IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

IL JOBS ACT E LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questi giorni la stampa italiana – che ha tanti difetti, ma talvolta anche il pregio di non rendersi conto di cosa scrivere – ci ha fatto sapere che all’epoca dei “mille giorni” non c’era un governo, ma “quattro che comandavano”. Di questi quattro, tre apparivano ed uno suggeriva. L’ingegnere De Benedetti: se era stata la Bce a dettare il Jobs Act, è lui che teneva la penna in mano.

La legge regina della deflazione salariale (ultima nata di una lunga serie: dalla regolamentazione previdenziale dei contratti di collaborazione nel 1995, al Pacchetto Treu con relativo lavoro interinale e co.co.co. nel 1997, al Decreto n. 368 sui contratti a termine nel 2001, fino alla Legge Biagi nel 2003 e alla Riforma Fornero nel 2012): sia mediante pressione sulle retribuzioni di chi il lavoro, bene o male, riesce a tenerselo (abbiamo già parlato del demansionamento), sia rendendo più facile fare in modo che le persone, il lavoro, lo perdano. Tale risultato è raggiunto essenzialmente attraverso tre strade: la sostanziale abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (sulla materia si era già portata molto avanti la Legge Fornero); la surrettizia incentivazione del lavoro precario; la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato (il c.d. “contratto a tutele crescenti”).

C’era una volta l’articolo 18 (il contratto a tutele crescenti).

L’art. 18, nella sua versione originaria, prevedeva il reintegro del lavoratore, occupato in una azienda con oltre 15 dipendenti, in tutti i casi di licenziamento illegittimo.

Il licenziamento era “illegittimo” in due casi. Quando si riscontrava la mancanza di una giusta causa (integrata da un comportamento talmente grave da non permettere la continuazione del rapporto di lavoro neanche in via provvisoria) o un giustificato motivo soggettivo (comportamenti che costituiscono inadempimento degli obblighi contrattuali, come l’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, minacce e/o percosse, reiterate violazioni del codice disciplinare, ma anche lo “scarso rendimento”): era il “licenziamento disciplinare” il quale, peraltro, era altresì illegittimo laddove non fosse assicurato un effettivo diritto di difesa al dipendente.

Oppure quando mancava un giustificato motivo oggettivo (cioè ragioni attinenti ad una eventuale crisi aziendale, oppure motivi di natura economica e/o tecnica, quali una riorganizzazione del lavoro, ecc., ma anche – soprattutto nella più recente della Cassazione – il tentativo di efficientare l’azienda in vista di un maggior utile d’esercizio). A carico del datore di lavoro era posto l’onere della prova della sussistenza di tale “giustificato motivo” (sul merito del quale al giudice era però impedita in radice qualsiasi valutazione) nonché dell’impossibilità di procedere al c.d. “repêchage”.

Questa norma – prima di essere superata dal Jobs Act – era già stata completamente snaturata dalla L. 92 del 2012, che prevedeva quattro livello di protezione: (a) quello della tutela reale piena, per i casi di licenziamento discriminatorio o per i licenziamenti “orali”; (b) quello della tutela reale attenuata (nel caso di licenziamento disciplinare: ove sia provata l’insussistenza del fatto contestato, ovvero quando la legge o i CCNL prevedono, per quel fatto, una sanzione meno grave rispetto al licenziamento); (c) quello della tutela indennitaria forte (tra 12 e 24 mensilità, in caso di mancanza di un giustificato motivo oggettivo: laddove detto “motivo” sia “manifestamente insussistente”, eccezionalmente è previsto il reintegro); (d) quello della tutela indennitaria debole (da 6 e 12 mensilità, in caso di licenziamenti disciplinari con mancato rispetto del requisito formale di motivazione). La tutela indennitaria fa la parte del leone in questo sistema e, come di consueto, l’indennizzo è legato alla retribuzione: “a chi ha sarà dato, ed a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Vecchio come il mondo.

Il Jobs Act apporta alcune modifiche di dettaglio (una riscrittura imprecisa del concetto di “licenziamento discriminatorio”, la necessità – per la reintegra a seguito di licenziamento disciplinare – della radicale inesistenza del “fatto materiale” addebitato) e due invece sostanziali: la totale sparizione della tutela reale in caso di licenziamento economico; la commisurazione dell’indennità risarcitoria all’anzianità di servizio (1 o 2 mensilità per anno di lavoro, con i massimi uguali a quelli della Fornero). In sostanza, una specie di sistema LIFO da applicare al magazzino-lavoratori. Manca solo applichino, all’assunzione, la data di scadenza.

Contratti precari (il contratto a termine)

Il Jobs Act “perfeziona”, nel senso di una sempre maggiore appetibilità, le disposizioni relative ai contratti a termine.

La Legge Fornero è stata la prima a prevedere la c.d. “a-causalità” di questi contratti, cioè la possibilità di stipula senza specificazione di una motivazione o comunque ragione (normativamente predefinita) che ne giustifichi l’instaurazione al posto del comune contratto a tempo indeterminato. La nuova opportunità era collegata comunque a determinati presupposti: (i) prima sottoscrizione del contratto; (ii) durata non superiore a dodici mesi. Il Jobs Act estende il contratto a-causale a tutti i contratti a termine fino a 36 mesi, ovvero a contratti più brevi prorogabili fino a 5 volte, entro il medesimo termine di 3 anni (4 anni, se l’ultima proroga è conclusa fra le parti in sede protetta). Non bastasse, i pur tenui limiti rimasti (limite triennale, massimale del 20% della forza lavoro) sono inapplicabili a specifiche fattispecie: (i) datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti; (ii) enti di ricerca che assumano ricercatori.

