riposare, reclutare, costruire alleanze, raccogliere armi e finanziamenti. 

A marzo 2017, la formazione di una nuova alleanza “Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin” (JNIM), ovvero: “Gruppo dei sostenitori dell’Islam e dei musulmani”, ha consolidato la posizione di Al Qaeda come forza Jihadista prevalente nella regione. 
Anche per questo Paese, la pace è purtroppo lontana.

Nel video: militari francesi in azione nel Mali.

 

 

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