Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

di Luigi BRANCATO

Come spesso accade per tanti casi mediatici come quello del povero piccolo Charlie, ci troviamo tutti a condividere, anche se in parte infinitesimale, il dolore dei familiari. Quasi come se Charlie Gard fosse un po’ figlio di tutti noi.

E ci troviamo a chiederci come avremmo reagito noi. Ad ogni persona sana di mente e con un minimo di cultura la scelta sembra ovvia: avremmo accettato i suggerimenti dei medici e della commissione etica ed avremmo posto fine alle sofferenze del povero neonato, aiutandolo a morire nel modo meno doloroso possibile.

Mi son trovato più volte, discutendo con i sostenitori della pena di morte, a dire che ‘la legge’ e ‘lo Stato’ devono ergersi a difendere il diritto fondamentale alla vita di un condannato quand’anche il coinvolgimento personale ed il dolore dei familiari, o congiunti di una vittima, dovessero far vacillare queste certezze.

Perchè lo Stato non puó in nessun caso essere autorizzato a togliere la vita.

Perchè significherebbe che le idee e le considerazioni personali, le credenze, le correnti politiche, i governi in carica, le ondate mediatiche, le considerazioni religiose ed ogni altro tipo di delirio, che appartengono ad un determinato periodo storico, hanno maggiore valenza rispetto ai diritti naturali dell’uomo.
Primi fra tutti i diritti alla vita, ed alla morte.

Nel caso del piccolo Charlie, come nel caso Englaro, credo che nessun medico o comitato etico debba avere il diritto di sostituirsi alla decisione del malato. E nel caso in cui il malato non sia in grado di esprimere la propria volontà, al testamento biologico, o alla volontà dei famigliari, o dei più vicini congiunti previo accertamento di stabilità mentale e di capacità di intendere e di volere.

Per quanto condivisibile, e di altissimo valore etico, e per quanto valida, e difficile, razionale e giusta, la decisione dei medici, supportata dal tribunale, non avrebbe dovuto essere imposta. Ma spiegata, e ragionata. Con organi di supporto psicologico e terapia.

Eppure in casi come questi, oltre i valori umani, entrano in gioco altri interessi di tipo politico ed economico.
La cura sperimentale proposta dai medici statunitensi avrebbe potuto (forse) offrire qualche speranza ai genitori ed al piccolo se fosse stata intrapresa subito e se la malattia fosse stata individuata nelle fasi iniziali.
Ma la diagnostica costa.
E, lo dico con cognizione dato che questa è la mia professione, la ricerca pure. Ed i trattamenti sperimentali anche, specialmente quelli per malattie rare che non offrono nessuna prospettiva di guadagno.

Mi sarebbe piaciuto, avendone la facoltà, accarezzare il viso di quel dolcissimo bambino e regalargli io stesso la morte degna che credo si meriti.
Ma facendolo contro la volontà dei genitori, mi sarei sentito un assassino, non un angelo liberatore.

LA GERMANIA FA CAPPOTTO NELLA PARTITA CON LA GRECIA

LA GERMANIA FA CAPPOTTO NELLA PARTITA CON LA GRECIA

Aereporti greci

di Luigi BRANCATO e Ivana FABRIS

 
Il Sole 24 Ore, con un linguaggio molto soft e mondato da parole che possano suscitare angoscia agli italiani, sia mai che possano capire dove risieda il pericolo, con un articolo del 31 maggio ci fa sapere che la Germania si è presa tutti gli aeroporti greci e per un ‘tozzo di pane’: 600 milioni di euro.

Naturalmente in prossimità dell’estate, quindi il profitto che ne ricaverà la Germania non è difficile da quantificare.

Eh già, la Grecia deve racimolare 7 MILIARDI di euro entro luglio e sta raschiando il fondo del barile, anzi, lo ha sfondato ormai quel fondo, perché di fatto neanche c’è più e Atene, intanto, ha approvato 100 sulle 140 cosiddette azioni prioritarie richieste dagli strozzini europei che ricadranno come 100 colpi di scure sulla testa e sul futuro del popolo greco.

Il governo Tsipras continua a fare debiti per pagare i debiti (ci sarebbe poi da approfondire la natura di questi debiti ma ci riserviamo di farlo in un’altra occasione) e a SVENDERE il patrimonio del paese, ovvero le fonti di sussistenza per il loro futuro.