A dimostrazione dell’efficacia di queste innovazioni due semplici fatti: l’incapacità del PD, nel corso dell’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, di ridurre da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine; l’esplosione dei contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato negli ultimi anni.

 

Fassina descrive molto bene la fenomenologia, ma come spesso accade non indaga la causa del problema, cioè il sistema di cambi fissi soggiacente alla Moneta Unica. “Se non puoi svalutare il cambio, devi svalutare il lavoro”. E il lavoro lo svaluti così. Creando – creando – disoccupazione.

Contratti precari (collaborazione coordinate e continuative)

La sempre maggiore precarizzazione del lavoro è un portato anche della riviviscenza delle collaborazioni coordinate e continuative, farisaicamente travestite da abrogazione della disciplina del lavoro a progetto. Siamo tornati, pari pari, al 1995

In principio fu l’art. 409 c.p.c., disposizione eminentemente processuale, che devolveva al giudice del lavoro, fra gli altri, anche i “rapporti di collaborazione che si concretizzino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”. Prassi e giurisprudenza definirono, col tempo, la figura giuridica: requisiti tipici della collaborazione coordinata e continuativa erano (e sono) l’autonomia (il collaboratore decide autonomamente tempi e modalità di esecuzione della commessa, ma non impiega mezzi propri: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo professionale), la continuità (intesa come permanenza nel tempo del vincolo di parasubordinazione: diversamente, si tratterebbe di lavoro autonomo occasionale), il potere di coordinamento con le esigenze dell’organizzazione aziendale esercitato dal committente, la prevalente personalità della prestazione.

Questa situazione diviene il paradiso della frode. Qualsiasi lavoro – anche il più routinario – trova la strada per trasformarsi in una co.co.co., che scontava aliquote contributive più basse e non era soggetta all’art. 18.

Su questo scandalo intervenne la Legge Biagi, che imponeva che le collaborazioni fossero collegate a “uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore”, avendo cura di specificare che “il progetto doveva essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non poteva consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”. Per maggior chiarezza, si sottolineava che “il progetto non poteva comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi”.

Cosa succede con il Jobs Act? L’art. 2, D. Lgs. n. 81 del 2015 spara subito la petizione di principio: “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ai sensi dell’art. 52, c. 1, poi, “le disposizioni… [sui contratti a progetto] sono abrogate…”. Così, semplicemente.

Tutto bene, allora. No, perché ai sensi del c. 2 dell’art. 52 “resta salvo quanto disposto dall’articolo 409 del codice di procedura civile”. In pratica: l’abrogazione del lavoro a progetto fa rivivere la precedente disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative, le quali si distinguono dal lavoro subordinato soltanto per non prevedere un orario e (oppure: o?) una sede di lavoro fissi. Gli abusi, come ognuno ben capisce, si sprecheranno, soprattutto nel caso in cui quella “e” sarà letta come una disgiuntiva (sì, effettivamente, lei fa la segretaria, ma viene un po’ quando le pare; è vero, guardi, lui mi timbra tutti i giorni il cartellino, ma mica ha una scrivania qui, davvero).

Prima puntata: l’autorizzazione al demansionamento. Seconda puntata: la precarizzazione del lavoro. Prossima puntata: i famigerati voucher. Questo è il Jobs Act. La legge manifesto dei quattro al comando. E della Bce.

 

fonte: IL FORMAT

LA NUOVA UNIONE EUROPEA INIZIA NEL SEGNO DEL RIGORE

LA NUOVA UNIONE EUROPEA INIZIA NEL SEGNO DEL RIGORE

 

di Luca FANTUZZI

 

La nuova UE inizia a prendere forma… nel segno del rigore

Lo scoop lo ha fatto, qualche giorno fa, El País. Domani la Commissione discuterà di possibili modifiche strutturali dell’architettura dell’Euro. Su due binari: la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo e l’individuazione di un Ministro delle finanze europeo.

L’ESM, per chi non lo sapesse, è una organizzazione internazionale istituita con un trattato diverso da quelli che fondano la UE, attivo dal 2012, che garantisce assistenza finanziaria a Paesi in difficoltà sotto vincoli di condizionalità (che, ai sensi dell’art. 12 del trattato istitutivo, “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”). I prestiti, a tasso variabile o fisso, sono spesso concessi in accordo con Banca Centrale Europea (BCE) e Fondo Monetario Internazionale (FMI); pertanto lo Stato assistito firma un Memorandum di intesa con questi tre soggetti – ESM, BCE, FMI – congiuntamente noti alle cronache come Troika. L’ESM è gestito da un Consiglio dei governatori, formato dai ministri finanziari dell’Eurozona, e da un Consiglio di amministrazione nominato dal Consiglio dei governatori: le decisioni sono prese ora a maggioranza semplice, ora a maggioranza qualificata; quest’ultima, di fatto, si traduce in un diritto di veto per gli Stati che hanno versato oltre il 20% delle risorse del Fondo; cioè, ovviamente, Germania e Francia.

Il Ministro delle finanze europeo è, invece, un’araba fenice, nel senso che (come vedremo) sono anni che ne parlano un po’ tutti, e tutti in modo diverso. In Germania, si immagina il sacerdote dell’austerità, che – nel quadro di una “condivisione di sovranità” – monitora il livello di debito dei Paesi membri e pone veti sulle politiche fiscali di questo o quello Stato; in Francia, un gestore di risorse comuni (pro domo Galliae) che – all’interno di una per ora inafferrabile “solidarietà europea” – riduce gli shock asimmetrici con strumenti ad hoc (più o meno ampi a seconda delle diverse posizioni politiche).

