EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

Alberto Bagnai

Il presente estratto è contenuto nell’articolo del Professor Alberto BAGNAI “Project Fear. Media e democrazia al tempo dell’euro“, pubblicato su MicroMega n.4/2017, pp.136-138

di Alberto BAGNAI

Premessa: la ripartizione fra redditi da lavoro (salari, stipendi) e da capitale (profitti, interessi, rendite) è un tema cruciale del dibattito politico.
Al capitale interessa aumentare la quota dei profitti sul reddito nazionale, al lavoro quella dei salari.
Questi interessi confliggono: chi vuole aumentare la quota dei profitti, in re ipsa vuole diminuire quella dei salari.

Il capitalismo funziona così.

La politica dovrebbe mediare democraticamente questo conflitto.
Non è un caso se la nostra Costituzione esordisce parlando di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”: una dichiarazione di metodo (democratico) e una presa di posizione (a tutela degli interessi dei più deboli, i lavoratori, ché i più forti a tutelarsi ci pensano da sé).
Perché parlare di queste ovvietà?
Perché prima di entrare nella “illogica” degli scenari a apocalittici di cui mi è stato chiesto di occuparmi, desidero riflettiate su chi ve la propone: i grandi media.
Oggi più di ieri questi sono espressioni di grandi concentrazioni di potere economico e finanziario.
In quanto tali, legittimamente difendono gli interessi di chi li finanzia.
Non c’è nulla di male, purché non lo si dimentichi.
Quando un giornale una televisione vi prospettano scenari nefasti, dovreste chiedermi se i vostri interessi coincidano con quelli dei loro proprietari.

La risposta è spesso negativa.

Quando un organo di stampa dei padroni (masters come li chiamava Adam Smith), deplora le conseguenze che un’uscita dall’euro avrebbe per i lavoratori, i casi sono due: o chi scrive non sa fare gli interessi della proprietà, e quindi è inattendibile perché incompetente; oppure li sa fare troppo bene, e quindi è inattendibile perché fornisce una rappresentazione della realtà tendenzialmente distorta.

La scienza economica scioglie questo dilemma.

Nel 1996 Rudiger Dornbusch metteva in guardia contro il populismo indicava nella moneta unica una panacea per i mali europei (1).
Era chiaro al liberista Dornbusch quanto è chiaro al progressista Streeck: l’euro non è solo una moneta.
Nessuna moneta è solo una moneta: ogni moneta è un’istituzione figlia dei rapporti di forza prevalenti e funzionale a una certa distribuzione del reddito.

La moneta unica altera gli equilibri fra capitale e lavoro in vari modi.

Il più immediato è che, in caso di crisi mondiale, il calo delle esportazioni non viene ammortizzato dal normale meccanismo della flessibilità del cambio.
Se il cambio è rigido, quelli che devono flettersi, per rendere più convenienti beni nazionali, rianimando i fatturati delle imprese, sono i salari.
Nessuno accetta volentieri tagli di stipendio: il lavoratore quindi va reso più ricattabile, mandandolo a spasso (l’austerità a questo serve: ad aumentare la disoccupazione) e indebolendo le sue tutele (a questo serve il job act).
Disoccupazione, precarietà e bassi redditi diventano così strutturale al sistema, con buona pace di chi, a sinistra, ripete la favola liberista secondo cui la moneta sarebbe solo un intermediario neutrale degli scambi, privo di effetti reali.
Pensate alla Grecia: l’euro ha permesso al potere centrale europeo, egemonizzato dai nostri fratelli tedeschi, di ricattare un paese chiudendo le sue banche.
Solo una moneta?
Ai bassi redditi di molti corrispondono i crescenti redditi di pochi, di quelli ai quali il gioco conviene, che poi sono quelli che controllano i media.
Il nostro mondo è una loro rappresentazione.
Questo, una volta agli intellettuali era chiaro.
Antonio Gramsci, il cervello al quale nel 1928 il regime “volle impedire di funzionare”, così si era espresso nel 1916 a proposito del giornalismo:
tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice“. (3) Il 1916 non è poi così distante…
1. R. Dornbusch, “Euro Fantasies: Common Currency as Panacea”, Foreign Affairs, vol. 75, n.5, settembre-ottobre 1996.
2. W. Streeck, “Why the Euro divides Europe“, New Left Review, n. 95, settembre-ottobre 2015.
3. A. Gramsci, “Discorsi di stagione”, Avanti!, edizione piemontese, 22/12/1916 (citato da F. Maimone in L. Barra Caracciolo, “Capitalismo e fascismo: tra la marcia su Roma, il Sudamerica e la globalizzazione irenica“.
Micromega, Almanacco di Economia, 4/2017
MACRON HA GIA’ PERSO. PERCHE’ COMUNQUE AVRA’ VINTO LA COMMISSIONE UE