Hanno perso il porto di Salonicco, con quello che comporta perdere i diritti commerciali su un porto così importante per un paese di mare, e gli aeroporti sono in mano ai tedeschi per la modesta durata di 40 anni. Se basterà…

Ma c’è di peggio.

È a dir poco fantastico che la notizia della privatizzazione degli aereoporti Greci, operazione iniziata e voluta da Tsipras GIÁ NEL 2015, passi completamente inosservata in Grecia.

I TG stanno abilmente glissando sull’acquisizione degli scali aereoportuali da parte della società TEDESCA Fraport. Come dicevamo più sopra, appunto SOLO per i prossimi 40 anni.

La stessa cosa per molto scali navali turistici e commerciali.

Ovvio che queste decisioni fanno parte del piano proposto come ‘salvataggio’ del paese a rischio di uscire dall’Eurozona.

E sembra per i cari fratelli mitteleuropei, niente di trascendentale. Del resto la Germania ha il suo grosso share di aeroporti a gestione mista pubblica-privata, si parla di quasi il 50%.

Inoltre, dato che gli aeroporti hanno un fatturato che solo per il 15% dipende dalle compagnie aeree, significa che i cospicui guadagni son fatti a spese dei viaggiatori che li visitano e pagano a prezzo d’oro una bottiglia d’acqua o il parcheggio di un’autovettura.

Ma questa é una delle condizioni dello stare in Europa che abbiamo ormai da tempo accettato, e non da più fastidio a nessuno.

Eppure ci sarebbe da ragionare se questo trend di privatizzazione degli aereoporti in Europa (date un’occhiata all’immagine qui sotto, tratta dall’ultimo report di ACI Europe) non faccia parte di un disegno più grande…

Gli aeroporti hanno una fondamentale influenza politica ed economica essendo in grado di condizionare e definire rotte non solo turistiche ma commerciali.

Piegare (anche solo parzialmente) queste scelte all’interesse privato é un grosso pericolo, e specialmente se l’interesse privato é tedesco, in Grecia.

Se non é colonizzazione questa! Subdola e su tutti i fronti…

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

1° MAGGIO. UNA FESTA E UNA LOTTA DEI LAVORATORI

Primo Maggio

 

di Luigi BRANCATO

… Il vero attacco ai lavoratori degli ultimi decenni tè istituzionale, e viene dalla destra prima, e dal centrosinistra poi, con le riforme dello Statuto dei Lavoratori.

Prima la legge Biagi, i co.co.pro. ed i lavoratori a progetto, poi la legge Fornero e più tardi il Jobs Act.

In questo giorno è necessario ricordare il totale svuotamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fatto dal Governo Renzi,  un enorme passo indietro nella Costituzione materiale del nostro Paese
Con la nuova legge il precariato viene sostanzialmente supportato con il mantenimento dei contratti a tempo indeterminato. 45 su 47 forme di lavoro previste dal Jobs act sono precarie, di ‘lavoro accessorio o ‘collaborazioni’. Il tutto condito da un più facile licenziamento ‘disciplinare’.

Un lavoro ‘flessibile’, insomma, sul modello americano ed Europeo.

Peccato che questa flessibilità in italia è solo a favore del datore di lavoro, dato che i rapidi cambi di impiego sono un’utopia in un paese in cui la disoccupazione giovanile tocca picchi del 40%…

Giovani che per trovare lavoro sono costretti ad abbandonare il proprio paese.

Giovani che hanno studiato in Italia, a spese dell’Italia e che vanno a produrre ricchezza per altri paesi.

Il programmatico impoverimento dell’italia, e più in generale del sud dell’Europa sono il risultato delle criminali politiche economiche Neoliberiste volute ed imposte dall’ Unione Europea, e forzate dalla moneta unica.
Il diritto al lavoro non puó essere garantito in questo sistema. E’ necessario intervenire immediatamente prima che la situazione economica italiana peggiori in maniera irreversibile, rendendoci di fatto schiavi della banca centrale europea, come è successo alla Grecia.

E bisogna iniziare proprio dall’economia, e dal lavoro, investendo sull’occupazione giovanile.