Ma da dove viene questa proposta così “rivoluzionaria” come quella che martedì discuterà la Commissione? Facciamo un passo indietro.

Il 22 febbraio 2016 il governo italiano pubblica un position paper che riporta una “Proposta strategica dell’Italia per il futuro dell’Unione Europea: crescita, lavoro e stabilità”.

Verso la fine del lungo testo, si legge un peana nei confronti dell’Unione bancaria: “per rendere l’Unione monetaria davvero irreversibile, dobbiamo gestire la comune casa europea con l’adozione di una visione sistemica comune. Un’unione monetaria più forte ha bisogno di istituzioni comuni più forti istituzioni… L’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) è stato un importante passo avanti per la gestione delle crisi dei debiti sovrani, attraverso l’utilizzo delle risorse messe in comune… Un obiettivo ambizioso sarebbe trasformare l’ESM in un Fondo monetario europeo. Nel breve termine, l’ESM dovrebbe diventare una garanzia per il Fondo Unico di Risoluzione [una specie di fondo interbancario di tutela dei depositi su scala europeo, talmente unico che resterà diviso in comparti – uno per ciascun Stato membro – fino al 2023, N.d.R.], onde salvaguardare efficacemente la stabilità finanziaria nell’Unione…”.

E subito dopo: “a lungo termine, l’Unione monetaria deve essere dotata di una capacità fiscale correlata ai compiti di promozione degli investimenti e riduzione degli impatti del ciclo economico… Queste funzioni possono essere gestite da un Ministro delle Finanze dell’Eurozona. Il valore aggiunto di un Ministro dell’Eurozona potrebbe essere quella di eseguire una politica fiscale comune e di assicurare che una politica fiscale coerente ed equilibrata sia perseguito a livello aggregato. A questa fine, si renderebbe necessario un bilancio dell’Eurozona, con risorse adeguate. Naturalmente, un tale ministro dovrebbe essere politicamente attrezzato per svolgere questo ruolo. Anche se questa figura potrebbe essere costituita in seno alla Commissione europea…, sarebbe importante che avesse un forte legame anche con il Parlamento europeo”.

A maggio 2017, anche a seguito del suicidio in diretta di Marine Le Pen, è eletto Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, il quale – già a fine estate – lancia un ampio piano di riforma dell’Unione europea che va nel senso di una sempre maggiore integrazione fra gli Stati membri. Tra i punti qualificanti del piano, proprio l’elezione di un Ministro europeo delle Finanze, che addirittura dovrebbe gestire un bilancio separato per la sola Eurozona. Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione europea (calco provincialotto di quello, omonimo, annualmente pronunciato dai Presidenti USA), a settembre riprende le idee di Macron, seppure reintroducendo le competenze di questo Ministro nel quadro del bilancio dell’intera UE, cosa che richiederebbe alcuna modifica dei Trattati.

A ottobre (notare come i tempi si fanno sempre più stringenti: come una valanga, si ingrossa e prende velocità man mano che scende a valle) Wolfgang Schäuble – lasciando la propria carica di ministro delle finanze tedesco e di membro dell’Eurogruppo – fa circolare il c.d. non paper (qui il testo originale, qui una mia traduzione), nel quale detta il proprio testamento ideale: mantenimento dell’ESM su un piano intergovernativo al fine di conservare la posizione di preminenza garantita alla Germania dall’attuale statuto del Fondo; attribuzione al medesimo sia di un potere di intervento per la prevenzione delle crisi finanziarie degli Stati membri (e non solo, come oggi, per la risoluzione di crisi già conclamate), sia della competenza relativa al monitoraggio del rispetto, da parte degli Stati membri, delle regole del Fiscal Compact (oggi tale competenza è attribuita alla Commissione che, nell’ottica di Schäuble, ha un atteggiamento troppo morbido in quanto parzialmente inquinato da logiche politiche); previsione di un sistema di dissesto controllato delle finanze statali simile al bail-in attualmente in vigore per gli Istituti di credito (“i seguenti elementi dovrebbero essere inseriti nel Trattato ESM: a) la posticipazione automatica delle scadenze dei Titoli di Stato nel caso in cui sia stato concesso un programma ESM; b) l’obbligo di effettuare una ristrutturazione completa del debito se ciò è necessario per garantire la sostenibilità del debito; c) al fine di prevenire resistenze…”, l’introduzione di un sistema per cui basta un solo voto per la ristrutturazione dell’intero debito dello Stato, senza necessità di ulteriori votazioni sulle singole serie di obbligazioni).

Ecco che ora la Commissione – forse approfittando di un momento di eccezionale debolezza (relativa) del governo tedesco – cerca di trovare una sintesi che venga incontro alle esigenze dei due principali azionisti di questa Unione di figli e figliastri.

In effetti, secondo El País il testo della Commissione può essere inquadrato come un accordo di compromesso fra la posizione francese (Ministro delle finanze UE, inserimento dell’ESM nei Trattati dell’Unione, ampliamento del budget in funzione anti-ciclica) e la posizione tedesca (ben descritta da Schäuble che anzi, con la sua consueta franchezza, mostra come l’ampliamento dei poteri dell’ESM e l’elezione di un Ministro delle finanze siano due proposte inconciliabili), ma con significative aperture a favore della visione che del futuro dell’Unione ha Macron.