MACRON HA GIA’ PERSO. PERCHE’ COMUNQUE AVRA’ VINTO LA COMMISSIONE UE

Macron e Schaueble

 

di ORIZZONTE48

1. Facciamo che tutto sia scontato e che i sondaggi questa volta siano attendibili.
Dunque, ci ritroveremmo Macron come Presidente francese.

La grancassa mediatica italiana, in questi giorni particolarmente agitata, sarebbe finalmente tranquillizzata sul fatto che l’economia nostrana non andrebbe incontro a “terribili scossoni”: L€uropa ne uscirebbe rafforzata, i populismi umiliati e la macchina della pace e della crescita, possibili solo dentro l’euro (che non è certo il nostro problema), potrebbe ripartire verso il futuro radioso che i “padri fondatori” de L€uropa avevano da sempre progettato per tutti noi.

Esaminiamo perciò quale situazione si troverebbe a fronteggiare Macron, con le sue idee prioritarie per cui la spesa pubblica andrebbe tagliata di 60 miliardi in via strutturale entro il 2022, – al netto, si badi bene, di un piano di investimenti pubblici quinquennale di 50 miliardi-, il numero dei pubblici dipendenti ridotto stabilmente (50.000 posti soppressi a livello statale e 70.000 a livello locale, entro il 2022). Naturalmente, sempre entro il 2022, secondo il suo programma, ci sarebbe il pareggio strutturale di bilancio, che andrebbe di pari passo, secondo Macron (e il suo piano di investimenti pubblici), con una riduzione della disoccupazione al 7% e, donc, con 1.300.000 posti di lavoro aggiuntivi creati da questo insieme di misure.

2. Ma vediamo anche perché, Macron ha già perso (proprio come sarebbe accaduto per Hillary: cioè a prescindere dall’esito del ballottaggio).

Il cammino che ha di fronte, infatti, è quello di un feroce e difficile consolidamento fiscale, inevitabile per un presidente che fa della fedeltà alle regole dell’eurozona il suo più rassicurante “cavallo di battaglia” (certamente rassicurante per l’ital-tifo mediatico).

E non è che la Commissione UE gliela mandi a dire nell’ultimo Country Report del febbraio 2017: nel medio termine, il suo debito pubblico viene ritenuto altamente a rischio.

La spesa pubblica, la più alta d’€uropa in rapporto al PIL, è giudicata, dalla Commissione, fuori controllo per l’eccessivo ricorso a “sussidi”, cioè all’assistenza sociale diversa da quella previdenziale: questa, non sarebbe problematica per via dell’andamento demografico francese, che la Commissione considera, senza sapersi spiegare perché, un’eccezione nell’ambito dell’eurozona! E infatti, non spiegandosi perché, gli addita la spesa sociale come primo “ramo secco” da tagliare.

3. Il debito pubblico, salito oltre il 96% del PIL, cioè 4 punti sopra la media dell’eurozona, è previsto in moderato ma costante aumento, fin oltre il 100% del PIL, a legislazione invariata, scenario che si aggraverebbe di ben 6 punti nel rapporto debito/PIL ove, per un qualsiasi fattore di crisi finanziaria, gli interessi su tale debito dovessero crescere dell’1% (una specie di mezzo avvertimento sulla fine del QE).

Naturalmente, per la Commissione, il denominatore PIL, cioè la dinamica della crescita (e dell’occupazione) non risente mai del consolidamento fiscale e quindi le basta dire che occorre una correzione prudenziale, preventiva dello scenario più sfavorevole, di 2,8 punti di PIL.