Il Primo Maggio è una giornata simbolica e speciale che lega in un binoomio indissolubile festa e celebrazione alla lotta proletaria.

Una festa che ci è stata tolta durante il ventennio fascista, e della quale ci siamo riappropriati nel dopoguerra, in prossimità della quale i partiti ed i movimenti per la giustizia sociale si mobilitano verso il cambiamento.

E come scrive Ivana Fabris:

“noi del MovES le proposte le abbiamo, e sono proposte dirompenti, che mirano a costruire un altro mondo, un mondo di giustizia per tutti con uno Stato che crede nei suoi giovani e li valorizza al massimo, che consegna loro la possibilità di costruire davvero il domani.
Il solo fatto di concepire una nuova visione politica, significa avviarlo quel processo di autentico cambiamento proprio attraverso una proposta programmatica seria e mirata verso l’occupazione giovanile.

L’Italia è un paese che perdendo la sua sovranità, è diventato un malato grave ormai stremato e pronto a lasciarsi andare al suo triste destino con profonda rassegnazione.
Noi ci opponiamo a questo processo di progressiva distruzione della dignità del Lavoro con tutte le nostre forze.

Papà Cervi

Papà Cervi

“Lo so, c’é chi preferisce non ricordare il passato. E anche io vorrei.
Ma come avere la certezza che il passato non si ripeterá?
Quella notte che vennero a prenderci i miei sette figli erano vivi e forti.”

Il 25 Aprile non è il GIORNO della liberazione.

É la FESTA dalla liberazione, il prodotto di anni di lotte della resistenza italiana contro il nazifascismo.
Niente si costruisce in un giorno e senza lottare, è bene ricordarlo come monito per il nostro presente.

Il video che segue ci ricorda la storia dei fratelli Cervi.

Sette fratelli uccisi durante la resistenza, torturati fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.
Fratelli, e figli in una famiglia contadina del 1943 che iniziava a distaccarsi dal modello patriarcale, una famiglia con sogni di riscatto dalla povertà del lavoro contadino.

Giovani che lottavano per il loro futuro.

Con sogni di giustizia sociale.

Luigi Brancato

E penso alla Grecia. E a noi

E penso alla Grecia. E a noi

Murales piazza Syntagma

Ho letto il tuo articolo, caro Luigi Brancato.

Siamo compagni nel MovES, e ti sono vicino, ti ringrazio e ti abbraccio anche se la tua narrazione mi hai reso un po’ più triste.

Forse la Grecia di me non sa che farsene, non so se il mio sia un amore completamente corrisposto, ma sento che a quel paese devo talmente tanto come occidentale, da provare una gratitudine profonda e totale.

Nutro un sentimento di tale identità con quei luoghi, popolazioni, atmosfere, da avvertire una sensazione di netta appartenenza, al punto di quasi poco avvertirmi nel ruolo di turista in occasione dei miei numerosissimi viaggi per diporto in quel paese meraviglioso; la sensazione è piuttosto quella di tornare a casa.

Ciò che mi angoscia ora è l’inevitabile conferma dal tuo scritto di quanto da me constatato sia fondato.

E se nelle isole ancora l’economia sembra reggere tra mille difficoltà, ancora sostenuta dal turismo, la situazione ad Atene è fortemente precipitata negli ultimi anni con una progressione esponenziale.

Non riesco ad immaginare il numero di nuovi mendicanti, di persone che dormono per strada, di intere famiglie scivolate in una repentina, totale indigenza che potrebbe essersi aggiunto al computo negli ultimi mesi.

Penso che rivesta grande importanza anzitutto controinformare, uscire dal coro come tu egregiamente hai iniziato a fare, fornendo notizie di prima mano, che diffondono aspetti di profonde mutazioni sociali, di usi, costumi e rapporti, che arrivano fino a snaturare il sentire e l’agire di un intero popolo.

Partire dai vissuti quotidiani, da cosa questa stretta comporta, per fare comprendere ai più come si ruba non solo il livello di qualità della vita, ma l’identità stessa di una nazione intera.

Mi è intollerabile il solo pensiero di tutto questo e credo che, poco o molto che sia ciò che è in nostro potere, dovremmo sentire una spinta prepotente a muoverci.

Bruno DELL'ORTO