Il Superministro delle finanze sarà non solo vicepresidente della Commissione stessa, ma anche presidente dell’Eurogruppo, rappresentante dell’Unione presso il G-20, nel Fondo Monetario Internazionale e, in generale, in tutte le organizzazioni che trattano temi economici su scala globale; oltre a questo, probabilmente gestirà il Fondo monetario europeo e il futuro bilancio dei fondi di sostegno per le riforme (il bastone per i Paesi dell’Euro) e per la convergenza (la carota per quelli non appartenenti all’UEM). Di contro, l’ESM trasformato in FME dovrebbe rimanere su un piano intergovernativo (all’Italia, per aver avuto il ruolo di ventriloquo che introduce in tempi non sospetti temi cari ai potenti, dovrebbe schiudersi la porta del diritto di veto nel Fondo), ma per il momento non dovrebbe vedersi attribuire competenze che sono proprie della Commissione (che, evidentemente, non vuole perderle).

Ma la battaglia, da questo punto di vista, sarà in sede di discussione innanzi il Consiglio dell’Unione Europea. Per quell’epoca, la Germania avrà un nuovo governo, noi probabilmente saremo nel mezzo di una nuova crisi finanziaria, ci consoleremo che a calare dal nord non sarà più la Troika (il marketing non lo permette) ma il ben più spendibile FME.

 

FONTE: IL FORMAT

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

E DEL FISCAL COMPACT NON PARLA PIÙ NESSUNO

 

di Luca FANTUZZI

 

In questa campagna elettorale permanente, a ciascun giorno basta davvero la sua pena.
Leggi elettorali approvate per decreto, ius soli calendarizzato a dispetto non tanto della volontà popolare, ma del puro buon senso, tentativi di censura sempre più scoperti (di libri di testo, ma anche di semplici like sui social).
In questo marasma, è normale perdere un po’ di vista temi che – per loro natura – tendono a svilupparsi più sottotraccia, salvo poi influenzare pesantemente il futuro del Paese. Uno di questi temi cruciali, faceva notare Alberto Bagnai, è il Fiscal Compact, che il nostro Parlamento dovrebbe ratificare entro fine anno.

 

 

Giusto. Parliamone, allora. Intanto: cosa è il Fiscal Compact? Si tratta di un Trattato internazionale (“Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”) sottoscritto il 2 marzo 2012 da 25 Stati membri dell’UE (negarono il loro assenso Gran Bretagna e Repubblica Ceca, la Croazia all’epoca non faceva ancora parte dell’Unione Europea).

Il “cuore” dell’Accordo si trova nel Titolo III. L’art. 3, infatti, statuisce l’obbligo del “pareggio di bilancio”, sia pure inteso non in senso ragionieristico, ma come rispetto di un “obiettivo di medio termine ” (OMT) da raggiungere nei tempi definiti dalla Commissione, anche in base ai rischi specifici di sostenibilità per gli Stati (di “percorso di avvicinamento” all’OMT parla già – in connessione con la valutazione della spesa pubblica nel suo complesso – il c.d. six pack, del 2011). Nella pratica, la differenza è minima: all’Italia è stato, concesso, al massimo, un disavanzo dello 0,75% (è la famosa “vittoria di Renzi” sulla “flessibilità”). Deviazioni da questo “sentiero stretto”, per dirla con Padoan, sono permesse soltanto in presenza di “eventi eccezionali” (calamità naturali, grave recessione economica); altrimenti, devono essere previsti meccanismi di “correzione automatica” delle divergenze.

Quanto al pareggio di bilancio, il principio è stato costituzionalizzato sotto il governo Monti (con la sola opposizione della Lega e di un gruppetto abbastanza nutrito dissidenti del Popolo delle Libertà), mentre dei meccanismi di correzione automatica si sente parlare a ogni Legge di Stabilità, sotto il nome di “clausole di salvaguardia” (tradotto: se non si fanno abbastanza tagli, aumenti l’Iva).

Se l’art. 3 si occupa di deficit, l’art. 4 si riferisce alla regola del debito: se il rapporto tra debito e PIL è superiore al 60% (in Italia è al 132%), gli Stati membri provvederanno a ridurlo a un tasso medio (su base triennale) di un ventesimo per anno (salve deroghe in ragione del ciclo economico negativo). Il percorso di avvicinamento alla soglia, peraltro, può essere più lento in ragione di alcuni altri elementi – previsti all’art. 2, del Reg. (CE) n. 1467/1997 (rivoluzionato dal six pack) – quali la posizione in termini di risparmi netti del settore privato, il livello del saldo primario, l’attuazione di riforme pensionistiche.

In caso di mancato rispetto dei patti da parte di un Paese membro (a meno che non si tratti di un Paese più uguale degli altri: art. 126, TFUE), quest’ultimo dovrà mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da realizzare per garantire una correzione efficace e durevole dei
disavanzi eccessivi. Si tratta della ben nota “condizionalità” cui sono subordinati anche gli eventuali aiuti richiesti al MES.

In pratica, costituzionalizzando il Fiscal Compact l’Italia ha costituzionalizzato il principio dello Stato minimo e non interventista, cioè l’opposto dello Stato sociale immaginato dai nostri Costituenti. Il tutto senza dibattito, né in Parlamento, né nel Paese. E, diciamo la verità, in violazione dell’art. 138 della Costituzione. Questo è quello che davvero lasciano alle generazioni future il PD e il (defunto) PDL, altro che debito pubblico! E, per essere sicuri, hanno anche previsto una specie di “manganello automatico”, sia mai che qualche populista decidesse di fare il bene dell’Italia, anziché delle banche estere. Magari, nell’urna, vedete di ricordarvelo.

Il Trattato è entrato in vigore dal 1° gennaio 2013 ed i controlli sulla “regola del debito” sono iniziati nel 2016. E allora, di che ratifica stiamo parlando?