Il che già dovrebbe portare all’indebolimento repentino della vocazione di Macron all’ortodossia nel rispetto delle regole dell’eurozona, visto che, invece, se rispettasse questa raccomandazione, dovrebbe dire addio sia alla crescita che alle centinaia e centinaia di migliaia di posti di lavoro che va in giro a promettere (…tranne che ai dipendentipubblicibrutti); anche se può sempre contare sul fatto che la golden share politica della Franza gli consente di fare un po’ come je pare…

4. Invece, le retribuzioni reali sono costantemente cresciute scollandosi dalla ben più modesta crescita della produttività: una delle colpe più gravi nell’eurozona, secondo i ben noti enunciati della BCE (per la quale il Deflationary gap non esiste e, se proprio proprio, si corregge con tanti investimenti privati indotti da tanti bei tagli della spesa pubblica; c.d. crowding out che vedrete, infatti, richiamato dalla Commissione nelle raccomandazioni finali alla Francia, linkate in fondo).

5. E, nonostante ciò, il debito del settore privato, famiglie e imprese, è cresciuto constantemente dal 1998 (ma guarda un po’…), attestandosi attualmente al 144,3% del PIL: preoccupa la Commissione quello delle imprese industriali, di 7,5 punti sopra la media €uropea.

6. Insomma, i francesi “hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”, traducendo in soldoni quanto analizza e raccomanda la Commissione.

Che, infatti, segnala la seguente situazione delle esportazioni francesi e anche i “consueti” problemini da risolvere: cioè, per la Francia, ma proprio per la Francia dai!, la Commissione si abbandona all’ammissione che la sua perdita di competitività nel periodo 1999-2008 è dovuta al contenimento del costo del lavoro nel resto dell’euro area “in particolare in Germania”.

7. Anche scontando il QE e il suo marcato effetto svalutativo, nonché l’orientamento francese all’esportazione prevalente fuori dell’area euro (al suo interno il discorso è invece opposto), infatti, non solo l’aumento del debito, pubblico e privato, indica che la Francia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, tanto che il saldo francese delle partite correnti rimane in deficit: la Commissione, nel suo report, prevede anzi, per i prossimi anni un significativo rischio di notevole peggioramento.

8. Intanto, nell’immediato, Macron deve raggiungere il pareggio strutturale di bilancio – ma, con comodo, entro il 2022, e sempre sapendo della sua golden share politica-, partendo da questa situazione che, certamente, (con grande sorpresa delle scientifiche conoscenze dell’ital-grancassa) non è stata estranea al mantenimento della crescita dopo la crisi del 2008. Parliamo di deficit pubblico.

Dunque, Macron, o qualunque altro candidato €uro-ortodosso che uscirà dalle urne, avrà un solo possibile indirizzo politico: austerità fiscale e aumento della competitività mediante abbassamento del costo del lavoro. Un obiettivo da raggiungere sia attraverso il mantenimento di un’adeguata disoccupazione strutturale, sia, ancor meglio mediante la “grande trovata” dell’€uropa della pace e del benessere: cioè la diffusione inarrestabile della precarizzazione con la crescente creazione dei working poors.

D’altra parte, Macron l’ha detto più volte durante la sua campagna: le regole €uropee potranno essere cambiare solo da chi si sarà rivelato credibile, rispettandole scrupolosamente (a parte la golden share..beninteso: se no erano l’Italia).

Ed infatti, il programma di Macron, specialmente in tema di mercato del lavoro – sia pure abilmente frazionato in più voci apparentemente distinte, per renderle meno percepibili nel loro insieme agli elettori -, ricalca puntualmente le raccomandazioni della Commissione europea (v. schema alle pagg.55-58)!

Ecco, alla faccia di tutte le discussioni e i dibattiti, del tutto scenografici e cosmetici, che hanno simulato diversità “politiche” tra i vari candidati eurofili, l’indirizzo politico che seguirà la Francia, – a prescindere da qualsiasi risultato elettorale, che non sia, ovviamente, l’elezione di Marie Le Pen – è già fissato e lo ha precisato la Commissione UE. Punto.

 

fonte: http://orizzonte48.blogspot.it/2017/04/macron-ha-gia-perso-perche-comunque.html?m=1

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