LOTTA DI CLASSE CONTRO OGNI SCHIAVITÚ

LOTTA DI CLASSE CONTRO OGNI SCHIAVITÚ

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile del MovES

La normalizzazione, cioè quel processo che porta a rendere il peggio del sistema e, per quanto ci riguarda, ciò che è profondamente antidemocratico all’uniformità di pensiero e infine alla rassegnazione, o ciò che si dichiara antisistema ad una condizione che si va ad inserire infine nel sistema stesso, è sempre più profondo e determinato.

Questo anche a causa di nuove entità politiche che si definiscono di sinistra ma restano immobili nelle loro posizioni dirigistiche e verticiste senza adoperarsi per ridare forza ad una lotta di classe contro al sistema.
La schiavizzazione di un intero popolo, perciò, procede inesorabile senza che ci sia la possibilità che possa reagire.
 
Non esiste rappresentanza politica per le istanze di una massa di persone in sempre maggiore difficoltà, esattamente come voleva e vuole il sistema neoliberista che ci sta opprimendo e dominando.
 
Lo stato di fatto delle forze che si dichiarano antisistema è sconcertante.
Chi intercetta la rabbia, poi la tiene in un recinto costituito di urli, slogan e imprecazioni ma senza dare soluzioni e indicazioni, senza programmi, esattamente come fa il M5s a livello territoriale un po’ ovunque in Italia, fatto salvo quelle piccole isole “felici” dove si attiva ed impegna.
 
In altre entità di sinistra appena nate, è la demagogia a farla da padrona. Si passano messaggi illusori salvo poi scherarsi solo per mero calcolo, quindi solo in favore della difesa di rendite di posizione finendo così a deludere una base già messa a dura prova che sperava davvero in un momento di rinascita.
 
Quindi, a conti fatti, tutto lavora a favore del sistema di potere.
 
Su questo dovremmo ragionare e non su facezie e gossip politico, non sul tale o sul talaltro leader, su ciò che dice e fa, ma sui CONTENUTI e sugli OBIETTIVI che questi soggetti rappresentano e vogliono conseguire.
E dovremmo ESIGERE che TUTTI possano partecipare attivamente ai processi democratici di risanamento del Paese.
 
Serve quindi aprire un dibattito ampio e onesto con tutti i cittadini italiani che vogliono davvero cambiare questo stato di cose.
 
Serve l’impegno di ciascuno, anche se poco, anche se piccolo.
Serve dare continuità ad ogni progetto politico che miri realmente alla costruzione di un’alternativa, di un profondo cambiamento e condurlo poi all’unità delle forze politiche che condividono la stessa visione, gli stessi obiettivi e la stessa volontà.
 
Questo dell’unità a sinistra è il pensiero inseguito da tutti, è fonte di proclami continui da parte di nuovi organismi politici con una continua mistificazione, è noto, ormai, ma se non mirerà gli obiettivi concretamente, condurrà ad altra disillusione.
 

Ritengo però e riteniamo, come MovES, che se non passerà attraverso la discussione, il confronto, l’elaborazione e il COINVOLGIMENTO di OGNI SINGOLO ITALIANO abbia desiderio di partecipazione, nel percorso di sintesi, al fine di ripristinare il valore del concetto di classe nel suo naturale contesto, sarà perdente in partenza.

 
La disfatta della politica italiana a causa dei comportamenti semplicemente vergognosi della classe politica o quella ancora troppo moderata e volta all’elettoralismo di chi non vuole francamente combattere questo sistema di potere a dispetto delle parole di cui si ammanta, hanno generato una sfiducia tale che senza passare dal “basso” non ci potrà MAI più essere un “alto” nella politica italiana delle forze socialiste e comuniste del paese.
Se non si lavorerà dunque, per ridare forza alla lotta di classe, non ci sarà possibilità di sconfiggere l’attacco di una élite che la lotta di classe contro tutti i lavoratori la sta vincendo.
 
Quindi qualunque organizzazione politica non consideri questo aspetto, non solo NON arriverà alla reale costituzione di una nuova ed efficace alternativa anticapitalista e antiliberista, ma non farà che danneggiare quel che rimane della volontà di cambiamento nel paese.
 