Sì come avvenuto per l’istituzione del MES, anche in questo caso le regole sopra descritte non si trovano nei Trattati UE (TUE e TFUE), ma in un accordo a parte, ancorché “applicato e interpretato in conformità con i Trattati… e con il diritto dell’Unione…, comprese le sue norme procedurali ogniqualvolta l’adozione della legislazione secondaria sia richiesta”. Ciò comporta che le disposizioni del Fiscal Compact si applichino “nella misura in cui sono compatibili con i trattati europei e con il diritto dell’Unione” e non “pregiudichino le competenze dell’Unione in materia di Unione economica”.

Tradotto: le norme del Fiscal Compact hanno rango sub-costituzionale anche nella bizzarra interpretazione della nostra Corte sul rapporto fra Carta italiana e Trattati UE (dal che si dovrebbe come minimo dedurre che l’art. 81 è sotto-ordinato ai Principi fondamentali del nostro ordinamento, cosa che alla Consulta riconoscono a giorni alterni) e lo stesso dicasi, a maggior ragione, per regolamenti e direttive che da esso sono promanati. Non solo: come ha riconosciuto il Parlamento Europeo, se molte delle previsioni del Fiscal Compact sono state già introdotte nella legislazione dell’Unione con atti di secondo livello, ciò non è possibile per la “regola d’oro” (pareggio di bilancio), la “maggioranza qualificata inversa” (le proposte della Commissione in caso di deficit eccessivi sono approvate, salvo una maggioranza qualificata di Stati membri contrari), la competenza della Corte di Giustizia. Tre temi molto importanti.

Per questo motivo, l’art. 16 del Trattato dispone che “al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea”.

Un’operazione di routine? Certo che no, come dimostrano non solo la mozione del M5s volta alla abrogazione del Trattato, ma anche le voci aspramente critiche sia di Marco Zanni e della leghista Mara Bizzotto (e fin qui tutto regolare), sia di Vincenzo Boccia (e questo sorprende di più).

Siamo di fronte all’ennesimo bivio fondamentale. Ma di questo, come dice Alberto Bagnai, non parla nessuno.

 

fonte: IL FORMAT

I VOUCHER-ZOMBI (RITORNO AL PASSATO)

I VOUCHER-ZOMBI (RITORNO AL PASSATO)

Il ritorno degli zombie

di Luca FANTUZZI

Ritorno sulla questione della resurrezione dei voucher in modo maggiormente analitico, dopo averne recentemente parlato su Il Format.

Intanto facendo ammenda del titolo dell’articolo, nel senso che effettivamente i buoni-lavoro sono stati resuscitati, ma – si spera – non per rimanere nella gloria, bensì soltanto come un segno (non della vittoria della vita sulla morte ma, assai più prosaicamente, della vittoria del capitale sul lavoro nella lotta di classe) che non oblitera la comunque inevitabile corruzione del sepolcro.

Più che a Nostro Signore, in sostanza, auspico che assomiglino a Lazzaro, rispetto al quale mi restano assai meno simpatici.

Comunque, sia come sia, nonostante le rassicurazioni dei proponenti il famigerato emendamento, ecco che i voucher si ripropongono (come la peperonata).

Ma sono diversi!, dicono dalla regia, un po’ come quei mariti che spendono lo stipendio al bar o alle slot machine e poi – dopo essere stati buttati fuori di casa – tornano con la coda fra le gambe, assicurando di aver perso il pelo, e anche il vizio.

Ovviamente mentendo: passa qualche giorno e il vizio si riaffaccia, fino alla successiva scenata familiare (il lettore non avrà difficoltà ad immaginare Susanna Camusso nella veste di moglie inviperita, pronta a brandire nuovamente – a mo’ di mattarello – il referendum abrogativo).

Si tratterebbe dell’ennesima stucchevole presa in giro del popolo italiano, tutto sommato neppure troppo interessante, se non permettesse qualche riflessione più ampia di natura giuridica, sulla quale vale la pena soffermarsi.

I.a. Vincolatività del referendum abrogativo

Il primo punto da prendere in considerazione attiene alla vincolatività del referendum abrogativo.

La questione, nei suoi termini generali, è molto chiara: se la Costituzione dispone l’abrogazione di una legge nel caso di pronunciamento in questo senso della maggioranza del corpo elettorale (sia pure con le forme ed i limiti di cui all’art. 75), evidentemente la riproposizione di norme identiche a quelle oggetto di consultazione popolare, magari dopo un breve lasso di tempo rispetto alla consultazione medesima, porterebbe a una censura di incostituzionalità della nuova disciplina.

Trattasi di un caso di scuola, che tuttavia si è presentato nella in relazione a disposizioni in materia di affidamento diretto di pubblici servizi locali.

In particolare, l’art. 4, D.L. 13 agosto 2011, n. 138 riproponeva – a distanza di meno di un mese dalla pubblicazione del decreto dichiarativo dell’avvenuta cancellazione! – una norma oggetto di abrogazione referendaria (cioè l’art. 23-bis, D.L. n. 112 del 2008), oltre a “parti significative” delle norme di attuazione della medesima (D.P.R. 7 settembre 2010, n. 168), recando anzi “una disciplina che rende ancor più limitate le ipotesi di affidamento diretto e, in particolare, di gestione in house di quasi tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica, in violazione del divieto di riproposizione della disciplina formale e sostanziale oggetto di abrogazione referendaria, di cui all’art. 75 Cost….”.

La sentenza n. 199 del 2012 della Corte Costituzionale l’ha annullata, riproponendo un principio fondamentale che non può essere messo in dubbio nonostante la lunga teoria di referendum i cui risultati sono stati del tutto disattesi dal legislatore.

Si è trattato spesso, infatti, di norme che difficilmente avrebbero potuto essere oggetto di un contenzioso attraverso il quale sollevare ricorso incidentale alla Corte (si pensi al finanziamento pubblico dei partiti, o al clamoroso caso del Ministero dell’Agricoltura).

I giudici, infatti, che nella sentenza qui in commento hanno riconosciuto la sussistenza di “un conflitto di attribuzioni fra Stato e Regioni”, hanno in passato recisamente negato la possibilità di riconoscere un “conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato” tra i promotori di un referendum “tradito” da un lato, e la Camera e il Senato dall’altro (v. sentenza n. 9 del 1997).

Ma la pronuncia del 2012 non si ferma qui. Ci si legge infatti: “un simile vincolo derivante dall’abrogazione referendaria [cioè l’incostituzionalità di una disciplina analoga o peggiorativa rispetto alla volontà popolare espressa nel referendum] si giustifica, alla luce di una interpretazione unitaria della trama costituzionale ed in una prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale, al solo fine di impedire che l’esito della consultazione popolare, che costituisce esercizio di quanto previsto dall’art. 75 Cost., venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l’effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all’abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto”.

Una norma che reintroduce una disposizione abrogata via referendum non è, dunque, sempre illegittima.

Tale circostanza è infatti plausibile se: (1) sono mutate le circostanze di fatto; (2) è mutato il quadro politico.

A cosa si faccia riferimento quando si tira in ballo un mutamento delle circostanze di fatto è abbastanza evidente. Ma cosa vuol dire “mutamento del quadro politico”?

Scrive Giampietro Ferri: “il fatto che, nel corso della XVI legislatura, dopo l’abrogazione referendaria, vi sia stato un cambiamento della maggioranza governativa e che ciononostante la Corte abbia negato che siano avvenuti mutamenti del quadro politico dovrebbe portare a escludere che la giurisprudenza costituzionale faccia dipendere il mutamento del quadro politico dalle vicende riguardanti la maggioranza di Governo. Si potrebbe ipotizzare allora che tale mutamento debba essere collegato a una trasformazione del sistema politico, con la nascita e l’affermazione di nuove forze politiche, il che sembrerebbe però eccessivo.

Più convincente appare l’interpretazione secondo la quale la Corte richiederebbe implicitamente un intervento del corpo elettorale: intervento che, rinnovando e restituendo la piena rappresentatività al Parlamento, potrebbe giustificare l’approvazione di una legge contrastante con l’esito referendario”.

In altri termini, per ribaltare un referendum basterebbe il lavacro delle elezioni.

Io credo invece che sia come minimo necessario che da quelle elezioni escano vincenti una o più formazioni politiche che hanno espressamente inserito, nel loro programma di governo, la reintroduzione della norma in questione.

Pena, la durata infra-quinquennale di qualsiasi decisione referendaria.

I.b. Il caso dei voucher

Il caso dei voucher, tuttavia, è assai differente.

Il referendum abrogativo – che sarebbe stato vinto a man bassa dalla CGIL – non si è infatti tenuto perché lo stesso Governo ha cancellato le norme oggetto della consultazione popolare.

Si può quindi concludere che, nel caso di specie, la giurisprudenza della Corte sopra richiamata non si applica, trattandosi di fattispecie del tutto differente?

Si può, in altri termini, pensare che un governo possa tranquillamente cancellare qualsiasi disposizione oggetto di referendum salvo poi reintrodurla identica una volta che il referendum è stato cancellato?

A mio avviso, l’interpretazione sostanziale e sistematica della Corte Costituzionale nelle sentenze sopra succintamente citate conduce a ritenere applicabile, in via analogica, anche al caso dell’abrogazione e reintroduzione dei voucher (ove le due discipline siano effettivamente sovrapponibili) i principi della sentenza n. 199 del 2012, con tutte le conseguenze del caso.

E ciò per l’evidente limite per cui non è possibile immaginare una “riviviscenza” (non solo della disposizione oggetto del referendum ma anche) del referendum stesso.

Ciò premesso, il problema si fa tuttavia più complesso nel momento in cui si tenti di immaginare modalità concrete per attivare il sindacato della Corte la quale – non essendovi nel caso di specie diritti regionali lesi – può essere adita soltanto incidentalmente nel quadro di un previo contenzioso di natura civile o penale.

Ma quale? L’unica ipotesi che mi viene in mente è quella di un prestatore che – “assunto” da una impresa con questo nuovo “contratto di prestazione occasionale” – sostenga la nullità dello stesso e chieda al giudice di ricostruire il rapporto esistente fra le parti in termini costituzionalmente coerenti, magari entro lo schema della subordinazione.

Sinceramente mi sembra una strada impervia, per non dire addirittura improponibile. Io, però, se fossi responsabile di un’impresa, questo nuovo “contratto” aspetterei un po’, prima di usarlo…

II. I voucher vecchi e nuovi

Dunque vediamo più da vicino questo art. 54-bis che si vorrebbe introdurre nella legge di conversione del disegno di legge n. 50 del 2017, quello cioè con cui – sotto il falso nome di decreto a favore delle popolazioni colpite dal sisma del Centro Italia – il Duca Conte Gentiloni ha redatto la Legge europea sui conti di primavera (sulle cui nefandezze si è detto qui e qui).

Che c’entrano i voucher con disposizioni in materia di Iva? Nulla di nulla, così come è assurdo che disposizioni come quelle in parola siano analizzate dalla Commissione Bilancio e non dalla Commissione Lavoro.