Nell’ultimo periodo, in quello che è il pasticcio delle coalizioni in Sicilia per le prossime elezioni amministrative, si sono verificati fatti che non sono soggetti ad interpretazione, per quanto riguarda Sinistra Italiana ad esempio, e le conseguenze non saranno di poco conto sia per chi aveva aderito con convinzione a SI sia per la percezione che ne deriverà presso l’elettore che non si occupa attivamente di politica.
E a chi giova tutto questo, se non ancora al sistema stesso?
 
Se non passeremo attraverso un percorso di riacquisizione della coscienza politica e di una coscienza di classe, di elaborazione dello stato in cui versa il Paese che porti ad una proposta francamente alternativa e che non abbia timore di pestare i piedi a chi garantisce bacini elettorali consistenti e con una visione egemonica e di classe che coinvolga quanta più gente nella base e tra gli elettori, tutto ciò che faremo avrà scarso significato.
 
Anche recentemente sono già stati troppi i passaggi in direzione verticistica, autoreferenziale e autocelebrativa di alcune dirigenze che si definiscono come nuovi soggetti di sinistra e che invece di occuparsi dei REALI GRAVI problemi delle persone si sono preoccupati solo della propria affermazione elettorale e personale, rivelando di essere una classe politica nuova nel nome ma vecchia nel modo di rappresentare la politica
 
Serve quindi essere in grado di superare ogni vecchia concezione del mondo e del Sè della politica.
 

Facciamo dunque massima attenzione, apriamo una riflessione generale, poniamoci delle domande e chiediamoci se stiamo percorrendo la strada giusta verso la creazione di una classe di lavoratrici e lavoratori, di oppressi e sfruttati, onde evitare di conferire ulteriori nuove delusioni che allontanano le persone anzichè far credere loro che è ADESSO il tempo di riaffermare che un altro mondo è ancora davvero possibile.

 
 
 

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MIGRANTI: UN TEMA SUL QUALE ESSERE SINISTRA NON E’ FACILE, MA NOI VOGLIAMO ESSERLO

MIGRANTI: UN TEMA SUL QUALE ESSERE SINISTRA NON E’ FACILE, MA NOI VOGLIAMO ESSERLO

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di Bruno DELL’ORTO

Il pragmatismo è caratteristica fondamentale poiché l’agire concretamente, tramite metodi atti al conseguimento di una serie di obbiettivi intermedi, magari in vista di un ultimo punto d’arrivo, consente di portare a reale compimento ciò che altrimenti rimarrebbe una serie di apprezzabili, ma incompiuti intenti.

Su questo è inutile discutere, ma è altrettanto chiaro che perseguire scopi che paiono solutivi nella contingenza, in assenza di una visione di fondo e quando le questioni riguardano fenomeni complessi, può portare ad effetti non solo a lungo termine deleteri, ma fin pericolosi.

Quando poi questo è riferito al governo di un paese, i pericoli possono riguardare in prospettiva sia i processi democratici che le condizioni di vita dei cittadini stessi, autoctoni od immigrati che siano.

Per questo le ideologie sono fondamentali, se non religiosamente intese con dogmi e preconcetti, perché mettono in condizione di rivolgere i propri sforzi verso il tipo di società ideale che si intende perseguire come un concreto punto d’arrivo.

Stabilito questo, quindi, occorre rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono tra lo status quo e tale determinato modello.
Ciò significa innanzitutto capire chi sono nemici, resistenze ed interessi che in questi ostacoli si concretizzano.

Altro concetto fondamentale, a mio avviso, risiede nella concezione che, una volta adottata una posizione di SINISTRA, essa non può per coerenza ed etica risultare subordinata e circoscritta a/in termini di confini, nazionalità, etnia.

Se quanto qui sopra esposto è condiviso, però, c’è qualcosa nel modo di porsi di molti compagni che ancora mi sfugge.

In sintesi, tutti coloro che parlano di:

-forzatamente rimpatriare gli immigrati
-chiudere le frontiere
-introdurre norme a tutela esclusiva degli Italiani,

è molto probabile che o non abbiano inteso chi sia il vero nemico, oppure, animati da assoluta mala fede, intendendolo come vantaggioso, scientemente adottino un atteggiamento distonico, in conseguenza del quale risultano comunisti coi propri pari e fascisti con qualsiasi straniero che di loro stia peggio, facendo finta di non capire quali logiche accomunino entrambi allo stato di vittime.