Ma sono tali e tante le sconcezze, che queste quisquilie non le nota più nessuno.

D’altronde, nella stessa legge di conversione è spuntato fuori anche un articolo di interpretazione autentica delle disposizioni che hanno condotto il Tar a bocciare le nomine dei direttori dei principali musei italiani da parte del Ministro Franceschini, in modo da mettere una pezza all’ignobile spettacolo della settimana scorsa.

Pezza che, come sempre accade, è assai peggiore del buco. Vabbè, lasciamo perdere e torniamo all’emendamento.

II.a. La mancanza di un inquadramento dogmatico coerente

Il comma 1 definisce il concetto di “prestazione occasionale” che può essere “acquisita” a certe condizioni. Qui si riscontra subito un problema grave.

L’occasionalità è infatti commisurata soltanto all’ammontare dei compensi percepiti dal prestatore, sia quelli rivenienti dal singolo committente, sia in complessivo nell’anno solare.

Al comma 20 si aggiunge poi un altro limite quantitativo, quello delle 280 ore annue (non mi pronuncio sulla tecnica legislativa a dir poco bizzarra).

Certo, rispetto ai vecchi voucher le soglie sono più basse (5.000 Euro per committente, che divengono 6.666 nel caso di prestatori appartenenti a determinate categorie svantaggiate; 2.500 Euro per prestatore), ma l’errore di fondo – la mancanza di una definizione contenutistica della prestazione occasionale – resta pari pari il medesimo.

In questo quadro, è meritorio il tentativo di qualificare come “contratto” il rapporto che si instaura fra le parti. Tentativo che, però, comporta una serie di problemi ricostruttivi dell’istituto quasi impossibili da risolvere.

Primo: uno stesso rapporto è, in alcuni casi, qualificato come contratto, mentre in altri resta al di fuori dello schema contrattuale, come accadeva con i precedenti voucher. Ai sensi comma 6, infatti, “alle prestazioni di cui al presente articolo possono fare ricorso: (a) le persone fisiche, non nell’esercizio dell’attività professionale o d’impresa, per il ricorso a prestazioni occasionali mediante il Libretto Famiglia di cui al comma 10; (b) gli altri utilizzatori, nei limiti di cui al comma 14, per l’acquisizione di prestazioni di lavoro mediante il contratto di prestazione occasionale di cui al comma 13.

Dunque, il singolo cittadino che ha bisogno di una colf, di un giardiniere, di una baby sitter o di una badante, dell’insegnante che impartisce ripetizioni, acquista tramite il sito dell’Inps un carnet prepagato di buoni-lavoro da 10 Euro, pomposamente ribattezzato “Libretto di famiglia”, e lo spende via via che gode delle prestazioni.

Al pagamento del prestatore pensa l’Istituto di previdenza, che – attenzione! – è informato dal committente “entro il giorno 3 del mese successivo allo svolgimento della prestazione” (commi da 10 a 12).

Di contro, un’impresa che vuole utilizzare i voucher deve concludere un “contratto di prestazione occasionale”, cioè un contratto “mediante il quale un utilizzatore… acquisisce, con modalità semplificate, prestazioni di lavoro occasionali o saltuarie di ridotta entità…”.

Cosa voglia dire una disposizione di questo tipo, mi è ignoto, come mi è ignoto il senso del comma 20, secondo cui, “in caso di superamento… [dei limiti quantitativi delle prestazioni richiedibili al singolo prestatore], il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato…”.

Cioè: una “cosa” che non è sicuramente un rapporto di lavoro (nel caso del “Libretto di famiglia”: Circ. Inps n. 88/2009 e Circ. n. 17/2010) oppure che è bensì un rapporto di lavoro, ma “semplificato”, diviene – mediante una trasformazione ex lege a carattere sanzionatorio – il più stabile dei contratti giuslavoristici, cioè il contratto (i) subordinato (ii) a tempo pieno (iii) indeterminato. Una follia (lo stesso art. 2, c. 1, D. Lgs. n. 81 del 2015 era stato meno tranchant nel prescrivere – in modo comunque molto confuso – che, “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche a [determinati] rapporti di collaborazione”).

Queste, diciamo, stravaganze si ripercuotono anche nella disciplina dei commi 2 e 3.

Da un lato il prestatore ha i contributi versati alla Gestione separata, come un collaboratore coordinato e continuativo (o come un “vecchio” collaboratore a progetto), ma ha diritto “al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali secondo quanto previsto… [dal] decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66” (cioè il decreto che fissa le norme di base in materia di orario di lavoro, concetto – anche questo – proprio della sola subordinazione).

Dal punto di vista dogmatico, un pastrocchio.

II.b. Le “maglie larghe” del sistema anti-frode

Che ci sia bisogno di uno strumento che permetta di pagare, in modo fiscalmente corretto, ma senza troppe complicazioni, prestatori che svolgono funzioni residuali e saltuarie (giardinieri, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni) è indubbio.

Quello che si è imputato ai voucher, con sempre maggior forza, era la loro utilizzabilità negli ambiti più disparati, sostanzialmente in frode alle altre disposizioni di legge (il caso dell’autotrasportatore a voucher è celebre).

Le cose non sono sempre state così, ne ho parlato diffusamente qui.

In breve, i buoni-lavoro nascono con gli artt. 70 e ss. del D. Lgs. n. 276 del 2003 (Legge Biagi), per remunerare le “prestazioni occasionali di tipo accessorio” svolti da “soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne” (disoccupati, casalinghe, studenti, pensionati, disabili, extracomunitari: art. 71), quindi (tra il 2004 e il 2008) sono estesi all’agricoltura (per vendemmie, raccolta di pomodori e olive, ecc.) e quindi a “qualsiasi settore produttivo il sabato e la domenica e durante i periodi di vacanza da parte di giovani con meno di venticinque anni di età”.

Successivamente si dà la possibilità di utilizzare i voucher anche agli enti locali, mentre nel 2010 sono aggiunti fra i possibili fruitori cassaintegrati, iscritti a liste di mobilità, lavoratori a part-time ed è stato eliminato il massimale di giornate lavorabili presso un solo committente.

Poi, arriva la Fornero che riscrive l’istituto e lo snatura.

Dal 2012 è “lavoro accessorio” quello “di natura meramente occasionale” che “non dà luogo… a compensi superiori a 5.000 Euro” annui (di cui non più di 2.000 da uno stesso committente).

Se i voucheristi sono cassintegrati o in liste di mobilità o ricevono l’assegno di disoccupazione, il limite massimo percepibile nell’anno è di 3.000 Euro. Punto.

I voucher possono essere utilizzati da chiunque, imprenditore o meno, con limitazioni risibili (sono vietati in caso di appalto e limitati in agricoltura).

Detto in professorese: “il lavoro accessorio non è più relegato ad ipotesi marginali, ma – del tutto affrancato dalla vocazione sociale e di politica attiva che lo animava – costituisce modalità ordinaria per la regolazione di tutti i rapporti di lavoro” (Bollani, La nuova disciplina del lavoro occasionale di tipo accessorio, in AA.VV. (a cura di), Previdenza, mercato, lavoro, competitività, Torino, 2008, 404); pertanto “la natura occasionale ed accessoria della prestazione – e dunque la legittimità del ricorso al lavoro accessorio – deve essere valutata… in base all’unico criterio quantitativo di 5.000 Euro nel corso dell’anno solare” (Putrignano, in Argomenti Dir. Lav., 2014, 3, 811).

Renzi si è limitato ad alzare la soglia a 7.000 Euro ed a specificare che la percezione dei voucher non dà diritto all’assegno di disoccupazione.

Per ridurre l’abuso dei voucher, il comma 14 dispone che “è vietato il ricorso al contratto di prestazione occasionale: (a) da parte degli utilizzatori che hanno alle proprie dipendenze più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato; (b) da parte delle imprese del settore agricolo, salvo che per le attività lavorative rese da [determinati] soggetti…; (c) da parte delle imprese dell’edilizia…; (d) nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere o servizi”.

Ora, non è pensabile che chi ha scritto l’emendamento non sappia che fare riferimento alle “imprese con non più di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato” significhi di fatto estendere l’utilizzo dei voucher anche a moltissime aziende che – tramite altre forme di lavoro precario, a partire dal tempo determinato (i cui limiti quantitativi non si applicano a tutta una congerie di ipotesi specificamente normate all’art. 23 del D. Lgs. n. 81 del 2015, uno dei principali decreti attuativi del Jobs Act) – in realtà impiegano un numero maggiore di lavoratori. Significa, cioè, permettere alla maggioranza delle aziende italiane di utilizzare anche i nuovi voucher, esattamente come usavano ed abusavano dei vecchi (per una diversa interpretazione, leggi qui).

Ma c’è anche di peggio.

Premesso che a pagare effettivamente il prestatore è l’Inps (il comma 19 ha cura di specificare che i costi del bonifico sono a carico del percipiente…), rimborsato mediante apposita piattaforma informatica o F24, al fine di permettere l’individuazione degli aventi diritto alla riscossione, ai sensi del comma 17, “l’utilizzatore è tenuto a trasmettere almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione… una dichiarazione contenente, tra l’altro…, a) i dati anagrafici e identificativi del prestatore; b) il luogo di svolgimento della prestazione; c) l’oggetto della prestazione; d) la data e l’ora di inizio e di termine della prestazione…”.

Tuttavia (comma 18), “nel caso in cui la prestazione lavorativa non abbia luogo, l’utilizzatore è tenuto a comunicare… la revoca della dichiarazione trasmessa all’INPS entro i tre giorni successivi al giorno programmato di svolgimento della prestazione…”.

In sostanza, non vi sarà modo di punire chi, dopo aver fatto svolgere una prestazione a voucher, preso atto dei mancati controlli da parte degli organi preposti, paghi in nero il prestatore e cancelli, con una semplice telefonata all’Inps, la richiesta fatta.

Sempre che uno – soprattutto se trattasi di impresa – voglia davvero perdere tempo con questo farraginoso meccanismo di prenotazione.

Infatti, “in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione di cui al comma 17… si applica la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da Euro 500 a Euro 2.500 per ogni prestazione lavorativa giornaliera per cui risulta accertata la violazione”.

Sai che paura.

Dice: eh, ma tu vai sempre a pensare male.

Vero. Però noto che quando si tratta di evitare l’evasione del comune cittadino, lo Stato le pensa proprio tutte.

Senza entrare in argomento, la kafkiana ritenuta alla fonte sui redditi da locazione turistiche, nonché le disposizioni di molte leggi regionali (v. p.e. l’art. 70 della L.R. Toscana n. 86 del 2016) volte a censire i proprietari di seconde case in città o al mare, sono esempi concreti.

Monumenti – insieme ai voucher, insieme a mille altre norme che questo governo ed i precedenti sfornano a getto continuo – alla vergogna normativa.

Fonte: http://losmemorato-ilblog.blogspot.it/2017/06/i-voucher-zombi-ritorno-al-passato.html

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