UNA SINISTRA CHE SIA RAPPRESENTANZA POPOLARE

UNA SINISTRA CHE SIA RAPPRESENTANZA POPOLARE

di Fiorenzo MEIOLI

Sono anni che a sinistra dovrebbe nascere un nuovo percorso.

Svariati anni che si annuncia, che si lavora per un cambio di rotta.

Basterebbe ricordarsi che la sinistra è nata due secoli fa per abolire il privilegio, per distribuire democraticamente potere e risorse.

Nel giro di alcuni decenni è stata trasformata, invece, in una forza restauratrice, nella testa d’ariete contro il lavoro, a sostegno delle lobbies finanziarie e imprenditoriali, una forza che ha avallato la sovranità del profitto e la deriva postdemocratica.

Quindi, servirebbe, a mio avviso, ricominciare a lavorare per una sinistra che viva nella società, nel mondo del lavoro, nei territori prima che nel palazzo e nei talk show, una sinistra che prima della governabilità pensi soprattutto alla rappresentanza.

LA FELICITA’ E’ LOTTARE

LA FELICITA’ E’ LOTTARE

Karl Marx, il grande pensatore di Treviri, con le sue figlie, nel corso delle riunioni con gli amici era solito partecipare a un gioco che consisteva nel rispondere a dieci domande.

Una di queste domande era:

“Papà, che cosa è per te felicità? ed egli rispondeva:

“Felicità per me è lottare”.

Ritengo che questa idea di felicità sia sorprendente e straordinaria, che scompagini la retorica della felicità.

Lottare significa essere costantemente impegnati per la costruzione di relazioni umane più giuste, per la costruzione di una società di giustizia, lottare è affermare i grandi valori della vita, l’uguaglianza, la dignità.

Un simile impegno ti dà vita, ti dà felicità, ti dà energia.

Ora, è bene chiarirlo, lotta non è sinonimo di violenza, è piuttosto sinonimo di coraggio, di lungimiranza.

Lottando per i grandi valori ci si iscrive nel futuro, si lascia un’eredità viva e pulsante alle nuove generazioni.

Coloro che invece cedono, accettano ingiustizie, si abbandonano all’indifferenza è come se fossero una radice morta che lascia al futuro una necrosi etica.

Moni Ovadia

Pierangelo Bertoli, Rosso Colore, Settembre 1974

Pierangelo Bertoli, Rosso Colore, Settembre 1974

Pierangelo Bertoli.

 

di Bruno DELL’ORTO

Sono passati quasi 43 anni da quando, in un’epoca diversa per impegno delle masse operaie e studentesche ed una grande mobilitazione nei pensieri e nelle azioni di una grandissima base sociale, il pezzo fu scritto.

Le grande battaglie di quel periodo portarono con enormi sacrifici a conquiste epocali per le classi meno abbienti in termini di tutela e sicurezza, anche per merito di una forte rappresentanza sindacale.

I problemi che si presentavano erano simili a quelli di oggi, ma in un certo senso era tutto più facile per la coesione delle masse e le tensioni ideologiche che le pervadevano, compattandole.

L’antagonista, poi, era facilmente individuabile in una borghesia industriale che era restia a redistribuire risorse e concedere diritti che finivano per ridurre i propri profitti.
Profitti che venivano comunque ottenuti principalmente producendo ricchezza reale.

Dopo lo smantellamento delle tutele e l’erosione dei salari da parte di un neoliberismo sfrenato e feroce, oggi è tutto più difficile, a cominciare dalla individuazione del nemico e fin nel dettaglio delle cause reali.

Purtroppo i problemi rimangono gli stessi ancorché acutizzati per misura ed estensione delle fasce colpite, e quella pialla che passò sulle ideologie dagli anni ’80 in poi, livellandole con un devastante qualunquismo, ha tolto coesione e spinta alle sempre più numerose vittime.

Ed ascoltare le parole per poi sollevare lo sguardo mettendo a fuoco la realtà che ora ci attornia mi provoca una fitta al cuore:
vecchie logiche applicate ma con rinnovata efficienza e ferocia, vecchi problemi che si concretizzano in un conto presentato da pochi privilegiati a sempre maggiori “più”…

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